Ciclo dell'Artefice - GuSCio vUoTO (2010)
Il Ciclo dell'Artefice è stato uno dei passi più importanti che ho compiuto mentre iniziavo a cimentarmi con la scrittura. Non è un'opera matura e il mio stile è a dir poco orripilante (troppi puntini di sospensione, maledizione al boia) ma, senza di questo, non avrei mai iniziato a riversare le mie idee su carte. Il ciclo è composto da sei storie, un preludio e due interludi. GuSCio vUoTO è il quinto racconto completo, incentrato su Rijel, il vortice di informazione nato in seguito alla "morte" di Ezariel a Barcellona.
Opera in quattro atti e quattro interludi con intervallo e applausi finali.
PrELudIo – SoLstIzio d'iNverNo
Fino a dieci minuti prima, Jason Aiample non avrebbe mai considerato un'eventualità simile. La sua mente non era pronta. Per nulla. In fondo, era seduto comodamente sul divano di casa a sorseggiare un bicchiere di vino, prima di sentire il suono del campanello. Il solito suono, nulla di diverso. Nulla di rilevante. Un suono monotono, squillante, ripetitivo. Quasi seccante. Molto seccante. Aveva sospirato, certo. Perché in fondo era quasi mezzanotte. L'ultima sera d'autunno si era spenta da poco più di quattro ore, con la scomparsa della luce, il crepuscolo inghiottito dal nero profondo e tetro del cielo, costellato di minuscoli spilli luccicanti, immersi nella Via Lattea. Corpi dispersi, materia inanimata, priva di vita. Fornaci lontane che bruciavano il proprio corpo senza un apparente motivo, come se spegnersi o esplodere fosse la loro più grande e nobile aspirazione. Poi, alle nove, la neve. Candida, innocente. Spettri silenziosi e tremuli nel buio e nel silenzio. Aveva ricoperto ogni cosa nell'arco di tre ore. Tutto il mondo, il suo mondo, era una distesa biancastra che scintillava in modo sinistro alla luce delle lampada artificiali e dei neon.
“Meglio restarsene a casa.”
Un'ottima idea. La più ragionevole, forse. O forse no, ma in quel momento lo aveva allettato particolarmente. La sua mente non aveva nemmeno preso in considerazione l'ipotesi di uscire, neppure quando, per un attimo, i lampioni si erano spenti, oscurati da qualcosa di intangibile ed etereo. Un blackout, aveva pensato. Era comodo ragionare in termini di eventi e oggetti noti. Impediva al proprio subconscio di elaborare chissà quali strane teorie. Se c'era una cosa di cui non aveva bisogno, era il misticismo. In fondo, con i suoi robot si trovava molto bene. Non avevano un Dio, non avevano una religione. Facevano quello per cui erano stati costruiti e progettati. Certo, ne aveva viste di cose strane, in vita sua. Mai come quella, però.
Il suo primo istinto fu quello di voltarsi e vomitare. Si trattenne, per un paio di motivi che non cercò nemmeno di elencare. Gli bastava pensare che ne esistessero almeno due. No, quando aveva sentito quel tonfo sordo, dopo lo squillo prolungato, non aveva immaginato di dover assistere ad un simile scempio. La neve, bianca, candida, immacolata, quella stessa neve che aveva ammirato, mollemente adagiato sul divano, era intinta in una sostanza rossa e viscosa. E quella sostanza fuoriusciva da un corpo, un corpo esanime. Un ragazzo. Al massimo vent'anni di età. Pallido. Bianco come la cera, più della cera. La sua pelle faceva a gara con la neve. Ferite su tutto il corpo. Le più gravi sul braccio sinistro. La punta di un pugnale emergeva macabramente dall'avambraccio, testimonianza di qualcosa di tremendo. La schiena, le gambe. Non vi era una sola parte del suo corpo ancora in buono stato. Si chinò vincendo il voltastomaco. La mano destra era quasi al livello del campanello. Un ultimo sforzo, uno sforzo immane. Per quale motivo? Aveva qualcosa con sé. Un fagotto. Piuttosto grande. Gli arrivava all'altezza della scapola, partendo dai suoi piedi. Doveva essere importante, se per proteggerlo ci aveva quasi rimesso un braccio. Un movimento. Le dita della mano destra si erano chiuse. Jason saltò all'indietro, avvicinandosi alla porta. Lentamente, il ragazzo riuscì a sollevare il volto, nascosto dai capelli biondi. Il sangue non sembrava aver graziato nemmeno quello, ma non sembravano ferite gravi. Occhi di ghiaccio. Un bagliore di speranza. Un sorriso. Poi la sua voce.
“Jason Aiample?”
Un perfetto inglese, anche se di inglese non aveva molto. Occhi abbastanza stretti, al confine tra oriente e occidente. Lineamenti che aveva già visto, ma quanto tempo prima? Si fece coraggio.
“Sono io.”
Il ragazzo mosse a fatica il braccio destro e svelò il contenuto del fagotto.
“Clemi... ci siamo. Siamo... siamo arrivati.”
Una bambina. Dieci anni. Forse meno. Forse di più. Illesa. Nessun segno di ferite. Nulla di nulla. Stava dormendo, probabilmente. Oppure era svenuta. Chi poteva saperlo? A questo punto una domanda era d'obbligo.
“Chi sei?”
Osservò la creatura tra le sue braccia.
“Chi siete?”
Il ragazzo non riuscì a muovere un muscolo. Sembrava prossimo al trapasso, questo era palese. Ma quanto prossimo? Forse poteva ancora salvarlo. Una rapida chiamata al 911. sì, avrebbe dovuto farlo. Doveva prendere il telefono e...
“Jake. Jake Takara. Lei è... Kasumi. Mia sorella.”
Deglutì a fatica. Takara. Takara. Ta-ka-ra. Quel cognome... quel volto... quei lineamenti, insomma. Un solo nome. Saìl. Saìl Takara. Suo cognato acquisito. Aveva tre figli, Saìl. Hiro, Jake, Kasumi. E se l'aritmetica non era un'opinione, due di loro erano davanti ai suoi occhi. Uno piuttosto malconcio. La genealogia non era il suo forte, però. Non aveva ancora compreso un fatto fondamentale. Quei due non erano solo figli di Saìl. Erano suoi nipoti. Ma questo cosa significava per lui?
“Io chiamo il 911. Sei in pessime condizioni. Non so se arriverai a domani.”
Altra neve stava delicatamente coprendo il sangue versato.
“Nessun... problema. L'importante era arrivare. Arrivare qui. E oggi.”
“Oggi?”
“Solstizio d'Inverno.”
Jason annuì senza capire. Jake se ne accorse.
“Le porte dell'inferno si sono aperte oggi. Come ogni anno. Una data... evocativa.”
L'uomo si alzò. Sta delirando. Devo chiamare i soccorsi. Doveva proprio farlo? C'era qualcosa di inquietante in lui. Col passare del tempo, stava riacquistando un colorito umano. Ma c'era di peggio. Chiuse gli occhi. Gli riaprì. Doveva essersi sbagliato, non c'era alcuna altra spiegazione possibile. Parte del sangue stava rifluendo nelle ferite aperte. Ma aperte per quanto? Si stavano rimarginando ad una velocità considerevole. No, non era vero. Ero uno scherzo dei suoi sensi. Jake si fece serio.
“Se ci credi, oggi è una data particolare. Chi varca la soglia oggi, può non tornare indietro. Per questo ho atteso così tanto.”
La debolezza era scomparsa dalla sua voce. Sembrava come rigenerato. L'uomo osservò meglio. Era veramente un illusione. Le ferite erano ancora al loro posto. E con loro il sangue versato. Un'allucinazione bella e buona. Ma lui stava veramente riprendendo colore, nonostante tutto. E la perdita ematica sembrava essersi effettivamente arrestata. L'uomo è un essere razionale. Quando non sa spiegarsi qualcosa, può reagire in due modi. Cercare di comprenderla o ignorarla del tutto. Chiudersi la porta alle spalle sarebbe stata forse la scelta più saggia. Strano tipo, Saìl. Strani tipi, i suoi figli. Perché preoccuparsene?
“Aiutami. Ti prego... ospitaci... a casa tua. Sei l'unica persona a cui posso chiederlo.”
Jason scrollò le spalle.
“Non so se posso fidarmi. Io ti conosco solo di vista. Non ti ho mai parlato, ho assistito solo al tuo battesimo. Sei completamente ricoperto di sangue, chissà, magari hai pure ucciso qualcuno. Non voglio grane, non puoi chiedermi questo.”
La porta si chiuse con un rumore sordo. Una sentenza di morte. Il volto di Jake sprofondò nella neve. Non aveva neanche più la forza di piangere.
Perché sentirsi in colpa? Non aveva senso. Quello era tutto tranne che normale. E chissà la sorella. No, no, che morissero al freddo. Aveva altro a cui pensare. E lei avrebbe fatto così. Sì, avrebbe fatto così. Gli avrebbe dato ragione. Se fosse stata ancora con lui, Ayumi sarebbe stata della stessa idea. Se solo non fosse morta in quel maledetto incidente stradale, lo avrebbe rassicurato.
“È la cosa giusta da fare. Non devo sentirmi in colpa.”
Ma Ayumi non era d'accordo. I suoi occhi lo supplicavano tristi, da ogni foto, da ogni ritratto. Era circondato. Ovunque si voltasse, il suo volto, il volto di sua moglie. Ayumi Hibara. La sorella di Kia. Morte entrambi. Molto giovani. Morte per un incidente. Un destino comune. Jason si portò le mani alla testa. Non poteva sostenere quello sguardo inquisitorio, non poteva. Era un macigno, un peso sulla sua coscienza. Doveva farsi carico di una scelta. Una scelta che forse gli avrebbe cambiato la vita, che l'avrebbe messo in pericolo. Una scelta dolorosa, difficile. Ma Ayumi non avrebbe esitato. Li avrebbe accolti, come figli, figli che non avevano avuto tempo di avere. Non avrebbe condiviso i suoi timori, le sue ansie. In fondo, erano figli di Kia. E di Saìl, certo, ma di questo non le sarebbe importato nulla. Si sdraiò sul divano. Chiuse gli occhi. Il suo respiro si fermò per un istante, un istante solo, prima di rialzarsi. E aprire nuovamente la porta.
