Ciclo dell'Artefice - Fuori dal Mondo (2010)

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Il Ciclo dell'Artefice è stato uno dei passi più importanti che ho compiuto mentre iniziavo a cimentarmi con la scrittura. Non è un'opera matura e il mio stile è a dir poco orripilante (troppi puntini di sospensione, maledizione al boia) ma, senza di questo, non avrei mai iniziato a riversare le mie idee su carte. Il ciclo è composto da sei storie, un preludio e due interludi. Fuori dal Mondo è il quarto racconto completo, incentrato sul rapporto conflittuale tra Paul, il miglior amico di Alec, e Lea, la 'sorella' robotica di Vladenek Mavelius.




Track 01 – Land Of The Free1

 

Era in ritardo. Per l'ennesima volta. Alec scosse la testa. Paul era sicuramente il suo migliore amico, ma in quanto a puntualità... sospirò. Da quando lo aveva conosciuto non era arrivato in orario una sola volta ad un appuntamento. Un tipo originale, senza dubbio. Aveva un paio d'anni più di lui, ma erano come fratelli. La loro amicizia durava da oltre dieci anni. Cercava in ogni modo di distanziarsi da tutto e da tutti. Voleva essere unico, nel suo genere. Originale, non esisteva un altro termine per definirlo. Vide qualcuno in lontananza. Non poteva che essere lui. Non si poteva sbagliare.

“Paul! Ehi, Paul!”

“Alec, scusa per il ritardo, ho perso l'autobus, e...”

“Sì, sì, come al solito... la verità è che te la prendi sempre troppo comoda.”

Alec lo osservò attentamente. Era curioso di vedere di che colore fossero i suoi capelli. Paul cambiava tinta in continuazione.

“Azzurri, eh? Non male, ma ci hanno già pensato... Hai presente Lea, la mia nuova compagna di classe? Stesso colore, forse un po' più chiaro...”

Paul rise.

“Vuoi veramente farmi credere che qualcun altro utilizza questi colori per i propri capelli? Dai, non prendermi in giro!”

“Te lo garantisco, è la verità! Se vuoi te la faccio conoscere... in fondo avete circa la stessa età.”

“Lo terrò a mente... a proposito, come sta Ann? Spero si stia riprendendo.”

“Sarà una cosa lunga. Non sai quante fratture si è provocata con quella caduta! Ne avrà per almeno due mesi. Attualmente non riesce nemmeno a camminare. La portiamo in sedia a rotelle.”

Alec si voltò verso la costa.

“Vuole sempre essere portata in riva al mare. Le piace parecchio l'acqua... penso che, in qualche modo, sia veramente importante per lei, anche se non so dirti per quale motivo...”

“Presto passerò a trovarla. La notizia mi è arrivata in ritardo.”

“Dove ti eri cacciato?”

“Mi sembrava di avertelo detto. Sono stato una settimana in Giappone. Quando Ann si è buttata, ero appena sbarcato all'aeroporto...”

Alec assunse un'espressione divertita.

“Ti piace molto?”

“Uh, come scusa? Guarda che stai sbagliando di grosso, tua sorella è davvero una bella ragazza ma non è affatto...”

“Il Giappone, idiota, non Kas... Ann.”

Si era corretto in tempo. Paul non doveva venire a conoscenza delle sue vicende famigliari. Sarebbe stato pericoloso.

Il ragazzo sospirò.

“Sì. L'ho già girato praticamente tutto in un anno. Hai presente, no? Il cosiddetto gap year prima di iniziare l'Università...”

“Come mai ci sei tornato?”

“Ho passato una settimana da un amico, una persona che ho conosciuto lì, sai, un occidentale che si è trasferito undici anni fa. Si è sposato e ha due figli. Abita dalle parti di Shibuya, un bel quartiere di Tokyo, hai presente?”

“Sì, ho visto le foto al ritorno dal tuo primo viaggio. Come ti tieni in contatto con lui? Tramite mail o social network?”

“Lettere.”

“Come?”

“Ma sì, lettere, corrispondenza... posta, se vuoi chiamarla così.”

“Vuoi dirmi che hai un amico oltre oceano e lo senti solo per posta?”

“Sì, non c'è nulla di male.”

Alec inarcò un sopracciglio. Paul era davvero originale. Lottava contro tutto e tutti per essere tale. Nell'era dei telefonini, di internet, della banda larga, dei robot... lui scriveva ancora a mano.

“Rispetto la tua decisione...”

“Alec, questa è una mia scelta. Io decido per me, senza curarmi di quanto dicano gli altri. Io sono libero di fare quello che voglio fino a quando rispetto la libertà degli altri individui. Non mi interessa se condividi o meno la mia decisione. Se voglio farlo, non ho bisogno di autorizzazioni.”

“Parli di scelte e decisioni, eh? Non prendere questo argomento troppo alla leggera.”

“Cosa intendi dire?”

“C'è molta gente che, a differenza di te, non può scegliere.”

Paul indossò gli occhiali da sole.

“Bel discorso, ma non ho voglia di parlarne. Ne ho discusso ampiamente con il mio amico nel nostro carteggio.”

“Vuoi dire che parlate di questi temi? Non sapevo te ne interessassi.”

“Ho letto Kierkegaard. La sua filosofia della scelta mi ha affascinato. Ma perché non parliamo di altro? Come va con Erin?”

“Ci vediamo spesso, ultimamente. Quando ho un po' di tempo libero, lo passo con lei.”

“Sei proprio perso, eh? Per tenerti stretto quattro anni chissà cosa cavolo si è inventata! Ti ha mica lanciato un maleficio? Oppure siete semplicemente in sintonia?”

“Non sai quanto... non puoi immaginarlo.”

La mente di Alec tornò agli avvenimenti del mese precedente... alla riapertura dal caso Azrael. Il suo legame con Erin si era rafforzato molto grazie a quella vicenda.

“Come si chiama questo tuo amico, Paul? Non te l'ho ancora chiesto.”

“Idra.”

“Come, scusa?”

“Si firma come Idra. È una specie di gioco. Lui ha scelto questo pseudonimo perché l'idra è un mostro mitologico che si rinnova e diviene più forte ogni volta che viene ucciso. Vi si riconosce.”

“Interessante... potrebbe essere il caso di conoscerlo. Quale nome usi per firmare le lettere che gli invii?”

“Loki.”

“L'imprevedibile dio del fuoco nella mitologia nordica... ottima scelta, ti calza a pennello.”

“Il motivo della scelta è un altro. Loki ha un ruolo ambivalente. È espressione del male necessario per garantire l'esistenza del bene, non è ancorato ad una parte specifica. È libero di essere quello che è. Insomma, non gli importa nulla di cosa pensino gli altri.”

“Su questo ci sarebbe da discutere, però sono contento che tu abbia una visione personale su tutto ciò.”

“Comunque, non mi hai certo scomodato per chiedermi il resoconto della mia corrispondenza. Per cosa mi hai chiamato?”

“Ho bisogno di una mano per le pratiche di iscrizione all'università... sai, essendo tu già iscritto...”

“Tuo padre non riesce ad occuparsene?”

“Troppo da fare... sai com'è, è il direttore delle Industrie AH...”

“Ok, afferrato. Fammi vedere i documenti in tuo possesso.”

Alec si batté una mano sulla fronte.

“Li ho lasciati a casa!”

“Nessun problema. Andiamo là a prenderli. Tanto non è lontana da qui.”

“Va bene.”

Dopo dieci minuti i due ragazzi si trovavano davanti a villa Aiample. Alec si avvicinò alla porta. A casa c'erano solo Jason e sua sorella. Ann non poteva essere lasciata sola. Il ragazzo sentì delle voci.

“... grazie ancora degli appunti, Ann! Non so cosa avrei fatto senza di te...”

“Vorrà dire che in cambio mi verrai a trovare un po' più spesso. Sono tremendamente noiose le giornate passate senza potersi muovere. A presto!”

“Ciao, Ann! Rimettiti in sesto!”

La porta si aprì dall'interno. Uscì una ragazza dai capelli lunghi e sottili come fili, di un colore azzurro chiaro. Ebbe un sussulto.

“Alec! Non mi aspettavo di trovarti proprio qui fuori! Mi sono spaventata...”

“Lupus in fabula...”

“Uh?”

“Paul, ti ricordi quella ragazza di cui ti parlavo? È lei. Lea, ti presento Paul, il mio migliore amico.”

Lea squadrò il nuovo arrivato. Non prometteva molto bene. Capelli blu, ma per sua scelta, occhiali scuri... non le aveva fatto una buona impressione. Sembrava il classico tipo ribelle, fuori da ogni schema. Il colore della sua capigliatura era quantomeno imbarazzante.

“Piacere, io sono Lea, Lea Kras'ilič... sono una compagna di classe di Alec. Mi sono trasferita da poco da Zagabria2 e devo passare un esame integrativo per essere ammessa all'università. Sono un po' più grande di Alec... tu quanti anni hai?”

Era molto loquace, forse un po' troppo, ma aveva l'aria di essere una ragazza a modo.

“Ventidue. Frequento il secondo anno di biotecnologie. Tu invece, che progetti hai per il futuro?”

Lea fece dondolare la testa in modo abbastanza ridicolo. Prendeva tutto come uno scherzo – Andiamo bene... pensò Paul in quel momento – o almeno così sembrava...

“Ingegneria biomedica. Sì, esatto, proprio quello che voglio fare. Hai presente, no? Protesi, apparati di sostegno, roba del genere... utili per riparare il corpo umano in caso di bisogno. Non trovi?”

Alec sorrise. Lea era una persona talmente spontanea da sembrare in qualche modo irreale. Aveva chiaramente un accento particolare, ma non riusciva a collegarlo ad alcuna regione a lui conosciuta. Non aveva viaggiato molto per l'Europa dell'Est.

“Ok, non avendo ricevuto risposta, torno a casa... ci vediamo in classe, Alec!”

Se ne andò quasi saltellando.

“Ah, Paul... i tuoi capelli hanno un colore orrendo! Forse dovresti denunciare chi ti ha fatto la tinta!”

Paul divenne rosso. Non riuscì a rispondere se non con un sussurro.

“Senti chi parla...”

Era stata una sua scelta, nessuno doveva criticarla. Tanto meno una cretinetta come quella.

 

 

Lettere dall'Idra – 1 – Libertà

 

Shibuya, 08/05/2009

Caro Loki,

Devo ammettere che all'inizio ero abbastanza scettico sullo pseudonimo che hai scelto per firmarti, ma ora mi rendo conto, dopo quasi sei mesi che ci conosciamo, che è totalmente appropriato. La libertà di scelta che ti vanti di possedere è un'arma a doppio taglio, male e bene uniti in una manciata di parole. Sono fermamente convinto che per te questa sia la via da seguire, non ho nulla in contrario, ma permettimi di metterti in guardia. Il tuo atteggiamento è pericoloso, Loki. Non è saggio pensare di poter vivere la propria vita isolandosi dal mondo esterno. Tu hai bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di te. Non puoi pensare di essere autosufficiente. Ciò non vuol dire che devi rinunciare alla tua indipendenza, devi solo stare attento. Ogni nostra azione ha molteplici risvolti, non è mai completamente giusta o completamente sbagliata. Ha lati negativi e positivi. Sarebbe stupido da parte nostra credere di essere perfetti, di non sbagliare mai. Ed è proprio per questo che dobbiamo chinare il capo e compiere un atto di umiltà, renderci conto che non siamo i soli esseri viventi che popolano questo pianeta. Dobbiamo saper accettare le critiche, permettere agli altri di giudicarci. Loki, non ha senso fuggire dalla società come cerchi di fare in ogni modo. Non puoi vivere fuori dal mondo. Devi capire che sei solo un ingranaggio di un sistema molto più complesso. Al di fuori del macchinario, tu non sei nulla anche se credi di essere tutto. Tienilo bene a mente. Non è un tradimento e nemmeno un rimprovero. È solo un invito a vivere consapevolmente la tua posizione. Scegliere... forse è proprio questo a renderci umani. La possibilità di decidere. Sto cercando di insegnare ai miei figli l'importanza di prendersi delle responsabilità, ma loro non sembrano molto propensi, attualmente, a decidere per conto loro... mi dirai, sono ancora bambini... Corinne ha dieci anni, Lyon solamente otto. È normale che si comportino in questo modo, me lo dice anche mia moglie. Presto, però, dovranno imparare. È importante che se ne rendano conto il prima possibile. Spero ci riescano in tempi ragionevolmente brevi. Forse esigo troppo da loro, ma non voglio che si trovino nella situazione in cui mi sono trovato coinvolto, mio malgrado, alla loro età. È stata quella tremenda lezione a formare il mio carattere. Ho sofferto parecchio, amico mio. Mi sono trovato ad un passo dalla morte. Talvolta sogno ancora quell'avvenimento. Ma lasciamo da parte i brutti ricordi. Io e Kaori ti aspettiamo. La porta di casa nostra è sempre aperta per te. Se passi da queste parti, avvertimi con sufficiente anticipo, ma nel frattempo... vorrei conoscere la tua opinione su questo argomento, Loki.

