Ciclo dell'Artefice - Nell'Ombra del Padre (2010)
Il Ciclo dell'Artefice è stato uno dei passi più importanti che ho compiuto mentre iniziavo a cimentarmi con la scrittura. Non è un'opera matura e il mio stile è a dir poco orripilante (troppi puntini di sospensione, maledizione al boia) ma, senza di questo, non avrei mai iniziato a riversare le mie idee su carte. Il ciclo è composto da sei storie, un preludio e due interludi. Nell'Ombra del Padre è il terzo racconto completo, incentrato sul tentato suicidio di Ann Aiample, la sorella di Alex, e le circostanze che hanno portato alla sua nascita.
Azzurro
Guardò verso il basso. La strada sottostante brulicava di passanti. Automobili, moto, mezzi pubblici... sembravano giocattoli da quell'altezza. Tossì. Un altro stramaledetto colpo di tosse. Era così da troppo tempo. E, ormai, di tempo ne era rimasto veramente poco. Un paio di mesi, forse. Troppo poco. Suo fratello avrebbe capito. Non voleva soffrire ancora. Voleva fermarsi prima di stare veramente male. Osservò il cielo. Era azzurro, limpido. Non c'era una nuvola.
“Perché? Perché proprio oggi?”
Il cielo rimase in silenzio. Rivolse nuovamente il suo sguardo verso il marciapiede sottostante. Venti secondi e non avrebbe sentito più nulla. Un colpo di tosse, poi un altro. Era una situazione insopportabile. Perché la vita l'aveva sottoposta a prove così dure? Era stanca di lottare. Bastava un salto. Un solo passo verso l'abisso, verso il vuoto, poi più niente. Il destino l'aveva portata su quel tetto. Non poteva perdere questa occasione. Si fermò. Chi avrebbe pianto la sua scomparsa? Il fratello, suo zio, gli amici, forse anche Axen. Scrollò la testa.
“No, non me ne importa proprio nulla! Basta! Smettetela di tormentarmi! Ho deciso! Ho deciso!”
Gridava, gridava per convincersi di aver fatto la scelta giusta. Un altro passo indietro. Suo fratello come l'avrebbe presa? Aveva rischiato la vita per salvarla da suo padre quando aveva otto anni. Si sarebbe sentito tradito? Sì. Lo avrebbe colpito al cuore. Ma era la sua vita, aveva diritto di decidere su di essa. Era libera. Libera di disporne. Un passo avanti. Esisteva l'aldilà? Sì, ne era sicura. Lo aveva visto con i suoi occhi. Ma dove sarebbe finita la sua anima? Sarebbe stata destinata al Regno o all'Oltremondo? Rabbrividì. Conosceva già la risposta.
“Non nel Regno... no, ti prego, tutto... tutto tranne il Regno...”
Era un vano tentativo, l'ennesimo, per tentare di negare l'evidenza. La sua destinazione finale era già decisa dal momento in cui era nata. Un passo indietro. Avrebbe dovuto trascorrere degli anni tremendi nell'oscurità, condannata ad eseguire ogni ordine, privata della sua personalità. Un altro brivido. Forse... forse avrebbe rivisto sua madre. Forse. Le Ombre la spaventavano. Gusci vuoti, privi di vita, avvolti in manti spettrali. Volti offuscati, privi di lineamenti, marcati da occhi in forma di saette luccicanti. Nessuna vita, nessuna possibilità di tornare ad essere se stessi. Obbligati ad eseguire ogni sorta di ordine impartito, senza potersi liberare. Per l'eternità. Ecco cosa l'aspettava. Sarebbe diventata una di loro. Si inginocchiò e si mise a urlare disperata. Entro un paio di mesi la sua destinazione sarebbe stata la stessa. E tutto per colpa di suo padre.
“Ti odio! Io... io ti odio! perché mi hai fatto questo? Perché mi hai messo al mondo pur conoscendo il tuo destino? Mi hai condannata!”
Si rialzò. I primi dubbi iniziarono ad affiorare. Voleva veramente questo? No. Avrebbe preferito la dissoluzione della propria anima. Ma non poteva scegliere, la scelta era riservata agli esseri umani. Chi è figlio di un'Ombra non ha diritto di scegliere, come non ne ha diritto il padre. E allora, perché? Stava delirando. Per fortuna, nessuno era lì ad ascoltarla. Solo i gabbiani. Li osservò volare alti nel cielo azzurro e terso. Ahrlem era una città sulla costa orientale degli Stati Uniti, non era raro vedere uccelli marini in volo. Le sarebbe piaciuto bagnarsi ancora una volta nelle acque fredde dell'oceano, acque che le ricordavano un abbraccio. L'acqua era come una madre, una dolce madre che si prende cura di te. Si sentiva protetta. Si sentiva viva. L'ennesimo colpo di tosse la riportò bruscamente alla realtà. Non avrebbe più rivisto il mare. Alzò la mano e lo salutò dall'alto del palazzo. Nessuno da terra poteva vederla. In quel saluto mise tutta se stessa. Ricevette come risposta il verso stridulo di un gabbiano di passaggio. Chiuse gli occhi e ascoltò meglio. Sentì in lontananza lo sciabordio delle onde che si infrangevano sugli scogli. Sorrise, poi la sua espressione si fece cupa. Era troppo lontana, probabilmente quel dolce suono se l'era solo immaginato. Riaprì gli occhi. Era un ciclo che si concludeva.
“Basta con i sentimentalismi... è giunta l'ora...”
Si avvicinò nuovamente al cornicione.
“Ho deciso, voglio disporre liberamente di quanto resta della mia vita.”
Si fermò di nuovo. Si inginocchiò tossendo.
“Perché mi sono fermata di nuovo? Devo decidermi! Non posso continuare così! Basta! Basta!”
Chiuse gli occhi. Prese la rincorsa. Fece tre passi, poi saltò, si tuffò dall'alto del tredicesimo piano. Ce l'aveva fatta. Si era convinta. Aveva deciso il suo destino. Aprì gli occhi. Vide i passanti additarla, le auto fermarsi, tutti gli sguardi rivolti verso di lei. Li chiuse di nuovo. Sentì l'aria sulla pelle. Aprì le braccia. Era come se stesse volando. Sentì le urla, i clacson, le frenate. La sua vita scivolava dalle sue mani sempre più velocemente. Via, via, sempre più veloce.
“Addio, Alec. Grazie di tutto. Perdonami, se puoi. Vieni a trovarmi nel Regno, un giorno di questi.”
Le sue ultime parole erano per lui. Di sicuro se la sarebbe presa, ma ormai non le importava più nulla. Entro i successivi dieci secondi sarebbe incominciata la sua non-vita, dannata per l'eternità. Ma forse avrebbe sofferto meno. Suo zio Jason l'avrebbe rimproverata aspramente. Eppure, in parte era colpa sua se aveva preso quella decisione. E Axen? Axen cosa avrebbe pensato? Cosa le avrebbe detto, giù nel Regno? L'avrebbe rimproverata anche lui? All'improvviso sentì un colpo al torace. Aprì gli occhi. Era caduta su un telone, di quelli che si trovano sopra le porte dei negozi. Si era rotto, ma aveva rallentato in modo significativo la sua caduta. Richiuse gli occhi, spaventata. Il marciapiede era vicinissimo. Si pose un'ultima domanda.
“Sentirò dolore? Mi farà male?”
Era ironica. Ormai non aveva più scelta. Rivide per un attimo una serie di immagini al rallentatore, come se stesse guardando un film: Alec, Jason, Axen, Stevros, Erin, Lea, il signor Daikendo, Vladenek Mavelius e la sua maschera di ceramica bianca, sua madre, Kia Hibara. E suo padre, Saìl Derakines. Era veramente suo padre, quel mostro? Era colpa sua se si trovava in quella situazione? Non riuscì a rispondersi. L'impatto con il suolo fu tremendo. Gli occhi rimasero chiusi. Una folla di passanti accorse atterrita. Il poliziotto di quartiere gesticolava in modo forsennato. L'intero quartiere sembrava essersi fermato per lei. Anche il vociare chiassoso dei bambini si era arrestato bruscamente per lasciare spazio alle urla di terrore.
“Una ragazza! Si è buttata dal tetto di quella palazzina!”
“Avete già chiamato il 9111?”
“Una così bella ragazza... perché?”
“Ma non è la figlia di Jason Aiample?”
“Oh, cavolo!”
“Presto, Sal! Mandami una telecamera! Ho uno scoop sottomano e ho bisogno di un operatore! Se ti dicessi cosa è successo...”
“Accidenti! È Ann! Quella ragazza bionda che viene sempre a comprare il pane qui!”
“Ma cosa diavolo...”
“Allora, arriva o no, questa ambulanza?”
Una sirena in lontananza preannunciò l'arrivo dei soccorsi. La ragazza la sentì. Ascoltò le voci dei passanti. Se non fosse stata troppo debole per farlo, avrebbe sospirato. Non ce l'aveva fatta. Era ancora viva.
Sogni di una convalescente: il bianconiglio
Era su un prato verde, pieno di fiori verdi, sotto un cielo verde. Sospirò. Era monotematico, ma naturale. Il mondo era sempre stato verde. Vide una macchia bianca in tutto quel verde. Si avvicinò. Era un coniglietto azzurro. Prima era bianco, ora aveva cambiato colore. Era azzurro e spiccava nella monotonia del paesaggio. L'animaletto saltò sulle zampe posteriori e raggiunse una ragazza sdraiata sul prato. Era verde anche lei? Ah, no... aveva i capelli biondi lunghi, forse l'aveva già vista. Il coniglietto le si accovacciò vicino in cerca di protezione. La ragazza era addormentata. Si svegliò, prese l'animale e lo allattò al seno dolcemente, poi aprì una porta verde nel cielo verde e il coniglietto, ora rosa, la varcò all'improvviso, lasciando la ragazza dai capelli lunghi indietro. Il paesaggio cambiò. Ora era tutto nero e il batuffolo rosa di prima si stava dirigendo verso un palazzo capovolto sottoterra. Lo seguì. Salì le scale e si accorse di quanto velocemente cambiassero le condizioni atmosferiche. Pioveva, tornava la Luna, poi pioveva di nuovo, la nebbia, la neve, la Luna. Il paesaggio si faceva sempre più tetro. Uomini incappucciati sbarravano la strada al leprotto, ma lui li saltava. Lei continuava a seguirlo. Gli incappucciati si appesero alle sue braccia, ma lei non si arrese. Arrivò in una sala magnifica ma buia e nera. Gli incappucciati si staccarono. Il loro re si avvicinò al coniglietto e lo prese tra le sue mani, con benevolenza. Poi iniziò a serrare la presa. Il leprotto era in trappola. Anche lei lo era. Gli incappucciati si erano moltiplicati e l'avevano presa, la tenevano stretta, non la facevano muovere. Una luce nel buio. Un angelo dalle ali nere liberò il leprotto e lo portò via con sé, volando via. Il re lo cercò di afferrare, urlò frasi incomprensibili, piene d'ira, lo maledì. Ma lui era troppo lontano. Lo vide accarezzare il batuffolo rosa, ora tranquillo tra le sue braccia. Anche lei iniziò a volare e li seguì. Ad un certo punto vide il leprotto, ora bianco, divincolarsi dalla presa salvifica dell'angelo e lanciarsi nel vuoto. Lei gridò.
“Non farlo! Perché? Sei salvo ormai! Perché l'hai fatto?”
L'angelo la vide e si voltò verso di lei. Aveva il volto di suo fratello.
“Perché si è reso conto di aver poco da vivere e stupidamente ha scelto la via sbagliata.”
Lei pianse e le sue lacrime diventarono ali di cristallo che la fecero salire più in alto, allora scese, per cercare il leprotto, scese sbattendole più velocemente possibile, ad una velocità pazzesca. L'angelo le gridò di fermarsi. Non lo ascoltò. Voleva salvare il coniglio. Ma le ali erano troppo fragili. Si ruppero e lei cadde nel vuoto senza fine urlando per la paura. Vide il fondo dell'abisso. Il leprotto era steso per terra tra gli incappucciati che lo osservavano terrorizzati. Il loro re rise di gusto. La donna dai capelli lunghi biondi si inchinò sull'animaletto e pianse. Lei continuava a precipitare, ma allo stesso tempo si vide a terra e vide se stessa cadere dall'alto e unirsi a sé. Si preparò all'urto.
Si svegliò di colpo. Era frastornata, solo una cosa le era chiara.
Per tutto il sogno lei era stata il leprotto bianco.
Nero
“Signore, è arrivato. L'ho portato qui come lei ha ordinato.”
“Gli hai riferito i miei nuovi ordini?”
“Sì, signore.”
“Cosa ha risposto?”
“Che non li eseguirà, signore.”
L'Imperatore perse la pazienza.
“Fallo entrare. Immediatamente! Subito!”
Affondò gli artigli nel bracciolo destro del trono. Era inammissibile! Nessuno poteva permettersi di recargli un tale affronto! L'Ombra entrò nella sala.
“Axen. Ancora tu. Eppure mi sembrava di essere stato chiaro l'ultima volta che ci siamo visti. Devi eseguire gli ordini. Lo sai. È il tuo destino.”
“È quello che faccio, signore.”
“Non mi risulta.”
Axen fece un passo indietro.
“Come sarebbe a dire? Io non posso rifiutarmi di obbedire ai suoi ordini. Io sono un'Ombra.”
“Diciamo che le tue non sono esattamente defezioni... ma è sinceramente seccante il fatto che tu esegua ogni mia richiesta a modo tuo. Chi ti ha insegnato ad interpretare le mie volontà e agire di conseguenza? Rispondimi, è un ordine.”