iNterLudIo I – iL rISveGlIo
Barcellona era una città interessante. Solo interessante. Non bella. Per definirla così, bisognava conoscere il significato di quella parola. E non gli era ancora così chiaro. Sapeva perfettamente cosa voleva dire interessante, ma bello... bé, era semplicemente fuori dalle sue attuali possibilità. La sua coscienza stava compiendo passi da gigante, sarebbe bastato darle ancora un po' di tempo. Ora sapeva di esistere. E di essere un individuo. Insomma, si riconosceva negli specchi. La parola io aveva finalmente senso. Non era così scontato, gli animali – la maggior parte di essi – non erano in grado di riconoscersi. Ad esempio il gatto... Scosse la testa. Frasi senza senso che stava assimilando da qualche sorgente di segnali. Non sapeva cosa fosse un gatto. Neppure cosa fosse un animale, a dirla tutta. Poco per volta l'avrebbe scoperto. Non aveva fretta. Proprio per nulla. Da un certo punto di vista, credeva di avere tutto il tempo del mondo. Perché non conosceva la morte. Non sapeva cosa fosse. Nessuno gliel'aveva mai presentata. E il tempo? Conosceva il significato di tempo? A suo modo sì. Le foglie che cadono, non si riattaccano all'albero. Rimangono a terra. E perdono colore. Non vedi mai succedere il contrario. Allora concludi che tutte le foglie – sempre che tu sappia cosa siano – cadono. Non tornano indietro. C'è una direzione privilegiata. Insomma, c'è una freccia. E tutto segue quella freccia. Punto. Era questa la sua definizione di tempo. Non la migliore, certo, ma bastava a rendergli chiaro il concetto. Oggi è il ventuno di giugno. Le temperature previste per questo pomeriggio sono elevate, quasi quaranta gradi. Gli esperti consigliano di non uscire di casa... Altre informazioni inutili, provenienti da chissà dove. Oggi. Cosa significava quella parola? Le sue connessioni neurali stavano facendo del loro meglio per connettere le informazioni in suo possesso, ma spesso non era sufficiente. Quel termine non gli era per niente chiaro. Oggi. Oggi cosa? A cosa è legato? Un lampo, un'epifania. Oggi indica il momento presente, l'estremo della freccia su cui si trovava. La freccia del tempo. Sì, doveva essere così. I frammenti di informazione assorbiti qua e là portavano a quella logica conclusione. Bene. Ora doveva scoprire cosa significavano gli altri termini. Voleva apprendere, era desideroso di farlo. I suoi sensi all'erta, pronti a ricevere qualunque voce, qualunque silenzio, interpretarli, riviverli, comprenderli. Conoscere. Sapere. Capire perché si trovava lì, davanti a quelle guglie. Le guglie della Sagrada Familia. Perché guglie? Non ne aveva idea, ma la gente le chiamava così, indicandole con la mano. La stessa mano che faceva parte del suo corpo. Due mani, per l'esattezza. Arti composti da una sezione centrale e cinque prolungamenti, così come i piedi. Non li chiamava così, per il momento. Doveva ancore imparare il significato di quei termini. Era solo consapevole del concetto, dell'essenza. Il significante, le parole, dovevano ancora fluire all'interno del suo io. Perché esisteva, e questo era certo. Non sembra possibile una crisi economica a breve termine. Le borse si stanno comportando bene, Madrid in rialzo di due punti percentuali... Altre informazioni inutili. Ma non era un problema. L'importante era assorbire tutto, per colmare un vuoto spaventoso. Il suo vuoto. Riscrivere una mente, un'anima da zero, costruendola sugli stimoli dal mondo esterno, posizionandoli sulla freccia che aveva scoperto muovere ogni cosa, posizionandoli a seconda della distanza, l'unica sua concezione di spazio, categorizzandoli. Conoscere, sapere. Ma serviva anche un nome. Doveva decidere come si sarebbe chiamato. Ogni essere autocosciente merita un nome. Lo aveva osservato nelle persone, persone che si voltavano quando qualcuno pronunciava una certa parola, in generale diversa per ogni individuo. Rispondevano a quella chiamata, solo loro. Si distinguevano. Il nome serviva a quello, certo. Perché non averne uno? Ma quale? Non era ancora così padrone della lingua. Se avesse utilizzato per errore un termine di uso comune? Meglio rimandare. Entro un paio di oggi sarebbe stato in grado di farlo. Nuovi agghiaccianti dettagli sul duplice omicidio dei coniugi Juanez, avvenuta sei giorni fa. L'unica sopravvissuta, la piccola figlia della coppia, sarà ascoltata dagli inquirenti... Scosse la testa. Ne aveva sentite molte notizie del genere. Tutte ruotavano attorno ad un esserino alto poco più di un metro e trenta, chiamato Irèn Isabella. Era un bel nome? Non ne aveva idea. Il bello era fuori dalla sua comprensione. L'omicidio sembra ascrivibile al serial killler che imperversa da un mese nei dintorni di Barcellona. L'arma utilizzata è la stessa dei precedenti... Una katana, vero? Una spada a singolo taglio. Curiosamente, conosceva il significato di tutti quei termini. Era come se facessero parte di lui, come se non fossero così estranei, dopotutto. E aveva bene impresso il volto di Irèn. Per quale motivo, non gli era chiaro. Però era così. Inutile farsi troppe domande, se non sai nemmeno perché sei al mondo. Già, meglio concentrarsi sui frammenti di informazione, assimilarli, acquisirli. Ricevere segnali dall'esterno, rielaborarli, conoscere. Cari fratelli, siete tutti qui riuniti per celebrare... Riunirsi. Essere assieme. Molti esseri, uguali o diversi. Il figlio prediletto di... Figlio. Chi è generato. Nel nome del padre... Padre. Colui che genera il figlio. Ma padre e figlio sono la stessa cosa? Aveva informazioni contrastanti a riguardo. Assimilare. Assorbire. Sapere. Quest'anno si celebrerà il nono anniversario dalla caduta del muro... Muro. Ciò che divide. Barriera. Difesa. Vortici infernali stavano risucchiando la nave verso l'oltretomba... Vortice. Ciò che attira, che brama, che assimila. Imparava tramite immagini, brevi e fugaci, immagini descritte da voci, spesso persone ritratte fino a metà del corpo, con dei fogli in mano o uomini vestiti di abiti lunghi, con in mano dischi di pane compresso. Frammenti di vita. Come molti altri. Ma l'ultima immagine lo aveva colpito in modo particolare. Il vortice. Un moto a spirale verso il centro. Rotatorio, infinito. Una vite che non termina, che trascina tutto verso il centro. Lui era un vortice. Una sorta di buco nero di coscienza e conoscenza, che assimilava avidamente, in modo sempre più rapido. Più sapeva, più voleva sapere. Un ciclo infinito, per riempire un vuoto, per dargli un senso. Sì, lui era un vortice. E questo gli sarebbe bastato, fino a quando non avesse trovato un nome decente. Un nome per cui valesse la pena gridare sì, sono io. E l'avrebbe trovato, prima che la freccia finisse. Il tempo. Il tempo è fuor di sesto. Dovevo nascere io per riportarlo in asse. Il tempo. La freccia. Il suo concetto assoluto. Ed era fuor di sesto. Ignorava il significato di quell'espressione, però aveva deciso che doveva essere vera. Per cui era vera. E non esisteva ragione al mondo per cui non dovesse esserlo. Per il momento, almeno. Aveva tempo per ricredersi. Un tempo fuor di sesto, certo, ma pur sempre un tempo. Essere o non essere. Questo è il problema. Se sia più nobile nell'animo soffrire... No, quale problema? Perché non essere? Per quale motivo? Aveva ancora molto da scoprire, molto da imparare. Non poteva non essere. Non ancora, perlomeno. Forse dopo molti oggi... ma non in quell'istante, non in quel momento. Non su quel tetto, accanto alle gru, i mostri di metallo che costruivano la cattedrale. Il punto più alto di Barcellona. Forse non era vero, ma qual era il problema? La verità è un concetto relativo. Ciò che era vero per lui poteva benissimo essere falso per il resto del mondo, e questo non lo avrebbe scosso né convinto a cambiare opinione. Sdraiato su quel tetto, avvolto dalle tenebre che stavano calando sulla città, con lentezza esasperante, nel giorno più lungo dell'anno. Un corpo inerte, un viso inespressivo, con gli occhi chiusi, come in coma. Un volto strano, ma ordinario. Normale, sotto un certo punto di vista. Ma era proprio quella normalità a renderlo inquietante. Più inquietante del suo stesso risveglio.
AtTo I – A MezZaNottE...
Il fuoco lambì il ciocco di legno con le sue vampe scarlatte, impetuose e tranquille allo stesso tempo. Divorava la sua preda lentamente, con ingordigia repressa, consumando poco per volta la linfa vitale contenuta in quella corteccia ormai morta. Jason fornì un nuovo pasto al mostro cremisi, per arginarne la fame e permettere al camino di svolgere il mestiere per cui era stato costruito. L'attizzatoio smosse la cenere e i resti bruciacchiati di un vecchio giornale, rinvigorendo le vampe. L'uomo si alzò dalla scomoda posizione e si diresse verso il tavolo. Una bambina di otto anni lo stava osservando incuriosita. Occhi azzurri, profondi come il mare. Capelli biondi a caschetto. Il marchio di fabbrica di Kia. La piccola sembrava indecisa sul da farsi. Non aveva ancora toccato la tazza di latte caldo che le era stata porta. Si era messa a giocare col cucchiaino, invece di approfittarne. E in tutto il tempo che era passato, non aveva detto una parola. Aveva solamente tossito un paio di volte. Tutto qui. Jason chiuse gli occhi. Forse aveva veramente commesso un errore ad ospitare quei due a casa sua. Un errore grave, da cui non poteva tornare indietro, di cui non avrebbe potuto pentirsi. Perché aveva una parola sola. Non li avrebbe mandati via. Non subito, almeno. A quanto ne sapeva, la bambina si chiamava Kasumi, un nome che indica la nebbia, in giapponese. Poi il nulla. Non aveva alcuna altra informazione su di lei. Era arrivata coperta di stracci ma miracolosamente illesa. Neanche una ferita superficiale, nulla di nulla. Jake doveva averla protetta col suo corpo. Protetta da cosa, però? O da chi? Perché doveva esistere una causa scatenante. Forse Jake gliene avrebbe parlato. Forse no. Glielo avrebbe dovuto chiedere, al suo risveglio? Era davvero così necessario saperlo? O forse era meglio restare nell'ignoranza? Sospirò. In effetti, non sapeva come avrebbe dovuto agire. Non ne aveva la minima idea, mai avuti dei figli, mai parlato da adulto con dei bambini. Avrebbe potuto tentare di comunicare con lei. Certo, avrebbe potuto farlo. Ma ne era così convinto?
“Kasumi ha un carattere difficile, Jason. Non mi sorprende che non abbia ancora toccato la tazza.”
Si voltò. Jake era comparso come un'ombra alle sue spalle, senza far rumore, nel silenzio più totale. Le sue condizioni sembravano molto migliorate rispetto a tre ore prima. Ora camminava e parlava senza problemi. La sua guarigione aveva un che di miracoloso. Si rivolse alla sorella.
“Non è avvelenato. Puoi assaggiarlo senza problemi. Sono finiti quei tempi, Clemi.”
La bambina annuì, poi avvicinò con cautela il latte alle labbra e ne sorseggiò un poco. Convinta dell'effettiva sicurezza della bevanda, incominciò ad assaporarla lentamente. Jason osservò incuriosito la scena.
“Devi capirla. È diffidente verso gli sconosciuti. Le ho espressamente ordinato di non accettare nulla a meno che non sia io a dirle il contrario.”
“Vedo che ti sei ripreso.”
“Diciamo di sì. Almeno in apparenza questo è vero. In realtà il dolore mi sta uccidendo, ma lei non deve vedermi debole. Si fida solo di me. Io sono tutto quello che le è rimasto.”
“Non ti sembra il caso di spiegarmi una volta per tutte chi sei... e come hai fatto ad estrarre quel pugnale dal tuo avambraccio senza riportare segni troppo evidenti?”
Jake sospirò.
“Non sono né più né meno di quanto ti ho detto. Sono il secondo figlio di Saìl Takara e Kia Hibara. E mi chiamo Jake. Cos'altro vuoi sapere?”
“Ad esempio, chi ti ha ridotto in quello stato, e perché.”
“Non so quanto la tua mente sia pronta ad accettare questa verità.”
Si sedette accanto alla bambina, prima che Jason potesse ribattere.
“Puoi anche parlare, Clemi. Non devi più stare zitta. Scusa se mi sono dimenticato di dirtelo.”
Le labbra di Kasumi si aprirono.
“Posso davvero? Non devo più fare silenzio?”
“Siamo salvi ora. Puoi fare tutto il casino che vuoi... sempre che Jason te lo permetta. Se ti dice di stare in silenzio, fallo, ok? Fai quello che ti dice lui, come faresti quello che ti dico io.”
La piccola annuì.
“Va bene, Ezariel.”
“Da questo momento in avanti, seguirai ogni suo ordine che non vada ad intaccare la tua incolumità. Intesi?”
Un impercettibile cenno di assenso. Jason era visibilmente smarrito. C'era qualcosa di strano in quella scena, qualcosa di inquietante. Perché avrebbe dovuto ordinare loro qualcosa? Non aveva alcun senso, quel discorso. Non c'era ragione al mondo perché ne avesse. Aveva bisogno di spiegazioni. Forse anche di un tranquillante. Due tranquillanti. Sarebbe stata una buona idea, in effetti. Ma no, no! Era necessario capirci qualcosa, prima. In casi come quelli, non c'era niente di meglio di una domanda diretta.
“Volete spiegarmi cosa sta succedendo? Io ho promesso di ospitarvi, è vero, ma per essere certo di aver fatto la scelta giusta, esigo che uno di voi due mi racconti tutta la storia.”
Jake rimase in silenzio, come in attesa. Fu allora che Kasumi prese la parola.
“Mio papà è stato ucciso, signore. Il Regno è senza un Redentore. Volevano uccidere anche me e mio fratello. Però lui mi ha presa con sé e mi ha salvata, mi ha portata via. Ha fatto scudo col suo corpo, mi ha protetta. Poi siamo arrivati qui. E tu ci hai aperto la porta.”
Jason rimase allibito. Si chiese se quella bambina avesse veramente otto anni. Sembrava pienamente consapevole di ogni sua parola, di ogni termine utilizzato. Jake fece un appunto.
“Per la cronaca, il Regno è una branca distaccata – se così possiamo chiamarla – del tuo oltretomba. Postaccio lugubre. Un mortorio, se preferisci. Ad ogni modo, ha una struttura complessa. È retto da un Redentore, colui che guida le anime verso la salvezza. Negli ultimi tempi, il Redentore si è trasformato in Imperatore – sai com'è, alla fine la brama di potere può fare anche questo – e come penso tu abbia capito, l'ingranaggio si è spezzato.”
Jason era pallido come un cencio.
“Quindi mi stai dicendo che voi due siete... siete morti? Cioè, fatemi capire... siete tornati dall'oltretomba?”
Jake rise.
“Sì e no. Indubbiamente, da un certo punto di vista siamo revenant. In sostanza... siamo nati morti, se così si può dire. È il motivo per cui nessuno dovrebbe poter uscire dal Regno, perché conserva ancora un corpo capace di espletare praticamente tutte le funzioni vitali. Purtroppo esistono delle possibilità di oltrepassare la soglia – ahimè, mio padre è stato un precursore, a questo proposito – e può capitare che un... ospite del Regno possa avere dei figli. Figli umani. Figli vivi. Ma allo stesso tempo morti. Condividono entrambe le nature. Vita e morte in un corpo fragile. Un guscio in cui convivono un'anima e la consapevolezza che quell'anima è già trapassata. Io e Kasumi... siamo vivi nel corpo ma la nostra anima è trapassata al momento della nostra nascita. In buona sostanza, siamo cadaveri che camminano, respirano, parlano e vivono. Però sono morti dentro.”