Fiducioso in una tua risposta,

 

Idra

 

 

Track 02 – My Serenity3

 

Le cose non potevano andare peggio. La lettera di Idra aveva ferito il suo amor proprio più di quanto fosse disposto ad ammettere a se stesso. Secondo lui, non ci si poteva sottrarre ai giudizi degli altri...

“Maledizione!”

Paul sbatté furiosamente la mano sul tavolo.

“Perché non posso? Per quale motivo? Io non voglio dipendere dal resto del mondo!”

Prese un protocollo e una bic ed iniziò a scrivere la lettera di risposta. Si fermò subito dopo aver segnato la data di quel giorno. Non era il momento. Era troppo furioso per rispondere serenamente al suo amico di penna. Se avesse riversato su quel foglio tutto quello che stava pensando, forse avrebbe preso fuoco. No, doveva attendere almeno ancora un po', giusto il tempo di riflettere sulla sua situazione. I suoi genitori stavano lavorando. Era in casa da solo, non aveva fretta.

“Non capisco proprio perché io non possa isolarmi da tutto il resto...”

“Perché altrimenti saresti un perfetto imbecille. Tu sei parte di tutto quello che vedi intorno a te. Come puoi pretendere di essere invisibile? Sei proprio strano. Strepiti come un bambino a cui non vogliono comprare il giocattolo nuovo. Sei davvero patetico.”

“Non si usa più salutare e chiedere il permesso di entrare, Rika?”

“Hai detto una tale marea di sciocchezze che te lo sei meritato... e poi la porta era aperta, se sei sbadato non è assolutamente colpa mia.”

Paul osservò la nuova arrivata. Era l'ex ragazza di Alec. Alta, snella, un fisico da urlo, capelli lunghi castani, occhi marroni... un sogno, se non fosse stato per quel suo carattere. Fredda e pungente. Se avesse dovuto descriverla con un fiore, avrebbe scelto la rosa, per molte ragioni.

“Cosa sei venuta a fare qui?”

“Avevo bisogno di parlarti.”

Paul la fissò negli occhi.

“E di che cosa? Da quattro anni a questa parte non mi hai rivolto più la parola se non per salutarmi.”

Quattro anni. Rika era cambiata all'improvviso esattamente quattro anni prima. Calò un silenzio imbarazzato.

“Sì. È vero. Non mi sono comportata bene, ma tu non conosci la mia situazione. Non ne sai nulla.”

Paul sospirò.

“E va bene, partiamo da questo presupposto. Dove vuoi arrivare?”

“Cosa pensa Alec di me?”

Ecco dove voleva arrivare.

“Per quale motivo mi fai questa domanda, se conosci già la risposta?”

“A differenza di te, lui non mi saluta neanche più.”

“L'hai fatto soffrire come un cane. Se fossi stato in lui...”

“...avresti fatto la stessa cosa. Lo so, lo posso immaginare. Per favore, Paul... rispondimi sinceramente. Ti ha mai parlato di me negli ultimi quattro anni?”

“Sì.”

Gli occhi della ragazza si illuminarono.

“E... cosa ti ha detto?”

“Che è stato sconvolto dal tuo brusco cambiamento. Che nessuno se lo sarebbe aspettato. Poi ha usato alcuni termini poco gradevoli e non proprio politicamente corretti che evito di riportare... li lascio alla tua immaginazione.”

“Non... non ha detto altro?”

“Fammici pensare... ah, sì. Che non vuole più avere a che fare con te... almeno fino a quando non gli fornirai una spiegazione più convincente di quella che gli hai dato.”

Rika abbassò lo sguardo.

“Spero tu non ti aspettassi parole di elogio...”

“No. Magari una maggiore comprensione. Temo di aver capito... con quali termini mi abbia descritto.”

Si rannicchiò in un angolo.

“Per quale motivo hai voluto sapere queste cose?”

“Volevo conoscere il suo giudizio.”

“Il suo giudizio?”

Paul alzò il tono di voce in modo significativo.

“Sei davvero debole, Rika. Dovresti imparare da me. Devi fregartene dei giudizi degli altri, vivere come meglio preferisci, senza curarti di quello che le persone pensano di te.”

“Troppo comodo. Se ti comporti in modo tale da ottenere solo giudizi negativi, sei incentivato ad optare per questa scelta per non affrontare la realtà. Debole è chi non cerca il confronto, nascondendosi in se stesso. Bisogna ribaltare i giudizi negativi, non ignorarli.”

La ragazza si rialzò.

“Grazie, Paul. Vorrei dirti che è stato un piacere, ma non è così. Mi comporterò di conseguenza.”

Uscì dalla porta e la chiuse. Paul non aveva intenzione di farsi fare la predica da una come lei. Il suo comportamento non aveva giustificazioni. Solo Stevros e Ann le erano rimasti vicini.

Ma cosa sto pensando?! Se non voglio essere giudicato... devo essere il primo a non giudicare.

Suonò il campanello. Che fosse di nuovo lei?

“Cosa vuoi ancora?”

“Scusarmi per averti offeso ieri davanti ad Alec.”

Paul aprì la porta. Era Lea. Non si sarebbe mai aspettato di rivederla così presto. La osservò attentamente. Non c'era paragone con Rika, ma tutto sommato era molto carina.

“Nessun problema, tanto, per quello che mi importa di ciò che pensano gli altri di me...”

“Ah, davvero? Sembravi davvero arrabbiato!”

Iniziò a dondolarsi come di suo solito.

“Ok, diciamo che non l'ho presa molto bene. Accetto le scuse. Ora perdonami, ma... ”

“Aspetta un attimo. Volevo farti un'altra domanda.”

Paul sospirò. Aveva l'aria di essere una bambina di dodici anni nel corpo di una ventenne. Probabilmente era molto intelligente, ma in quanto all'apparenza... Scosse la testa. Stava giudicando di nuovo. Possibile che fosse così difficile non farsi un'opinione?

“Avanti, dimmi...”

“Perché ti tingi i capelli?”

“Ho scelto così. Mi piacciono. Mi fanno sentire... unico. Tutto qui. È solo un modo per distinguermi dalla massa.”

“Oh, allora hanno un significato! Bene, ero sicura che non fosse solo un vezzo! Sai, certe volte le nostre piccole manie sono modi per affermare la nostra indipendenza e originalità. Forse non ce ne accorgiamo subito, ma in realtà è il nostro inconscio che cerca un modo per venire a galla...”

Paul era sorpreso. Era come se gli avesse letto nella mente. Esattamente quello che pensava. Possibile che si fosse fatta già un'idea così precisa di lui?

“Sono della stessa idea. Invece tu... perché hai scelto proprio quel colore? Ci sarà un motivo...”

Lea si mise a giocherellare con i suoi lunghi capelli filiformi. Ne prese uno e lo annodò un paio di volte attorno all'indice.

“Uhm... no. Non c'è un motivo particolare. Anche perché, è il mio colore naturale.”

Paul la osservò perplesso.

“Mi stai prendendo in giro?”

La ragazza sembrò non curarsi della domanda.

“Oggi c'è un bel sole... mi sa che andrò a fare due passi sul lungomare. Sarebbe un peccato sprecare una giornata del genere sui libri, non trovi?”

“Non hai risposto alla mia domanda...”

“Sono contento che tu sia d'accordo! Vieni con me?”

“Ma che diavolo stai dicendo?”

“Ah, ok! Chi tace acconsente. Dai, ti lascio un po' di tempo per prepararti. Ti aspetto dal molo. Ci vediamo là tra dieci minuti!”

Lea sorrise, poi se ne andò saltellando. Paul aveva afferrato solo le parole molo, dieci minuti e ci vediamo là. Ma cosa le era saltato per la testa? Pensò un attimo. Era arrivata da poco, probabilmente non aveva ancora amici e aveva utilizzato il pretesto dei capelli blu per riuscire a scambiare due parole anche con lui. Tutto qui. Non gli sarebbe costato nulla rispondere all'invito, in effetti. Osservò la lettera bianca lasciata incompiuta sul tavolo. In fondo, non sarebbe riuscito a rispondere in quel momento. Si sarebbe dovuto rilassare un po', ritrovare la serenità. Una serenità di cui aveva assoluto bisogno per confidarsi con Idra. Iniziò a prepararsi. Non gli rimaneva molto tempo...

Lea aspettava seduta su una panchina. Paul era effettivamente un tipo interessante. Aveva delle idee particolari, meritavano di essere perlomeno ascoltate. Era veramente molto diverso da Vladenek. Lui, per paura della reazione che avrebbe potuto avere la gente alla vista del suo volto sfregiato, aveva deciso di nascondersi con una maschera di ceramica bianca e di cambiare nome. Paul era arrivato addirittura a tingersi i capelli di blu per distinguersi, in barba ai giudizi. Due visioni completamente opposte. Sorrise. Sarebbe stato divertente intrattenersi un po' con lui. In fondo, doveva pur iniziare a fare qualche amicizia. Sperava solo che lui non si facesse strane idee. Forse avrebbe dovuto specificare la natura di quell'incontro...

Chissà come sarebbe finita...

Vladenek premette il tasto rosso del cellulare. Lea lo aveva informato che sarebbe tornata in serata. Scosse la testa. Voleva molto bene a sua sorella, ma sperava che non si lasciasse coinvolgere sentimentalmente. Per la sua sicurezza, il suo segreto doveva rimanere tale. Allontanò quei pensieri, concentrandosi sul presente. Si sedette allo scrittoio e tornò a lavorare al suo nuovo progetto.

Sarebbe stato il suo regalo di compleanno per lei.

 

 

Track 03 – Crawl through knives4

 

“Non pensi di essere stato un po' duro con Paul?”

“No. Ci conosciamo da molto e, proprio per questo, non me la sarei sentita di nascondergli quello che penso veramente.”

“È stata una scelta difficile?”

L'uomo si voltò e guardò la moglie negli occhi.

“Sì. Ma dovevo prendermi questa responsabilità.”

“Un Idra introspettivo! Questa dovevo ancora vederla. D'altronde, ci conosciamo da soli undici anni...”

Idra sorrise.

“Hai ragione. In fondo, cosa vuoi che siano dieci anni di matrimonio più uno di fidanzamento?”

Anche Kaori sorrise. Riportò alla mente il loro primo incontro. Era stato tremendo, a dir la verità. Lo aveva trovato svenuto ai margini di una strada secondaria, in chiaro stato confusionale. Era reduce da un incidente, o almeno così le era sembrato in un primo momento. Solo più avanti venne a scoprire che era fuggito da...

“Kaori, scusa, dove sono Corinne e Lyon?”

“In camera loro, perché?”

“No, niente... solo non li sentivo discutere.”

“Da quando hai ordinato loro di abbassare il volume, non hanno più fatto baccano. Hai un autorità eccezionale.”

“Non è solo una questione di autorità. Lo sai benissimo.”

Idra si fece scuro in volto e assunse un'espressione preoccupata.

“Quanto vorrei che fossero più indipendenti... più spontanei, insomma. Non hanno mai disobbedito una sola volta.”

“E te ne lamenti? Non sai quanti genitori vorrebbero essere nella nostra situazione.”

“Lo so, invece, ma non riesco ad esserne contento... e tu sai perché.”

“Sì. Mi hai raccontato tutto, anche se inizialmente ho faticato molto a crederti.”

Kaori tornò ad occuparsi delle faccende domestiche.