Axen alzò lo sguardo.
“Una mia vecchia amica.”
“Questo non risponde alla mia domanda. E il nome?”
L'Ombra rise.
“Lei mi ha solo ordinato di dirle chi mi ha insegnato ad interpretare gli ordini. Non mi ha chiesto i suoi dati anagrafici.”
L'Imperatore affondò ancora di più gli artigli nel bracciolo del trono.
“Che insolenza...”
“Ad ogni modo, non penso di essere stato chiamato per questo.”
“No, ovviamente. Immagino tu sappia cos'è il principio dell'Ombra comune.”
“Sì. Mi è stato spiegato.”
“Vogliamo utilizzarlo per rintracciare Ezariel. Il problema è che ci servirebbe qualcosa che ancora non abbiamo...”
“Lo so. Non riesco ancora a capire dove vuole arrivare, lord.”
“Semplice. Ho bisogno che nel frattempo tu ti attenga agli ordini... e continui la tua ricerca. Trova informazioni sul luogo in cui è nascosto Ezariel. È questo l'ordine. Sono stato sufficientemente chiaro? O devo ripetertelo?”
“Chiarissimo, lord. Posso congedarmi?”
“Sì. Ora vai. Esegui il compito che ti ho assegnato.”
Axen se ne andò. Le porte della sala si chiusero.
“Signore, se mi permette... perché continua a servirsi di lui?”
“Mio caro Dawnner... Axen ha il deprecabile vizio di interpretare i miei ordini come più gli aggrada senza, tuttavia, mai infrangere le regole.”
“Quindi?”
“Quindi è ben lontano dalla Redenzione. Fino a quando non avrà disobbedito ad un ordine, sarà costretto a restare sospeso in questa non-vita. Lui non lo sa. Pensa di essere più furbo, di avere già un piede fuori dalla fossa. Questo lo rende motivato a portare a termine ogni compito. La sua motivazione aumenta ogni giorno che passa. Per questo motivo lo ritengo affidabile. Sono sicuro che per tornare vivo farebbe qualsiasi cosa.”
“Ma così otterrà solo l'effetto contrario.”
“Non c'è nessun problema. Fino a quando lo ignorerà, me ne servirò. Se ne verrà a conoscenza...”
L'Imperatore chiuse di scatto gli artigli dopo aver sollevato la mano sinistra.
“... potrà essere Dissolto senza alcun problema.”
“Non crede che questa sua condotta potrebbe portare ad un'altra congiura? L'ultima è avvenuta solo undici anni fa...”
“Proprio per questo motivo, una volta salito al trono ho dato quell'ordine. Ricordi? Io, Imperatore Arkaneis, ordino a tutte voi Ombre qui presenti di non intentare alcuna azione verso la mia persona.”
Dawnner abbassò lo sguardo.
“Ha pensato proprio a tutto, complimenti...”
“Ora vai pure, non ho bisogno immediato dei tuoi servigi.”
L'Ombra aprì le porte ed uscì, lasciando l'Imperatore da solo. Con sua grande sorpresa trovò Axen ad attenderlo.
“Cosa ci fai qui? Dovresti essere già là fuori a cercare...”
“Calmati. È vero, mi è stato ordinato... ma non è stato specificato quando avrei dovuto iniziare. Così ne approfitto per svolgere una mia indagine personale...”
“Sempre a vedere gli ordini dal tuo punto di vista, eh?”
Axen gli mise una mano sulla spalla.
“Tu sai qualcosa di Kia Hibara?”
“Come, scusa?”
“Di sicuro sai a chi mi riferisco. Voglio sapere dove è finita la sua anima dopo la morte.”
“Non penso di poterti dare questa informazione.”
“Lo sai?”
Dawnner rimase in silenzio.
“Dai, andiamo... non ti sto chiedendo di infrangere le regole...”
“Invece sì. Ho degli ordini da seguire.”
Axen rise divertito sotto la maschera di seta viola.
“Quali? Sì, insomma, quali sono gli ordini che devi eseguire? Da chi ti sono stati dati?”
“Derakines. È stato lui. Mi ha ordinato di tacere.”
“Sono state le sue esatte parole?”
“No. Mi ha detto ti proibisco di rispondere a qualunque domanda sulla scomparsa di mia moglie Kia. Nessuna. Inoltre, non sei autorizzato a fornire dettagli sulle circostanze dell'incidente in cui è stata coinvolta. Direi che queste parole non lasciano adito a dubbi, non trovi?”
Axen lo osservò divertito.
“Ha specificato per quanto tempo avresti dovuto mantenere il silenzio?”
“Uh?”
“Dimmi se ti ha ordinato di tacere per sempre.”
Dawnner tolse la mano di Axen dalla sua spalla.
“Non ci provare. So dove vuoi arrivare. Non contare su di me. Non ho il coraggio di prendere una decisione così impegnativa.”
“Il tempo delle scelte è arrivato. Non puoi nasconderti dietro agli altri per l'eternità. Pensaci.”
“La fai troppo semplice. Devo ricordarti che per noi la parola decisione è proibita?”
Axen fece per andarsene. Non avrebbe ottenuto altro da quella conversazione.
“Ora capisco perché non ci sono più redenti...”
Dawnner lo osservò allontanarsi in silenzio. Si vergognava profondamente di se stesso. Aveva più senso quella parola? Gli occhi di Axen si spensero di colpo e crollò a terra urlando di dolore. Dawnner si avvicinò atterrito.
“Axen! Cosa succede? Axen!”
Lo scosse senza apparente risultato. Non era scomparso, per cui doveva essere ancora in grado di mantenere la sua forma. Attese in silenzio. Prima o poi si sarebbe risvegliato.
Passò un'ora.
Dawnner si alzò e osservò il corpo dell'Ombra. Era ancora immobile. Fece per andarsene, ma qualcosa attirò la sua attenzione. Un movimento quasi impercettibile della mano. Si fermò. Axen lentamente aprì gli occhi.
“Finalmente! Cosa diavolo è successo?”
L'Ombra si mise a sedere.
“Non lo so. Ho sentito un dolore lancinante, poi più nulla. Per quanto sono svenuto?”
“Più di un'ora. Ricordi qualcos'altro?”
“Sì. Ho sognato.”
Dawnner sembrò più sorpreso di lui.
“Cosa?”
“Uh?”
“Cosa hai visto?”
“Perché ti interessa?”
“Devo saperlo. Se un'Ombra sogna, io devo riferire all'Imperatore. È un fenomeno raro ma non inconsueto. È già capitato più volte. In generale, raccogliamo le descrizioni e i racconti in alcuni libri. Possono aiutare a comprendere meglio la nostra natura.”
“Ok, va bene... dunque... Ero nel corpo di un'altra persona... e osservavo un leprotto che cambiava colore in un mondo completamente verde. Poi il paesaggio è cambiato. Ho visto una ragazza, una ragazza che conoscevo... non ti so dire chi fosse ora, ma nel sogno ero sicuro di conoscerla. Ha preso il coniglio tra le sue braccia e lo ha allattato. Poi l'animale è fuggito, entrato in una porta ed è finito tra le grinfie di un'Ombra... un Imperatore, direi. Un angelo lo ha salvato, ma il leprotto si è divincolato dalla sua presa e si è buttato di sotto. Nell'ultima scena ho visto il cadavere dell'animale vicino alla ragazza di prima e all'Ombra malefica. Subito dopo, è come se mi fossi svegliato. Ho visto la corsia di un ospedale. Non riuscivo a muovermi, ero completamente bloccato, mi facevano male tutte le ossa. Un medico mi ha sorriso dicendomi che me la sono cavata con una serie di fratture, che per l'altezza da cui sono caduto poteva andarmi molto peggio. L'ho visto allontanarsi e mi sono guardato intorno. Le mie braccia erano piene di fasciature e garze. Avevo una flebo. Non so cosa mi sia successo. Dovevo essere ferito anche alle gambe. Non le vedevo ma mi facevano male. Non riuscivo a muoverle. Poi ho sentito un rumore. La porta si è aperta...”
“E?”
“Ed è comparso Ezariel.”
Dawnner fece un passo indietro.
“Ne sei sicuro? Era proprio lui?”
“Difficile dirlo. L'aspetto di quella persona era simile a quello che aveva lui undici anni fa. Dovrebbe essere diverso ora.”
“Già... hai ragione... dopo ti sei svegliato?”
“Sì. Cosa è stato?”
“Dimmi, è la prima volta che ti capita?”
Axen sospirò.
“No. Ogni volta che per qualche motivo perdo i sensi... è come se osservassi il mondo dagli occhi di un'altra persona. Sempre la stessa. Hai una spiegazione?”
Dawnner lo aiutò a rialzarsi.
“Forse...”
“Puoi parlarmene?”
Dawnner ci pensò su un attimo.
“Non dovrei infrangere alcun divieto... o almeno, nessuno mi ha ordinato di mantenere il silenzio su questa questione.”
“Dunque?”
“Non sei il primo. In tutti questi anni abbiamo registrato diciotto casi simili al tuo.”
“Solo diciotto? Diciotto casi in oltre novecento anni? Sei sicuro?”
“Sì, non posso sbagliarmi. Sai, c'è una sorta di collegamento tra queste Ombre e il... mondo reale, tutti questi soggetti, vissuti in tempi e luoghi diversi, avevano qualcosa in comune.”
“Ovvero?”
“Un figlio.”
Bianco
“Spiegatemi bene la situazione. Cosa è successo a questa ragazza? Il suo quadro clinico è abbastanza complicato! Guardi qua! Frattura scomposta del femore sinistro, frattura della tibia destra, lussazione della rotula destra, frattura dell'omero destro, del radio e dell'ulna sinistri. Sei costole incrinate! È stata investita da un auto?”
“Si è buttata dal tredicesimo piano...”
“Dodicesimo più uno, per favore. Quel numero porta jella... non esiste il... insomma, i palazzi non hanno quel piano. O uno in più o uno in meno...”
Il medico non prestò attenzione alle sue parole e continuò imperterrito.
“... di una palazzina del centro città. Il telone ben teso di un negozio, strappandosi, ha diminuito molto la velocità di impatto. Chiaro intento di suicidio. Se guarda queste lastre, può anche immaginarne il motivo.”
L'altro medico prese le foto in mano.
“Capisco... ma perché uccidersi in un modo così stupido? Non ci è nemmeno riuscita! E poi tocca a noi poveri medici cercare di salvare gente che butta la propria vita dalla finestra. Ma dico, siamo pazzi? Come quando ci portano anziani in crisi respiratoria o in evidente arresto cardiaco e ci chiedono di salvarli ad ogni costo.”
“Non mi dica che ha scelto questa professione solo per i soldi, Steel. Non ha un briciolo di senso umanitario?”
“Verso me stesso sicuramente, dottor Valen. I parenti sono già stati avvertiti?”
“Era il suo unico compito, dottor Steel. Non ha portato a termine neanche quello?”
Steel era evidentemente imbarazzato. Alzò il telefono e iniziò a comporre alcuni dei numeri che aveva segnato su un taccuino.
“...ora possiamo notare come il rendiconto dell'ultimo trimestre...”
Le parole di Jason furono interrotte dallo squillo di un cellulare. L'uomo si scusò.
“Perdonatemi, è il mio telefono personale. Lo utilizzo solo per le emergenze.”
“Risponda pure, signor Aiample. Se l'hanno chiamata ora, deve esserci un buon motivo.”
Jason premette il tasto verde.
“Pronto? Qui parla Jason Aiample, al momento sono in riunione... come dice? L'ospedale centrale? Ma cosa... mia figlia? Ann? In terapia intensiva? Cosa diavolo... arrivo subito, sarò lì tra meno di dieci minuti. Come sta? È viva, vero? Sì? Prendo mio figlio Alec e vengo subito da voi!”
Jason riattaccò.
“Vladenek, ti spiacerebbe terminare la relazione al posto mio? Mia figlia Ann è in ospedale con lesioni su tutto il corpo. Devo correre, capiscimi...”
“La comprendiamo tutti, signor Aiample. Ci arrangeremo, stia tranquillo.”
“Continuo io, non ti preoccupare.”
“Grazie. A più tardi. Ora devo scappare.”
“Allora, questi parenti?”
“Ho avvertito il padre. Non è necessario chiamare anche il figlio, la notizia se la passeranno tra loro, non trovi?”
“Non penso le sarebbe costato molto alzare la cornetta una seconda volta...”
“Ho capito l'antifona.”
Il dottor Steel compose un secondo numero e rimase in attesa.
Alec sentì squillare il cellulare. Numero sconosciuto. Un apparecchio fisso, comunque. Rispose distrattamente, senza dar troppo peso alla questione.
“Pronto? Chi parla? Certo che sono Alec Aiample... l'ospedale? Oddio, cosa è successo stavolta?”
Il telefono gli cadde quasi dalla mano.
“Può ripetere scusa? Mia sorella? Ann Aiample? Ne è proprio sicuro? Sì? Come sta? Mi dica che non è morta!”
Il medico lo rassicurò.
“Ah, bene... come dice? Ha già contattato mio padre? Mi verrà a prendere fra poco? Grazie dell'informazione. Raggiungerò la struttura appena possibile...”
Riattaccò. Perché? Cosa diavolo le era saltato in mente?
“L'hai rintracciato?”
“Sì, sì, arriva anche lui, ora... ma... per quale motivo ha smesso di darmi del lei, dottore?”