“Non avete l'aria di essere zombie.”
“Infatti non lo siamo. Però io so già che qualunque cosa io faccia, la mia anima è destinata al Regno. Non ho alternative. Potrei diventare un filantropo umanitario oppure un feroce assassino, ma il risultato sarebbe sempre lo stesso. E così Kasumi. E questo mi fa male, Jason. Non tanto per me, io devo già rispondere di molte delle mie azioni, ma per lei. Lei è innocente, non merita questa fine... però non posso fare nulla per evitarlo. È frustrante, sai?”
Jason sembrava uno spettro. Se qualcuno avesse potuto osservare la scena dall'esterno, avrebbe giurato che il morto fosse lui, non i due ragazzi tranquilli con cui stava parlando. Dominò le sue sensazioni e fu finalmente in grado di rispondere.
“Tu mi stai chiedendo di credere a tutto questo? Di rinnegare la mia religione per accettare la tua verità?”
Scosse la testa.
“No, ti sto solo chiedendo di ospitarci. Voglio che Kasumi viva una vita più normale possibile, che possa divertirsi con i suoi coetanei, che non venga addestrata alle armi, addestrata ad uccidere, come invece è successo a me. Io non ho potuto godere della mia infanzia. L'ho persa, Jason. E la rimpiango. Non voglio che lei soffra come me. Se è vero che le nostre anime sono condannate, almeno voglio poter vivere come si deve fino alla fine, così da non avere rimpianti. Questa è la mia richiesta.”
Jason lo guardò negli occhi, dubbioso.
“Devo pensarci. Quanto tempo ho a disposizione per farlo?”
“Direi due giorni, il tempo di rimarginare alcune delle ferite più gravi. Dopo, se non vorrai, ce ne andremo. Troveremo un'altra soluzione. Però devi rispondermi.”
“Mi chiedi molto. Non è una scelta facile.”
“No, non lo è. Ma è una scelta. E credimi, sei fortunato: almeno tu hai la possibilità di decidere.”
IntERLudiO II – Le PoRTe DelLa pERceZiOne
Le guglie della Sagrada Familia non erano molto cambiate dalla sua ultima visita, dieci anni prima. Quasi identiche, qualche aggiunta qua e là, a testimoniare l'avanzamento dei lavori per la costruzione dell'opera più maestosa mai concepita da un singolo uomo. No, il luogo era praticamente lo stesso. Era lui ad essere cambiato. Ma aveva senso parlare di lui? Forse no. In fondo, l'aspetto, il guscio esterno, non era altro che un contenitore di coscienza, di esperienze, frasi e immagini. Poteva decidere un qualunque genere. Non era vincolato a definire la sua mente in un unico modo. Un insieme talmente eterogeneo da risultare spaventoso, in qualche modo. Il tutto racchiuso in un aspetto tremendamente ordinario. Un ragazzo di vent'anni – o erano trenta? – con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Mediamente alto, costituzione intermedia. Né grasso né magro. Esteriormente, era pressoché identico a quando il suo corpo era emerso dal nulla, forgiato dal niente, come scatola per riunire una quantità impressionante di informazioni, in continuo aumento. Raccoglieva ogni singolo input esterno, lo rielaborava, lo faceva suo. Ed era vicino alla conoscenza assoluta. Abbastanza vicino. Spaventosamente lontano. Voleva sapere perché un Artefice. Questo sì. Ed era consapevole di aver diritto ad una risposta. Perché quella macchina aveva creato tutto ciò che scorreva davanti ai suoi occhi? Quale istinto, quale ragione poteva averla guidata verso quella decisione. Perché qualcuno doveva aver deciso. Forse non la macchina, intendiamoci. Chi l'aveva inviata doveva avere un disegno preciso in mente. Ma a che scopo? Per quale motivo ne erano stati costruiti due? Sì, esatto, due. Due Artefici, non uno solo. Uno sulla Terra, l'altro chissà. Il flusso di informazioni contenuto nelle tenebre del Regno non conteneva risposte. Solamente altre domande. Allora era tornato in superficie. Per completare il suo percorso. Si sintonizzò sulle frequenze da cui aveva attinto per anni. Lo spread tra i titoli spagnoli e... Terremoto con conseguente tsunami... La fine del mondo sarà veramente il ventun... Spense il collegamento. Nulla di rilevante. Nulla che potesse portarlo ad una risposta. Portò una mano alla tasca ed estrasse una foto. Una ragazza di vent'anni circa. Sorridente. Capelli rossi, occhi verdi, pelle candida, un po' di lentiggini. Abbracciata a qualcuno. Un qualcuno che conosceva bene. Gli stessi capelli biondi. Gli stessi occhi di ghiaccio. La sua immagine. Abbracciata alla giovane. Davanti alla Sagrada Familia. Però un anno prima. La foto recava una data sul retro. Per questo ne era sicuro. L'aveva trovata sul banco di un fotografo ambulante e l'aveva comprata per una decina di euro. Chiunque fossero i soggetti ritratti, dovevano avere qualche legame con il suo io. Avrebbe dovuto trovarli. Entrambi. Prima la ragazza. Era più interessato a lei, in effetti. Aveva molte più informazioni. Irèn Isabella Juanez Castillo. La bambina sopravvissuta ad Azrael. Sì, era più interessante del biondo. Ed era bella. Dopo molto tempo aveva finalmente compreso il significato di quella parola. Ciò che creava in lui qualcosa non classificabile come informazione, qualcosa che lo spronava ad andare avanti. Questo era bello. E lei lo era. Oh, se lo era. E l'altro? L'altro era interessante. Era praticamente identico a lui. E sicuramente era legato ad Azrael, in qualche modo. Sottili fili di informazione avevano raggiunto il nucleo dei suoi ragionamenti, confermando queste ipotesi. In un modo o nell'altro.
“Scusi, signore.”
I recettori dell'io interiore lo invitarono a voltarsi. Un uomo. Mezza età, dove mezza significava circa cinquant'anni, nei suoi standard. Il flusso di coscienza della creatura di fronte a lui si manifestò in un fiume di energia invisibile che attraversava il suo corpo. Entro venti secondi avrebbe saputo tutto di quell'essere insignificante. Commissario Corrado Allente. Poliziotto. Di stanza a Barcellona. Ha lavorato al caso Azrael nell'ultimo anno, dopo la scomparsa di Hierro. Non ha cavato un ragno dal buco. Stava passeggiando fino a dieci minuti fa, poi mi ha visto. Mi ha scambiato per il tizio della foto, quello vicino alla ragazza. Non si ricorda il mio nome. No, non è vero. Lo sa, ma non riesce a ritrovarlo nei cassetti della sua memoria. Lo estraggo. Okay. Ora sono Alec Aiample, per questo dialogo. Se me lo chiede, devo rispondere così. Simulare cordialità. Io – Alec – lo conosce. Lo ha visto almeno una volta, il giorno della foto. Devo simulare un minimo di cordialità.
“Commissario Allente. Come va?”
L'uomo sorrise sotto i folti baffi neri.
“Vedo che si ricorda di me. Come sta la signorina Castillo? Non ho più avuto sue notizie.”
Risposte generiche, senza dare appigli o agganci. Io so tutto quello che sa anche lui.
“Diciamo che è tutto ok. Lei è rimasta a casa.”
Passare al contrattacco per conoscere.
“E lei? Come procedono le sue indagini su Azrael?”
Immagini. Un flusso di coscienza raggiunge la sua mente. Richiama tutto ciò che sa. Vedo finalmente il volto di Azrael, un identikit tracciato a matita su un foglio di carta. E mi ci riconosco. Il mio io ha all'incirca lo stesso aspetto. Quindi io sono Azrael. Oppure lo è questo Alec. Non ho ancora informazioni precise, devo lavorare ancora un po'.
“Nulla di fatto. La signorina Irèn mi ha spesso pregato di scoprire chi fosse l'assassino dei suoi genitori, ma non ho uno straccio di indizio. Hierro ha riaperto il caso senza aver raccolto ulteriori prove. Me ne chiedo il motivo, in tutta franchezza.”
Genitori morti. Uccisi da Azrael. Ma Azrael è Alec. Quindi Alec le ha sterminato la famiglia. Però lei sta con lui. Stanno insieme. Sindrome di Stoccolma. Fenomeno più probabile. Lei lo saprà? Non c'è dubbio. L'identikit è opera sua.
“Allora buona fortuna. Io ho alcune commissioni urgenti da sbrigare.”
Il commissario lo salutò educatamente.
“Mi saluti Irèn, allora. Arrivederci.”
“Non mancherò.”
Mi sposto, così sono coerente con quanto detto. Mi allontano abbastanza. Penso. Devo pensare. Ricollegare tutto. Tutte le informazioni. Costruire il quadro, pezzo dopo pezzo. Io sono lui – Alec. Alec è Azrael. Non ho dubbi. Nessun umano può essersene accorto. Io ho canali che prescindono l'elaborazione di singolo pensiero. Azrael ha ucciso i genitori di Irèn, dieci anni fa. Irèn è la sua ragazza. Lei sta con l'assassino di sua madre. Questo non ha senso. Io non riesco a capacitarmene. Non posso essere un simile mostro. Aveva acquisito anche la morale, tra gli altri precetti e le informazioni sul mondo. E questo non gli piaceva per niente. Non doveva giudicare, solo acquisire altra conoscenza. Però in quel caso... come avrebbe dovuto reagire? Cercò un bagno pubblico, un bagno con uno specchio. Voleva prendere visione di sé, del suo io esterno. Voleva acquisire dati e correlarli con le immagini di Azrael. Voleva essere sicuro di non sbagliarsi. Poteva anche assimilare il flusso di coscienza di qualunque altro essere e confrontare le immagini stampate sulla sua retina con l'identikit. Si convinse della necessità di uno specchio, senza un particolare motivo. Trovò un bagno pubblico, deserto. Entrò. Non c'era nessuno. Le luci erano spente. Meglio così. Cercò un lavandino e osservò la propria immagine riflessa. E si rese conto di non essere diverso dal disegno, nemmeno per un particolare. Non intendeva elementi visibili ad occhio nudo, intendeva i pensieri e le immagini racchiuse dal disegnatore in quel foglio stropicciato. Io non sono quella creatura. Io sono un altra concezione di essere. Prese il coltellino svizzero dalla tasca e snudò la lama. Il suo volto, in un modo o nell'altro, sarebbe cambiato. In bene o in male. L'importante era modificarlo. Con qualsiasi mezzo. Sorrise, prima di avvicinare l'oggetto alla fronte. Sì, aveva imparato anche a sorridere. Quando aveva bisogno di forza, se aveva bisogno di forza. Un movimento impercettibile delle labbra. Poi le palpebre si chiudono.
Il dolore non è nulla, se le porte della consapevolezza sono state aperte.
aTtO II – Il dUbbIo
Kasumi ripose la tazza vuota nel lavandino e la ripulì con un filo d'acqua. Jason non poté fare a meno di notare come mostrasse una maturità ed una consapevolezza molto maggiore di quanto ci si aspetterebbe da una bambina di otto anni. Era come se la coscienza e la conoscenza di Kia fossero trasmigrate in lei, permettendole di raggiungere uno stadio superiore a quello che la natura aveva previsto. Scosse la testa. No, non stava in piedi. Era solo una bimbetta più sveglia della media. Tutto qui. Non era il caso di chiamare in causa il paranormale, per una cosa del genere. L'anima... esisteva veramente un'anima? Prima aveva barato. Jason si era gradualmente convertito all'ateismo nel corso della sua vita, dopo una prima fase da fervente cattolico. L'avvento dell'informatica, dei computer, dell'elettronica lo avevano portato a rigettare l'esistenza di un essere superiore. Una volta laureato in ingegneria, aveva deciso che non valeva la pena di occuparsi di questioni puramente metafisiche. Non avrebbe dovuto rinnegare un accidenti di nulla per accettare le parole di Jake come vere. Però, a ben pensarci, la sua ostinata negazione dell'esistenza di un mondo oltre la vita era stata messa fortemente in discussione più volte. Per esempio, Ayumi non era svanita del tutto. Secondo le sue posizioni, avrebbe dovuto pensarla come scomparsa nel nulla dell'oltremorte, ma psicologicamente non riusciva a conciliarsi con questa visione, una visione che aveva sostenuto con decisione fino a quello stramaledetto incidente. Ora, Jake era comparso dal nulla, professando l'esistenza di un Regno, di un oltremondo, minando alle basi le sue più radicate convinzioni.
“Lascia stare, Kasumi. Faccio io.”
La bambina si bloccò immediatamente. Jason si alzò e raggiunse il lavabo.
“Grazie, signore.”
L'uomo sorrise.