“Fai ancora sogni strani? Sai, quelli di cui mi avevi parlato... in cui vedi attraverso gli occhi di un'altra persona...”

“Sono solo sogni, per quanto realistici. Quasi divertenti.”

“Non pensi che possano essere collegati tra loro?”

“No, assolutamente no... dai, rilassati, non c'è alcun motivo di preoccuparsi.”

“Sai mica se Paul passerà a trovarci verso luglio? Dopo gli esami universitari, intendo... mi sembrava di aver capito che la sua intenzione fosse quella.”

“Glielo chiederò nella mia prossima lettera.”

Idra prese carta e penna, poi si sedette al tavolo.

“Utilizzare le e-mail come tutte le persone normali no, eh?”

“Sono affezionato alla corrispondenza tradizionale e sono contento di aver trovato qualcuno che condivide questa idea.”

“Non hai ancora ricevuto la risposta all'ultima. Perché ne vuoi inviare una nuova?”

“Perché voglio sottoporli una mia riflessione. Dovrebbe essere in grado di apprezzarla. O almeno, lo spero. È talmente imprevedibile quel ragazzo...”

La sua voce non nascondeva una certa preoccupazione.

“Pensi che possa cacciarsi nei guai?”

“Chi può dirlo? La sua personalità è talmente complessa che neppure io saprei dirti cosa dobbiamo aspettarci da lui.”

“Tu lo consideri come un fratello, vero?”

“Sì, è per questo che mi preoccupo. Il suo accanimento verso la società è molto più marcato rispetto all'anno scorso. Spero che riesca a ritrovare una sorta di equilibrio. Non è un'età facile... raggiungere la maturità e la piena comprensione di sé è un processo lungo e complicato e può richiedere molto tempo. È come dover attraversare un campo minato, o strisciare tra mille coltelli acuminati. Devi pesare ogni tua mossa per evitare di farti male.”

“Devo ammettere che riesci sempre a sorprendermi... undici anni fa non avrei mai immaginato che saresti diventato così filosofico. È stata la mia vicinanza ad avere questo effetto su di te?”

Idra rise di gusto.

“Forse hai ragione, sto esagerando. Ma è vero che in undici anni di cose ne sono accadute parecchie. Quando ci siamo sposati io avevo ventitré anni e tu ventuno. È stata una scelta avventata, ma alla fine abbiamo avuto ragione.”

Sua moglie smise per un attimo di preparare il pranzo.

“Hai più saputo nulla della tua famiglia? Le ricerche che hai fatto hanno portato a qualche conclusione.”

“No. Nessuna.”

Kaori distolse lo sguardo da lui. Era da quando si erano conosciuti che tentava in ogni modo di trovare qualche notizia su di loro. Non era arrivato ancora a nulla. Molto probabilmente, erano morti in qualche incidente e nessuno si era preso la briga di riconoscere le salme... ormai erano cadaveri senza nome in qualche fossa comune. Lei ne era quasi certa, ma non voleva esporgli la sua tesi. Lo avrebbe solamente ferito. In fondo, aveva ancora qualche speranza. Sarebbe stato crudele eliminarla.

“Su cosa vuoi discutere con Paul, questa volta?”

“Voglio chiedergli un consiglio su come interpretare i miei sogni.”

“Perché proprio a lui?”

“Certe volte una mente libera da pregiudizi, o che cerca di atteggiarsi come tale, può vedere più in là di un filosofo o di un medico, ancorati alle loro conoscenze e alla solida realtà. È capace di astrarre quanto basta per darmi una risposta né banale né scontata.”

“Hai conosciuto i suoi genitori?”

“Li ho sentiti solo per telefono. Ci hanno ringraziato per averlo ospitato a casa nostra... e sono stati colpiti positivamente dalla sua maturazione. Il suo gap year è stato profondamente formativo.”

“Ha fatto una sorta di giro del Giappone, giusto?”

“Sì. Lo ha girato in lungo e in largo per sei mesi. Era un viaggio che programmava da anni...”

“Prima di venire qui, si tingeva già i capelli di quel colore orrendo?”

Idra sorrise pensando alla prima impressione che aveva avuto vedendolo.

“Blu elettrico, eh? Un modo originale per sentirsi originali. È una sua mania da qualche anno, penso abbia iniziato dopo l'esame finale del liceo, per scommessa, presumo... poi deve averci preso gusto.”

“Nulla di più facile. Tutto è possibile.”

Idra osservò dalla finestra le persone che transitavano davanti al 109 Building5, poi rivolse lo sguardo verso l'alto.

Non c'era una nuvola...

Il cielo era terso e limpido. L'ideale per una passeggiata all'aria aperta. Su questo, Lea aveva perfettamente ragione. Paul si sentiva a disagio. Chiunque li avesse visti insieme avrebbe potuto fraintendere.

“Sei nervoso?”

“No, non ti preoccupare... o meglio, sì, ma solo un po'.”

“Temi che qualcuno ci scambi per fidanzati? Oh, ma non eri tu a dire che non ti importa nulla del giudizio degli altri?”

Colpito e affondato.

“Sì, hai ragione. Insomma, è quello che vorrei, però non è così facile. È una sorta di percorso ad ostacoli...”

“Vorrà dire che oggi ne supererai un altro.”

La ragazza stava mangiando un cono gelato. Era divertita dalla situazione.

“Cos'hai da ridere?”

“Oh, nulla... è che finalmente mi sento viva nel vero senso della parola. Non sai quanto sia stressante e debilitante incorrere un cambiamento come quello che ho dovuto affrontare.”

“Mi risulta che tu abbia solamente cambiato nazione...”

“E ti sembra poco?”

“In effetti...”

“Ma forse è meglio così.”

Paul la osservò stupito. Era più imprevedibile di lui.

“Che significa? Fino ad un attimo fa sembravi triste, poi hai riacquistato il sorriso... non riesco proprio a capirti.”

“Non conoscevo molte persone là. Tendevo ad isolarmi. Quindi è meglio essere emigrata. Così posso rifarmi una vita da zero.”

Logica inattaccabile. Paul era distratto. Non riusciva a fare a meno di pensare a come avrebbe potuto giustificare quella passeggiata. La voce si sarebbe diffusa e lui... cosa avrebbe dovuto fare? Non curarsene? Esattamente, non avrebbe dovuto dare peso alle illazioni incontrollate, come aveva sempre fatto da tre anni a quella parte. Non c'era niente di male. Era una sua amica. Punto. Basta.

“Secondo me tu fai solo finta di volerti isolare.”

“Cosa stai dicendo, Lea?”

“Pensaci... con quei capelli che ti ritrovi sei sempre al centro dell'attenzione, non ti si può non notare. È un atteggiamento quasi egocentrico, non vuoi passare inosservato. A mio parere, nel tuo inconscio, cerchi un modo per far vedere al mondo che esisti, anche se credi di aver fatto questa scelta solo per distinguerti dagli altri. Dovresti tener conto di queste cose, non puoi far finta di niente.”

Gli si gelò il sangue nelle vene. Non era vero, il suo era solamente un atto di indipendenza. Non voleva essere al centro dell'attenzione, nel modo più assoluto.

“No, lo escludo. Sul serio, non penso che questa possa essere la causa del mio comportamento. Piuttosto... non mi hai ancora detto perché tingi i tuoi capelli di azzurro.”

“Ti ho già risposto. È il mio colore naturale. Non c'è un'altra spiegazione.”

“Non mi prendere in giro! non esiste un gene che codifichi per quel colore.”

“Ovviamente no...”

Lea sorrise divertita.

“Ricordami di soddisfare questa tua curiosità, ma non ora. È una storia senza né capo né coda che non merita più di dieci minuti di attenzione, credimi...”

“Ho capito perfettamente. È una storia lunga, dolorosa e importante di cui non vuoi mettermi a conoscenza. Ho indovinato?”

La ragazza rispose con tono imbarazzato.

“Sì.”

Paul la osservò meglio. In effetti non era per niente male... ma aveva un carattere troppo estroverso ed enigmatico.

“Oh, guarda chi c'è là in fondo!”

“Uh?”

Paul ritornò alla realtà. In lontananza vide Rika.

“Oh, no... maledizione!”

Non era sola. Di fronte a lei c'era Alec.

“Sento aria di tempesta... non possiamo proprio cambiare strada?”

“Dammi un buon motivo per farlo... e io lo farò.”

A Paul vennero in mente solo scuse poco plausibili o assolutamente inverosimili.

“Ok, ti vedo preoccupato. Facciamo così, trova una buona scusa per domani. Tornerò per ascoltarla. Alle tre del pomeriggio va bene?”

Sospirò rumorosamente in segno d'assenso.

Quella deviazione gli sarebbe costata cara.

 

 

Lettere dall'Idra – 2 – Altre Realtà

 

Shibuya, 11/05/2009

Caro Loki,

Pur non avendo ancora ricevuto una tua risposta, ho deciso di inviarti una seconda lettera. Voglio sottoporti un caso interessante, su cui vorrei attirare la tua attenzione. Un tizio si addormenta e sogna. Sogna di essere in un'altra città, in un'altra regione, in un altro Paese, addirittura in un altro continente. Sogna con regolarità persone che non conosce, sempre le stesse. Lo trattano come se fosse un loro amico di vecchia data, discutono con lui, ridono e scherzano insieme. Poi, all'improvviso, compare un vero amico di questa persona nel sogno e lui lo riconosce. Si rende conto quindi di essere nella città in cui vive il suo amico. Pur non avendola mai vista, lo capisce dai discorsi che fanno le persone con cui parla. Più che un sogno, sembra la visione di un'altra vita, con altri personaggi, altre scenografie... mi dirai... è solo una congettura. Se qualcuno mi raccontasse una cosa del genere, probabilmente ci riderei su, divertito. Ma non è così. Sono io a fare questi sogni. Nelle mie visioni oniriche, io vedo Ahrlem, esattamente uguale a come me l'hai descritta. Ho qualche anno meno di te, le persone mi chiamano con un altro nome. Spesso, durante queste visioni, giro senza meta per la città, incontrando ragazzi e ragazze che si presentano come miei amici. Ti scrivo alcuni nomi...così, per curiosità, hai presente? Giusto per analizzare il problema a fondo. Ho un compagno di banco abbastanza agitato di nome Stevros e sono fidanzato con una ragazza dai capelli rossi di nome Erin. Conosco una ragazza che si chiama Rika, che presenta tratti orientali non molto marcati, e ho una sorella di nome Ann, che ha i capelli biondi e gli occhi azzurri. È curioso, vero? Ah, già, quasi dimenticavo... mi chiamano Alec, in questi sogni. Sono persone realmente esistenti, amico mio? Se così fosse... sarebbe una coincidenza ben strana, non trovi? Forse sarebbe la prova che tutto il mondo in cui viviamo non è che un immenso teatro di cartapesta in cui noi siamo mossi come burattini senza un'effettiva possibilità di scegliere, di decidere il nostro destino. Forse, se c'è un dio, è solo lo spettatore di questa macabra parodia dell'esistenza. Si diverte ad osservarci mentre noi siamo inconsapevoli di seguire un copione, forse siamo tutti personaggi di un racconto, una bella storia con una trama complessa, a tratti avvincente, ma pur sempre una storia, scritta da qualcun altro, che ha noi come attori, nel ruolo di semplici comparse o protagonisti. Non me la sento di accantonare del tutto questa visione, seppur completamente campata in aria e priva di significato, perché il fatto che lo sembri non significa che in realtà lo sia. Potrebbe essere tutto un trucco per indurci a pensare come impossibile un evenienza probabile.

Forse ora sto esagerando, ma sai com'è... sono anni che sogno questi personaggi. Qualche volta mi capita addirittura di vedere dagli occhi dei miei figli. Non riesco a trovare una spiegazione plausibile. Ho bisogno che tu confermi o smentisca l'esistenza delle persone che ho nominato in questa lettera. Devo capire la natura del problema.

Fiducioso in una tua risposta in tempi brevi, ti saluto e mi auguro che tu stia bene.

 

Idra

 

 

Track 04 – Machines6

 

“Lascia che te lo dica... non sono per niente tranquillo. Spero che tu capisca quello che intendo dire.”

Lea stava accarezzando Razaf,il suo gatto. Si voltò svogliata verso Vladenek.