“Sono abbastanza agitato, Ryan. Smettiamola con questa farsa. Dobbiamo intervenire il prima possibile se vogliamo salvarla.”
“Appunto. Se vogliamo. Dai, ha cercato di uccidersi... pensi veramente che faremmo il suo bene?”
“Se non vuoi essere indagato per omissione di soccorso...”
Il dottor Steel sospirò.
“Colpito e affondato. Andiamo, forza.”
“Tu vai in terapia intensiva dalla ragazza. Io accolgo i suoi parenti.”
“Perché io?”
“Perché, nonostante tutto, nonostante tu sia un avido materialista senza un briciolo di carità e compassione, sei il migliore in questo genere di operazioni. Ryan, tocca a te.”
Il dottor Steel sospirò, notevolmente seccato.
“Va bene. Dì loro di attendere fuori dalla sala cinque e di non preoccuparsi, le condizioni sono piuttosto stabili. Al resto penso io.”
“Il signor Jason Aiample, vero?”
“Esatto. Con chi ho il piacere di...”
“Dottor Elias Valen. C'è anche suo figlio?”
“Sì, sta arrivando proprio ora.”
“Signor Alec Aiample?”
“Sì, eccomi. Come sta?”
“Seguitemi.”
Il dottor Valen li portò nel padiglione di terapia intensiva. Steel stava già operando.
“Tra quanto tempo potremo vederla?”
“Un paio d'ore. Questa è un'operazione di routine, per stabilizzare le condizioni della paziente. Non dovete preoccuparvi. Non è assolutamente in pericolo di vita.”
“Dove l'hanno trovata?”
“Su un marciapiede tra la sesta e la quarta strada. Sembra si sia lanciata dal tetto di un condominio. Non dovrei dirvelo... ma è stato aperto un fascicolo per verificare se si sia trattato di un tentativo di suicidio...”
“Suicidio? Ma cosa diavolo... lei sta vaneggiando! Che motivo avrebbe avuto?”
“A questo può rispondere suo padre, signor Aiample. D'altronde, non è la prima volta che viene qui per lei.”
Alec osservò Jason. Nei suoi occhi neri non riuscì a leggere nulla.
“Cosa significa?”
“Ne parliamo dopo, d'accordo? Dov'è lo studio del dottor Willis?”
“Quarto piano. Lo hanno spostato di recente.”
Jason annuì.
“Alec, rimani qui. Io approfitto di queste due ore per svolgere una commissione importante che riguarda il bene di Ann. Fammi sapere qualcosa appena puoi.”
Alec rimase da solo in sala d'attesa. Il dottor Valen era stato richiamato d'urgenza in sala operatoria. Il ragazzo si guardò intorno per l'ennesima volta. Le pareti bianche lo deprimevano. Stava attendendo da almeno un'ora. Il tempo sembrava non passare mai... era infuriato. Lei aveva tradito la sua fiducia. Per quale motivo, poi? Era incomprensibile... raccolse la testa tra le mani. Non riusciva a dare un senso alla situazione. Era pazzesco! Quella mattina erano andati a scuola insieme, ma lui non si era accorto di nulla. Non c'era assolutamente nulla di diverso in lei, rispetto al solito.
“Maledizione! Cosa le è preso? Non riesco proprio a capire...”
Rimase seduto in silenzio per un'altra ora. Finalmente, sentì una porta aprirsi.
“Signor Aiample?”
“Sì?”
“Sono il dottor Steel. L'operazione è riuscita. Sua sorella dovrà essere sottoposta ad almeno altri quattro interventi per sistemare le fratture.”
Alec si alzò in piedi.
“Come sta ora?”
“Si è appena svegliata. È stata molto fortunata. Nessuna lesione agli organi interni.”
“Posso parlarle? Anche solo per un minuto...”
“Tra mezz'ora inizieremo ad operarle le gambe. Le sue ossa sono praticamente a pezzi, ma non è un caso così disperato... dovremo rimetterla sotto anestesia, per cui, se vuole scambiare due parole con lei... può farlo ora.”
“Grazie, dottore.”
“Mi segua. L'abbiamo trasferita nelle sale di degenza”
Ann stava pensando al suo sogno. Cosa significava? Sembrava quasi una rappresentazione allegorica della sua vita. La donna, l'angelo, il re oscuro... tutte figure a cui riusciva a dare un volto reale nei suoi ricordi. Si guardò attorno. Tornò alla realtà in un attimo. Era all'ospedale, nel reparto di terapia intensiva. Osservò le sue braccia. Erano quasi completamente fasciate e steccate. Doveva essere lo stesso anche per le gambe. Riusciva solamente a muovere la testa. Le avevano impiantato una flebo. Si sentiva come in prigione. Non poteva eseguire alcun tipo di movimento. La porta si aprì di scatto. Era suo fratello.
“Alec...”
La sua voce era molto debole.
“Ann... cosa diavolo hai combinato? Perché l'hai fatto?”
“Una... una domanda per volta.”
Sorrise timidamente.
“Sono stata una stupida, vero?”
“Vuoi che ti risponda in tutta franchezza?”
“No...”
Alec si sedette vicino al letto. Lo spettacolo era disarmante. Sua sorella aveva entrambe le braccia steccate e ovunque non fosse coperta dalle garze si intravedevano lividi, tagli e sbucciature. L'unica zona che sembrava essere stata risparmiata era il volto. Il suo viso era angelico come al solito, non vi erano tracce di ferite.
“C'è anche Jason?”
“Sì. È andato a parlare con un altro medico... un certo dottor Willis, mi pare...”
“Ah.”
Ann si fece scura in volto.
“Ho detto qualcosa che non va?”
“Allora sai tutto, non è così?”
Alec assunse un'espressione sorpresa.
“Tutto? E di cosa?”
“Non voglio nascondertelo più, fratellino. Ti ho ingannato per troppo tempo.”
Ann deglutì, poi le lacrime rigarono il suo volto.
“Ho due mesi di vita, Alec.”
Il ragazzo si accasciò sulla sedia.
“Cosa... cosa stai dicendo?”
“Colloquio terminato, signor Aiample. Dobbiamo portare sua sorella nel reparto di ortopedia per l'operazione al femore. A seguire, sistemeremo anche la rotula e la tibia.”
“Quando potrò rivederla?”
“Passi domani, per favore.”
“Non posso rimanere qui con lei?”
“Mi dispiace. Le regole sono regole. Domani vedremo cosa si può fare.”
Alec salutò sua sorella e fu accompagnato fuori. Arrivò anche Jason.
“Come sta? Sei riuscito a parlarle?”
“Sì. Complessivamente le è andata bene. In quanto a te...”
Jason rabbrividì. Alec non aveva mai usato quel tono di voce da quando lo aveva accolto a casa sua.
“Sei proprio sicuro di non dovermi dire nulla?”
Sogni di una convalescente: la maschera
Era in una specie di tendone. Sembrava un circo. Ma non c'erano pagliacci. Un tendone rosso, rosso come il sangue. C'era un palco al centro, un palco circolare. All'improvviso, dal pavimento spuntarono degli alberi, con le foglie rosse. E dei palazzi, di diverse altezze. La ragazza li osservò stupita. Il palco cambiò forma divenne rettangolare. Dai palazzi uscirono i teatranti, persone vestite di rosso, persone comuni che vivevano nella città di cartapesta. Avevano una maschera sulla faccia. Una maschera di cartapesta su cui era stampato il loro volto. Lei era in platea. Si voltò. C'erano almeno mille persone. Anche loro avevano il volto coperto da una maschera di cartapesta. Tornò a concentrarsi sullo spettacolo. I teatranti si muovevano meccanicamente, come marionette. Sembrava una simulazione al rallentatore della vita umana. Le mani erano rigide come pezzi di legno, sembrava che non fossero in grado di compiete un movimento naturale. Lei era ferma. Non riusciva a muovere nulla se non il collo. All'improvviso, la situazione si sbloccò. Camminò verso il palco e salì tra i burattini, che continuavano nella loro insulsa parodia della vita umana. Osservò il pubblico. C'era solo una persona davanti a lei, ora. Teneva uno specchio in mano. Osservò la sua immagine riflessa. Anche lei aveva una maschera. Se la tolse. Sotto c'era un'altra maschera. Tolse anche quella. Tornò bambina. Aveva otto anni ora. I teatranti continuavano nella loro danza scarlatta e meccanica. Lo spettatore era fermo con lo specchio in mano.
L'individuo mascherato le rivolse la parola.
“Stai bene?”
“No.”
“Eppure mi avevi detto che stavi bene.”
“Mentivo.”
Le luci iniziarono ad esplodere. I teatranti continuavano a recitare senza proferire una parola.
“Ora non hai maschere. Sei sincera.”
Gli alberi persero di colpo le foglie. Rimasero spogli e secchi sul palco, mentre i teatranti insistevano nel rappresentare una parodia della vita di ogni giorno.
“Capisco.”
I palazzi crollarono in una nube di polvere rossa.
“Sto sognando?”
Nessuna risposta. Una marionetta cadde a pezzi. Lei si voltò di scatto. Tutte le altre marionette, tutti i teatranti si ruppero e formarono una massa scarlatta indistinta di arti di legno. Rimasero solo lei e lo spettatore. Lui si avvicinò. Lascio cadere lo specchio, che divenne acqua toccando terra, poi fu avvolto dalle fiamme e scomparve. Lo spettatore osservò le fiamme che avvolgevano lo specchio rotto. Tutto intorno a loro era scomparso. Era rimasto solo il telone rosso. Si sentì chiamare. Era il suggeritore. Aveva il volto di Jason.
“Dì che stai bene. Fallo per lui.”
Lei si voltò verso lo spettatore.
“Sto bene. Non ti preoccupare.”
Si toccò il volto. Aveva di nuovo una maschera. Se la tolse. Anche lo spettatore fece lo stesso. Sotto la sua maschera c'era Alec. La guardò con aria di rimprovero.
“Perché?”
“Non è come pensi, io...”
Ann si svegliò dall'anestesia. Si sentiva tremendamente in colpa. Il rosso non era solo il colore del sangue, del fuoco, della passione. Era il colore della vergogna.
Rosso
“Ecco, Axen. Questo è l'archivio. Qui sono stati trascritti tutti i sogni delle Ombre.”
Axen era abbastanza deluso. “Solo quattro libri?”
“Le Ombre non dormono. È già tanto che svengano o perdano conoscenza. È l'unico momento in cui siano stati registrati eventi di questo genere.”
“Perché questi volumi dovrebbero aiutarci a capire la natura delle Ombre?”
Dawnner rise.
“Il principio dell'Ombra comune è stato confermato proprio grazie alle informazioni raccolte qui.”
Il principio dell'Ombra comune... aveva solo una vaga idea di cosa fosse. Davanti ad Arkaneis aveva bluffato per non sentirsi inferiore, ma in effetti non ne sapeva moltissimo.
“Parlamene, Dawnner. Che cos'è esattamente?”
Dawnner raccolse le idee, poi iniziò ad esporre l'argomento.
“Hai idea di che cosa sia esattamente l'ombra che ci compone?”
“No.”
“Lo immaginavo. Nessuno lo sa. Forse il solo Ian DeGannaw conosceva la risposta a questa domanda, ma è stato Dissolto troppo presto. Non ha lasciato nessuno scritto su questo argomento.”
“Ian DeGannaw... ovvero Giano da Ganno o Ian di Connaught, giusto? Intendi... il creatore di tutto questo, vero?”
“Proprio lui. Vedi, senza una guida, abbiamo dovuto cercare le risposte da soli.”
“Una vostra scelta?”
“Ci è stato ordinato.”
“Ah, ora ti riconosco...”
Dawnner non raccolse la provocazione.
“Comunque, tornando a noi... abbiamo scoperto che l'ombra si trasmette intera da padre a figlio.”
“E cosa c'è di nuovo? Tutti sanno che le mezzombre sono ancora asservite all'Imperatore...”
“Non è questo il punto. Quando dico si trasmette per intero, intendo dire che è la stessa.”
Axen rabbrividì. Sperava di aver capito male.
“Axen, quello che sto cercando di dirti è che l'ombra è, per certi versi, un essere parmenideo. È vero, è generata dal Cuore e non è unica, ma è eterna e indivisibile. Se tu avessi un figlio, o una figlia, egli sarebbe parte di te come tu saresti parte di lui. Sareste la stessa persona, perché l'ombra è la stessa. Siete parte di un tutto. Per questo principio, due individui che condividano la stessa ombra non possono nuocersi.”
“Perché, scusa?”
“Perché l'ombra è egoista e tende ad autoconservarsi. Non è così stupida da eliminare se stessa.”
“Ma come... si, insomma, come fai ad accorgerti se una persona...”
“Blocco psicologico. I tuoi muscoli si bloccano, non riesci a fare nulla.”
“Allora si tratta di questo...”
“Axen, è il metodo utilizzato dagli Imperatori mezzombra per essere sicuri della legittimità dei loro figli.”
“Cosa intendi dire?”
“Il padre cerca di tirare uno schiaffo al figlio. Se l'ombra è la stessa, la mano non raggiungerà mai la guancia del bambino.”
“Dimmi, è stato Saìl Derakines il primo a sfruttare questo principio?”
“Sì. Io ero presente.”
Axen deglutì a fatica.
“Cosa c'è?”
“Dimmi... il principio... funzionò con tutti e tre i suoi figli? Voglio dire... c'è una conferma di quello che mi hai detto?”
“Effettivamente... funzionò solo per i due maschi. Lo schiaffo raggiunse la guancia della piccola Kasumi. Non ne ho mai capito il motivo. Forse il principio non funziona con le femmine. Non abbiamo abbastanza dati per trarre conclusioni.”