“Sei molto diligente. Tua madre ti ha educato bene.”
“Mio fratello, signore. È stato lui a tirarmi su. Mia madre è morta quando avevo quattro anni. È stata uccisa per ordine di mio padre.”
Rabbrividì.
“Stai dicendo sul serio?”
“Mio padre è un mostro, signore. Anzi, era un mostro. È morto anche lui. Per la seconda volta. E spero ultima.”
“Raccontami un po'. Sono curioso. E non chiamarmi signore. Io sono tuo zio.”
La bambina annuì.
“Da dove vuoi che cominci?”
“Dall'inizio. Tutto quello che puoi raccontarmi sulla vostra fuga.”
“Va bene.”
Fece un profondo respiro.
“Mio padre è Saìl Takara, meglio conosciuto come Saìl Derakines o dueanime. Affetto da doppia personalità e disturbo bipolare. Col tempo, è riuscito a controllare queste patologie, non chiedermi come, e a mettere in contatto le due persone diverse che convivono in lui. Mia madre deve essersi innamorata di una delle due parti di Saìl, quella gentile e di buon cuore, il padre che ho amato.”
Jason si chiese se la bambina stesse recitando a pappagallo o fosse veramente consapevole di ciò che stava dicendo. Decise che sarebbe stato meglio non saperlo, per il momento.
“Continua pure.”
“Mio papà non alternava di frequente le due personalità. Per un lungo periodo, quella gentile ha prevalso. Poi è stato il turno di quella ossessionata dal potere e dall'immortalità. La mamma ha sofferto tanto. Jake me lo ha raccontato, mi ha spiegato tutto. Però anche lui era cattivo, prima. Seguiva tutti gli ordini di Saìl. Però una volta l'ho sentito dire no. Mi sono spaventata. Nessuno si era mai opposto a Saìl. E questo è successo a giugno di quest'anno. Jake è cambiato, te lo giuro. È diventato un'altra persona. Con me è sempre stato gentile, ma da sei mesi a questa parte è cambiato completamente. Deve aver subito un forte shock.”
“Poi cos'è accaduto?”
“Jake mi ha promesso che mi avrebbe portato fuori, nel mondo vivo, dalle persone. Mi ha sorriso dolcemente, per la prima volta. E poi... è successo tutto molto in fretta. Ispirati dalla disobbedienza di Jake, molte anime si sono coalizzate e hanno ucciso Saìl a tradimento, chiedendo a gran voce che Jake lo sostituisse. Lui ha rifiutato, mi ha portato via veramente, è fuggito mentre lo colpivano, lo ferivano. Lui non poteva difendersi, stava già proteggendo me. E poi siamo arrivati qua.”
“Ah.”
Doveva credere a quella storia? Ad essere sincero con sé stesso... Kasumi era inquietante. Forse più di suo fratello. I suoi ragionamenti, le sue conclusioni... era tutto così strano. Soprannaturale. O, semplicemente, non spiegabile senza presupporre l'esistenza di qualcos'altro, oltre a ciò che i sensi potevano cogliere.
“Vorrei essere in grado anch'io di dire di no, ma non ci riesco. Non posso oppormi ad un ordine.”
“No? Vuoi dirmi che se io ti imponessi di fare qualcosa di assurdo, tu cercheresti di farlo?”
“Purtroppo è la mia natura. Sono nata così. E non posso fare altro che convivere con questo peso.”
Kasumi si adagiò sul divano. Sbadigliò in modo pronunciato.
“Ho sonno. Hai un letto in più?”
“Puoi dormire nel mio. Io mi accontento del divano. Per tuo fratello ho già attrezzato una branda. Sta riposando ora.”
“Grazie, zio Jason.”
Non fece in tempo a finire la frase. Si addormentò sul divano biascicando le ultime parole. Jason la coprì con un piumone, poi si sedette accanto a lei. Cosa poteva fare? Cosa doveva fare? Non era una scelta facile. Doveva decidere se credere o meno alle parole dei due. Credere all'esistenza del Regno. Credere nell'Ombra. Se li avesse ospitati, cosa sarebbe successo? In fondo, casa sua era particolarmente vuota da quando era mancata Ayumi. Entrambi avevano desiderato dei figli. Ed erano quasi riusciti ad averne uno. Ma lei non aveva avuto il tempo di partorirlo. Colmare quel vuoto, quella solitudine... forse era questa l'occasione giusta. Trovare qualcuno per cui valesse la pena lavorare, sacrificare la propria giornata, sapendo di trovare comprensione e affetto tra le mura domestiche. Di questo avrebbe avuto bisogno. Il collo della bottiglia era diventato particolarmente invitante negli ultimi tempi. Forse avrebbe potuto farne a meno. Osservò lo scricciolo innocente che giaceva addormentato al suo fianco. Per lei, Jake aveva seriamente rischiato la vita. Ma chi o cos'era esattamente Jake? C'era qualcosa nella sua divisa... qualche particolare che non gli tornava. Aveva già visto quel volto, da qualche parte. No, non era un riferimento a Saìl. Rifletti, rifletti... sei mesi prima... alla televisione. Un volto simile al suo, non troppo diverso... ma era disegnato. Un ritratto? No, no, non era una notizia culturale. Era cronaca. Cronaca nera. Rifletti, rifletti... dove l'ho già visto? Un disegno... cronaca nera... un identikit. Bene. Sì, era indubbiamente un identikit. Ma di chi? L'aveva sorpreso una bambina mentre... no, anzi dopo aver fatto qualcosa. Ma cosa? Focalizzò l'attenzione sui particolari. Non era facile ricostruire un frammento di memoria casuale celato nei meandri della mente.
“Va bene, Ezariel.”
Kasumi aveva pronunciato queste parole, lo aveva chiamato così. Ezariel. Ezariel... Un altro tassello. E il puzzle si completò da solo. Il passo fu breve. L'associazione tra Ezariel ed Azrael fu quasi istantanea. Quella tra Jake e uno dei più brutali serial killer della storia recente un po' meno. Potevano essere veramente la stessa persona? Il feroce assassino di Barcellona, fermato da una bambina di otto anni, era il misterioso ragazzo dai modi gentili piombato a casa sua quella notte? Glielo avrebbe dovuto chiedere. Doveva ottenere una risposta sincera. Non poteva aiutare un criminale latitante. Era contro la sua morale. Kasumi avrebbe potuto tenerla con sé, in tal caso. Jake avrebbe dovuto trovare un'altra sistemazione.
“Non scervellarti troppo a ricordare dove mi hai già visto. Posso risponderti quando vuoi.”
Jake era in piedi alle sue spalle.
“Dovresti imparare a ragionare mentalmente e a non alzare la voce. Ho sentito tutto dall'altra stanza.”
Jason lo guardò dritto negli occhi.
“Voglio la verità.”
“Ne hai tutto il diritto.”
Inspirò profondamente.
“Prima di giudicarmi, per favore, attendi la fine del racconto. Forse in questo modo comprenderai il significato delle mie azioni. È una storia molto lunga.”
L'uomo assunse una posizione più comoda.
“Inizia pure. Non ho fretta.”
IntErVallo - IncONtRi
La strada era deserta, come ogni sera. Non era una novità, casa sua era piuttosto defilata rispetto al centro urbano. Non transitavano molti veicoli e quei pochi che sfidavano le tenebre con il sinistro luccichio dei fari appartenevano ad abitanti della zona. Kaori sbadigliò. Da quando aveva preso la patente, non era cambiato assolutamente nulla. Aveva imparato a non rovinare le fiancate parcheggiando, quello sì... però non molto di più. Il tragitto tra l'università e casa sua non era quello che si diceva un percorso emozionante. Quasi dritto, poche svolte ben segnalate. Semplice, semplice. C'era un unico problema: in quella stagione era dannatamente buio. Accendeva ritmicamente gli abbaglianti, in modo da segnalare il suo arrivo ad eventuali veicoli in transito. Nessuna emozione, nessun imprevisto. Poteva permettersi di guidare meccanicamente, senza pensare. Era libera di ripercorrere mentalmente le immagini della giornata, gli scherzi con le amiche, i discorsi piccanti sugli ultimi sviluppi di alcune love story, gli ultimi episodi dei suoi shojo1 preferiti. La solita routine, nulla di nuovo. Era stata lasciata dal suo ragazzo solo tre settimane prima. Avevano litigato per motivi estremamente futili, poi lui l'aveva scaricata, senza pensarci due volte. Così, Kaori Kato era di nuovo single. Sospirò. Non era ancora riuscita a stringere una relazione che durasse più di un anno. Erano tempi difficili quelli. Molti ragazzi puntavano a lei solamente per una serata di divertimento. Un atteggiamento infantile. Non avrebbe mai assecondato tipi del genere solo per poter dire di essere fidanzata. Certo non era il caso di... Sussultò. Qualcosa sulla strada. I suoi pensieri si dissolsero. Qualcosa, qualcosa di indefinito. Una sagoma scura. Abbagliò due volte, in rapida successione. Una persona. Accasciata. Frenò, frenò bruscamente per non investirla. La macchina si fermò a meno di dieci metri dalla figura. Si slacciò la cintura di sicurezza, aprì la portiera e scese dal veicolo. Un ragazzo svenuto era praticamente sdraiato sull'asfalto. Respirava ritmicamente, senza evidenti problemi. Sembrava che stesse dormendo. Kaori accese la torcia portatile e la puntò su di lui. Tratti vagamente orientali – occhi molto stretti – ma viso chiaramente occidentale. Capelli biondi. Circa venticinque anni, forse meno. Vestito in modo strano. Molto strano. Sembrava indossasse una corazza... o qualcosa del genere. Forse stava tornando da un raduno di cosplayers2 e si era sentito male... ma se ce ne fosse stato uno, lei l'avrebbe saputo. In fondo, passava metà del suo tempo libero a Shibuya e il cosplay era uno dei suoi hobby più divertenti. Inoltre... non le sembrava di aver mai visto nulla del genere. Le protezioni non erano in plastica o qualche altra lega leggera. Erano realistiche, forse troppo. Sembravano vere. Gli puntò la torcia al volto, cercando di focalizzare qualche altro dettaglio. Lo sconosciuto si mosse. Un lieve tremito, un movimento impercettibile delle palpebre. Kaori arretrò con prudenza, continuando a puntare la torcia verso di lui. Il ragazzo aprì gli occhi. Un sospiro di sollievo.
“Ehi! Tutto a posto? Va tutto bene?”
Non rispose. Si limitò ad osservarla e a muovere la testa. Forse non mi capisce. Maledizione! Sono una frana in lingue straniere! Provò ad esprimersi in un inglese molto stentato.
“Va bene? Tutto ok?”
Lo sconosciuto sembrò capire quelle parole. Annuì, poi si sedette.
“Sto bene.”
Il suo inglese era quasi perfetto – forse era madrelingua, chi poteva dirlo? Di certo, non era giapponese.
“Chi sei?”
Si guardò attorno, come smarrito. Le luci fioche dei lampioni sembrarono risvegliare in lui qualcosa. Alzò gli occhi al cielo e vide le stelle, le ammirò come se fosse stata la prima volta.
“Dove sono?”
“Non hai risposto alla mia domanda!”
“Se rispondi alla mia, ti renderò il favore.”
La ragazza annuì.
“Sei su una strada... non importante.”
Non era facile per lei esprimersi in quell'idioma così diverso dal suo.
“Dove, esattamente?”
“Vicino a Tokyo.”
Sorrise debolmente.
“Fuori dal Regno?”
“Regno? Di cosa parli?”
Si alzò in piedi.
“Io mi chiamo Hiro. Hiro Takara. La mia presenza qui è un puro caso. Mi bastava... allontanarmi. Dovevo... farcela.”
Fu questione di un attimo. Improvvisamente, perse di nuovo i sensi e cadde a terra. Kaori riuscì solo ad attutire l'impatto col terreno.
“Ehi?! Mi senti? Ehi! Tutto a posto?!”
Nessuna risposta. Lo sdraiò sull'asfalto, poi si sedette accanto a lui. Cosa doveva fare? Aveva appena incontrato un tizio mai visto prima, in chiaro stato confusionale ma in buone condizioni fisiche. Avrebbe dovuto chiamare un ambulanza? Forse era davvero il caso... ma come, visto che non aveva un cellulare? Costavano troppo, non poteva ancora permettersene uno. Nessun altro sarebbe passato di lì, fino alla mattina successiva. Sospirò. L'unica possibilità era portarlo a casa sua e chiamare i soccorsi da lì. Lo afferrò per le braccia e lo trascinò fino alla sua macchina. Aprì la portiera, poi tentò di caricarlo sul sedile posteriore. Non era per niente semplice, pesava parecchio. Lentamente, poco alla volta, riuscì a posizionarlo all'interno del veicolo. Bene o male, ce l'aveva fatta. Si tamponò la fronte con un fazzoletto. Aveva sudato parecchio per portare a termine l'operazione. In fondo, lei era solo una ragazza di vent'anni, non un palestrato tutto muscoli abituato a sollevare bilancieri da oltre cento chili. Chiuse la portiera e salì a bordo. Non c'era tempo da perdere. Casa sua era vicina... ma non così vicina, dopotutto. Era meglio sbrigarsi. In sere come il ventuno dicembre non è bene stare fuori fino a tardi.