“Non c'è nulla di cui preoccuparsi, fratellone. Sai benissimo che ti puoi fidare di me.”

L'uomo si sedette accanto a lei.

“Lo so. Ma non si può mai essere sicuri con gli esseri umani. Solo le macchine sono degne di fiducia estrema... ma questo non è necessariamente un bene. Non hanno né spontaneità, né naturalezza... né curiosità. Se manca anche una sola di queste caratteristiche, allora manca la vita.”

“Perché hai elencato proprio i lati del mio carattere per cui mi rimproveri più di frequente? Lo hai fatto apposta?”

“No, no... stavo solo scherzando, scusa, volevo sdrammatizzare.”

Lea continuò ad accarezzare il suo animale domestico, che, da parte sua, sembrava gradire le coccole e lo manifestava producendosi in fusa piuttosto rumorose.

“Quello che cercavo di dirti... insomma, semplicemente devi stare attenta. Sai meglio di me cosa succederebbe se si sapesse che il tuo corpo è completamente meccanico. Sarebbe un massacro. Saresti additata come strega, come un mostro da eliminare. Una macchina che pensa! Mi sembra già di sentirli! Come diavolo potrei spiegare loro che in realtà sei una persona vera, l'anima di una ragazza imprigionata in una prigione di cavi? Non mi crederebbero mai. Saresti distrutta prima di poter anche solo pensare a come difenderti.”

Lea si fece cupa in volto.

“Hai detto distrutta, non uccisa. Perché? Pensi che sia meno doloroso? Non è la stessa cosa. Le persone non possono essere distrutte. Perché hai usato quel termine? Pensavo...”

“Per te significa esattamente la stessa cosa.”

“Non credo proprio. Una cosa può essere distrutta! Un oggetto, un simulacro, non una persona! Una macchina distrutta si può ricostruire o riattivare!”

“Hai ragione, ma forse ti è sfuggito un particolare.”

“Cosa vuoi dire?”

“Che se ti distruggessero, io non avrei mai il coraggio di riattivarti. Per me... saresti perduta per sempre. Solo le macchine prive di vita possono essere accese o spente a comando. Non mi prenderei mai la responsabilità di farlo con un essere umano.”

La ragazza si tranquillizzò.

“Scusami, avevo interpretato male le tue parole.”

Vladenek sorrise e tornò al suo scrittoio.

“Non farti coinvolgere troppo dalla situazione, Lea. È giusto farsi degli amici, ma sai bene di non poter andare oltre l'amicizia.”

“Non ne ho la minima intenzione...”

“Questo lo pensi tu, sorellina. L'imprevedibilità umana lascia spazio ad innumerevoli interpretazioni e dubbi. Solo lo stupido afferma di averne completa padronanza.”

“Hai perfettamente ragione, ne ho avuto un esempio ancora oggi. Hai presente Paul Byle, quell'amico di Alec che studia per laurearsi in biotecnologie? È ossessionato dai giudizi degli altri e tenta in ogni modo di sottrarsene, dando un'immagine diversa di sé. È interessante... quanto più cerca di isolarsi, tanto più si trova al centro dell'attenzione. È una sorta di contrappasso dantesco, non trovi? Lui ne è perfettamente consapevole, ma non riesce a modificare la situazione in nessun modo. Lotta per il piacere di lottare, anche se sa di essere destinato alla sconfitta. Una sorta di titanismo moderno...”

“In buona sostanza, ne sei attratta.”

Lea arrossì.

“Cosa stai dicendo, Den?!”

“Intendo dire, a livello culturale. Riesce a destare in te qualche interesse. Ciò non è un male, ma tiene bene in considerazione la tua natura. Non illuderlo.”

“Non mi sembra che provi qualcosa per me. Ci conosciamo solo da due giorni scarsi.”

“Sei proprio ingenua, Lea... per certe cose il tempo non è un problema. Lo sai meglio di me. Non mentire a te stessa.”

“Sì, lo confesso, ho paura. Ho paura che la sua amicizia diventi qualcosa di più e...”

Fece un profondo respiro.

“...e temo di ferire i suoi sentimenti.”

“Il problema non si pone. È solo un amico. Trattalo come tale. È l'unico modo per salvare entrambi da rimorso e dal dolore.”

“Ma sì, cosa hai capito? Non ho nessuna mira verso di lui...”

“Meglio così.”

“Ti vedo perplesso.”

“Lea... tu sei un essere umano, non una macchina nel senso proprio del termine. Se non adesso, prima o poi ti innamorerai di un ragazzo, di un altro essere umano. È insito nella nostra stessa natura. Allora, i casi saranno due. Avrai due scelte davanti a te, entrambe dolorose. Potrai scegliere di reprimere il tuo sentimento, per non dover rivelare il tuo segreto, oppure... condividere con lui la tua vera natura e sperare che non ti lasci né ti tradisca. Non raccontiamoci storie, Lea. Tu non potrai mai avere figli. Dovrai mettere le cose in chiaro subito.”

“Lo so. Ne sono consapevole.”

“Comprendo i tuoi sentimenti, capisco quanto sia difficile per te, ma non c'è altra via. Almeno per ora, la scienza si deve arrendere. Con i mezzi attuali non posso fare di più.”

“Hai già fatto troppo, Den. Mi hai ridato la vita. Direi che come dono basta e avanza.”

Vladenek si rimise al lavoro. Stava ultimando i progetti di qualcosa di non ben definito. Lea aveva provato a sbirciare sui suoi fogli, ma senza riuscire a capirci nulla.

“Cosa stai facendo?”

“Sto terminando la stesura di un progetto troppo complicato da spiegare. Non penso che riusciresti a fartene un'idea precisa, anche se te lo raccontassi nel dettaglio.”

“Capito. Roba noiosa a cui non è il caso di interessarsi.”

Razaf si era addormentato beato vicino alla sedia di Vladenek. Lea si alzò da terra.

“Hai intenzione di andare di nuovo da lui?”

“Domani. Gliel'ho promesso.”

“Cosa gli hai detto?”

“Che ci saremmo rivisti per parlare delle sue idee. Nulla di particolare, sto solo cercando di integrarmi.”

Vladenek sorrise.

“Quanto è meravigliosamente complicata la natura dell'uomo. Quale altro essere nell'universo può vantare una tale varietà di emozioni ed idee? Lea, non nasconderti dietro ad un dito. Se tu non provassi un qualche interesse per lui, non mi avresti ripetuto così tante volte che è solo una questione di amicizia. Sii sincera per favore, almeno con me.”

“Sono stata sincera. Non provo assolutamente nulla.”

“Mi sarò sbagliato, allora... capita, cosa devo dirti.”

Ma poteva esserne sicuro? Tra le grandi manifestazioni di libertà umana c'era anche la possibilità di mentire. Lea gli avrebbe mai detto una bugia?

“Chi può dirlo...”

“Scusa?”

“No, niente, stavo parlando tra me e me.”

“Pensi che ti abbia mentito?”

“Bé... è una possibilità che deve essere tenuta in considerazione... in fondo è normale mascherare la realtà per non provocare dolore ad una persona cara.”

“Ma perché? Ti farebbe sentire male sapere che mi piace un ragazzo? Temi che qualcuno scopra che il mio corpo è meccanico? Mi hai concesso di vivere un'altra vita, non intendo sprecarla in modo stupido, Den. Puoi fidarti.”

“Lo so.”

Si mise di nuovo a scrivere e tracciare disegni su carta. Era il suo modus operandi. Progettava con strumenti da disegno tecnico, poi scannerizzava il tutto, lo trasferiva su computer, lo riconvertiva in oggetto tridimensionale e lo studiava nei dettagli. Una pratica ormai consolidata. Gli tremavano le mani. Era visibilmente agitato. Probabilmente il progetto era veramente molto complicato e aveva paura di commettere errori. Rifece i conti una decina di volte per calcolo. Non poteva permettersi il lusso di sbagliare anche solo una cifra.

“Lea, vai pure a dormire. Io lavorerò ancora per un paio d'ore. Devo controllare alcuni particolari importanti. Non mi aspettare.”

“Ok, buona notte, fratellone...”

La ragazza si rifugiò in camera da letto e chiuse la porta. Vladenek tornò a concentrarsi sul frutto del suo lavoro. Lo studio del Cuore di DeGannaw lo aveva portato già una volta ad infrangere le barriere della robotica, per cui non avrebbe dovuto farsi tutti questi scrupoli.

“Sciocco è l'uomo che non dubita di se stesso...”

La sua mano traccio molto velocemente alcuni segni. Doveva fare molta attenzione. Un errore a quel livello della progettazione avrebbe potuto significare... non voleva neppure pensarci.

Alle tre di quella notte si addormentò, soddisfatto e pago del proprio lavoro. Ormai mancava poco, ma per sicurezza avrebbe rivisto tutti i conti il giorno successivo. Stava facendo tutto questo per Lea. Avrebbe esaudito un suo desiderio, una confidenza che gli aveva fatto qualche mese prima. Quel ventidue maggio sarebbe stato il giorno più felice della sua nuova vita.

 

 

Track 05 – I Am (All Of Me)7

 

Alec sembrava turbato. Paul sapeva sapeva benissimo il motivo di quella sua condizione.

“Avanti, sputa il rospo. Cosa ti ha detto Rika?”

“Mi hai visto parlare con lei, vero?”

“Sì. Ero sul lungomare e ti ho visto in lontananza. Non mi sono voluto immischiare nella situazione... ho fatto male?”

“No, no... la situazione è già dannatamente complicata. Un tuo intervento avrebbe solamente peggiorato le cose.”

“Dai, non farti pregare! Se posso darti qualche consiglio...”

“Si è scusata.”

“Come dici?”

“Mi ha chiesto scusa. Le ci sono voluti quattro anni, ma alla fine...”

“Ma cosa vuole fare? Pensa veramente che bastino due parole di pentimento per cancellare il passato?”

“No. Era consapevole che non le avrei accettate. Però così, mi ha detto, si sente in pace con se stessa. Ora dimmi cosa devo fare, secondo te...”

“Spero tu non abbia intenzione di lasciare Erin per...”

“Ma cosa diavolo hai capito? Neanche se fosse l'unica ragazza rimasta sul pianeta! No, volevo sapere cosa ne pensi. Tu... torneresti a parlarle? Sì, insomma, faresti il gesto del signore, passeresti in qualche modo sopra alla vicenda?”

“Dipende. Ci sono molti fattori che possono incidere. Però ricordati che è una scelta totalmente tua. Nessuno può né deve dirti come agire.”

“Io non ce la faccio nemmeno a pensare di rivolgerle di nuovo la parola... non dopo quello che mi ha detto quando mi ha mollato. Mi ha spezzato il cuore, Paul. Non so se puoi capirmi...”

“No. Mai avuto una ragazza per più di un mese. Ho un modo di fare che non piace. Tu invece... stavi con lei da tre anni, giusto? Certo, quando ti ha lasciato ne avevi solo quindici, sai sono quelle storie di cui non ti dovresti curare... però in effetti sei sempre stato più maturo della tua età. A livello mentale ti avrei dato come minimo cinque anni di più. Può darsi che sia per questo che hai patito in questo modo. Pensavi già ad una storia stabile... ma è per questo che ti sei fregato con le tue stesse mani. Non puoi pretendere una cosa del genere da una ragazza di quindici anni.”

“La questione è più complessa. Grazie comunque... devo vedermela da solo, hai ragione su questo. Forse dovrei metterci una pietra sopra... ma non ci riesco. La mia fiducia è stata tradita. Non riesco ancora a capacitarmene. Se non fosse stato per Erin, forse la starei ancora implorando di tornare con me. Ero perso. Sono rinsavito lentamente, poco per volta, grazie a te, a lei e a mia sorella. Avete fatto un ottimo lavoro. Se non ci foste stati voi...”

“Siamo amici, no? Non è questo che fanno gli amici? Aiutarsi tra loro di fronte alle difficoltà?”

“Hai ragione. Grazie, Paul. Vedrò come comportarmi.”

“Grazie a te di avermi accompagnato fino a casa mia. Mi ha fatto piacere fare due parole con te e...”

Paul si fermò. Gli si gelò il sangue nelle vene. Davanti alla porta di casa sua c'era Lea, che dondolava la testa osservando il cielo con aria assente. Dannazione, sono già le tre!