“Ah. Capisco.”
“Cos'hai, Axen? Va tutto bene?”
“Sì, sì, non ti preoccupare, per favore, ora vai avanti. Il principio... ha altre conseguenze?”
“A quanto ne sappiamo, solo ancora una. Durante il sonno o in stati psicofisici alterati può capitare che gli individui accomunati dalla stessa ombra si sognino a vicenda e vedano dagli occhi dell'altro, oppure che si sintonizzino sullo stesso sogno. Non è raro.”
“Grazie, Dawnner. Ora devo andare. Ci vediamo più tardi.”
Axen sparì. Di sicuro sarebbe andato in cerca di informazioni su Ezariel... no, chi poteva dirlo? Era imprevedibile. Forse anche un po' troppo. Dawnner ne aveva conosciuti molti come lui. Avevano fatto tutti una brutta fine.
Un lampo nero interruppe la tranquillità di un vicolo buio alla periferia di Ahrlem. Aveva bisogno di parlare con Jason o con Jake della situazione. Gli ordini di Arkaneis si facevano sempre più precisi, gli davano sempre meno possibilità di interpretazione.
Passando dai tetti, arrivò velocemente alla casa in cui vivevano gli Aiample. Entrò da una finestra e si preparò.
“Jason! Sono Axen! Devo parlarti...”
Un uomo sulla cinquantina con i capelli brizzolati lo accolse.
“Accomodati. A cosa devo la tua visita?”
“Sarò franco. L'Imperatore vuole Jake. Mi sta lasciando sempre meno spazio di manovra. Oggi mi ha ordinato di raccogliere la maggior quantità possibile di informazioni sul suo nascondiglio. Fortunatamente ha commesso un errore.”
“Quale?”
“Non mi ha ordinato di riferirgliele.”
Jason sorrise.
“E se te lo ordinasse? Cosa faresti?”
“Hai centrato il problema. Non posso disobbedire.”
“Auguriamoci che quel giorno non arrivi mai.”
“Dove sono Jake e Kasumi? Sono fuori con gli amici?”
“No. Sono all'ospedale.”
“Cosa?”
Jason era visibilmente in apprensione.
“Kasumi ha tentato di suicidarsi. Si è lanciata dal tredicesimo piano di un palazzo.”
Axen non voleva crederci.
“Dov'è ora? È viva?”
“Sì. Mi hanno appena chiamato. L'operazione al femore è stata conclusa con successo. Domani andrò a trovarla. Jake invece è lì per parlare con il dottor Willis...”
“Non è quel medico che si occupa di patologie respiratorie gravi? Il primario di pneumatologia, ne ho già sentito parlare...”
“Esatto. Posso fare qualcos'altro per te, Axen?”
“No. Dì solo a Jake di stare in guardia. Ora ho una commissione urgente da sbrigare. Ci vediamo, Jason. Questa notte porterò i tuoi saluti a tua nipote.”
“Kasumi. Svegliati, per favore...”
La ragazza aprì gli occhi. Erano le tre di notte. Per quale motivo l'avevano svegliata a quell'ora? Dopo un istante si rese conto del nome con cui l'avevano chiamata. Rabbrividì.
“Chi sei? Cosa vuoi da me? Come...”
“Calmati. Sono Axen.”
La ragazza si tranquillizzò.
“Per quale motivo sei venuto qui?”
“Ho saputo tutto.”
“Bene, allora non perderò tempo in spiegazioni.”
“Riesci a muoverti?”
“No. Ad ogni modo, perché sei venuto a quest'ora?”
“Non potevo presentarmi durante l'orario di visita. Hai presente, no?”
Ann rise debolmente.
“Hai ragione.”
“Come ti è saltato in mente di...”
“Volevo essere libera di scegliere. Libera di disporre di quanto mi rimane da vivere.”
“Non mi risulta che tu sia così vecchia... se ti fai questi problemi a diciannove anni...”
“Jason non ti ha detto niente, allora.”
Axen fu colto alla sprovvista.
“No. Avrebbe dovuto dirmi qualcosa?”
La ragazza rimase in silenzio per un po'.
“Sai, Axen... spesso sogno di essere te. Sogno il Regno, l'Imperatore, Dawnner... sempre dal tuo punto di vista. Sono sogni strani, sembrano veri. Sono fin troppo realistici.”
“Dimmi, che cosa mi vedi fare, in quei sogni?”
“Sei sempre alla ricerca di informazioni sulla morte di mia madre. Ad esempio, proprio oggi pomeriggio... mentre stavo cadendo dal palazzo, intendo... ti ho visto parlare con Dawnner. Lui diceva di non poterti dire nulla sulla scomparsa di Kia Hibara. Diceva di avere ordini precisi da parte di mio padre. Poi tu hai cercato di persuaderlo al solito modo... Ha specificato per quanto tempo avresti dovuto mantenere il silenzio?... poi ho colpito il marciapiede.”
Axen si sedette vicino al suo letto. Sembrava frastornato.
“Tutto bene, Axen? Ho detto qualcosa che non va?”
L'Ombra ritornò mentalmente al pomeriggio di quello stesso giorno. Aveva detto quelle esatte parole. Che fosse veramente...?! Pensò a quello che gli aveva detto Dawnner sul principio dell'Ombra comune. Poteva essere applicato in quel caso?
“Vuoi sapere perché mi sono buttata, non è così?”
Axen tornò alla realtà.
“Sì, esatto.”
“Tu sai benissimo che io sono destinata al Regno, vero? Lo sai che al momento della mia morte io diventerò un'Ombra? Tutta colpa di mio padre! Un'Ombra, prima di generare un figlio, dovrebbe riflettere sul destino a cui lo sta condannando. Non avrà scelta, non avrà possibilità di riscatto. Vivrà la sua vita conoscendone già il finale. Un finale terribile. Non è giusto...”
“Comprendo il tuo punto di vista, ma non ti sembra di essere un po' troppo severa...”
“Mia madre avrebbe dovuto mandarlo alle ortiche, quel bastardo! Non ne ha avuto il coraggio! Così facendo, mi ha condannato! È anche colpa sua, soprattutto colpa sua! Perché ha seguito quel mostro? Per fortuna tu l'hai sempre aiutata. Perché non si è messa con te? Io la odio!”
“Come fai a giudicarla? Tu non sai come è andata! Non oltraggiare il nome di tua madre!”
Axen alzò la mano. Ann chiuse gli occhi terrorizzata. Lo schiaffo non la raggiunse mai. Il corpo dell'Ombra si era irrigidito. Non riusciva a muoversi.
“Axen... perdonami... non volevo...”
“Niente. Non fa niente... Ora devo andare. Tu pensa a guarire. È meglio. Tornerò domani sera.”
L'Ombra svanì in un lampo nero. Ricomparì in un vicolo grigio e buio, alla periferia della città. Era cosciente di quello che era accaduto giusto un attimo prima.
“Non fa niente... figlia mia.”
Grigio
“Dawnner, vieni qui, ho bisogno di parlarti.”
“Sì, mio signore.”
Dawnner si avvicinò al trono dell'Imperatore.
“Hai più avuto notizie da Axen?”
“No, ma sono passate meno di ventiquattr'ore da quando...”
“Non dirmi cose che so già.”
Arkaneis indossava un lungo saio nero orlato da fregi metallici. Il suo volto era coperto totalmente da una maschera di tela viola con due paia di fessure, una per occhio, occhi che altro non erano se non luccichii scintillanti nel buio.
“Temo che Axen riesca ad interpretare i miei ordini con facilità. Devo al più presto precisare le mie richieste. Non appena torna nel Regno, portamelo qui.”
“Sì, signore.”
“Ah, un'altra cosa... hai informazioni sulla fine di Hiro Takara? Nessuno ha una prova della sua morte.”
“Ufficialmente è scomparso undici anni fa quando voi siete salito al trono...”
“Lo so... ma non mi basta. Il cadavere non è mai stato trovato. È possibile, anche se sostanzialmente improbabile che sia ancora vivo...”
“Perché non lo ha mai fatto cercare?”
“Non lo consideravo un pericolo.”
l'Imperatore osservò la perplessità nello sguardo del suo sottoposto.
“Ti ho forse sorpreso?”
“Sì. Le devo forse ricordare che Erwan è il primogenito di...”
“Del precedente Imperatore? Lo so. Ma vedi... dopo la sua morte, il favorito era Ezariel. Erwan non era stato nemmeno preso lontanamente in considerazione.”
“Per cui, secondo lei... è riuscito a fuggire indisturbato?”
“Solo un'ipotesi, ma potrebbe avere un fondamento. Avrà cambiato nome, immagino. Se Axen non riuscirà a trovare Ezariel entro una settimana, lo destinerò a...”
“Lord, è impossibile. Ezariel è riuscito a nascondersi per ben undici anni. Come può Axen trovarlo in una settimana?”
“Conosceva sua madre, Dawnner. È un ottimo punto di partenza questo, non trovi? Nessun altro ha i requisiti per portare a termine questo compito, per ora.”
“Teme veramente che Ezariel voglia destituirla?”
“No. Di sicuro avrà capito che si sta molto meglio nel mondo umano, tra i vivi. Non avrebbe interesse a mettermi i bastoni tra le ruote... fino alla sua morte. In quel momento, sai cosa succederà, vero? Diventerà un'Ombra e arriverà qui, nel Regno. Allora sì che sarà un problema. Derakines aveva e ha tutt'ora molti sostenitori. Suo figlio... ti rendi conto di cosa potrebbe significare, Dawnner? Riesci a immaginare le conseguenza del suo arrivo?”
“Sì.”
“Questa conversazione è da ritenersi conclusa. Torna ai tuoi doveri.”
Arkaneis si voltò dalla parte opposta. Dawnner uscì dalla sala del trono. L'Imperatore era ossessionato da Ezariel. Ma per quale motivo? Non godeva del favore delle Ombre. Aveva fatto l'errore di ribellarsi più volte agli ordini del padre. Era stato bollato come eretico. Quale fosse l'evento che aveva trasformato il fedele cagnolino di Derakines in una mina vagante, non era noto. Probabilmente era solo paranoia. Non c'era alcun effettivo pericolo per il Regno.
“Colloquio con il capo?”
Si voltò. Era Axen.
“Proprio te stavo cercando. Devo portarti dall'Imperatore. Ha nuovi ordini per te.”
“Ha specificato che devi portarmici ora?”
“Sì.”
“Prima devo chiederti un paio di cose, ok? Finché non avrai risposto non mi muoverò di qui.”
“Sarebbe una ribellione bella e buona...”
“Assolutamente no, Dawnner. Ha ordinato a te di portarmi da lui, non a me di seguirti.”
Dawnner sbuffò. La sua abilità linguistica era evidente.
“D'accordo, hai vinto. Cosa vuoi sapere?”
“Ogni mezzombra è destinata al Regno, alla morte?”
“Così pare. Non c'è una regola precisa. Se durante la sua vita non riesce a riscattarsi, allora sì, è destinata al Regno.”
“Cosa intendi di preciso con riscattarsi?”
“Hai centrato il punto. Nessuno lo sa con precisione. Alcuni pensano che significhi decidere liberamente della propria vita. Scegliere di rinunciarvi, diciamo, potrebbe essere un metodo per ottenere la Redenzione.”
“Per quale motivo?”
“Axen, la vita è importante. Molte regole, molte religioni, quasi tutte se vogliamo essere precisi, condannano il suicidio. Impongono una regola, un ordine perentorio. Tu sai che neanche le mezzombre possono rifiutarsi di eseguire un ordine proveniente da un loro superiore. Infrangere un divieto di questo genere, sarebbe abbastanza per essere redenti e quindi essere reinseriti nel ciclo vitale.”
“Capisco... ma non credo sia l'unico modo. Ci sarà pure un'alternativa meno drastica.”
“Io conosco questa e ho la certezza che funzioni, ma, come ben sai, è dannosa per la mezzombra stessa. Comunque dovresti saperlo, sono talmente poche che a nessuno è mai venuto in mente di studiare il fenomeno.”
“Chiaro. Ah, Dawnner, ancora una cosa. Sei stato tu ad uccidermi, vero?”
L'Ombra rimase in silenzio.
“Allora? Vorrei una risposta.”
“Mi è stato ordinato da Saìl. Non è stata una mia scelta. Io ero contrario...”
“Amico mio... non hai ancora capito, allora. La Redenzione si raggiunge opponendosi agli ordini ingiusti, facendo valere il proprio punto di vista, comportandosi come un individuo. Devi iniziare a decidere per conto tuo, Dawnner. Solo così potrai tornare ad essere te stesso.”
“Sei bravo con le parole, Axen, ma non mi sembra che tu ti stia muovendo in questa direzione!”
“Ti sbagli. La mia ribellione è iniziata il giorno stesso in cui sono morto. È una rivolta silenziosa. Interpretare gli ordini a modo mio mi rende molto diverso da te, se non te ne sei accorto. A differenza di te, io sperimento ogni giorno una sorta di libero arbitrio.”
“Certo, come no... decidere come eseguire un ordine. Bel libero arbitrio... è solo fumo, Axen, un fumo denso e grigio che ti dà l'illusione di essere libero. Ma non lo sei. Siamo nella stessa situazione. Pensaci bene.”
“Già fatto. Penso che tu stia soltanto cercando di vanificare i miei sforzi.”