INtErludIo III – cIcaTRiCI
Non era difficile trovare informazioni su Alec Aimple. No, proprio no. Sembrava che ogni abitante della città ne serbasse un qualche ricordo, positivo o negativo. E mentre la memoria estraeva quelle sensazioni dai suoi cassetti, il flusso di informazione raggiungeva i suoi sensi, consentendogli di ricostruire un quadro abbastanza preciso della situazione. Per Irèn era stato diverso. Molte persone si ricordavano di lei, a Barcellona, la ritraevano come una bambina innocente. Poi aveva cambiato nome, in base al programma di protezione dei testimoni. Erin Johannson. Così si chiamava ora. Si era trasferita in America dopo la morte dei genitori. E viveva nella stessa città. Sì, per lei era stato diverso. Dai ricordi delle sue coetanee era emerso un quadro contrastante. C'era chi la considerava un modello da seguire, chi una novella Pretty Woman, chi un'arrampicatrice sociale senza scrupoli, chi semplicemente una vacca. I maschi la pensavano in modo diverso. Si era divertito particolarmente a constatare come la maggior parte di loro avesse fantasie proibite sulla ragazza, di una varietà tale da sconvolgere uno statista medio. Un quadro contorto, un puzzle a cui mancavano molti pezzi. Per Alec era stato molto più semplice. Genio nelle materie scientifiche, futuro progettista di androidi, carattere glaciale, poco aperto. Pochi amici fidati. Figlio di un noto industriale nel campo della robotica. Una buona parte dei suoi coetanei preferiva non avere a che fare con lui. Poi si era messo con Irèn. Il suo carattere sembrava essere migliorato dopo quell'avvenimento. Ma lui era anche Azrael. Quindi c'era qualcosa che non andava. Vittima e carnefice abbracciati. Che scena straziante. Non riusciva a giustificarla, secondo i canoni della morale umana, la morale che, nonostante i suoi sforzi, aveva assimilato e reso propria. Si muoveva per Ahrlem, con il volto semicoperto da un cappello a tesa larga. Voleva parlare di persona con Azrael. Voleva chiarire il motivo della sua comparsa, il motivo per cui un guscio vuoto di tenebra poteva permettersi di deambulare in cerca di informazioni. Azrael doveva saperlo.
Un macabro filo rosso collegava le loro esistenze. Era come se quella notte Azrael fosse morto. Non fisicamente, intendiamoci. Non c'era un modo semplice per definire la sua concezione di morto. Non conosceva un numero di vocaboli sufficientemente elevato da poter esprimere quel concetto. Il dramma non era nulla, se paragonato all'impossibilità di definire e spiegare l'Artefice. Una macchina, arrivata dal nulla. Qualcuno doveva pur averla costruita. Con uno scopo ben preciso. Uno scopo che non poteva essere solo creare altra vita. Non avrebbe avuto senso. Nessuno, assolutamente nessuno. All'improvviso, Alec e Irèn divennero spettri lontani, a cui tornare con calma in un momento successivo. L'Artefice aveva la priorità assoluta, nella sua brama di conoscere. Poteva essere una sorta di... esperimento. Un esperimento di una società più evoluta. Ehi, guardate come siamo stati bravi! Abbiamo creato la vita! Sì, certo. Era plausibile. Ma come avrebbero potuto controllare l'esito dell'esperimento? Doveva aver viaggiato per milioni di anni, i suoi costruttori avrebbero dovuto essere morti da tempo, ragionando in termini terrestri. Quindi l'ipotesi iniziale non reggeva più. Se fossero stati eterni, invece? Certo, avrebbe avuto più senso ma, non avendo alcuna esperienza di eternità, tendeva a non dar peso a quell'ipotesi. A che velocità aveva viaggiato, l'Artefice? Secondo Giano di Ganno, era partito dal centro della Galassia. Viaggiando a velocità sufficientemente elevate, avrebbe impiegato circa un milione di anni a raggiungere il suo obiettivo. Un progetto a lungo termine. Maestoso, sotto un certo punto di vista. Incomprensibile, se analizzato con precisione. Decise che non era il momento di dedicarsi a quel problema. La sua brama di conoscenza era allettata da un altro obiettivo, in quel momento. Voleva sapere. Voleva capire. Capire il perché, il perché della sua comparsa, il motivo del suo vagare. E una volta capito, assimilarlo, farlo suo. Poi conoscere, conoscere ancora. Senza fermarsi. Assorbire. Un vortice, un eterno ciclone, che attira tutto verso di sé. Coscienza, frasi spezzate, frammenti di pensiero. Tutto e niente. Il suo io fu colpito da un immagine. Tre figure in avvicinamento, tre persone. Due ragazze, un ragazzo. Circa vent'anni di età. Una delle due aveva capelli castani tendenti al rossiccio, molto lunghi. L'altra, capelli azzurri, sottili come fili. Chiuse gli occhi e si lasciò attraversare dal loro flusso di informazioni. Rika Hyuhi, vent'anni. Genitori divorziati, una ferita aperta. Il padre è tornato dopo dieci anni e le ha procurato uno shock. Intrattabile. Paul Byle, ventun anni. Tendenza all'isolamento. Crede di essere l'unico a capirsi. Prova qualcosa per la seconda ragazza. Ora assimilo anche il suo flusso. Lea Kras'ilič, ventun anni. Indole amichevole, pensieri liberi. È un robot. Una macchina. Una macchina? Si bloccò. Non era concepibile. Analizzò nuovamente le informazioni in suo possesso. Una macchina, ma prova sentimenti. Un'anima imprigionata in un groviglio di cavi. Sembra essere attratta dal ragazzo di prima. Aveva imparato qualcosa di nuovo. L'attrazione tra due esseri non era strettamente legata alla sostanza di cui erano costituiti. Non era molto, ma era abbastanza. Non aveva bisogno di altro, per il momento. Aveva conosciuto abbastanza. No, un momento. Un filo di informazione scollegato, quasi irrilevante, nei ricordi dell'uomo. Una leggenda, un racconto. Parla di silicio, di un pianeta diverso, di creature microscopiche. Il Secondo. Il racconto è legato al Secondo. Non poteva fare a meno di assimilarlo. Non poteva. Fece sue anche quelle poche immagini, le esaminò avidamente, le catalogò. Aveva una traccia, una traccia in più. Il Secondo era andato via, aveva costruito vita lontano. Interessante, molto interessante. Ma non al momento, no. Non doveva lasciarsi coinvolgere. Non era lì per dipanare il mistero dell'esistenza, solo quello della sua vita, della sua presenza. E l'unico che poteva dargli una risposta era Azrael. Svoltò a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Il flusso di pensieri lo guidava senza indugio alla sua meta. Destra, sinistra, dritto, dritto, poi ancora destra. Aveva escluso ogni altro contributo, per fare prima. La sua mente era sintonizzata sul nome di Alec Aiample. Ogni frase, ogni parola, ogni citazione veniva focalizzata, analizzata, assimilata, assorbita, rielaborata ed utilizzata. Dritto, dritto. Vedrai un giardino. Entraci. È una villa. Il numero di vocaboli a sua disposizione era ancora spaventosamente limitato, ma non era importante. Il suo io avrebbe capito lo stesso. Fai due passi, apri il cancelletto, segui il selciato. D'altronde era padrone del significato globale, dell'essenza di ogni cosa. Il significante poteva venire in un secondo momento. Ecco un portone. C'è un pulsante. Premilo. Sentirai un suono. Lo squillo del campanello. Assimilò anche quello. Era la prima volta che ne sentiva uno, non aveva mai suonato alla porta, né capiva il motivo di quel gesto. Ma sapeva di doverlo fare. Ora aspetta. Qualcuno aprirà. Forse non sarà lui, ma dovrai fare in modo di incontrarlo.
“Sì? Chi è?”
Già, chi era? Non lo sapeva, in effetti. Non se l'era mai chiesto. Non si era nemmeno dato un nome, alla fine. Neanche quello. Aveva rimandato, sempre rimandato. Era quello il momento? No, non ancora. E allora? Cosa rispondere? L'epifania. Ad un tratto fu tutto chiarissimo.
“Sto cercando Azrael.”
La porta si aprì di scatto. Un ragazzo biondo con gli occhi azzurri si era affacciato sull'uscio. Sorrise. Alla fine l'aveva trovato. Era impossibile sbagliarsi. Era lui. Tutto concordava. Tutto. Ogni singolo atomo del suo corpo, ogni informazione raccolta si era palesata in lui. Non poteva essersi sbagliato. Tutto concordava.
“Sto cercando Azrael.”
Alec sembrò annoiato da quella risposta. Squadrò l'individuo da testa a piedi. Era circa alto come lui, stessa corporatura. Non riusciva a vedere il suo volto, dal naso in su. Era celato da un cappello a tesa larga. Capelli biondi, piuttosto corti, vicino al naso, il termine di una cicatrice. Non riusciva a capire dove avesse l'origine della ferita. Un tipo strano, indubbiamente. Forse preoccupante. Forse solo un invasato. Nulla di più probabile. Doveva liquidarlo. E in fretta. Aveva altro da fare.
“Secondo me hai sbagliato indirizzo.”
Modo di fare naturale. Niente di particolare, non tradì nessuna emozione. Ma lui non poteva essersi sbagliato. Allora doveva dirglielo.
“Non ho sbagliato. Cercavo te.”
Si tolse il cappello, mostrando il suo viso sfregiato. Alec lo osservò inorridito.
“Cosa si prova a trovarsi faccia a faccia con sé stessi?”
AttO III – RiCOrdI
Jason si accomodò sul divano, vicino a Kasumi. Non era difficile capire che quel racconto sarebbe andato per le lunghe. Osservò i candelabri spenti, accanto alla foto di Ayumi. Sembrava che anche lei stesse ascoltando, anche lei voleva sapere. Li avevano accolti assieme, non era stata solo una sua decisione. Era giusto che anche lei fosse informata, che anche lei sapesse. Così avrebbe smesso di tormentarlo, con quel suo sguardo inquisitore. Tormentarlo per il suo errore, per aver premuto troppo quel dannato acceleratore, per non aver visto l'altra macchina arrivare. No, non era né il luogo né il momento per rimpianti di quel genere. La neve scendeva lentamente, fuori dalle finestre. Un alone bianco, etereo e scintillante, che brillava alla luce della Luna, permeando le tenebre con la sua essenza indefinita. Il vento disperdeva quei granuli di vita condensata e li portava con sé, creando vortici e turbini, giocando con loro, illuminando il buio fermo di moto perpetuo. Il calore del camino era un incentivo sufficiente a rimanere in casa ed osservare quello spettacolo dall'interno.
“Non ho impegni. Raccontami tutto con calma.”
Ravvivò la fiamma con l'attizzatoio, smuovendo un po' i ciocchi appisolati su quel letto ardente. Il ragazzo respirò profondamente.
“Non è semplice, proprio per niente. Fino a poco tempo fa, non avrei mai pensato di poter giudicare le mie azioni. Non ne sarei stato in grado. Non fino a quella notte, quella notte di sei mesi fa.”
Jason si fermò per un attimo. Sei mesi. Un'altra macabra coincidenza. Sei mesi prima, Azrael aveva mietuto le sue ultime vittime. Decise di lasciar correre, di ascoltare il resto della storia. D'altronde, lo aveva promesso.
“Non userò troppi giri di parole. Io sono un assassino. Ho ucciso almeno ventidue persone negli ultimi due anni. Non ho mai avuto rimorsi né sensi di colpa. Mi era stato ordinato di non averne, quindi non ne avevo. Era tutto molto semplice, forse troppo. Avevo facoltà di decidere come agire ma non avevo libertà decisionale. Puoi vedermi come un burattino che regge parte dei suoi fili. Il suo corpo è sotto il suo controllo, la sua mente no.”
Jason scrutava ogni singola espressione del suo volto, ogni cenno, ogni movimento. Non c'era nulla di innaturale, nessun tic nervoso, nulla di tutto ciò. Il bagliore rosso delle vampe creava un'atmosfera surreale, una sorgente di luce e calore nelle tenebre più fosche e fitte. Le luci non erano accese, Kasumi doveva dormire.
“Per farla breve, dovevo ritrovare un libro. Non posso dirti di più, non ho mai avuto modo di leggerlo. Dovevo ritrovarlo e uccidere chiunque ne fosse a conoscenza. Ci sono quasi riuscito. Quasi. Avevo localizzato la sua esatta posizione, dopo mesi di tentativi inutili. Il ventuno giugno di quest'anno ho fatto irruzione in una casa, a Barcellona. Ho ammazzato due persone, un uomo e una donna. Il volume era finito in mano loro, non so bene come. Avevo eseguito gli ordini, né meglio né peggio del solito e mi stavo preparando al rientro. Poi ho visto lei.”