“Ehi, ma quella non è Lea? Cosa ci fa qui? Non mi dirai che...”

“No, cosa stai pensando? È solo venuta a riportarmi un libro... gliel'ho prestato ieri per studiare.”

“Eccoti finalmente! Pensavo ti fossi dimenticato del nostro appuntamento. Non si fa aspettare una ragazza, dovresti saperlo!”

Sorrise divertita. Paul divenne rosso in volto. Alec non riuscì a trattenere le risate.

“Va bene, Paul, poi fammi sapere come è andata. Io ti lascio. Immagino che dobbiate parlare del libro che deve restituirti... Ciao, a dopo!”

“No, aspetta, non è come pensi, io... lei...”

“A domani, Paul!”

Il volto del ragazzo era paonazzo.

“Non glielo avevi detto? Scusami, pensavo non ci fosse nulla di male... pensi che Alec abbia equivocato?”

“Chi non avrebbe equivocato? Il tuo tono di voce era abbastanza eloquente...”

“Ma insomma! Non eri tu che ti ritenevi superiore ai giudizi degli altri? Così mi deludi. Se anche Alec pensasse che ti piaccio, qual è il problema? Non ci sarebbe nulla di male!”

Paul la guardò negli occhi.

“Diciamo che la situazione è comunque seccante. Parecchio seccante.”

“Scusami, sarò più cauta la prossima volta...”

La prossima volta? Voleva veramente accasarsi con lui? Scrollò la testa. La spontaneità di quella ragazza gli aveva procurato solo problemi.

“Dai, entriamo in casa, forza.”

Il ragazzo aprì la porta in modo svogliato e la fece accomodare sul divano del salotto.

“Allora, dimmi. Per cosa ho rischiato di essere preso in giro a vita dal mio migliore amico?”

“Volevo solo... raccontarti una storia, tutto qui. Ho bisogno assoluto di raccontarla a qualcuno. Mi sento scoppiare.”

Ci mancava solo questa...

“Posso fidarmi di te? O meglio... puoi garantirmi che non uscirà una parola su tutto questo dalla tua bocca? Ne va della mia vita, Paul.”

Era incredibilmente seria. C'era qualcosa che non andava, cosa la spingeva a fidarsi così tanto di lui? Si conoscevano da appena due giorni...

“Perché proprio a me? Conosci meglio Erin e Ann. Loro di sicuro non racconterebbero nulla a nessuno. Come puoi fidarti di me?”

“Istinto? No, a parte gli scherzi, mi sono bastate le poche ore che abbiamo trascorso insieme per prendere questa decisione. Sono sicura che non mi tradirai.”

Paul era stato preso in contropiede. Cosa avrebbe dovuto rispondere? Avrebbe dovuto pensarci ancora un po'...

“Ok, chi tace acconsente.”

“Eh? No, ferma, io...”

“Ci metti troppo tempo a decidere. E io ho bisogno di essere ascoltata.”

Andiamo bene... Iniziò a giocherellare nuovamente con i suoi capelli, annodandoli attorno all'indice destro.

“Ricordi? Mi hai chiesto perché mi tingo i capelli di questo colore...”

“Sì, ma ricordo anche che tu non mi hai risposto.”

“Fammi finire di parlare. Se sono venuta qui oggi, è per sciogliere i tuoi dubbi... e per liberarmi dei miei.”

Fece un lungo respiro.

“Potresti non credermi, ma ti assicuro che è la verità.”

“Ti ascolto, parla pure tranquilla. Prometto che non ti giudicherò.”

Sorrise.

“Bugiardo... sai meglio di me che è impossibile. Ci provi da anni.”

Anche Paul sorrise. Colpito nel segno...

“Ok, va bene. Senza ipocrisia. Farò quello che posso.”

“Paul... i miei capelli... sono finti. Sono una lega proteica artificiale basata su un composto della cheratina. Sono gli additivi utilizzati per costruirla che danno loro il colore azzurro. Anche la mia pelle è finta. È una materia plastica morbida ed elastica stratificata che simula la vera pelle. Al tatto non si può percepire alcuna differenza. I miei occhi sono meccanici, sono telecamere in contatto con una retina sintetica che è collegata ad un elaboratore primario nel quale è nascosta la mia anima. La mia bocca è artificiale, così come la mia voce. Il mio apparato digerente è in realtà una sorta di centrale energetica che brucia il cibo assimilato per fornirmi l'energia di cui ho bisogno. Nelle mie vene scorre olio lubrificante ad alta pressione. Le mie ossa sono tubi di metallo e carbonio cavi per risultare più leggeri possibili, i miei muscoli sono grovigli di motori e condotti collegati all'apparato digerente. Il mio cuore è una pompa che ha l'unico compito di sospingere l'olio all'interno della circolazione. Costole, polmoni, naso, vie respiratorie, reni, pancreas... non c'è assolutamente nulla di biologico in me. Sono solo un ammasso di cavi e leghe leggere. Io sono tutto questo e tutto questo è in me. Io sono solo questo, a dir la verità.”

Paul la osservò scettico.

“Non mi credi, vero?”

“Diciamo che la tua storia è un tantinello inverosimile... non penserai che io prenda la tue parole per oro colato?”

“Diciamo che ci avrei sperato... ma se per te è troppo difficile...”

“Sei troppo normale per essere un automa. Nessuno sarebbe in grado di costruire un robot così convincente. Per quanto riguarda l'aspetto non metto limiti... ma il comportamento! Non mi sembra che tu ragioni solo per relazioni di causa/effetto come tutti i droidi che ho visto uscire dalle catene di montaggio delle AH Industries. Privi di personalità. Completamente incapaci di agire per conto proprio. Se tu fossi un robot... oddio, saremmo finiti in una scena di Blade Runner! Non è proprio possibile... o almeno... io non riesco ad accettarlo.”

“Capisco... ci vediamo, allora. Io devo andare.”

Stava piangendo.

“Sono finte anche quelle?”

Il tono di Paul era preoccupato, non ironico. Forse, nel suo inconscio aveva creduto alla sua storia. C'era ancora una speranza.

“No. Queste sono vere.”

Se ne andò dopo aver detto queste parole. Casualmente, Stevros stava passando da quelle parti in quel momento. Vide Lea in lacrime fuori dall'uscio di casa e Paul uscire dalla porta e cingerle un braccio attorno al fianco, cercando di consolarla. Il ragazzo si fermò ad osservare la situazione. Era curioso vedere Paul assieme ad una ragazza.

“Lea... non so se posso crederti. Non adesso. Mi stai chiedendo troppo. Non puoi... obbligarmi a fidarmi di te, non così tanto... dammi un po' di tempo per raccogliere le idee.”

“Va bene. Tornerò... domani a quest'ora. Ok? Alle tre in punto... e guai a te se mi fai aspettare questa volta!”

 

 

R: Altre Realtà

 

Ahrlem, 15/05/2009

Caro Idra,

Ho avuto modo solo ora di rispondere alla tua ultima lettera. Non ti nascondo che mi hai colto di sorpresa. Ti sembrerà assurdo, ma mi vedo costretto a confermare l'esistenza di ogni singola persona che tu hai descritto. Anche l'aspetto coincide perfettamente. Cosa diavolo significa? Io non te lo so spiegare, non ne ho la minima idea. Se vuoi, posso descriverti Alec, ovvero la persona in cui ti identifichi durante i tuoi sogni. Lo conosco da molto tempo, è il mio migliore amico, nonostante abbia qualche anno meno di me. In effetti, ora che ci penso, ti assomiglia anche un po'. Curioso, non trovi? Avete praticamente gli stessi occhi. Siete parenti? Il suo nome completo è Alec Aiample, è il figlio di Jason Aiample, il proprietario delle AH Industries, non so se hai presente. Sua madre è... o meglio, era, Ayumi Hibara. È morta quando lui aveva solamente otto anni. Alec mi parla spesso di sua zia Kia, scomparsa in circostanze misteriose. Ti dicono nulla questi nomi? Li hai mai sentiti? La vicenda mi ha incuriosito particolarmente... ad ogni modo, voglio sottoporti un mio dubbio. Sono in una situazione tremendamente irreale. Secondo te, è possibile che una ragazza che conosco solamente da tre giorni mi abbia rivelato il suo segreto più intimo e nascosto? Non riesco a credere ad una sola parola di quello che mi ha detto, Idra. È troppo inverosimile... inoltre... non è strano che me lo abbia confidato? Io la conosco poco, ma lei deve avermi inquadrato perfettamente, altrimenti non si sarebbe comportata in questo modo... o almeno credo. Può anche darsi che si stia burlando di me. Ha dato prova di avere una condotta incostante ed imprevedibile. Passa con disinvoltura dai pensieri di una bambina di dieci anni a riflessioni degne di un filosofo. Cosa dovrei fare? Mi è sembrata una colossale presa in giro, ma dopo che gliel'ho detto, è scoppiata a piangere. Potrebbe essere una farsa anche questa. Se quello che mi ha raccontato fosse vero, avrebbe la mia piena fiducia e la mia più completa amicizia, mi avrebbe donato tutta se stessa, avrebbe affidato la sua vita, la sua esistenza a me. Posso dirti queste cose perché tu non sai chi è e non la conosci. Non ti posso dare altre informazioni, altrimenti tradirei la sua fiducia... ma se fosse solamente una bufala – bé, io spero che sia solo una bufala, intendiamoci – non mi sentirei in colpa a chiuderle la porta in faccia senza troppi problemi. Si sarebbe volgarmente presa gioco di me.

Ma come posso seriamente pensare che una ragazza priva di punti di riferimento rischi di perdere l'unica persona capace di ascoltarla per uno scherzo?

Devo riflettere, Idra. Non posso decidere ora. Ho seriamente bisogno di un consiglio, premesso che per me è impossibile verificare la veridicità delle sue affermazioni.

La natura umana è decisamente complicata. Spero solamente di venirne a capo in un tempo ragionevolmente breve. Per quanto riguarda la tua questione... bé, potrei metterti in contatto con Alec, ora che ci penso. Sarebbe la scelta più saggia. Avrai presto mie notizie a riguardo.

In attesa della tua prossima lettera,

 

Loki

 

 

Track 06 – My Dream's But A Drop Of Fuel For A Nightmare8

 

“... è così, ti dico! L'ho visto assieme a Lea, fuori dalla porta di casa sua. Lei piangeva, lui l'ha stretta tra le sue braccia e l'ha consolata. Erano circa le tre e mezza. Credimi, ne sono sicuro!”

“Ti credo, Stev, stai tranquillo... pensa che aveva un appuntamento con lei alle tre. L'ho accompagnato a casa sua e ho visto Lea che lo stava aspettando lì davanti.”

Era l'una e venti. Le lezioni erano appena terminate. Stevros e Alec stavano accaloratamente discutendo sulle ultime vicende che avevano, direttamente o indirettamente, riguardato Paul.

“Potremmo chiedere conferma alla diretta interessata. Non c'è nulla di male, non trovi?”

“Passeresti per un tipo curioso che non ha il minimo tatto né il minimo rispetto per la privacy altrui, lo sai bene.”

Stevros sospirò rumorosamente.

“Forse hai ragione... ma la faccenda è dannatamente interessante. Dai, veramente non vuoi approfondirla?”

“No. Sono affari loro. Se fossi al suo posto, una qualsiasi intromissione nella mia sfera privata mi renderebbe alquanto indisposto.”

Alquanto indisposto?! Perché devi sempre utilizzare questi paroloni? Certe volte faccio fatica a seguire il filo del tuo discorso...”

Alec assunse un'espressione divertita.

“Lupus in fabula. Guarda chi arriva, Stev.”

Era Paul. Sembrava preoccupato.

“Ehi! Cos'hai?”

“Nulla di cui tu ti debba preoccupare, Stevros. Non sono venuto per te.”

Prese fiato.

“Alec, per favore. Leggi attentamente questa lettera. Mi è arrivata ieri, sul tardi. Direi che potrebbe essere interessante per te darci un'occhiata. È di Idra.”

“Dai qua...”

Alec lesse molto velocemente il foglio che Paul gli aveva porto. Assunse di colpo un'espressione spaventata.