“Non è così. Finché non ti ribellerai nel vero senso della parola, allora sarai dannato. Non è con i sotterfugi che si acquista la Redenzione. Tu credi di decidere, credi di poter fare quello che vuoi, ma ti pieghi agli ordini, sperando che siano molto generici per poterli vivere ed interpretare a modo tuo, fino quasi a far perdere loro significato. Ma alla fine li esegui. Dimmi, hai almeno una volta, una sola, fatto il contrario di quello che ti è stato detto?”
Axen rimase in silenzio a lungo.
“No. Non che io ricordi, almeno...”
“Visto? Ribellarsi in questo modo non serve a nulla.”
“Qui sei tu a sbagliarti.”
“Come dici?”
“Serve a mostrare al nostro caro Imperatore che non tutto va come dovrebbe nel Regno, che c'è del malcontento. È un modo come un altro per farglielo capire.”
“Punto di vista interessante, lo ammetto. Ma è ancora troppo poco. Se non hai altro da chiedermi, seguimi, Arkaneis vuole parlarti.”
“Sei stato tu a portare Kia nel Regno dopo l'incidente?”
Dawnner si fermò di colpo.
“Ti ho già detto mille volte che non posso risponderti. Quando lo capirai nella tua zucca vuota? Anche se fossi stato io, cosa cambierebbe per te saperlo? Ne avresti qualche vantaggio?”
“Grazie, Dawnner. Ora ne ho la conferma. Ci vediamo più tardi.”
“Ehi, un momento! Mi avevi promesso che...”
“Ho detto che non mi sarei mosso da qui fino a quando tu non mi avessi risposto, non che ti avrei seguito se tu lo avessi fatto. Nessuno mi ha ordinato di comparire di fronte ad Arkaneis. A dopo, Dawnner.”
Sogni di una convalescente: la nave
Era su una nave e stava solcando l'oceano, questa volta. Il mare era nero come al solito. I suoi compagni di viaggio erano anch'essi in bianco e nero. Il cielo era bianco. Non c'erano altri colori. Bianco e nero. Da che mondo è mondo, tutto è bianco e nero. La vita è composta da leggere sfumature di grigio. Ma perché era tutto in bianco e nero? L'imbarcazione era portata in avanti da figuri incappucciati che camminavano sull'acqua e la trascinavano con delle corde verso una montagna nera.
“No, così affonderemo!”
“Esattamente.”
“Ma per quale motivo?”
“Perché ci è stato ordinato.”
La nave si dirigeva sempre più velocemente verso il blocco nero. La montagna si animò. Due occhi bianchi si aprirono sulla sua sommità. Due braccia enormi si staccarono dai suoi fianchi. Era vivo. “Chi ve l'ha ordinato?”
“Lui.”
“Il mostro nero?”
“Non parlarne così. Egli ha deciso anche per te.”
L'immensa creatura aprì un varco bianco nelle acque nere. Lei vi guardò dentro. C'erano solo incappucciati grigi. Il mare sembrò cercare di fermarli, inghiottì i portatori e li risputò nel varco bianco. La nave arrestò la sua corsa. Il mostro nero allora assorbì il mare. La nave toccò il fondale. La creatura gigantesca aprì la bocca ed uscirono due persone vestite di nero. Ann vi riconobbe i suoi due fratelli. Il mostro allora risputò il mare che fece sollevare nuovamente l'imbarcazione, poi iniziò ad aspirare, ad attirare la nave verso di sé. L'acqua cercò di raggiungerla, di aiutarla, ma non riusciva ad opporsi alla forza della creatura. Allora comparve un individuo vestito di viola.
“Viola? Il viola non esiste. Tutto è bianco o nero...”
Lo osservò. Era Axen, non poteva sbagliarsi. Si tuffò nel mare nero. L'acqua assunse un colore azzurro. Il mostro nero ne fu inorridito. Axen sembrava essere scomparso. All'improvviso riemerse, portando con sé una bambina.
“Quella bambina... sono io! Cosa... cosa significa?”
L'Ombra fuggì con la bimba in braccio. Il mare cercò di opporsi alla creatura, ma venne prosciugato e divenne pioggia. Sotto quella pioggia, il mostro si dissolse lentamente urlando come un ossesso. Tornarono i colori. Verde, giallo, arancione, rosso, blu, violetto, indaco... comparve l'arcobaleno. Era rimasta sola sulla nave. Tutti gli altri erano scomparsi. Scese sul terreno ruvido. Aveva gli abiti zuppi d'acqua. Anche la sua pelle era umida, era come se l'acqua fosse entrata dentro di lei, come se lei e il mare fossero diventati una cosa sola. Sentì il calore di un abbraccio nonostante non ci fosse nessun altro nel raggio di un chilometro. Il paesaggio era desolato. Si voltò verso la nave. Era arenata, non aveva più uno scopo. In lontananza vide Axen che teneva la mano della bambina in cui lei si era riconosciuta.
“Sorridi, piccola, tua madre è qui.”
Ann non capì le parole dell'Ombra.
“Anche tuo padre è qui.”
A queste parole si guardò intorno, senza vedere anima viva.
“Qui davanti a te.”
Ann si svegliò. Erano le otto del mattino. Cosa significava quell'ultimo sogno? La nave era la sua vita? Le si raggelò il sangue nelle vene. Forse, dopotutto, nei sogni riversava le sue paure più intime, i suoi sentimenti, le sue speranze, le sue idee. Era impossibile che rappresentassero la realtà.
O almeno, così sperava.
Verde
“... è davvero una situazione così complicata, dottore?”
“Non mi dica che in tutti questi anni non si è mai accorto di niente, signor Aiample...”
Alec era visibilmente costernato.
“No. L'ho scoperto ieri. Da quanto... da quanto si sapeva?”
“Circa otto anni. Suo padre ha portato qui sua sorella per la prima volta quando aveva undici anni. A mio parere, il problema era preesistente.”
Il ragazzo si irrigidì di colpo.
“Preesistente? Vuole dire... che la malattia è stata isolata già in stato avanzato?”
“Non esattamente. Secondo le nostre stime, la degenerazione del tessuto che costituisce la pleura polmonare era già in corso da almeno tre anni.”
Tre più otto... undici. Non poteva essere una coincidenza. Undici anni prima erano fuggiti insieme dal Regno.
“Si può fare qualcosa? Ha qualche speranza di vivere più di due mesi?”
“Vuole una risposta sincera?”
“Sì. Voglio sapere se devo rassegnarmi.”
“Ha qualche possibilità.”
Alec si sentì tremendamente sollevato.
“Intendiamoci, in linea teorica. La terapia che sta seguendo da sette anni ha funzionato egregiamente per quanto riguarda il contenimento dal danno, ma capisca... il problema è soprattutto psicologico.”
“Si spieghi meglio...”
“Saltare solo un giorno di terapia può esserle fatale. Non deve dimenticarsi di assumere tutti i medicinali prescritti. Diciamo che... è come se lei andasse a dormire chiedendosi se si rialzerà la mattina successiva. Questo deve averle provocato un fortissimo stress che è culminato nel tentativo di suicidio.”
“Ma non è stato lei a dirle che aveva ancora due mesi di vita, dottore?”
“No. Ho detto solo che il farmaco più importante è fuori produzione. Le scorte dureranno ancora per circa sessanta giorni.”
Alec impallidì. Era una notizia tremenda.
“Ma stando... stando a quello che ha detto lei... insomma... questo equivarrebbe alla sua morte!”
“Non faccia lo stesso errore che ha fatto lei, signor Aiample! Ho detto il farmaco principale di questa terapia. Ma non è detto che in due mesi non riusciremo a trovarne un'altra ugualmente efficace.”
“Ora capisco il suo gesto, dottore, capisco perché si è lanciata da quel palazzo...”
“Prego?”
Alec era furioso.
“Non si rende conto di quanto mi ha appena detto? La vita di mia sorella è appesa ad un forse! Non lo avrà spiegato in questo modo anche a lei?”
“Ho utilizzato le stesse parole.”
“Proprio come pensavo.”
“Non capisco cosa intenda...”
“Dottor Willis, lei di sicuro è un luminare, un grande medico, forse il miglior primario di pneumatologia che abbia mai conosciuto. Ma per lei, ogni paziente è solo un caso da analizzare, un compito da portare a termine. Lei manca totalmente di umanità, dottore. Sono sicuro che siano state le sue esperienze, tutte le persone care che ha visto morire esercitando questo mestiere a renderla così. La capisco, cerca di isolarsi, di non prendere a cuore nessun caso. È l'unico modo che ha per sopravvivere a questa vita, vero? Non può fare altrimenti. Sono quasi sicuro che lei non abbia avuto altra scelta... ma rifletta un attimo, rifletta sulle conseguenze che questo suo modo di fare avrebbe potuto causare se non ci fosse stato quel telone.”
Lo studio fu pervaso da un silenzio irreale. Il medico lo guardò negli occhi.
“Ha perfettamente ragione... la sua analisi della situazione è decisamente corretta. Scusi, potevo effettivamente darle la notizia in un altro modo...”
“Ad ogni modo... c'è una concreta speranza di riuscire a salvarla?”
“Attualmente no. Senza quel farmaco... sì, insomma, ne ha assoluto bisogno. Senza troppi giri di parole, l'unica speranza è che ne riprendano la produzione, oppure trovare un efficace sostituto. Farò un giro di telefonate, può darsi che qualche altro specialista ne sia a conoscenza. Non escludo che ciò possa accadere, ma non voglio darle false speranze. Le dico solamente che in effetti abbiamo approntato una terapia sostitutiva che potrebbe dare qualche risultato, ma non possiamo sperimentarla direttamente sul paziente in concomitanza con quella attuale. Sarà l'ultimo tentativo in caso non ci siano alternative.”
“Può funzionare?”
“Ci sono buone possibilità.”
“Grazie dottore, arrivederci. Mi faccia sapere.”
L'orario di visita era iniziato da poco più di dieci minuti. Ann si era trovata accerchiata dai suoi migliori amici. Stevros, Erin, Rika... erano venuti a trovarla non appena avevano potuto.
“Ti vedo abbastanza bene... pensavamo di trovarti agonizzante nel tuo letto!”
Ann sorrise.
“Diciamo che poteva andarmi molto peggio. Raccontatemi un po'... come va a scuola senza di me?”
“Guarda, oggi c'era l'ennesima simulazione d'esame. È stata una cosa spaventosa! Secondo me ti sei buttata apposta per non darla!”
“Oh, no... accidenti, mi avete scoperto!”
Risero tutti e quattro insieme.
“Dov'è Alec? Non è qui con te?”
Ann rimase in silenzio. Sapeva benissimo dov'era suo fratello. Stava parlando di lei con il dottor Willis.
“Si sta occupando di alcune questioni che mi riguardano. Non posso dirvi altro.”
“Lo sai che hanno aggiunto una ragazza alla nostra classe? Una privatista che deve dare l'esame. Ha studiato all'estero.”
“Puoi descrivermela, Stevros?”
“Sì, è perfettamente normale, ma ha uno strano concetto di look... si tinge i capelli di un colore azzurrino che definire osceno è poco...”
Erin colpì Stevros con un pugno.
“Ahi! Che ho detto di male?”
“Non è bene sparlare degli assenti! Lea è una ragazza eccezionale.”
“La conosci anche tu, Erin?”
“Sì, Ann. È una cliente fissa del ristorante dove lavoro, il Sol Levante, hai presente?”
“Lo conosco, ma non ci ho mai mangiato... detesto la cucina giapponese.”
“Ad ogni modo, ti manda i suoi saluti. Non è potuta venire con noi, doveva fare alcune commissioni per il fratello maggiore...”
“Conosco anche lui... Vladenek, il miglior progettista che le AH abbiano mai avuto...”
La ragazza era felice. Era un piacevole diversivo trascorrere un po' di tempo con i propri amici, specie nelle sue condizioni. Anche Axen sarebbe tornato, quella sera stessa. Lo aveva promesso. Rika era rimasta un po' in disparte. Era l'ex di Alec... una figura molto enigmatica. Solare e amichevole fino a quattro anni prima, all'improvviso si era chiusa in se stessa senza un apparente motivo. Ann non si aspettava di vederla lì. Lei ed Erin non si vedevano molto di buon occhio eppure, per farle visita, erano scese a patti. Contava così tanto per loro?
“Ann, promettimi una cosa, per favore...”
“Dimmi Stevros.”
“Non farlo mai più.”
Era quasi in lacrime.
“Quando abbiamo sentito la notizia al telegiornale, non volevamo crederci. Perché hai provato ad ucciderti? Non hai pensato anche a noi?”
“Mi dispiace, Stev... ma non posso dirti nulla. È una questione che devo affrontare da sola.”
“Ma... se potessimo essere d'aiuto...”
“Piantala, Stevros. Ann avrà avuto i suoi buoni motivi per fare quello che ha fatto. Nessuno all'infuori di lei può giudicare il suo gesto. Ci sono segreti intimi e personali che non possono essere sbandierati a chiunque. Dobbiamo essere in grado di capirlo, alla nostra età. L'interiorità di una persona è sacra, non hai il diritto di violarla.”
Rika era stata tagliente come un rasoio. Erin era particolarmente perplessa.
“Ma scusami... per risolvere i problemi, non è meglio parlarne con le persone di cui ti fidi di più? Non dovresti portare tutto il peso da sola. Credi a me, io ne so qualcosa...”
“Anch'io. Ed è meglio che certi segreti rimangano tali. Venirne a conoscenza porta solo dolore e sofferenza.”
Erin e Rika si guardarono a lungo negli occhi. Avevano due punti di vista completamente antitetici. Un infermiere entrò nella sala.
“L'orario delle visite è finito.”
“Non è vero! Manca ancora...”