Le fiamme divamparono in quell'istante, scoppiettando e avvolgendo la legna, cannibalizzandola con gioia crudele.
“Lei?”
“Una bambina, una bambina di otto anni. Si era appena svegliata, forse per il rumore. E mi ha salutato, Jason. Mi ha salutato... mi ha chiesto... mi ha chiesto se ero un angelo!”
Jake scoppiò in una risata agghiacciante, disperata. La luce rossastra del caminetto stagliò la sua ombra sul muro, confondendola con quella dei candelabri e creando una macabra figura alata, simile ad un demone.
“Un angelo, capisci? Io... un angelo! Io che ho ucciso i suoi genitori, l'ho lasciata orfana, l'ho... l'ho condannata ad una vita orribile! Io sono tutto tranne che un angelo, Jason! Sono un mostro, un mostro, capisci? Con che cuore potevo risponderle no, sono l'assassino di tua madre?”
“Ma come... non ti avevano ordinato di non avere sensi di colpa?”
“Lo so, lo so! Non ho capito... non ho mai capito cosa... come... insomma, non so perché, ma in quel momento, il mio io si è annullato, capisci? Ho smesso di essere un burattino, ho smesso di essere una marionetta! Volevo suicidarmi, lasciare quella... vita! Ma no, non potevo, era troppo comodo, troppo! Troppo comodo tornare ad essere un servo, in quel modo. Solo in quel momento, solo allora mi sono reso conto di pensare. Agivo di testa mia, ero padrone delle mie azioni. Non ero più uno strumento, Jason, non lo ero più! Perché sprecare un dono del genere? Per quale motivo? Non potevo... non volevo abbandonare quella sensazione. Era bellissima, oddio, era davvero incredibile poter pensare, elaborare autonomamente gli stimoli del mondo esterno. Per un attimo ho raggiunto l'estasi, solo per un attimo. Mi sono ubriacato di libertà, l'ho assaporata, l'ho avuta! Non sapevo di desiderarla, ma in quel momento... in quel momento sono rinato, Jason. Poi l'ho rivista, ho rivisto il suo volto... e sono sprofondato nell'abisso. Mi sono reso conto con orrore di ciò che avevo fatto. La bambina, quell'esserino alto sì e no un metro e mezzo... mi aveva salvato. Era lei l'angelo, non io! Lei, capisci? E io l'ho... le ho... io...”
Scoppiò in lacrime, senza alcun preavviso.
“Io le ho promesso di proteggerla! Capisci? Le ho promesso di proteggerla, dopo che le ho sterminato la famiglia! Io non posso fare più nulla per salvarmi, Jason. Mi sono condannato, con le mie stesse mani.”
Si asciugò gli occhi con un la mano. Osservò incuriosito le minuscole gocce d'acqua che si erano posate sul suo guanto. Le goccioline brillavano, riflettendo i bagliori corruschi e multiformi delle fiamme.
“Cosa sono... queste?”
“Lacrime. Stai piangendo.”
“E... cosa significa? Non... non l'ho mai fatto.”
Jason gli porse un fazzoletto.
“Stai provando dolore. Oppure fingi di provarlo. Non dolore fisico, qualcos'altro. Provi pietà per quella bambina... o qualcosa del genere. Se hai una coscienza, prima o poi piangi. Almeno una volta nella vita. Nessuno muore senza aver versato una lacrima.”
Tamponò gli occhi con il fazzoletto, poi continuò come se niente fosse.
“Quando... quando sono tornato indietro... perché devo essere tornato indietro – non ricordo come ho fatto, so che l'ho fatto... insomma, quando sono tornato da mio padre... sono stato punito per non aver preso quello stramaledetto libro. Sono stato torturato per un paio di giorni. Pensavo di meritarmelo, non mi sono neanche opposto. Poi, però... sono venuto a sapere una cosa. Mio padre, Saìl... voleva uccidere Kasumi. Dissolverla. Aveva deciso che non gli serviva... e voleva... voleva che la uccidessi io. Mi lasciò cinque mesi di tempo, cinque mesi per ammazzarla e distruggerne l'anima. Il vecchio Jake lo avrebbe fatto subito. Io, invece, non me la sentivo. Non avevo ancora capito di essere immune ai suoi ordini. La sbronza di libertà che avevo preso... non era abbastanza. Non ancora, perlomeno. Per cinque mesi le sono stato vicino, l'ho curata come se fosse stata mia figlia, ho imparato a fidarmi di lei e l'ho convinta a fidarsi di me. Avevo deciso di ritardare fino alla fine quel momento, il momento dell'esecuzione. Volevo... volevo che quelli fossero per lei i cinque mesi più belli della sua vita. Mi sentivo in colpa, dovevo fare qualcosa... ma cosa? Non ne avevo la minima idea. Il giorno stabilito, il termine ultimo, mi sono preparato... a compiere quel gesto. Ma non ce l'ho fatta. Ho visto Kasumi addormentata. Un essere innocente, incolpevole. Non potevo farlo. Non dovevo. Mi sono ribellato, Jason. Mi sono opposto agli ordini. Ho... ho detto di no! Poi è scoppiato il finimondo. Il mio comportamento, la mia ribellione... avevano ispirato altre Ombre.”
“Questo si riallaccia al discorso di Kasumi. Tutto coincide.”
Si alzò dal divano e si diresse verso la finestra. La neve copriva ogni cosa, lo avvolgeva in un manto bianco e candido, annullandolo, nascondendolo, uniformandolo. La fioca luce dei lampioni illuminava a malapena il selciato, le cui fessure erano già scomparse sotto la coltre fredda. Sinistri luccichii comparivano qua e là, come fuochi fatui tra i cristalli d'acqua condensata. Un silenzio irreale, rotto solo dal crepitio della fiamma. Un silenzio pesante, certo. Jason doveva decidere, decidere se ospitare o meno un assassino. Un ragazzo di appena diciotto anni, colpevole di più di venti omicidi. Il figlio della sorella di sua moglie. Un mostro, fermato da una bambina. La logica imponeva di alzare la cornetta del telefono e comporre il numero del più vicino distretto di polizia. Azrael è qui. Venite a prenderlo. Era la cosa più giusta. Dopotutto, era un criminale, un killer. Tutti quei discorsi sull'impossibilità di scegliere... sembravano completamente privi di fondamento. Come poteva credere a quella favola? Ho ucciso perché mi hanno ordinato di farlo. Non potevo oppormi. Troppo comodo. Doveva averne la certezza, prima di rispondere. Un no e Jake Takara sarebbe entrato in un carcere per non uscirne mai più. Un sì e avrebbe dovuto coprire un macellaio per il resto della sua vita. Che Saìl fosse strano, non c'erano dubbi. Che lo fossero i suoi figli ancora meno, ma mai avrebbe pensato che potessero essere così strani. Gli balenò in mente un'idea, un'idea folle. Ma, dopotutto, non c'era altra soluzione. A seconda di cosa sarebbe successo, lui avrebbe potuto decidere senza rimpianti. Si sedette sul divano e scosse leggermente la bambina che vi stava dormendo.
“Kasumi... svegliati.”
La piccola aprì gli occhi. Era visibilmente frastornata, ma non poteva disobbedire, stando a quanto riferitogli da Jake.
“Devi fare una cosa per me.”
“Sì, zio Jason?”
“Dovrai obbedire a quello che ti chiederò, senza discutere né tentennare. Dovrai ignorare qualunque cosa ti dica Jake nei prossimi dieci minuti.”
Annuì senza esitazione. Il fratello sgranò gli occhi.
“Cosa diavolo...”
Jason prese un profondo respiro.
“Kasumi... suicidati.”
InterLuDio IV – VoRTicE
Alec trattenne un urlo di terrore. Il misterioso individuo era esattamente identico a lui, non vi era alcuna differenza somatica. Stessi occhi, stessi capelli, stesso naso, stesso colore della pelle. Era solo leggermente più giovane, poteva avere circa tre anni in meno, ma per il resto...
“Non hai risposto alla mia domanda, Azrael.”
Un particolare fuori posto. Uno solo. Una cicatrice, piuttosto estesa. Partiva dal sopracciglio sinistro e raggiungeva la guancia destra, tracciando un preciso solco diagonale sul suo volto.
“Prego?”
Preghiera. Atto di fede, verso un ente superiore. In generale, veicolo di supplica o richiesta. Mai sentito utilizzato in quell'accezione, per indicare sorpresa. Informazione da archiviare.
“Posso entrare?”
Alec rimase in silenzio per un attimo. Cosa poteva fare? Cosa doveva fare? Era di fronte a qualche fenomeno soprannaturale. In ogni caso, chiudergli la porta in faccia non avrebbe risolto la situazione. Si pronunciò in un cenno di assenso, poi si diresse verso l'interno. Lo sconosciuto lo seguì a ruota.
“Non so chi tu sia, non so cosa tu stia cercando. Gradirei ricevere queste informazioni prima di discutere.”
Si sedette sul divano e attese. Il suo doppio lo imitò. Frammenti di informazione casuale, filamenti di conoscenza, radiazione di consapevolezza. La vita di Alec era proiettata nel vuoto, diretta verso di lui. Assimilava ricordi, immagini, nomi, emozioni, ad una velocità incredibile. Voleva sapere. Voleva conoscere. Ma non tutto poteva essere immagazzinato in quel modo. Solo il substrato, le memorie recenti, la parte leggera dell'essenza. Il resto avrebbe dovuto sudarlo. Avrebbe dovuto chiedere, ottenere risposte tramite domande verbali. Un metodo rozzo, approssimato, ma forse l'unico a garantirgli qualche possibilità di successo. Doveva intavolare una conversazione.
“Chi sono, non lo so nemmeno io. So solo da dove vengo e qual è il mio obiettivo.”
“E sarebbe?”
“Conoscere. Capire. Assimilare informazione, rielaborarla, farla mia. Muovermi verso un altra fonte. Abbeverarmi, dissetarmi. Sempre così. Fino a raggiungere la conoscenza assoluta. Fino a raggiungere l'Artefice.”
Alec ebbe un sussulto.
“L'Artefice?!”
“Sai di cosa parlo. Io so tutto quello che sai tu, o meglio, che sapevi fino a dodici anni fa. Non di più. Ho visto il Regno, attraverso i tuoi occhi. L'Ombra, la morte, la vita, il suo contrario. La Ribellione... la scelta! Ho... capito. In questi dodici anni ho raccolto migliaia di informazioni, centinaia di testimonianze. Ricordi, ricordi sotto forma di pura energia, diretta verso di me. Perché io sono il Vortice. È questa la mia essenza. Sono nato da te, nato dal tuo... scisma.”
Dodici anni prima. L'incidente di Barcellona. Possibile che...
“Io sono te, ma non sono te. Ho il tuo corpo, il tuo aspetto, ma non la tua mente, no. Ho la mia. Sono capace di pensare, di connettere concetti primitivi e trarre conclusioni. E desidero, sogno.”
Alec si alzò.
“Ora capisco. Tu sei uno ShEll3, non è così? Un guscio di coscienza generato dalla morte di Ezariel. Una copia quasi perfetta del mio corpo, priva di qualunque esperienza.”
“Avevo un'unica traccia. Dovevo trovarti. Il tuo aspetto, il tuo volto, il tuo nome. Sapevo questo. Basta! Il resto l'ho dovuto ricostruire da solo! Da solo, capisci? Ho conosciuto Irèn, l'ho conosciuta tramite Barcellona! È stata lei a parlarmi! La città, capisci? Ogni muro, ogni edificio in cui lei è entrata, ogni persona che l'ha conosciuta! Un flusso interminabile di informazioni che ho raccolto in me stesso, assimilandone la storia, la triste storia della Bambina e dell'Angelo della Morte! La favola sanguinaria del Carnefice che condanna la Piccola, dell'Assassino che diventa Preda, Vittima di se stesso! Sono stato a casa sua, non ci abita più nessuno da anni! I muri mi hanno parlato, i tappeti mi hanno sussurrato parole incomprensibili, i mobili hanno gridato muti, mi hanno descritto tutto! Tutto! Hanno visto, hanno raccolto frammenti di realtà e li hanno contenuti, silenziosi e vigili, fino a che io non li ho richiesti. Io, il Vortice, li ho reclamati ed ottenuti... e sono giunto qui.”
Alec sembrava rapito dal discorso dello strano individuo. Non provava timore né paura. Solo curiosità.
“Cosa hai percepito?”
“Vuoi proprio saperlo?”
“Sì.”
Lo ShEll si esibì in una risata.
“Dolore, angoscia, disperazione. Tu speri che io ti dica questo, vero? Cerchi conferme. Vuoi ingannare anche te stesso. Invece no. Ho percepito... ammirazione, amore, desiderio. Sì, un immenso desiderio, impensabile per una bambina di otto anni. Voleva rivederti. Voleva che tornassi. Nonostante la sua mente sia cresciuta, la sua anima ha continuato ossessivamente a cercarti. Alla fine ti ha trovato, per caso. Ma sapeva fin dall'inizio che eri tu. Credo che il suo Io sia andato in estasi al pensiero di riaverti, un'estasi non proprio divina.”