“Vi siete messi d'accordo per farmi uno scherzo di pessimo gusto, non è così? Come pretendi che io creda ad una cosa del genere? Dammi una prova che non è tutto combinato. Dimmi una cosa che potrei sapere solo io.”

“Chiedilo direttamente a lui, mandagli una e-mail, ti do l'indirizzo, se vuoi. Io so solo quello che è scritto qui. Direi che è abbastanza curioso, non trovi?”

“Dammi quell'indirizzo. Gli invierò una lettera il prima possibile. Certe questioni vanno chiarite subito. Spero che tu non mi stia prendendo in giro. Lo spero vivamente per te.”

“Tutta la verità, nient'altro che la verità. È così, te lo giuro!”

Alec gli restituì la lettera.

“Voglio crederti, per ora. Piuttosto... cosa mi dici del libro che doveva consegnarti Lea?”

Stevros allungò l'orecchio. Finalmente un argomento interessante! Paul divenne rosso in volto.

“Non sono affari che ti riguardano...”

Lanciò un'occhiataccia a Stevros. Lui capì che forse la sua presenza non era gradita in quel momento.

“Ok, va bene, vi saluto, ci vediamo! A domani!”

Paul aspettò che il ragazzo fosse visibile solo come un puntino lontano in fondo al viale prima di aprire nuovamente bocca.

“Alec, tu hai più esperienza di me con le ragazze. Ti sembra possibile che mi abbia rivelato... insomma, che mi abbia fatto una confidenza privata, dopo soli tre giorni?”

“Forse.”

“Cosa intendi dire?”

“Vedi... Tu sei la prima persona che ho visto parlare con Lea per più di un quarto d'ora, se non consideriamo Ann. Sai cosa significa?”

“Non riesco a capire dove...”

“Ha una personalità abbastanza contorta. Assolutamente spontanea, forse troppo. Non riesce a tenersi dentro nulla. Cerca di esternare ogni suo dubbio, ogni suo problema. Puoi farlo se nessuno ti ascolta o se chi ti ascolta ne è già al corrente?”

“No, direi di no...”

“Dimmi... è una cosa seria? Voglio dire, ti ha raccontato un segreto importante per lei?”

“Direi... direi che se quello che mi ha detto è vero...”

Ho la sua vita nelle mie mani. Stava per dire queste parole. Si fermò. Non poteva scendere nei dettagli senza tradire la sua fiducia.

“Molto importante. Non posso aggiungere altro.”

“Ok, analizziamo la situazione da un altro punto di vista. Immedesimati in lei. Hai un problema enorme e senti l'esigenza di condividerlo al più presto con qualcuno. Sei appena arrivato in un posto nuovo e conosci solamente un paio di persone. La tua migliore amica ha in questo momento più problemi di te, essendosi lanciata dal tetto di un palazzo e non avendo quasi un osso sano in tutto il corpo. Te la sentiresti di scaricare su di lei la tua angoscia?”

Paul rifletté per un attimo.

“Penso che non ne avrei il coraggio... ma di sicuro... non lo esternerei al primo che passa...”

“Fammi finire. Il tuo problema ti impedisce di intrattenere relazioni complete con altri esseri umani – è un esempio come un altro di disagio, giusto per cercare di dare un aspetto realistico alla situazione – ed è urgente trovare qualcuno che ti capisca e possa darti un consiglio. Non hai nessuno sottomano, il peso del tuo problema ti soffoca, ti impedisce di agire serenamente, di vivere in modo normale. Cerchi di dare un'immagine forte all'esterno, non vuoi mostrare la tua sofferenza.”

Paul ascoltava con attenzione la ricostruzione di Alec. Era molto più maturo della sua età. Sembrava quasi che avesse studiato psicologia.

“All'improvviso, quando ormai ti sei rassegnato all'evidenza, ti trovi a discutere con una persona che è sola come te, che in qualche modo ha pochi collegamenti con il mondo esterno...”

“Cosa stai insinuando? Non mi riconosco in questa descrizione.”

“Devo ricordarti che hai solo amici più piccoli di te di almeno due anni in questa città, in questa regione, in questo Stato? O preferisci lasciarmi continuare?”

Quella tremenda frecciata fece senza dubbio effetto. Paul si zittì.

“Dicevamo... incontri una persona di questo genere e ti rendi conto che è capace di condividere con te i suoi pensieri per quanto originali e diversi dai tuoi. A questo punto cosa fai? Sondi il terreno, ti avvicini, gli parli, cerchi di capire se è la persona adatta.”

“Diciamo che aspetterei un bel po' prima di...”

“Il peso del tuo problema è così grande da farti star male. Non riesci più a tenerlo per te, devi dirlo a qualcuno. Cosa puoi fare? Stringere i tempi, rischiare. D'altronde, non ce la fai più, giusto? Che altre possibilità hai? Prendi da parte questa persona e riversi tutto su di lei, ti liberi del tuo peso, nonostante tu la conosca così poco.”

“Suona un po' come una forzatura...”

“Se rifletti bene sulle mie parole, ti accorgerai che non è così. Come possiamo pretendere di capire le profondità e le infinite sfaccettature dell'animo umano?”

“In buona sostanza... mi stai dicendo che potrebbe non essere una bufala. Vedrò cosa fare, grazie. La vedo oggi alle tre. Ne parlerò un po' con lei. Penso che le porrò la stessa domanda che ho fatto a te. Voglio sentire le sue ragioni. Se coincideranno con quelle che hai esposto tu... sì, insomma, potrai dire di aver colto nel segno. E sarei anche disposto a crederle. In fondo, hai analizzato la situazione in modo ineccepibile...”

“Sono solo speculazioni, Paul. Dove sia la verità... bé, lo sa solo lei. In bocca al lupo.”

“Crepi. Mi dispiace, ma non potrò farti sapere come è andata. Lo dovrai capire da come mi comporterò nei prossimi giorni.”

“Va bene, non farti così tanti problemi. Fidati di me. Ora vado a scrivere la mail per Idra. Devo assolutamente capire cosa si cela dietro quei sogni...”

Sogni. Solo gocce di carburante per gli incubi.

Incubi che duravano da anni.

 

 

Track 07 – Eva9

 

Paul era sdraiato sul divano del salotto. I suoi genitori sarebbero arrivati solo in tarda serata. Guardò l'orologio. Erano le due e trentasette minuti. Ne mancavano solo ventitré all'ora dell'appuntamento. Stava contando i secondi in attesa di rivederla. Doveva chiudere la questione. Non poteva continuare così. Guardò il soffitto. Possibile che non riuscisse a trovare nulla da fare? In fondo erano solo ventitré minuti. Avrebbe potuto leggere un libro... no, non era dell'umore giusto. Le due e trentotto. Altri sessanta secondi erano scivolati via. Rimase in attesa. Ancora ventidue minuti... un'eternità. Chiuse gli occhi. Se veramente Lea fosse stata una macchina, uno stupido insieme di ingranaggi... sarebbe riuscito a non considerarla come una cosa? Aveva dato prova di avere una spiccata personalità... ma non bastava. O almeno, non da sola. Ma come sarebbe stato possibile creare un oggetto così simile ad un essere umano, in tutto e per tutto? Ventuno minuti. Riaprì gli occhi. Era evidente. Dietro tutta questa storia doveva esserci Vladenek Kras'ilič. Il miglior progettista di automi del mondo. Per lui non sarebbe stato impossibile fare una cosa del genere, però... solo per quanto riguarda l'aspetto esteriore e le funzionalità motorie. Da dove venivano fuori la semplicità e la spontaneità di quella ragazza? Erano serie di 0 e 1 che dovevano simulare un po' di umanità? C'era dell'altro? Se sì, cosa? Sospirò. Venti minuti. Diceva di avere un'anima, rinchiusa da qualche parte dentro di lei. Un'anima. Quel termine dava una connotazione fortemente impregnata di misticismo a tutta la vicenda. Credere alla sua storia sarebbe significato credere all'esistenza di un aldilà. Era ateo, nulla avrebbe cambiato il suo pensiero. Solo una prova contraria. Già, una prova contraria... cosa avrebbe fatto se Lea fosse stata in grado di dimostrargli l'esistenza dell'anima? Avrebbe modificato le sue convinzioni? Diciannove. Forse no. Richiuse gli occhi. Perché la situazione era così complicata? Crederle gli sarebbe costato parecchio. Avrebbe dovuto rinunciare a buona parte dei suoi punti fissi. Primo, un robot non può assomigliare così tanto ad un essere umano. Cancellato. Secondo, non esiste nulla al di fuori del nostro mondo. Cancellato. Terzo, anche se esistesse, nessuno potrebbe tornare indietro da esso. Cancellato. Quarto, anche se potesse tornare, non avrebbe modo di comunicare con i vivi. Cancellato. Diciotto. Troppe certezze buttate alle ortiche. Doveva per forza crederle? Avrebbe dovuto rinunciare a buona parte di quello che era sicuro di aver capito del mondo. Per cosa, poi? Per l'amicizia di un ammasso di cavi? Certo, un ammasso di cavi che era riuscito a leggere ed interpretare il suo cuore... ma allora... poteva ancora considerarla un oggetto, in tal caso? Troppe domande. Aprì nuovamente gli occhi e si mise a sedere. Il tempo sembrava non trascorrere mai. Lea era viva? Se sì, in quale senso? Troppi dubbi. Non era in grado di rispondere a tutto da solo. Diciassette. Per non parlare, poi, del legame tra Alec e Idra. Impossibile che sia una mera coincidenza. Un problema alla volta, uno alla volta, diavolo! Uno alla volta... si concentrò di nuovo su Lea. Hai dei capelli orrendi. Il suo primo giudizio su di lui. Un automa può giudicare? Un androide capace di decidere è ancora una cosa? Maledizione... si sdraiò sul divano. Sedici. Vladenek aveva circa cinquant'anni, Lea ne dimostrava quasi ventidue. Con una stima molto approssimativa, Vladenek avrebbe dovuto avere circa ancora quaranta, cinquant'anni di vita... se Lea avesse subito un guasto senza che lui avesse la possibilità di ripararlo... cosa sarebbe accaduto? L'avrebbe vista morire per un bullone rotto o per un fusibile bruciato? Se fosse entrato un virus informatico nel suo sistema principale... avrebbe avuto l'effetto di una tremenda malattia, non c'erano dubbi. In qualche modo era fragile come lui, forse di più. Quindici. Un quarto d'ora. Mancava solo un misero quarto d'ora. Era come una sorta di primordiale Eva della nuova era robotica. Un'era a cui Paul non avrebbe voluto assistere. Sembrava veramente una scena di Blade Runner. Replicanti... al solo pensiero, rabbrividì. A chi sarebbe toccato il ruolo di Adamo? Ad un'altra macchina umana? Un altro morto tornato dall'aldilà? O a lui? Che pensiero stupido... lui non era una macchina, né intendeva diventarlo. Chissà perché questa macabra idea... in fondo, l'uomo era già una macchina, a ben vedere. Un automa di carne e sangue, di ossa e pelle, ma pur sempre un automa, guidato da un'intelligenza sensibile e capace di ragionamenti complessi. Quattordici. Basta, smettila di pensare! Non ce la faceva più. Doveva fare qualcos'altro. Svagarsi un po'. Per queste riflessioni avrebbe avuto tempo più avanti. Più che altro... come si sarebbe dovuto comportare? Sarebbe stato meglio chiarire subito la sua posizione... o girare attorno all'argomento ancora per qualche minuto, prima di centrare il punto? Troppe domande, troppi dubbi. Non aveva ancora nemmeno una risposta. Cosa avrebbe dovuto fare. Tredici. All'improvviso, ebbe un'illuminazione. Guardò l'orologio. Erano le quattordici e quarantasette minuti. Si alzò dal divano. Aveva ancora abbastanza tempo? Sì, poteva farcela. Si alzò dal divano, indosso le scarpe in fretta e furia e corse verso la porta.

Alle quindici in punto suonò il campanello.

“Avanti, entra pure.”

La porta si aprì. Lea sembrava abbastanza tranquilla.

“Ciao, Paul! Allora... ci hai pensato? Vuoi... vuoi ancora una prova per credermi?”

“Diciamo che aiuterebbe... ma ho un'altra idea che dovrebbe risolvere la situazione. Io sono disposto a crederti sulla parola... fino a prova contraria, ovviamente.”

Lea sgranò gli occhi.