“La paziente è attesa in sala operatoria per consolidare le protesi femorali. L'intervento è già stato programmato. Mi dispiace, tornate domani.”
“Uff... va bene...”
I tre uscirono dalla sala di degenza.
“Io proprio non vi capisco...”
“Come dici, Stevros?”
“Perché siete volute venire insieme? Non vi riuscite a sopportare in classe, figuriamoci fuori!”
“Per Ann questo ed altro. Una tregua per questioni così importanti non si nega mai.”
“Se non l'avessi chiesta tu, Erin, io non l'avrei proposta. Devo rendertene atto.”
“Acida come sempre, eh?”
“Solo con le persone che lo meritano.”
Stevros sospirò. Era impossibile cercare di farle andare d'accordo. Era sicuro che Alec non fosse stato la causa scatenante del diverbio. I problemi erano iniziati molto prima. Rika metteva al primo posto la riservatezza e l'interiorità, Erin la condivisione di tutti i problemi. Non era proprio possibile...
“Ehi, Alec! Eccoti, finalmente!”
Erin si lanciò verso di lui per abbracciarlo. Rika distolse lo sguardo. Stevros si preparò alla tempesta.
“Che faccia scura che hai... cosa succede?”
“Non voglio ingannarvi. Ho un problema grave. Guai a voi se dite qualcosa in giro.”
“Fidati, ci conosci da una vita!”
“Ann ha due mesi di vita, salvo miracoli. È giusto che lo sappiate anche voi.”
Stevros si irrigidì. Erin ebbe un principio di svenimento. Rika rimase in silenzio in un angolo. Non guardava verso gli altri.
“Visto? Cosa vi dicevo? Rivelare i segreti porta solo dolore e sofferenza...”
Alec la osservò. Non una minima reazione. Era diventata fredda come il ghiaccio. Impassibile. O almeno così sembrava.
In realtà si era voltata per evitare che si accorgessero delle sue lacrime.
Giallo
“Dawnner. La situazione è insostenibile! Se tutti facessero come lui, questo non posto perderebbe il significato per cui è stato creato.”
Arkaneis ormai dubitava fortemente della fedeltà di Axen. Anzi, era quasi certo che conoscesse personalmente Ezariel. Il rifiuto di comparire davanti a lui, con la motivazione che l'ordine non gli era stato riferito dall'Imperatore in persona, era stata la classica goccia che aveva fatto traboccare il vaso.
“Ho preso una decisione importante, a questo proposito.”
“Cosa devo fare, signore?”
“Incarica un'Ombra di seguire Axen senza essere notata. Voglio essere sicuro che non ci stia tradendo. Ti lascio carta bianca sulla scelta del soggetto adatto, ma sappi che la responsabilità dell'operazione sarà tua. In caso di insuccesso, sai cosa ti aspetta.”
“Sì, mio signore.”
“Ora vai, organizzati come credi. Sei libero di scegliere come eseguire il mio ordine.”
Dawnner si ritirò. Era davvero una brutta situazione. Come poteva uscirne? Non aveva mai dovuto interpretare un ordine, prima di quel momento. Solo eseguirlo. Non sapeva come comportarsi, doveva effettivamente decidere. Il suo pensiero ritornò alla conversazione del giorno precedente. Era stato uno stupido. Axen aveva ragione, almeno in parte: interpretare gli ordini era una sorta di primitivo libero arbitrio, molto limitato in effetti, ma pur sempre un inizio. Ad ordini precisi si risponde con azioni precise, ma ad ordini generici? Doveva prendersi la responsabilità di scegliere l'Ombra che avrebbe dovuto seguire Axen. Responsabilità... quel termine era sparito dal suo dizionario da almeno duecento anni. Cosa doveva fare? Tornare dall'Imperatore e chiedere un ordine più preciso? Rifiutarsi di eseguirlo? No, quello no... non era in grado di farlo. Doveva rispettare la volontà del Superiore, qualunque essa fosse.
“Che faccia scura, Dawnner... sei preoccupato? Strano, dovremmo avere tempo solo per comportarci come cagnolini al servizio del potente di turno, non per riflettere sui nostri problemi.”
Si voltò. La voce era quella di Axen.
“Tu!”
“Uh? Cosa c'è che non va?”
“Sei stato sfiduciato. L'Imperatore diffida di te.”
“Non è una novità... avanti, sentiamo... cosa dovrei fare questa volta per riguadagnarmi la fiducia di quel verme?”
“Bada! Questo si chiama vilipendio a...”
“Lo so, riarrotola la lingua. Stavo solo scherzando. Dai, qual è il problema?”
“Devo interpretare un ordine. Non so da che parte iniziare. Mi è stato chiesto di scegliere, ma io non ne sono più capace. Non riesco a prendermi una responsabilità così grande...”
“Come volevasi dimostrare... puoi riferirmi l'ordine?”
“Stavolta no. Non sei autorizzato a saperlo.”
Axen era perplesso. In molti anni, era la prima volta che Dawnner non gli riferiva gli ordini ricevuti. Aveva combinato qualcosa di grosso.
“Ti vedo teso... veramente non ti aspettavi che prendesse provvedimenti in seguito alle tue defezioni?”
“No. Pensavo non se ne facesse nulla...”
“Ti sbagli. Ti sbagli di grosso.”
“Ad ogni modo... posso almeno sapere qual è il capo d'accusa?”
“Sospetta che tu conosca Ezariel e nonostante ciò tu non gliel'abbia riferito.”
“Ovvio. Nessuno me l'ha ordinato. Mi ha solo chiesto di raccogliere informazioni.”
Dawnner fu tentato di stringergli un artiglio al collo.
“Tu e le tue interpretazioni! Maledizione, quando capirai che non servono a nulla? Stai solo peggiorando la tua situazione! Se ora l'Imperatore lo venisse a sapere, per te sarebbe la fine!”
“Che venga a chiedermelo. Risponderò senza troppi giri di parole.”
“Davvero?”
“Sì, portami da lui. Voglio chiarire la mia situazione.”
“Ma come la mettiamo con il mio compito? Io devo... devo trovare qualcuno che...”
L'Ombra rimase in silenzio, poi accennò un sorriso.
“Ora che ci penso, l'ho trovato. Tu corrispondi ai requisiti richiesti. Ho eseguito gli ordini. In modo atipico, forse, ma ho portato a termine quanto mi è stato richiesto. Grazie, Axen...”
“Puoi ringraziarmi in un altro modo. Puoi spiegarmi cosa succede quando una mezzombra si sottrae all'influenza del Cuore di DeGannaw?”
“Domanda insolita, la tua... per quale motivo ti interessa?”
“Perché ho bisogno di sapere. Non chiedermi altro, per favore.”
“D'accordo... dunque... i casi sono principalmente due. Sottrarsi all'influenza del Cuore non è mai un processo indolore. Può succedere, anche se è raro, che non accada nulla, ma bisogna essere molto fortunati, perché il Cuore, in realtà, è l'unica cosa che permette ad una mezzombra di sopravvivere nel Regno. L'ombra stessa diventa suo nutrimento e se assimilata troppo a lungo può corrompere il fisico e la mente.”
“In che senso?”
“L'ombra porta a rifiutare le decisioni e ad accettare gli ordini senza discutere, specialmente nei soggetti deboli. Inoltre prende il posto dell'aria nel processo di respirazione. È consigliabile per gli ibridi non sottoporsi al Cuore per più di un mese consecutivo o di uscire con continuità dal Regno, in modo da non assuefarsi.”
“Se per ipotesi... una persona rimanesse per tre anni interi all'interno del Regno?”
“Il suo apparato respiratorio sarebbe compromesso. Tutto qui.”
“Ne sei sicuro?”
“Sì, tempo fa abbiamo eseguito studi sulle mezzombre...”
“Vi è stato ordinato anche quello, vero?”
Dawnner non fece caso alle sue parole.
“La seconda possibilità è che si formi uno ShEll.”
“Un che?”
“Uno ShEll, ovvero una specie di guscio senza vita che condivide l'aspetto con la mezzombra. Si crea dal rigurgito d'ombra successivo all'abbandono del Regno.”
“Bel nome... originale, soprattutto2... quanto ci avete messo ad inventarlo?”
Dawnner non raccolse la provocazione.
“Sugli ShEll non sappiamo praticamente nulla. È solo un principio teorico su cui lo stesso DeGannaw ha lasciato solo una breve nota nelle sue Laudes Artifici. Li definisce creatur dal nulla create, che paion vive e reali, dal Cuore nutrite e inviate, racchiudon in sé tutti i mali. Non se ne sa altro, non se ne sono mai visti, finora. Secondo il creatore del Regno, esiste la remota possibilità che se ne crei uno nel momento in cui un'anima smette di dipendere dal Cuore in un modo diverso dalla Redenzione e dalla Dissoluzione.”
“Bel racconto... ma come mi dicevi, non se ne sa ancora molto...”
“No, infatti. Avremmo bisogno di qualche riscontro oggettivo.”
“Grazie, Dawnner, molto gentile. Ora, puoi rispondere alla mia ultima domanda?”
“Dipende.”
Il tono di Axen non gli piaceva per nulla.
“Se non riguarda la morte di Kia Hibara, forse posso risponderti.”
“Riguarda proprio quella. Non ti sei sbagliato.”
“Cosa vuoi sapere ancora? Io non ho alcuna intenzione di disobbedire agli ordini di Derakines.”
Sempre la solita solfa. Non sarebbe riuscito ad ottenere nulla da lui. Lentamente, Axen si incamminò verso la sala del trono. Dawnner lo osservò con stupore. Voleva veramente parlare con l'Imperatore? Era un gesto avventato da parte sua. Sta facendo sul serio?. Non posso, non voglio crederci!
“Aspetta, Ax! Vuoi veramente... sì insomma, non te ne vai con un altro trucco come l'altra volta?”
“No. Ti ho dato la mia parola. Ho scelto di rispettarla.”
“Ma come hai fatto a prenderti questa responsabilità? Voglio dire... perché prestare fede alla parola data, se ti costa così tanto?”
“Perché a differenza di te, io sono libero. Libero di decidere.”
Axen continuò a muoversi imperterrito.
“Così facendo finirai solo per farti eliminare! Non è prudente entrare nella tana del lupo!”
L'Ombra non rispose.
“Axen, mi rispondi? Cosa diavolo vuoi ottenere? Per rispondere ad Arkaneis dovresti tradire Ezariel, se è vero che lo conosci!”
“Non importa.”
“Cosa cavolo ti salta in mente? Chi te lo ha ordinato? Chi ti ha dato quest'ordine? Rispondi! Rispondi, maledetto!”
Axen si fermò. Parlò con un tono estremamente freddo, quasi glaciale.
“Te lo ripeto per l'ultima volta, Dawnner. È una mia decisione. Non ho intenzione di fuggire a vita. Bisogna confrontarsi con i propri problemi. Nessuno me l'ha ordinato. Semplicemente, voglio farlo. A dopo, Dawnner.”
L'Ombra lo osservò camminare in direzione dell'enorme portone istoriato. Fu presa da un sentimento di invidia tremendo nei confronti di quello sfacciato che nell'Ombra aveva trascorso solamente trent'anni. Lui aveva servito la causa del Regno per oltre sei secoli e non era mai riuscito a fare una cosa del genere. Decidere. Prendersi una responsabilità. No, era troppo per lui.
Si allontanò in silenzio.
Axen gli aveva dato una lezione che sarebbe stata difficile da dimenticare.
Ricordi di una convalescente: il colloquio
Una bambina percorreva un lungo corridoio buio assieme ad un ragazzo vestito di nero. I due si fermarono davanti ad un portone.
“Cosa c'è qui dietro?”
“C'è nostro padre, Clemi.”
“Ezariel... io ho paura di papà. Da quando è scomparsa la mamma...”
“Clemi Sharien Zanicuud! Ti ho mai messo in pericolo?”
La bambina esitò. Strinse il braccio del fratello più forte che poté.
“No, fratellone... ma ho comunque paura.”
Ezariel rise.
“Finché ci sarò io, non dovrai preoccupartene.”
“È vero che non esegui più i suoi ordini?”
“Le voci girano in fretta, a quanto pare...”
La bambina era insicura.
“Ho sentito che vuoi andartene.”
“Sì.”
“Puoi portarmi con te?”
Il ragazzo si fermò.
“Clemi... io vorrei. Ma non posso, ti metterei in pericolo. Ti lascerò ad Erwan. Per quanto segua ancora gli ordini di Derakines, è la persona migliore di questo mondo.”
“Anch'io seguo ancora gli ordini di papà. Perché tu no?”
Ezariel sorrise benevolmente.
“Perché un angelo mi ha salvato. Una bambina della tua età. Mi ha fatto capire quanto fosse ingiusto servire quel mostro.”
“Il mostro è papà?”
“Sì.”
Le porte si aprirono lentamente. Saìl Derakines era seduto sul trono.
“Imperatore. Sono venuto come ha ordinato. Sono venuto per negoziare la mia partenza.”
“Ezariel Ariek Zanicuud... come ti permetti anche solo di pensare di poter uscire da questa valle di lacrime? Il tuo destino è qui.”
“Mia madre non la pensava così.”
“Tua madre è morta. Ora comando io. Ti ordino di rimanere. Non devi tornare nel mondo umano.”
“Padre, io sono vivo. Questo è il regno dei morti. Io lo voglio abbandonare.”
Clemi era impressionata. Non aveva mai visto suo fratello così deciso. Fino ad un mese prima era remissivo ed eseguiva docilmente gli ordini qualunque essi fossero. Di colpo, dopo il suo ritorno da Barcellona, aveva iniziato a comportarsi in modo strano, per essere un'Ombra.