Un silenzio pesante permeò la stanza.
“Speravi che non te lo dicessi, vero? Non volevi sapere che Irèn è psicopatica quasi quanto te.”
“Dal tuo punto di vista.”
“Io non ho un punto di vista. Io sono il punto verso cui tutto converge. Le mie spire si allargano ogni secondo di più, il mio orizzonte di conoscenza è sempre più esteso. Io. Voglio. Sapere.”
Alec si diresse verso la cucina. Aprì un mobiletto, estrasse una bottiglia e due bicchieri. Svitò il tappo e ne versò il contenuto nei due recipienti, poi li riportò in sala.
“Non sembri particolarmente scioccato da questa conversazione. Le mie proiezioni erano completamente errate.”
“Mi sono sempre chiesto che fine avesse fatto Ezariel. Ora lo so.”
Gli porse uno dei due calici. Lo ShEll lo afferrò malamente. Non era abituato a mangiare o bere. L'unico suo nutrimento era l'informazione, pura e semplice.
“Cos'è?”
“Niente di particolare. Acqua frizzante. Un buon padrone di casa serve sempre qualcosa agli ospiti.”
L'individuo osservò divertito l'oggetto in vetro, lo tastò, lo analizzò con le sue spire immaginarie.
“Acqua. Composto inorganico formato da due molecole di idrogeno, una di ossigeno. Considerata indispensabile per la vita. L'uomo è composto in gran parte da essa.”
Avvicinò il liquido alla bocca e lo assunse a piccoli sorsi. Alec ne studiò l'espressione. Era strano avere di fronte un essere così simile a lui ma al contempo così strano e diverso. Un bozzolo di coscienza, fisicamente identico ad un essere umano, composto unicamente da Ombra in esubero. Un involucro del genere non sarebbe potuto durare ancora a lungo lontano dal Cuore. Si sarebbe dissolto in un paio d'anni. Era il caso di dirglielo? No, sicuramente stava già sondando i suoi pensieri. Non era il caso di sprecare parole.
“Cosa vuoi sapere, Vortice? Qual è il tuo fine ultimo?”
Si voltò. Lo aveva chiamato Vortice. Un appellativo che egli stesso aveva usato per definirsi. Non era bello. Non era un nome proprio. Era solo l'elevazione di un nome comune.
“Non ti piace? Non sapevo come chiamarti. Detesto rivolgermi alle persone senza usare il loro nome.”
“Io non ne ho uno.”
“Dovresti averlo.”
Lo ShEll sorrise, come quando aveva bisogno di forza.
“Mi basta conoscere. Voglio comprendere il motivo della mia esistenza, prima di usare un nome. Voglio sapere perché tu e lei mi avete generato, quella notte. Voglio capire quale strana combinazione alchemica ha propiziato la mia nascita. Da questo punto di vista, tu sei mio padre, Irèn è mia madre. Nessuno dei due poteva darmi singolarmente origine, ma il vostro incontro ha causato... qualcosa. L'Ombra che mi ha generato è fuoriuscita da te, si è rifugiata sui tetti della cattedrale, per fuggire, per nascondersi. Ma perché? Per quale motivo? E poi... l'Artefice! Io voglio scoprire chi ha inviato l'Artefice, chi l'ha costruito... e perché. Perché ce ne sono stati due? O più di due? Infine... cos'è la morte? L'annullamento dell'Io? Dell'essere? Ma perché si deve arrivare a questo punto? Perché? Ogni Io merita di essere conservato, altrimenti la conoscenza si perde, si appiccica agli oggetti, ai luoghi che hai frequentato, al luogo della tua morte. I cimiteri non sono così utili. La quantità di informazione contenuta nelle tombe è molto limitata. Contiene solo qualche vaga immagine della sepoltura, mai vista dagli occhi del defunto. Quindi, inutile.”
Respirò profondamente.
“Senza divagare ulteriormente... io voglio conoscere tre cose. Il motivo della mia comparsa – la Nascita; il motivo della mia esistenza – l'Artefice; il motivo dell'annullamento – la Morte. Questo è il mio scopo. Oggi sono venuto da te per il primo, e forse ho ottenuto una risposta. Le tue parole mi hanno rivelato più di quanto pensi, padre. La tua morte è stata la mia vita. E il tuo assassino è stata la tua vittima. Mia madre. Buffo pensare di essere figlio di un omicidio e di una bambina di otto anni, ma è così. Ho fatto il primo passo. Ora ne mancano due. Solo due.”
Indossò nuovamente il cappello e si diresse verso l'uscita.
“Aspetta solo un attimo. Tu non sei identico a me. Quella cicatrice sul volto... come te la sei procurata?”
“Ho usato un coltellino.”
“Per quale motivo?”
“Non volevo essere te. Volevo essere me.”
“Buona fortuna, Rijel.”
Fece un passo verso la porta, ma si fermò quasi subito.
“Cosa significa quel termine?”
“Rijel. Sei tu. Il Vortice personificato nella lingua delle ombre. Il Buco Nero senza fine, in moto perpetuo. Non esiste un termine umano per definire il concetto.”
Si allontanò senza dire altro, senza emettere alcun suono. Camminò lentamente, nel buio della sera, sotto i lampioni. Solo quando fu sicuro di essere abbastanza lontano si fermò. Si accorse che alcune minuscole gocce stavano inumidendo le sue guance, nuclei di sostanze acquose prodotte dagli occhi. Dovevano essere lacrime. Lacrime di commozione. Era stato battezzato, con un bicchiere d'acqua. Aveva un nome.
Ora era Rijel.
Atto IV – la SceLta
Jason lanciò una corda alla bambina. Era vecchia e usurata. L'aveva trovata in cucina, non ricordava esattamente a che scopo la tenesse lì. Era stata una fortuna non averla buttata. Ora quell'oggetto poteva essere il discriminante tra una probabile menzogna ed una verità inaccettabile. Le parole gli si erano quasi bloccate in gola, ma non aveva alternativa. Doveva procedere.
“Usa questa. Avvolgila attorno al tuo collo e tirala forte.”
L'orrore negli occhi di Jake. Kasumi raccolse la corda e incominciò a sistemarla a mo' di sciarpa. Il fratello si lanciò verso di lei. Jason lo bloccò.
“Sei impazzito? Cosa vuoi fare?”
“Fidati di me.”
Lentamente, Kasumi terminò i preparativi e afferrò i capi della fune.
“Tu sei pazzo! Kasumi! Non... non fare nulla! Fermati!”
Chiuse gli occhi ed iniziò a tirare con forza. Le spire si aggrovigliarono e strisciarono sul collo, serrando la loro morsa. La bambina non accennava a smettere.
“Kasumi! Ascoltami, ti prego! Smettila! Smettila subito!”
Jason rimase impassibile. Il viso della bambina stava perdendo rapidamente colore. Era pallida come un cencio. Nonostante ciò, continuava imperterrita ad eseguire l'ordine. Le spire avanzavano sempre meno, sempre più a fatica. Il battito cardiaco era molto accelerato, respirava affannosamente. Jake gridò a squarciagola
“Clemi! Nyan! Fermati! Lascia quella fune! Lasciala! LASCIALA!”
Le sue membra persero ogni forza, crollando come torri di burro. Si accasciò a terra, senza riuscire più a muovere un muscolo. Respirava ancora, molto debolmente. Sembrava svenuta, ma un particolare inquietante la distingueva da una persona incosciente: stava ancora cercando di stringere il nodo. Jake, inorridito, si divincolò dalla presa di Jason, si inginocchio e le prese la mano. Non riuscì ad aprirle il pugno, ad obbligarla a lasciare quello strumento con cui si stava dando la morte. Per due volte le aprì le dita, per due volte lei riafferrò la corda. Jake gridò per la frustrazione. Era spaventato, smarrito.
“Clemi! Clemi! CLEMI!”
Jason osservò la scena, senza dire nulla. Jake si voltò verso di lui, sconvolto.
“Ordinale di smettere! Ordinaglielo, o morirà sul serio! Dì quelle parole! Digliele!”
Jason chiuse gli occhi. Sembrava indifferente al dramma che si stava consumando. La piccola stava smettendo di respirare. Il battito cardiaco aveva raggiunto frequenze altissime.
“Smettila, Kasumi! Molla quella corda! Mollala!”
“Può bastare così. Agisci come se io non ti avessi ordinato nulla.”
La bambina lasciò la presa. Jake si chinò su di lei e le liberò il collo dalla fune. Era viva, respirava ancora. Sembrava in buone condizioni. La abbracciò e la portò a sé.
“Ora ho la certezza che le tue non erano bugie.”
Si voltò. Jason era in piedi, dietro di lui.
“Non ci avrei mai creduto... se non lo avessi visto con i miei occhi. Non... non pensavo si potesse arrivare a questo punto.”
“Perché? Perché le hai chiesto di suicidarsi?”
“Dovevo forse accogliere in casa mia un assassino senza prima fare qualche verifica? Per tua stessa ammissione, su di te non avrebbe funzionato. Dovevo provare su di lei.”
Jake la sollevò e la adagiò delicatamente sul divano. La sua pelle stava riacquistando gradualmente colore.
“Voi mancate completamente di istinto di autoconservazione.”
“Ti sbagli.”
“Prego?”
“Se Kasumi fosse morta... la sua anima avrebbe raggiunto il Regno e si sarebbe ricongiunta all'Ombra, sarebbe tornata parte di essa, così come era un tempo. Per l'Ombra, la sua Ombra intrinseca, sarebbe stato meglio. L'istinto di conservazione tende a spingerci verso la morte. Solo la ragione ci ferma, il desiderio di vivere... o l'ordine di non morire. Intendiamoci, se tu le ordinassi di vivere, lei lo farebbe fino alla sua morte naturale. Quello è un limite che non si può valicare. Può essere ritardata di dieci, cento anni, ma prima o poi arriva... e non c'è ordine che tenga.”
Jason annuì.
“Penso di aver capito.”
Risistemò la coperta alla bambina, in modo che la coprisse per bene.
“Vi ospiterò. Potrete stare a casa mia quanto vorrete. Entrambi.”
Jake lo osservò meravigliato.
“Davvero? Non... non mi stai prendendo in giro?”
“Devi ringraziare lei.”
Rimase senza parole. Non era semplice descrivere i suoi sentimenti. No, non lo era per niente. Era come... come se un incubo fosse finito. In silenzio, contemplò il panorama al di fuori delle finestra. La neve non aveva ancora smesso di imbiancare i tetti e il vialetto. Un manto candido aveva ricoperto completamente le tracce di sangue sul selciato, lavato via i segni di quello che era accaduto appena qualche ora prima. Nessuno movimento, nessun rumore. Anche il vento si era fermato ad osservare, curioso. Le vivide luci dei lampioni venivano riflesse in un caleidoscopio di sfumature, creando suggestive illusioni ottiche. Il mondo era davvero un posto meraviglioso. Vivere nelle tenebre non aveva senso, quando si aveva a disposizione un luogo così bello. Peccato che suo fratello non fosse lì. Era rimasto nel Regno, non aveva avuto il coraggio di seguirli. Aveva perso l'occasione.
“Chi vi ha suggerito di venire qui?”
Alec rispose senza voltarsi.
“Un amico. Si chiama Axen, non penso che tu lo conosca...”
“No, infatti.”
“È stato molto vicino a mia madre, fino alla fine. Penso che ancora adesso cerchi il colpevole della sua scomparsa. Dev'essere triste, sai?”
Aprì la finestra e cercò di afferrare alcuni fiocchi di neve.
“Avere ciò che desideri a portata di mano...”
Non ebbe successo, non riuscì a prenderne nemmeno uno.
“... e non poterlo raggiungere.”
Kasumi tremava nel sonno. Alcune folate di aria gelida erano penetrate all'interno dell'abitazione, sibilando e sferzando l'aria tiepida. Jake se ne accorse e chiuse subito le ante. Jason si sedette accanto alla bambina e le accarezzò i capelli.
“Avete documenti con voi?”
Il ragazzo scosse la testa.
“No, nessuno. Non ho avuto tempo di prenderli.”
“Questo complica un po' le cose. Dovrete cambiare nome, identità. I vostri nomi non sono molto diffusi in America. Passi Jake, ma di Kasumi non ce ne sono così tante.”
“Sinceramente non ci avevo pensato... diciamo che volevo fuggire, non ho tenuto conto dei dettagli!”
“Dettagli?!”
Sgranò gli occhi.
“Come fai a chiamarli dettagli? Senza documenti, senza un nome nuovo, voi non potrete esistere! Che senso avrebbe stare ventiquattro ore su ventiquattro chiusi in casa, asserragliati, in attesa che qualcuno venga a prendervi?”
“Sinceramente...”
Jason si alzò e incominciò a camminare avanti e indietro, avanti e indietro. Non sembrava volersi fermare. Stava pensando, evidentemente.
“Sai, una soluzione ci sarebbe...”
“Quale?”