“Davvero? Per quale motivo?”

“Vedi... mi è sembrato strano che conoscendomi solo da un paio di giorni tu mi abbia confidato un segreto così importante. Questo mi ha insospettito parecchio, non te lo nascondo. Subito mi è sembrata una colossale presa in giro, ma poi ho pensato... chi glielo fa fare di rischiare così tanto? No, c'era qualcosa che non quadrava. Ne ho parlato con un amico, senza rivelargli comunque nulla di quello che mi hai confidato... e mi ha convinto a darti una possibilità. Inizialmente volevo chiederti perché proprio io? Insomma... cosa ho io più degli altri per meritare questo trattamento? Alla fine ho deciso di lasciar perdere. No, non è esatto. Mi sono risposto. E sai come?”

“No, dimmelo... sono curiosa!”

“Che è stata una tua scelta. Che mi hai giudicato adatto a questo scopo. Tutto qui. Non ho bisogno di sapere altro. Ora sono io a volerti mettere alla prova, aspettami un attimo qui.”

Paul si allontanò lasciandola sola. Lea diede un'occhiata in giro. Un appartamento ordinato, dopotutto.

“Eccomi. Scusa se ci ho messo un po'.”

Il ragazzo si era ripresentato con un mazzo di rose rosse.

“Paul! Cosa significa? Vuoi dare credito alle insinuazioni sul nostro conto? Ma sai cosa si dice in giro?”

“Sì, ma non me ne importa un accidente. Per favore, osservale attentamente. Non noti nulla di strano?”

Lea si avvicinò e le osservò con attenzione. Ne sfiorò le foglie, ne accarezzò delicatamente i petali, assaporò la loro fragranza.

“Allora? Trovi nulla di diverso?”

“No, mi sembra tutto normale...”

Paul rise.

“Sono tutte finte, Lea.”

La ragazza strabuzzò gli occhi.

“Cosa? Non è possibile! Sono rose vere, non... non possono essere così simili a... non esistono! Non esistono fiori finti così credibili e... oh! Ho... ho capito dove vuoi arrivare... Io sono come queste rose per te, vero? È impossibile che io esista, ma... sono qui davanti ai tuoi occhi.”

“Esatto. Ma c'è un'altra sottile differenza. Osserva meglio. Avvicinati di più”

Lea controllò i fiori uno ad uno. Ne prese una in particolare ed iniziò a tastarne le spine.

“Ahi! Queste non sono di plastica! Questa è vera! Non è come le altre...”

“Proprio così. Ti sei fatta male?”

“No, non è niente. Solo una puntura innocua.”

Sulla spina era rimasta una sostanza che non assomigliava neanche lontanamente a sangue. Paul le aprì delicatamente la mano e prese il fiore. Toccò il liquido viscoso rimasto appiccicato al gambo.

“Olio lubrificante...”

“Sì.”

Le poggiò la rosa sul palmo della mano e gliela richiuse.

“Grazie, Lea. Ora so di potermi fidare.”

La ragazza osservò ancora il fiore.

“Devi ringraziare questa rosa. È merito suo. Ed è merito tuo... che mi hai creduto. Sono io che devo ringraziare te.”

Lea si alzò dal divano.

“Devo... devo andare ora, Paul. Mi sono tolta un peso dalla coscienza, ma ora devo stare un po' da sola. Ci vediamo, allora...”

Paul la capì.

“Nessun problema. Torna pure a trovarmi quando vuoi.”

Lea dondolò la testa come di suo solito.

“Domani alle tre va bene?”

Risero entrambi. Era una risata liberatoria. In un istante tutti i loro problemi svanirono in una nuvola di fumo.

 

 

You have a new mail from: J. T.

Object: Sogni

Ahrlem, 15/05/2009

 

Detesto iniziare le lettere con caro qualcosa, spero che tu non te la prenda.

Avrai notato che non mi sono firmato Alec Aiample. C'è un motivo, e penso tu lo sappia, come penso tu conosca il principio dell'ombra comune. Tu hai sognato spesso di essere me, ma è vero anche il contrario. Spesso ho sognato di vivere in Giappone, essere sposato e avere due figli, Corinne e Lyon. Penso ti riconoscerai in questa definizione. C'è un'unica possibilità, che tu condivida la mia stessa essenza. Non puoi essere Saìl, lui è morto. Quindi rimane una sola persona. Mio fratello, Hiro Takara, o Erwan Zanicuud, se preferisci. È il tuo nome, non è così? Mi chiederai perché mi espongo in questo modo, per quale motivo ne parlo così apertamente. La risposta è semplice. Non esiste un'alternativa a questa interpretazione.

Hiro, sono contento che tu sia vivo. Erano undici anni che mi chiedevo che fine avessi fatto. Finalmente ho trovato la risposta. Immagino tu abbia cercato me e Clemi, invano. Ci siamo dovuti nascondere. Abbiamo assunto identità diverse. Tu invece... hai mantenuto lo stesso nome, immagino. In fondo, nessuno ti cercava ed eri dato per morto dallo stesso Imperatore. Il fatto che tu ti sia sposato... bé, significa che ti sei liberato dell'ombra di Saìl. Sei un individuo, ora. Dai tuoi occhi ho visto i miei nipoti, due bambini estremamente vispi. Mi piacerebbe conoscerli.

Io e Kasumi stiamo bene, non ti preoccupare per la nostra sicurezza. Facciamo così: la prossima volta che Paul verrà a trovarti, viaggerò con lui. Il principio dell'ombra comune... è stato questo a permettermi di ritrovarti. Non avrei mai pensato che si sarebbe potuto rivelare così utile. Non preoccuparti di ciò che ti dico in questa mail, l'ho criptata con un algoritmo di cifratura insidioso, solo tu potrai leggerla, non può essere intercettata. Ad ogni modo, ti chiedo di mantenere il riserbo su quanto è scritto. Jake Takara è ufficialmente scomparso undici anni fa. Sarebbe imbarazzante se tornasse all'improvviso, non trovi? Per di più, dimostrando la stessa età che aveva quando è fuggito... no, è troppo poco convincente. Alimenterebbe troppi dubbi, troppe incertezze... troppe domande. Non voglio dover rispondere. Meglio che il mondo si dimentichi dell'altro me.

Ti lascio con queste parole. Presto ci rivedremo, Hiro, e ti assicuro che conterò i giorni in attesa di quel momento.

 

Il tuo fratello minore,

“Jake” Ezariel Ariek Zanicuud

o, se preferisci...

Alec

 

 

Track 08 – Beyond This Life10

 

Vladenek la osservò attentamente. C'era qualcosa di strano in lei. Era felice. Non la vedeva così contenta da quando le aveva costruito quel corpo. Era successo qualcosa. Subito dopo notò il mazzo di rose scarlatte. Almeno una ventina di fiori. Bell'aspetto, dovevano essere costate parecchio. Spostò lo sguardo verso la sua mano destra. Un cerotto sulla punta dell'indice. Tornò ad osservare le rose. Le teneva tutte nella mano sinistra, fatta eccezione per una. Cercò di cogliere il dettaglio che la distingueva dalle altre. Apparentemente nessuno. Fece un rapido raffronto. Notò che i fiori alla sinistra erano leggermente più opachi. Li teneva per il gambo, senza essere ferita dalle spine. Erano finti. La rosa sulla destra invece era tenuta con più attenzione, evitando accuratamente il contatto con le spine. Era un fiore vero. Focalizzò la sua attenzione proprio sul quelle. Attorno ad una di loro si poteva notare un leggero alone grigio. Olio lubrificante per condotti ad alta pressione. Fissò nuovamente il cerotto. Il collegamento era evidente. Spostò lo sguardo sul suo viso. Era raggiante. Sollevata. Doveva essersi tolta un peso. Sospirò. Qualcosa era evidentemente andato storto. Il segreto probabilmente non era più tale.

“Va bene, Lea, non voglio perdere tempo in frasi fatte e convenevoli. A chi hai rivelato che sei un robot?”

Lea fu visibilmente sorpresa da quella domanda.

“Perché dovrei averlo detto a qualcuno, Den?”

“Sono uno scienziato e un buon osservatore. Alcuni particolari mi hanno portato a questa conclusione. Tutto qui.”

“Tutto qui? Certe volte mi sembra che sia tu a comportarti da macchina... non è buffo?”

Vladenek rise.

“Forse hai ragione... ok, va bene, hai vinto. Me lo sentivo, ero sicuro che non saresti riuscita a rimanere in silenzio così a lungo.”

“Ne avevi qualche evidenza scientifica?”

“Noto una certa ironia nelle tue parole.”

Lea iniziò a dondolare la testa.

“Diciamo... diciamo che da qualche parte, nel mio cuore, ero certo che la tua spontaneità avrebbe preso il sopravvento. Comunque... ehi! Smettila di dondolarti in quel modo completamente imbecille! Mi fai perdere la concentrazione!”

“Scusami. Mi rilassa.”

“Chi ti ha regalato quelle rose? Suppongo che sia la stessa persona a cui hai raccontato tutto... è un ragazzo, immagino. Avrà quasi sicuramente la tua età o poco di più. Deve essere abbastanza maturo e capace di ascoltare senza giudicare, altrimenti non l'avresti scelto. Inoltre, deve essere un tipo abbastanza solitario, non molto inserito nella società, con pochi amici... è una questione di empatia, di sicuro avrai pensato che una persona del genere potesse capire i tuoi sentimenti. Ah, dimenticavo. Deve essere una persona seria e affidabile. Ho indovinato?”

“No. Non è affatto seria. E nemmeno affidabile, dopotutto. Però... ha dimostrato di meritare la mia fiducia.”

Vladenek era visibilmente perplesso.

“In così poco tempo? Certo che sei davvero imprevedibile! Maledizione, che cos'avevo per la testa quando ho scelto la tua anima?”

Stava ridendo di gusto. Anche lei sorrise. Non si aspettava che se ne accorgesse così presto. Non aveva neanche fatto in tempo a salutarlo.

“Cosa ne vuoi fare di quel mazzo di rose finte?”

“Ma cavolo, Den! Come fai a saperlo? Sono praticamente indistinguibili da...”

“L'ho dedotto, stai tranquilla! Non ti ho seguita! Ho solo notato che le spine si sono piegate nella tua mano, tutto qui... ad ogni modo, vuoi che le metta in soggiorno? Il fiore, quello vero, intendo, lo metteremo in un vaso in camera tua, vicino alla finestra, così vivrà di più.”

“No. Le voglio mettere assieme, nello stesso vaso.”

“Per quale ragione, scusa?”

La ragazza iniziò nuovamente a dondolarsi.

“Devi sapere che il ragazzo a cui ho confidato questo segreto... mi ha paragonato proprio a questi fiori.”

Vladenek rimase spiazzato. La logica gli forniva una spiegazione convincente ma scomoda.

“Mi ha detto... che io sono come loro. Non dovrei esistere, sono troppo simile ad un essere umano... eppure eccomi qui.”

L'uomo non voleva trarre conclusioni affrettate. Doveva analizzare a fondo il problema. Tornò a sedersi al suo tavolo da lavoro.

“Tra quanto vuoi mangiare, Lea?”

Osservò l'orologio. Erano le sei e mezza. Sorrise. Aveva parlato con Paul per più di tre ore. Ormai poteva dire di conoscere quasi tutto di lui, ma valeva anche il contrario.

“Tra un'oretta... non ho ancora fame.”

“Va bene. Ora, per favore, lasciami un attimo solo. Devo finire un progetto complicato.”

“Ok, io vado di là in camera... a dopo, fratellone!”