“Nessuno ti ha autorizzato a chiamarmi padre. Io per te sono l'Imperatore Derakines.”
“Preferisci che ti chiami mostro?”
“Insolente! Ormai ho pronunciato il mio ordine! Tu non uscirai mai da qui, sei vincolato a seguire le mie volontà.”
“Non più, papà. Io me ne vado. Prova a fermarmi, se vuoi. Sai benissimo che non ti conviene. Se tu mi uccidessi ora che mi sono ribellato al tuo ordine, conquisterei la Redenzione... e tu non vuoi che questo accada, vero?”
“Ti sei portato dietro la tua cara sorellina, vedo...”
“Cosa c'è che non va?”
“Niente, osservavo come assomigli a sua madre, ma non abbia nulla di me... è strano. Per lei neppure il principio dell'Ombra comune ha funzionato. Cosa ne dici se provo a darle l'ordine di uccidersi per vedere se è un'Ombra?”
“Non farlo! Sai benissimo che si ucciderebbe veramente! Segue i tuoi ordini alla lettera!”
“Bene...”
La risata malvagia di Saìl riecheggiò in tutta la stanza.
“Siamo giunti ad un accordo. Se proverai ad andartene, io le farò fare la fine di tua madre, hai presente?”
“No. Non mi hai mai detto cosa le è successo.”
“Augurati di non scoprirlo, Ezariel. Questa riunione è conclusa. Torna ai tuoi doveri.”
Il ragazzo e la bambina uscirono dalla sala. Il portone si chiuse rumorosamente.
“Cosa significa che devo suicidarmi, fratellone?”
“Niente, sorellina. Non era un ordine. Non per ora, almeno.”
“Veramente non puoi portarmi via con te?”
“Mi sa che ci ripenserò... ora vieni con me. Andiamo da Erwan.”
Blu Oltremare
Jason non parlava con Alec dal giorno precedente. Lui non aveva accettato la sua decisione di nascondergli la malattia di Ann. Ora si sentiva in colpa per questo, ma non poteva fare altrimenti. Quando si era presentato a lui come Jake Takara e aveva chiesto protezione per se stesso e per sua sorella, era psicologicamente a pezzi. Gli aveva raccontato di Saìl, del Regno, della scomparsa di sua madre. Era stata un'esperienza durissima per lui. Se gli avesse rivelato che da un giorno all'altro avrebbe rischiato di perdere anche lei, forse si sarebbe suicidato. Jason era stato ben contento di aiutarlo, in fondo era suo nipote e la sua casa era insopportabilmente vuota dopo la morte di sua moglie, Ayumi Hibara. Grazie ad un amico, si era procurato dei documenti che certificavano la nascita di due gemelli, Alec ed Ann Aiample. Jake, infatti, davanti ai suoi occhi, aveva diminuito la sua età biologica di dieci anni con uno sforzo notevole. Erano diventati legalmente suoi figli. Col tempo sembrava che le cose si sarebbero sistemate. Non era stato così. Il nuovo Imperatore, Arkaneis lo stava ancora cercando, utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione. Forse avrebbe dovuto renderlo partecipe delle condizioni fisiche della sorella, forse no – avrebbe solamente acuito la sua sofferenza. Non si ragiona con i forse. Ormai la frittata è fatta. Jason sospirò. Alec si era sentito tradito, tradito da quel suo comportamento. Kasumi era tutto ciò che gli era rimasto, in fondo, era naturale che si preoccupasse per lei in quel modo. Doveva parlargli in modo chiaro. La frattura doveva essere ricomposta.
Si fece coraggio e bussò alla porta della sua camera.
“Alec, posso entrare?”
Nessuna risposta.
“Devo parlarti.”
“Se hai voglia di perdere tempo, fai pure.”
Jason varcò la soglia.
“Vuoi dirmi qualcosa, Alec?”
“Sì. Io mi fidavo di te. La mia vita e quella di Clemi Sharien sono nelle tue mani. Possibile che tu mi abbia nascosto una cosa del genere?”
“Alec... non penso che tu l'avresti accettato. Devo ricordarti in che condizioni siete arrivati davanti a casa mia quel giorno di undici anni fa?”
“No, grazie.”
“Ad ogni modo... ho notato che quando parli di tua sorella e vuoi sottolineare quanto tieni a lei, usi la traduzione del suo nome in dannato. È un bel nome, devo ammettere.”
“Non cambiare discorso, papà.”
Alec si fermò per un attimo. Effettivamente, Jason era stato un padre per lui e Clemi. Il padre che non avevano avuto. Jason sorrise sentendosi chiamare con quell'appellativo.
“Forse hai ragione, non so come avrei reagito. Forse mi sarei ucciso veramente. Eri in buona fede, ne sono consapevole. Ma non riesco ancora a capirti, non del tutto.”
Alec fece una pausa.
“Per favore, rispondi alla mia domanda. Le hai ordinato di non dirmi nulla?”
“Sì. Ho utilizzato le poche cose che mi hai insegnato sulle Ombre, Alec. Tua sorella non avrebbe mai disobbedito... o almeno, l'ho pensato fino a ieri.”
“In effetti è curioso che mi abbia raccontato tutto nonostante il tuo ordine. Questo può avere una sola spiegazione. È libera dall'ombra di Saìl.”
“Dici davvero?”
“Sì, non penso che ci sia altra possibilità. Un'Ombra non decide fino a quando non è libera. Il tentativo di suicidio... forse ha sortito lo stesso effetto che ha avuto su di me... scoprire di aver reso orfana una bambina di otto anni.”
Jason rimase in silenzio. La vecchia storia del serial killer di Barcellona, l'evento che aveva distrutto la psiche di Azrael...
“Quindi... non tutto il male viene per nuocere... è questo quello che volevi dire?”
“Esatto.”
“Ad ogni modo volevo scusarmi. È stata colpa mia. Non avevo pensato alle conseguenze di questa decisione. Non so se potrai perdonarmi.”
“Vedrò cosa posso fare. Ho capito che l'hai fatto per me, però... ci devo pensare. Ti darò una risposta. Ora vai, lasciami solo, per favore...”
Jason uscì dalla camera e chiuse la porta. Conosceva abbastanza bene suo figlio. Sapeva bene che quello era il suo modo per dire sì. Tornò in soggiorno. Qual'era il ruolo di Axen in quella vicenda? Lo aveva visto molto preoccupato. Forse... forse si sentiva in colpa per la morte di Kia e cercava in ogni modo di riparare proteggendo i suoi figli. Suonava plausibile, in effetti. Ma non del tutto. Possibile che ci fosse qualche legame più forte tra Ann e lui? Era un'ipotesi come un'altra, in fondo.
Suonò il campanello.
Era il dottor Willis.
“Disturbo, signor Aiample?”
“Dottore... a cosa devo il piacere di questa visita?”
“Deve ringraziare suo figlio, signor Aiample. Mi ha aperto gli occhi. Lo chiami, per favore.”
Alec era già arrivato.
“Non occorre, eccomi. Cosa vuole dirci, dottore?”
“Sono riuscito a trovare una ditta di farmaci generici che produce un sostituto efficace della medicina di cui vi ho parlato. Me ne sono fatto inviare un campione per analizzarlo. Se funzionasse, la ragazza sarebbe salva. La sua speranza di vita aumenterebbe drasticamente.”
“Quanto tempo ha impiegato per trovare questo prodotto?”
“Solo sei ore, per fortuna. Ho chiesto aiuto ad alcuni colleghi.”
“Grazie, dottor Willis... le dobbiamo tutto.”
“Ma perché non ci ha chiamato piuttosto che venire di persona? Potevamo raggiungerla benissimo senza problemi all'ospedale.”
“Era una notizia molto importante.”
“Grazie ancora, dottore. Domani passeremo in ospedale.”
“Arrivederci, allora.”
Il dottor Willis se ne andò, in pace con la coscienza.
“Direi che almeno questo problema è risolto.”
“Già... è stato un miracolo. Chi se lo poteva aspettare?”
Padre e figlio si guardarono negli occhi.
“Scusami ancora, Alec. Prometto che non ti nasconderò più nulla. Pensavo di fare il tuo bene, ma mi sbagliavo.”
“Chi non ha mai fatto errori? Solo chi non decide non sbaglia. E questo non è necessariamente un bene. È vero, puoi giustificarti affermando di essere stato manipolato per non sentirti in colpa... ma è troppo comodo. Il coraggio di prendersi le proprie responsabilità... è forse uno dei traguardi più difficili da conquistare. È l'ultima bandiera da catturare, l'ultima vetta da scalare. È il discriminante che separa un'Ombra da un essere umano. L'Ombra non decide, quindi non sbaglia, ma siamo sicuri che possa ritenersi viva? No, è una marionetta, alla stregua di una macchina. La differenza è abbastanza sottile. Le macchine non possono farsi problemi. Sono nate schiave dei loro ordini e vivono come schiave perché non hanno mai fatto esperienza di libertà. L'Ombra è nata libera e sa cosa significa la parola scelta ma non è più capace di decidere.”
“Vuoi dire che la differenza tra l'uomo e l'Ombra è questa? Insomma, io pensavo che la fosse la vita in senso proprio il discriminante...”
“Questo è quello che pensano tutti coloro che sentono parlare del Regno per la prima volta. Ma non è così. Clemi era un'Ombra, fino a ieri. Eseguiva tutti i tuoi ordini senza battere ciglio, qualsiasi essi fossero, perché non poteva fare altrimenti. Aveva solo l'aspetto di una ragazza.”
“Lo pensi davvero?”
“In questi anni di libero arbitrio, in questi lunghissimi undici anni che ho trascorso con te, ho osservato le differenze tra me e mia sorella. Confrontandomi con lei, mi sono reso conto di quanto fosse importante essere liberi di scegliere. Lei non viveva la sua condizione come drammatica, ma ero sicuro che un po' mi invidiasse. Sapeva di essere davanti alla porta dell'umanità e di non avere la chiave per entrare. Era ferma sull'uscio. Non poteva fare altro che osservarlo, sbirciando dalla toppa, immaginando cosa ci fosse dall'altra parte, con un misto di curiosità e timore. Era un po' come se stesse aspettando che un bianconiglio la guidasse nel Paese delle Meraviglie... ma c'è stata una svolta, ieri. Ieri, Clemi ha sfondato questa porta. Ieri Clemi ha varcato questa soglia. Con il suo gesto disperato, si è ribellata agli ordini. Ha deciso per se stessa. Ha capito che cosa doveva fare. Ha raggiunto la Redenzione. Quello che sto cercando di dirti, è che per la prima volta nella sua vita ha sperimentato la libertà. A differenza di un'Ombra, lei non ne aveva mai avuto occasione. Era già nata così, in questa situazione di stasi, abituata ad obbedire a qualunque essere ritenesse superiore. Ma ora è tutto diverso. Me ne sono accorto quando mi ha rivelato la radice della sua disperazione, mi ha reso partecipe del suo dolore, contravvenendo al tuo ordine. Ha scelto di disporre liberamente dei suoi ultimi giorni. Ha veramente superato questa soglia, Jason. Si è liberata dell'ombra del padre. Ieri, finalmente è diventata un essere umano.”
Rosso Scarlatto
“Io non ti ho ordinato di comparire in mia presenza. Dovresti essere alla ricerca di Ezariel.”
“Mi sono presentato di mia spontanea volontà, Imperatore.”
Arkaneis ebbe come un sussulto.
“Tu non hai una volontà. Sei un'Ombra.”
“Neppure tu, se è per questo, dovresti averla. Ma sei l'Imperatore. Tu devi decidere per gli altri. Non è forse così? È difficile farsi carico di una responsabilità del genere, vero?”
“Axen... che discorsi sono questi? Sei cambiato. In te c'è qualcosa di nuovo.”
“Parlami ancora un po' di te, Arkaneis. Come hai fatto ad iniziare a decidere? Anche tu hai seguito il percorso di Redenzione, vedo...”
“Sì, ma come puoi ben vedere ho optato per la seconda possibilità. Mi è stato chiesto di scegliere tra le Redenzione ed il trono. Io ho scelto l'Impero... ma perché ti sto raccontando queste cose? Non è né il luogo né il momento adatto.”
“Io penso che lo sia. Ho capito finalmente. Ora tutto mi è chiaro, Arkaneis. Riesco a vedere oltre la facciata. Riesco a capire il motivo delle tue azioni. Da quanto tempo tieni le redini di questo posto?”
“Undici anni, Axen. Dovresti saperlo. Undici anni in cui mi sono reso conto di aver fatto la scelta sbagliata. Sto rimpiangendo di non aver scelto la Redenzione. Sai, mi sono reso conto che l'Imperatore non è altro che un condannato a morte che è in grado di decidere il destino dei suoi pari. È per questo che voglio trovare Ezariel.”
“Vuoi che diventi Imperatore al tuo posto...”
“Sì. Io non ho accesso alla Redenzione, non ho più alcuna possibilità di essere reinserito nel ciclo vitale. Non posso scegliere di abdicare, questa possibilità non è contemplata. Queste sono regole contro cui non posso fare nulla. Se arrivasse Ezariel, lo potrei far salire al trono.”
“Ma tu saresti Dissolto...”
“Questa è in effetti la mia scelta. Neppure Dawnner conosce i miei veri piani.”
“Per quale motivo...”