“Io sto per trasferirmi ad Ahrlem, una piccola città sulla costa orientale. Ho venduto la casa perché...”
Perché mi ricordava Ayumi. La risposta era quella, ma Jason non lo avrebbe mai ammesso neppure a se stesso.
“... perché ho degli affari da sbrigare là. Stanno costruendo una nuova sede della mia azienda e... desidero sovraintendere personalmente alle fasi di realizzazione.”
“Non ti seguo.”
“Nessuno mi conosce di persona, ad Ahrlem. Nessuno sa se ho figli o meno, non sono mai circolate informazioni a riguardo. Potreste spacciarvi per...”
“Certo, come no? Dal nulla compaiono un ragazzo di diciotto anni e una bambina di otto che sostengono che tu sei il loro amato paparino? Ma andiamo!”
“Aspetta un attimo. Io e Ayumi abbiamo vissuto per alcuni anni in un piccolo paesino isolato. Recentemente, è stato sepolto da una frana, anagrafe compresa. Le comunicazioni sulle nascite relative al periodo 1988 – 1995 sono andate completamente perdute. Nessuno si insospettirebbe se registrassi ora le vostre carte di identità.”
“Idea interessante, ma c'è un piccolo problema. Io ho diciotto anni. Sono nato nel 1980.”
“Questo complica leggermente le cose, in effetti.”
“Neanche troppo. Sarà solo particolarmente fastidioso.”
Jason si fermò.
“Come dici, scusa?”
“Io sono un ibrido, una mezzombra. Posso modificare quasi a piacimento la mia età apparente. Quasi a piacimento, a dirla tutta... In effetti, è abbastanza faticoso. Se, diciamo, regredissi di dieci anni... io e Kasumi potremmo essere considerati gemelli.”
“Se gli asini volassero, direi di sì.”
“Non ci credi, vero?”
Jason sospirò. In fondo, cosa gli costava perdere anche quella certezza? Aveva appena dovuto ammettere l'esistenza di un altro mondo, l'esistenza delle Ombre e del relativo Imperatore, l'esistenza degli ibridi – ne aveva due davanti agli occhi. Ammettere che suddetti ibridi potessero anche modificare la propria età a piacimento non era molto più difficile che credere a tutto il resto.
“No, no, era solo una battuta. Ormai non mi stupisco più di nulla.”
Alec si sedette accanto alla sorella, addormentata.
“Stai rischiando molto per noi, lo sai?”
“Sì, ma non è un problema.”
Chiuse gli occhi e sorrise.
“Ayumi avrebbe fatto la stessa cosa.”
Una lacrima solcò il suo viso. Se ne accorse e la ripulì con un fazzoletto. Riaprì le palpebre, non era il caso di mostrarsi così sentimentale. Quasi saltò per lo stupore. Ayumi era di fronte a lui. Sorrideva divertita. Hai fatto la cosa giusta. Sono fiera di te. Allungò una mano, come per raggiungere quella visione. Lei chiuse gli occhi e svanì come era apparsa, all'improvviso. Un'eterea allucinazione nel tepore della stanza. Rimase fermo, immobile per un attimo. Cos'era successo?
“Ehi, Jason... hai notato? Ha smesso di nevicare.”
Sì voltò verso la finestra, di scatto. Non un fiocco di neve. Il cielo scuro era tinto solo da nuvole rade, interrotte da stelle che, poco per volta, avevano timidamente incominciavano a fare capolino dalle nubi. Il suo voltò si riempì di gioia Solo per un infinito, immenso secondo aveva osservato uno scorcio del Paradiso. Avrebbe dimenticato il suo ateismo, dopo quella notte, la notte in cui le porte dell'Oltremondo si aprono per un attimo.
La notte in cui Ayumi l'aveva perdonato.
aPpLausi – VeRso l'INfinItO
Rijel osservò le stelle, le contò una ad una. Non erano cambiate molto dal giorno della sua comparsa, si erano solo mosse un po'. Alcune avevano compiuto molti giri attorno ad una sorta di asse immaginario che attraversava l'intera volta celeste, altre, le più lontane, erano rimaste quasi ferme. Il tempo. Il tempo è fuor di sesto. Aveva impiegato anni a comprendere il significato di quella frase. Il tempo... il tempo era effettivamente un'entità bizzarra, indescrivibile. Non era stato semplice, ma finalmente aveva riconosciuto l'interpretazione corretta. Il tempo di cui si parlava era il flusso di momenti, il continuo susseguirsi di oggi. Il tempo umano, insomma. Un'entità meno astratta di quanto potesse sembrare. Ed era fuor di sesto. In pratica, era fuori asse, fuori asse rispetto al cosmo, all'universo stesso. Era un riferimento al movimento degli astri, all'incessante rivoluzione di milioni di stelle, del cosmo immobile ma mai fermo. La precessione degli equinozi. Una bella espressione per indicare un fenomeno fisico e verificabile. La Terra, il pianeta che lo stava ospitando, precedeva rispetto al suo asse di rotazione. Nulla di esotico, nulla di eccezionale. Era rimasto abbastanza deluso dal constatarlo. Le costellazioni lo osservavano mute, mentre lui osservava loro. Doveva stare attento, attento ad sbirciare nell'infinito, a muovere i propri occhi nella braccia di quell'eterno abisso oscuro illuminato da fioche luci corrusche... perché mentre guardi all'infinito, anche l'infinito guarda. Ti parla, ti invita a sé. Una chiamata a cui era difficile non rispondere, a cui era impossibile rimanere indifferenti. Lo avrebbe raggiunto. Ne era sicuro, ne era convinto. D'altronde... quale altro scopo poteva avere la sua vita se non quello? Decise che avrebbe trovato il modo di farlo. Se si desidera veramente qualcosa, si trova anche il modo di ottenerla. Questo era fuori discussione. Anche il suo secondo io, Jake Takara, lo aveva sperimentato. Non era forse riuscito a liberarsi dal controllo del Padre e fuggire in un'altra Realtà? In effetti era interessante. Aveva scelto un giorno evocativo, un giorno particolare per lasciare la sua vita alle spalle... il giorno del solstizio d'inverno. Una data priva di senso ma allo stesso tempo carica di suggestioni. Per nessun motivo quel momento sarebbe stato migliore di un qualsiasi altro. Nel Regno, il tempo scorre con regole tutte sue. Per alcuni non scorre affatto, per altri procede normalmente. Ma cos'era normale? In effetti, la normalità era un concetto arbitrario, un concetto vuoto al quale non era il caso di riferirsi. Decise di non curarsene ed analizzò alcune delle informazioni in suo possesso. In molte tradizioni, il ventuno dicembre era il giorno in cui i morti ritornavano dall'aldilà. Quale scelta migliore per raggiungere la tanto sospirata vita? Non era forse la data più bella per riprendere le redini della propria esistenza? Era un simbolo, un simbolo di speranza. Perché non crederci? Perché non sfruttarlo a dovere? Era comodo e confortante credere di poter fuggire dal baratro per sempre, di avere una finestra di uscita. Un oggi. Ventiquattro ore. Un tempo sufficientemente lungo a lasciarsi dietro il proprio passato. Anche Hiro Takara doveva essersi appigliato a quell'idea, quell'unico punto fermo. Era fuggito due anni dopo, nella stessa data, forse senza pensarci, senza architettarlo. Probabilmente era insito nella loro psicologia. In fondo erano fratelli, provenivano dallo stesso background culturale, un background a cui lui non aveva avuto accesso. Uno scarto d'Ombra in eccesso, ecco cos'era. Se n'era reso conto dopo il dialogo con suo padre. I resti di una vita passata ad eseguire ordini, resti informi e tentacolari, frammentati e frammentari. Ciò che rimaneva di Ezariel, l'assassino ucciso dalla sua vittima, il giorno del solstizio d'estate di molti anni prima. Schegge cristallizzate di conoscenza e di vuoto, un guscio privo di significato, in grado di creare la propria realtà perché privo di preconcetti. Un buco nero, un vortice, il collegamento tra l'asse del cielo e la Terra. Il mulino del mondo. Aveva finalmente compreso il suo scopo, Rijel. Doveva raggiungere l'Infinito prima che la morte raggiungesse lui. Non era semplice, il suo tempo si sarebbe esaurito in fretta. L'Ombra vagante che lo aveva generato stava lentamente perdendo consistenza. In meno di due anni sarebbe scomparso del tutto. Gli scarti non possono creare nulla di durevole, era quella la dura realtà. Sorrise, come aveva imparato a fare nei momenti difficili. Poteva ritenersi soddisfatto, dopotutto. Ora sapeva. Era stato difficile, a tratti frustrante, ma era riuscito a ricostruire l'intera vicenda. Aveva filtrato miriadi di informazioni, miliardi di dati, energia allo stato puro, caotica ed indifferenziata, diretta verso i suoi centri sinaptici. Aveva dovuto eliminare gli strati più recenti, depurare l'insieme per cogliere il particolare, distruggere o ignorare ogni elemento fuorviante o palesemente corrotto dal tempo, riparare i fili di conoscenza danneggiati e disgregare quelli inutilizzati. Risalire al substrato di dodici anni prima era stato un processo lungo e faticoso. Si era dovuto recare nel luogo giusto, una casa che aveva percepito dai ricordi del padre, localizzarla, entrarvi, assimilare la conoscenza celata nelle mura, nei mobili, negli infissi, nell'intero spaziotempo interno a quell'ambiente, saturo di robaccia inutile, i ricordi e le emozioni degli attuali occupanti. Parassiti di un luogo sacro, un luogo che conteneva le risposte che cercava. Avevano rimosso i vecchi mobili, modificato le mura, cambiato le finestre, i ciottoli stessi del vialetto. Avevano distrutto conoscenza, gli avevano sottratto informazione! Era intollerabile! Ricostruire la sera dell'Arrivo, gli eventi che avevano trasformato Jake Takara in Alec Aiample, la cronaca del suo primo dialogo con Jason, dopo la sua fuga dal Regno sembrava un'impresa disperata. Della vecchia casa era rimasto ben poco. Doveva massimizzare il suo assorbimento, raggiungere la più intima essenza dello spazio, raccogliere catalogare le spire di sapere, eliminando il fastidioso rumore di fondo, i pensieri degli enti che vi abitavano. Il ronzio era intollerabile, la sua mente invasa da pensieri futili, preoccupazioni insensate, molto forti, abbastanza da sovrastare la debole intensità dei ricordi intrinseci, delle registrazioni ambientali. Non aveva molte altre alternative, doveva eliminare le fonti di disturbo... e così aveva fatto. Avrebbe avuto tre cadaveri sulla coscienza... se ne avesse avuta una. Ogni mortale, ogni creatura diventava irrilevante di fronte alla prospettiva di conoscere, di ampliare il proprio ego, espanderlo fino ad inglobare l'universo. Una volta cessati gli stimoli esterni, era riuscito a ricostruire quasi completamente la scena, i dialoghi, persino le espressioni e le azioni dei singoli individui. L'arrivo di Jake, i pensieri di Jason, il tentato suicidio di Kasumi.... immagini stampate nella sua mente, con una precisione quasi maniacale, insperata. Era come vedere un film, tutti i dettagli al proprio posto. Certo, qualche minimo errore era possibile, le ricostruzioni non erano mai affidabili al cento percento. Fluttuazioni casuali di informazione potevano portare a piccole deviazioni dalla linea temporale, mostrando ciò che sarebbe potuto essere e non ciò che effettivamente era stato. Era insito nella natura, il collasso della probabilità nell'unica realtà possibile, ovvero quella osservata e percepita. Ora sapeva. Era tutto chiaro. Sapeva qual era il suo obiettivo. Sapeva cosa voleva fare. Sapeva dove voleva arrivare. Raggiungere l'Artefice, assimilarne la conoscenza, abbracciare l'Universo in se stesso, divenire un tutt'uno con la materia e l'energia, un essere globale costituito di sola informazione, privo di un guscio esterno, un guscio che si sarebbe dissolto, di lì a poco. Informazione libera, una realtà autocosciente. Non si sarebbe fermato davanti a nulla, nulla poteva essere ritenuto importante se confrontato con l'eternità. Neppure quella bambina che aveva fermato l'Angelo nero. Ezariel era morto in modo stupido. Se avesse avuto uno scopo, una ragione... cosa sarebbe significato per lui un essere inutile come quella ragazzina? Nulla, sarebbe sopravvissuto a quella notte, sarebbe ancora vivo... ma in tal caso, Rijel non sarebbe mai nato. Uscì dalla porta principale e diresse lo sguardo al cielo. Quell'Infinito, Immenso Nulla... il Cosmo stesso, Luci nel Buio assoluto...
Sorrise, come aveva imparato a fare.
Presto tutto ciò sarebbe stato suo.
Note
1 Il termine shojo manga indica un tipo di fumetto giapponese indirizzato ad un pubblico prevalentemente femminile.
2 Il cosplay è la pratica di travestirsi da personaggi di libri, fumetti o film.
3 vd. “Nell'Ombra del Padre”, in questa stessa raccolta.