“Axen, non puoi renderti conto della dannazione fino a quando non la vedi da occhi diversi. Dal trono ti rendi conto di quanto coloro che prima erano considerati tuoi pari, in realtà siano solo burattini nelle tue mani. È come assistere ad uno spettacolo di marionette e contemporaneamente tenerne i fili. Ti garantisco che preferirei di gran lunga scomparire, annientare la mia stessa coscienza, restituire la mia anima al mondo, piuttosto che sopportare questa visione per i prossimi dieci, cento, mille anni... per cui, te lo chiedo ancora una volta, Axen. Dov'è Ezariel?”
“Ezariel è morto.”
Arkaneis era titubante.
“Non è possibile... io l'ho visto fuggire dal Regno... ma la sua anima...”
“Darkas, ti ripeto che è morto.”
“Spiegati meglio...”
“Con Ezariel tu intendi il figlio secondogenito di Saìl. Ma Ezariel non è più figlio di Saìl. Si è liberato. Non vive più nell'ombra del padre. È cambiato. Ora è un essere umano.”
“Libero... libero di decidere?”
“Sì.”
Arkaneis sprofondò sul trono, il capo chinato, gli occhi spenti.
“Allora il mio piano è miseramente fallito. Il Regno non può essere affidato ad un Redento. Io speravo che, alla sua morte, la sua anima fosse destinata all'Ombra. In questo modo, avrei potuto renderlo veramente Imperatore al posto mio...”
Axen era sconvolto. Vedeva tutta la fragilità di un simbolo di potere e di forza. Erano quelle le sue motivazioni?
“Perché mi hai raccontato tutto ciò, Darkas? Io sono un'Ombra come le altre.”
“Axen... davvero non te ne sei reso conto?”
Axen rimase in silenzio. Di cosa doveva essersi accorto?
“Tu hai deciso, Axen. Hai deciso spontaneamente di venire qui a parlarmi. Hai deciso di non fuggire. Tu analizzi, compari, contrasti... e scegli. Hai finalmente intrapreso il tuo cammino per la Redenzione, Axen... e ne sono felice, dopotutto.”
“Per quale motivo dovresti esserne contento?”
“Tu sai qual è il compito dell'Imperatore, Axen?”
“Mantenere ordine nel Regno? Governare come un despota?”
Arkaneis scosse la testa addolorato.
“Derakines è riuscito a far crollare anche questa certezza, dopotutto. No, sei molto lontano dalla realtà. Ian DeGannaw creò il Regno per punire chi non decide, poi si rese conto di aver esagerato e decise di dare una possibilità di redenzione ai dannati. Ma non sapendo decidere, come potevano essi salvarsi? Ed ecco l'idea: le anime avevano bisogno di una guida, di qualcuno che le portasse a scegliere.”
“L'Imperatore?”
“Esatto. Lo scopo dell'Imperatore è quello di guidare quante più anime possibile verso la Redenzione, portandole a decidere, a riflettere e – perché no – anche a ribellarsi agli ordini. Ogni volta che un'Ombra si ribella, io mi sento realizzato. Ho svolto il mio dovere.”
“Quindi... se qualcuno congiurasse contro di te...”
“Ne sarei felice. Anche costoro sarebbero iniziati alla Redenzione. Per questo motivo ho dato quell'ordine, subito dopo la mia elezione.”
“Undici anni ti hanno cambiato parecchio, Darkas. Confesso che mi hai stupito.”
“Chiunque dopo Derakines avrebbe potuto fare di meglio. Era riuscito a svuotare di significato anche la Redenzione.”
“Anche tu hai fatto una cosa simile. L'hai promessa a chi ti avesse portato Ezariel.”
“Ero disperato, Axen. Ho fatto un errore. D'altronde... solo chi non decide non sbaglia mai. Ora tu puoi scegliere liberamente. Il tuo percorso è appena iniziato. Non credere che sia facile, dovrai superare molte prove... e tu sarai il peggior nemico di te stesso. Perché l'Ombra tende a difendersi, non vuole essere annientata. La Redenzione la elimina per sempre. Cercherà strenuamente di portarti sulla strada sbagliata. Io sarò qui per guidarti, come sempre.”
Axen lo osservò. Ora per lui era tutto chiaro. Non avrebbe mai creduto di trovarsi in quella situazione. La saggezza di Arkaneis era impressionante. Lo aveva sempre considerato male.
“Axen... è giusto che tu lo sappia. Io non condividevo la tua mania di interpretare gli ordini. Era solo un trucco, un sotterfugio che non ti avrebbe mai permesso di decidere autonomamente. Mi sbagliavo. Poco per volta, sei riuscito ad uscire dagli schemi proprio grazie a questo espediente. Lo terrò bene a mente, potrebbe essermi molto utile in futuro... ma ora rispondi alla mia domanda. Qual è stato l'evento scatenante di questa tua ribellione silenziosa?”
“Derakines... ha fatto portare Kia Hibara nel Regno per punirla. Era sicuro che Clemi non fosse figlia sua e... temo avesse sospetti su di me. Me l'ha portata davanti e mi ha ordinato di ucciderla. Lei piangeva, mi implorava di non farlo, mi supplicava. Ma io... io non ce l'ho fatta ad oppormi. L'ho passata a fil di spada, sotto lo sguardo divertito di Saìl. Mi è morta tra le braccia, Darkas. L'ho uccisa io! Ma la sua anima... io non ho idea di dove sia finita. Dopo quell'episodio, ho iniziato ad interpretare gli ordini a mio piacimento, ho cercato di farlo per lei. Sarebbe contenta oggi.”
“Sono spiacente, Axen, ma non ne so niente. Questo fatto è accaduto molto prima che io diventassi Imperatore. Non so come risponderti.”
“Immagino che questa conversazione termini qui...”
“No, non ancora. Devo farti una domanda. Pensi seriamente che Ezariel sia in aria di Redenzione?”
“Ne sono certo. Non capisco perché tu me lo chieda nuovamente.”
“Perché non mi sono ancora rassegnato. Ho scelto di sperare fino alla fine.”
Axen uscì dalla sala del trono. Davanti a sé trovò Dawnner.
“Cosa vuoi ancora da me?”
“L'anima di Kia è stata Dissolta. Non è più da nessuna parte, in nessun momento, in nessun luogo. È stata una scelta di Derakines.”
“Allora è così. Grazie, Dawnner, perdonami se non ne gioisco, ma... non ne vedo il motivo.”
Axen lo superò e proseguì lungo il corridoio. Dawnner continuò a parlare.
“Una parte di essa è stata convogliata in Clemi. Non me ne chiedere il motivo, ce l'ha ordinato l'Imperatore. Tutto ciò che rimane di Kia è in lei.”
Axen si voltò di scatto.
“Dici sul serio?”
“Sì. È tutto quello che so. Non ho altro da dirti.”
“Cosa ti ha fatto cambiare idea? Hai disobbedito ad un ordine per darmi queste informazioni.”
“Non ho disobbedito, l'ho interpretato. In fondo... Derakines non mi ha mai detto per quanto avrei dovuto tenere il segreto...”
Axen sorrise malinconicamente. Qualcosa si stava muovendo anche in Dawnner. Forse Arkaneis sarebbe riuscito a guidare anche lui verso la vita. Ci avrebbe pensato più tardi. Ora aveva un impegno importante. Doveva raggiungere l'ospedale centrale di Ahrlem prima che facesse giorno.
L'aveva promesso a sua figlia.
Rosa
Erano le cinque di mattina. Axen era appena arrivato, come aveva promesso.
“Come va, Kasumi? Che cosa dicono i medici delle tue condizioni?”
“Che ne avrò almeno per due mesi, ma dopo la riabilitazione e la fisioterapia sarò come nuova.”
“Ti vedo triste.”
“Ho paura, Axen. Paura della verità. Ultimamente faccio sogni molto strani. Ripercorro ogni attimo della mia vita attraverso figure allegoriche... ad esempio, ho sognato di seguire un coniglio bianco fin dietro una porta che conduceva al Regno... per poi accorgermi che il coniglio ero io. Ho sognato burattini e marionette mascherate... solo per rendermi conto che anch'io indossavo una maschera. Ma l'ultimo sogno è stato il più significativo, forse il più spiazzante. Ero su una nave. Era tutto in bianco e nero. Ero diretta verso un mostro che cercava di condurmi tra le Ombre. Il mare mi ha fermato e mi ha protetto, poi si è unito al mostro per generare i miei fratelli. Ad un certo punto, sei arrivato tu.”
“Io? Diavolo, sono una figura onnipresente nei tuoi sogni?”
Ann sorrise.
“Ti sei tuffato in mare, poi ne sei uscito con una bambina in braccio. Allora il mostro si è infuriato e ha vaporizzato il mare, che è diventato pioggia ed è entrato in me. Poi tu hai parlato alla bambina.”
“Cosa le ho detto?”
“Sorridi. Tua madre è qui, e mi hai indicato. Poi hai continuato dicendo anche tuo padre è qui. Davanti a te. A quel punto mi sono svegliata. Sai a che conclusione sono arrivata?”
Axen deglutì a fatica.
“Racconta.”
“Il mostro era Saìl, il padre dei miei fratelli. Il mare era Kia, mia madre. E la bambina, quella con cui parlavi... ero io.”
“E hai anche capito il significato delle ultime frasi?”
“Temo di averlo compreso, ma non voglio parlarne...”
“Tu sei tua madre, Kasumi. Questo è vero, perché in te vi è un frammento, seppur minuscolo, della sua anima. Dopo la sua morte, Saìl ha voluto conservare in te una parte di Kia, anche se non ho capito per quale ragione lo abbia fatto. Direi che ora la prima parte può esserti più chiara.”
“Sì, ma non era quella a spaventarmi.”
Axen la guardò negli occhi.
“Era la seconda frase, vero? Quella su tuo padre.”
“Sì.”
“Senti... io credo che tu ormai abbia capito come sono andate le cose. Solo che non vuoi ammetterlo a te stessa, tutto qui. Esatto?”
Ann sospirò.
“Sì.”
“Quando l'hai capito?”
“Ho iniziato a sospettarlo... qualche anno fa, quando... quando sono venuta a conoscenza del principio di ombra comune. È stato lì che ho compreso il motivo dello schiaffo che avevo ricevuto da mio padre, il mio presunto padre, all'età di tre anni. Da quel momento, è come se un campanello di allarme avesse iniziato a suonare nella mia mente. Poi... ho iniziato a prenderne consapevolezza tramite i sogni. Vedevo il mondo da cui ero fuggita tramite i tuoi occhi, solo tramite i tuoi. C'era qualcosa che mi univa a te. Infine... il frammento di anima di mia madre... deve avermi portato con fatica alla realtà. È stato un percorso lungo. Immagini, figure, significati nascosti, allegorie... nei miei sogni si trovava la chiave per aprire la porta, solo che non la trovavo. Mi fermavo davanti all'uscio sperando che qualcuno la aprisse al posto mio. Alla fine mi sono fatta coraggio e ho deciso che avrei affrontato le mie responsabilità. L'ultimo sogno ha sciolto ogni mio dubbio... papà.”
Axen la abbracciò, cercando di non farle male. Le ferite erano ancora fresche.
“Perdonami. L'ho sempre saputo... nel profondo del mio cuore. Ma non potevo... non volevo ammetterlo a me stesso. Kia non poteva aver tradito Saìl con me. Non riuscivo ad accettarlo. Mi sentivo profondamente in colpa. La morte di tua madre, Kasumi... diciamo che è tutta colpa mia. Non avrei mai dovuto... sì, insomma, capiscimi... io non mi sarei dovuto comportare così, ecco. Ne ho preso coscienza da poco. Ho scelto di affrontare le mie responsabilità.”
“Hai scelto? Di tua spontanea volontà? Questo vuol dire che... sei libero?”
“No, vuol dire che lo diventerò, prima o poi, se tutto andrà bene. Tu sei libera. Tu hai in mano il tuo destino ora. Il Regno per te è solo una opzione. Decidendo di disporre liberamente della tua vita, contro ogni ordine e convenzione... hai sconfitto il tuo destino. Non hai più nessun vincolo col tuo passato. Ora puoi veramente costruire la tua vita.”
“Papà...”
Quella parola era stata pronunciata con dolcezza. Ann non aveva mai avuto un vero padre. Jason aveva fatto di tutto per loro, ma... non era stata la stessa cosa. Ora si sentiva veramente felice.
“Grazie di avermi dato la vita... è il dono più bello che tu potessi farmi.”
Axen avrebbe pianto per la gioia, ma non poteva farlo. Le Ombre non hanno lacrime da versare. Si limito ad abbracciarla ancora più forte.
“Ora... cosa farai? Dirai la verità anche a tuo fratello e a tuo zio? Dirai loro che sei figlia mia?”
“Non lo so, certo, prima o poi dovranno saperlo... non voglio nasconderglielo... ma devo trovare il momento adatto, capisci? Potrebbe essere uno shock anche per loro.”
“Chiaro... ma penso che in cuor suo, Jake si sentirebbe sollevato.”
“Per quale ragione?”
“Perché tu non discendi dal mostro. Non sei parte di lui. Sei fuori pericolo. Nessun'Ombra avrebbe interesse a cercarti. Non sei la figlia di Derakines, il traditore che ha rischiato di distruggere il Regno dei Dannati con le sue scelte. Sei libera, anche in questo senso.”
Ora tutto aveva senso. Il Sole fece timidamente capolino da dietro i monti. Era l'alba.
L'alba di un nuovo giorno.
1Il 911 è il numero da chiamare in caso di emergenza in America. È l'equivalente dei numeri d'emergenza utilizzati in Italia, come il 118 o il 113.
2Shell in inglese si traduce esattamente come guscio.