Vladenek era turbato. Lea non era più al sicuro. Non lo era per sua scelta. Si era messa in pericolo in modo perfettamente idiota. Una macchina avrebbe potuto farlo? No, certo che no. Lei non era una macchina. La sua anima era appartenuta ad un essere vivente prima di essere convogliata in quel corpo artificiale. Motivo in più per finire quel lavoro il più velocemente possibile. La matrice di conversione delle basi azotate era pronta. Era riuscito a creare un sistema basato sul progetto genoma umano in grado di schedare le informazioni relative al DNA in una matrice formata da codici binari ed esadecimali. Il progetto per l'analizzatore/convertitore era quasi completo. Anche la struttura ad espansione di carbonio era a buon punto, in fondo era una sistema che aveva già utilizzato per costruire il corpo di sua sorella. Un sistema davvero ingegnoso. Il carbonio contenuto nei cibi veniva raccolto da speciali nanosonde e convogliato tramite una serie di membrane semipermeabili ai portatori meccanizzati che lo trasferivano alle ossa. In questo modo, la struttura poteva accrescersi e fortificarsi nel tempo, senza bisogno di interventi esterni. Tecnologia avanzata, ancora in fase di sperimentazione. Grazie ad essa, Lea era quasi autosufficiente. L'unica seccatura era data dalla necessità di cambiare l'olio lubrificante ogni quattro, cinque anni. Non era riuscito a sistemare quel particolare, sembrava un problema irresolubile al momento. Pazienza, avrebbe continuato a lavorarci in futuro. Accese il computer e richiamò un editor di testo, aprì un file ed iniziò a modificarlo. Era il sorgente del programma che gestiva il comportamento delle nanosonde per il trasporto del carbonio. Doveva aggiungere una nuova destinazione a quelle schedate nel database. Fece in modo da dirigerne il 20% verso la nuova locazione, in caso si fosse attivata. Non fu molto difficile, se la sbrigò in venti minuti. Aprì un cassetto nascosto sotto al tavolo e ne tirò fuori un fogliaccio scritto a mano con la traduzione a fronte. Quella sarebbe stata la parte più complicata. L'unica pagina rimasta del manoscritto di Giano da Ganno, l'unica che le fiamme avevano risparmiato. L'aveva conservata proprio per quella occasione. Prese il progetto ed iniziò a modificarlo in base a quanto aveva imparato in quei trent'anni di studio.

Era pronto per creare una vita oltre quella vita.

“Ora di cena, Den... ho preparato io. Vieni anche tu?”

Vladenek chiuse tutti i progetti all'interno del cassetto a scomparsa.

“Sì, arrivo...”

Si sedette al tavolo.

“A cosa stai lavorando?”

“Mi sembra di averti già detto che è troppo difficile da spiegare.”

“Dai, lo sai che sono curiosa... almeno una piccola indiscrezione... ti prego!”

Il suo sguardo era più che supplichevole, era impossibile dirle di no...

“Diciamo che sto cercando di superare un'altra barriera della robotica. Non l'ultima, ma una delle più importanti. Senza l'aiuto della mappa alchemica, non avrei conseguito nessun risultato.”

“Non pensavo ci fosse qualche collegamento tra quel manoscritto e la scienza applicata... e comunque non l'avevi bruciata?”

“Ne ho tenuto alcuni fogli, i più innocui. Hanno comunque applicazione in quello che sono in procinto di costruire.”

“Cioè? Dai, ormai non puoi più fare così il misterioso!”

“Abbi pazienza. Ti do solo un indizio. Dovrei riuscire ad esaudire un tuo desiderio.”

La ragazza ci pensò un attimo, poi assunse un espressione stupita.

“Vuoi dire che...”

“Non ti anticipo altro. Sappi solo... che non sarai più esclusa dal mondo.”

Lea lo abbracciò e gli sussurrò qualcosa in un orecchio. Den annuì. Lei iniziò a saltellare qua e là per la stanza.

“Mi raccomando, tieni il segreto anche con chi sa, almeno fino a quando non avrò completato tutto.”

“Quanto ci metterai ancora?”

“Circa una settimana, poi dovrò installarlo. Il giorno del tuo ventiduesimo compleanno... sarà tutto pronto.”

 

 

Track 09 – Wake Up (Make A Move)11

 

“... te lo garantisco! Ha comprato un mazzo di rose finte dal fioraio. Venti rose finte e una vera! Mi spieghi cosa se ne fa? A meno che...”

“Ho l'impressione che tu abbia fatto centro. Ok, quindi secondo te ci sta veramente provando con Lea?”

“Direi che è palese...”

Alec era perplesso.

“Tu come diavolo fai a sapere che le rose erano finte?”

“Mia madre è la fiorista che le ha vendute. Non è stato molto furbo da parte sua rivolgersi a quel negozio.”

“Se non ricordo male... è molto vicino a casa sua. Deve aver avuto fretta.”

“Ma ora viene la parte interessante... Lea è entrata a casa sua alle quindici in punto ed è uscita alle diciotto e dodici. Tre ore e dodici minuti insieme. E aveva il mazzo di fiori in mano. Sembrava felice.”

“Notizia di prima mano?”

“Sì, dal negozio di mia madre si vede benissimo la casa di Paul.”

“Uhm... mi sembra che ci stiamo comportando come ficcanaso di prima categoria. Se lo sapesse...”

“...vi darebbe volentieri una martellata sulle gengive.”

I due ragazzi si voltarono. Davanti a loro videro un tizio con i capelli castani scuri corti. Aveva circa vent'anni, ma era chiaramente più grande di loro. Alec fece fatica a riconoscerlo.

“Tu? Cosa diavolo... sì, insomma, i capelli! Ma... che... sei davvero tu? Insomma...”

“Ehi, calmati! Sembra che tu abbia visto un fantasma...”

“Alec, tu lo conosci?”

“Idiota, è Paul! Non credevo fossi così deficiente da non capirlo.”

Stevros strabuzzò gli occhi.

“Chi sei tu e cosa ne hai fatto di lui?! Esci da questo corpo!”

Paul rise. Alec si avvicinò stupito.

“A parte gli scherzi... a cosa dobbiamo questo cambiamento epocale? Mi ero addirittura dimenticato di che colore fossero realmente i tuoi capelli.”

“Diciamo che non è così male provare a cambiare dopo così tanto tempo.”

Alec lo guardò negli occhi con un'espressione di rimprovero.

“Raccontamela giusta. Hai perso una scommessa?”

“In un certo senso...”

“Ora ragioniamo... E, di grazia, quale sarebbe, questa scommessa?”

Di grazia? Alec era rimasto all'ottocento come dizionario...

“Avresti bisogno di un corso di aggiornamento di lingua inglese... usi parole troppo difficili.”

“Diciamo... che ho scommesso con lei che voi due non avreste insinuato nulla su di noi, non so se mi sono spiegato. Quando mi sono reso conto dell'identità della fiorista... bé, ormai era troppo tardi. Sono andato a farmi sistemare i capelli sulla fiducia...”

I suoi interlocutori divennero rossi in volto. Alec si sentiva tremendamente in imbarazzo.

“... e a quanto pare ho avuto ragione. Scommessa persa in partenza. ”

“Andata. Hai vinto. Scusami... in effetti... abbiamo pensato subito che tu e lei...”

Paul rise nuovamente.

“Chi non lo avrebbe pensato? Anch'io me n'ero quasi convinto...”

Stevros era rimasto praticamente folgorato. Alec assunse un'espressione compiaciuta.

“Guarda che non c'è niente di male. In fondo avete la stessa età, e...”

“Quando imparerai che non mi importa nulla di quello che pensi di me?”

“Svegliati, allora! Datti una mossa prima che qualcun altro occupi un posto nei meandri più reconditi del suo cuore!”

Stevros fece finta di avere un attacco di nausea.

“Alec... parole-più-semplici-per-favore!”

Paul li osservò divertito.

“Siete liberi di pensare quello che vi pare. È solo un'amica.”

Alec lo guardò negli occhi. Il suo sguardo si fece tremendamente freddo e pungente.

“Non scommetterci così tanto, Paul. Potresti rimanerne scottato. Porsi dei limiti... che assurdità. Faresti bene a pesare le tue parole in relazione ai tuoi gesti. Non devono contraddirsi a vicenda. Nel tuo caso, però... io tutta questa coerenza non riesco a vederla.”

“Cosa intendi insinuare?”

“Come faccio a credere che tu ignori completamente i giudizi degli altri, se ho davanti a me, in questo esatto momento la prova contraria?”

“Sarebbe a dire?”

“I tuoi capelli, Paul. Hai perso la scommessa, è vero... ma non te ne sarebbe dovuto importare niente. Dimmi, temevi forse che se tu non te li fossi tagliati, lei ti avrebbe giudicato male? Mi sembra un po' in contrasto con quello che dici di essere.”

Paul chinò il capo.

“Lo ammetto. Ammetto la sconfitta. Mi sono reso conto di non poter vivere al di fuori da tutto e da tutti. Il mondo non è per i solitari. Un rivoluzionario non può fare nulla da solo, pur essendo mosso da ideali encomiabili.”

“Alleluia! Come te ne sei accorto?”

“Più cercavo di non dare giudizi sugli altri... più mi rendevo conto di quanto ciò non fosse possibile. Ho cercato di nasconderlo per un po' di tempo, di nasconderlo anche a me stesso, ma invano. Le ultime vicende mi hanno segnato, Alec. Mi hanno fatto aprire gli occhi su me stesso. Non so se hai capito a cosa mi riferisco...”

“Sì. Ora è tutto più chiaro.”

“Ci vediamo, Alec. Ora ho un appuntamento importante e...”

“Quando parti per il Giappone?”

“Uh? Subito dopo gli esami, perché?”

“Perché verrò anch'io.”

 

“Serviti pure, Paul. Non fare complimenti.”

“Grazie, dottor Kras'ilič. Per me è un onore...”

“Via, Paul... siamo persone semplici. Perché utilizzare questi appellativi? Per rispetto? Non è necessario. Chiamami pure per nome.”

Lea rivolse lo sguardo verso il ragazzo.

“Non ti dispiace se ti ho invitato a trascorrere la sera del mio compleanno a casa mia? Non vorrei averti messo in imbarazzo con Stevros, Alec e tutti gli altri...”

Paul sorrise.

“Nessun problema. Sono convinti che stiamo insieme da almeno sei giorni. Quando mi hanno visto arrivare con i capelli corti e non tinti, si sono quasi spaventati.”

“Certe volte bisogna avere il coraggio di conoscere i propri limiti... e darsi da fare per cambiare e riuscire a superarli. La mia vita è stata una continua ricerca, Paul. Ora, voglio parlarti in modo chiaro. Tu sei a conoscenza di quello che succederebbe se qualcuno scoprisse il segreto di Lea, vero?”

Paul finì di masticare il boccone di stufato prima di rispondere.

“Sì. Ne sono pienamente consapevole.”

“Perfetto, questo semplifica le cose.”

Vladenek si alzò dal tavolo e si avvicinò alla finestra del salotto. La città illuminata si stagliava muta davanti ai suoi occhi.

“Devi averne cura. Io la affido a te.”

Lea lo osservò perplesso. Paul non riusciva a capire.

“In che senso? Insomma, voglio dire... per quale motivo...”

“Paul... quanti anni ho più di te? Trenta? Ci sono molte probabilità che mi succeda qualcosa. Di sicuro... lei mi sopravviverà. E allora cosa farà? Sarà da sola. Certo, avrà già un'età ragguardevole, ma tu riesci ad immaginare lo scandalo in seguito ad un suo guasto in pubblico? Le AH dovrebbero chiudere. Tu... ”

Si voltò verso il ragazzo.

“Tu sei l'unico a sapere, perciò l'ingrato compito spetta a te. Devi farti carico delle tue responsabilità, come io devo farmi carico delle mie. Ho osato troppo questa volta, Paul. Troppo. Ma ormai è tardi per tornare indietro. Dimmi... quali sono i limiti della robotica?”

“Dopo aver visto Lea... bé, penso che non ce ne sia più nessuno.”

“Ne sei proprio certo? Sei sicuro al cento percento di questa tua affermazione?”

Il ragazzo si fermò a riflettere meglio.

“No. Uno ci sarebbe, ma è talmente improbabile che...”

“Dimmelo, Paul.”

Gli si gelò il sangue nelle vene.

“I robot... per quanto umani... non possono riprodursi.”

“Appunto.”

Paul lo squadrò preoccupato.

“Vedi, il problema principale... non è tanto creare una struttura che autoassembli una copia di se stessa. Quello è, sotto certi aspetti, un problema banale. La domanda che mi sono posto è un'altra... Vale veramente la pena di costruire un meccanismo capace di produrre esseri senz'anima? Ovviamente, puoi immaginare la mia risposta.”

“Dottor Kras'ilič... lei non mi starà dicendo che...”

“Ho trovato il modo di frazionare le anime, secondo i principi del Cuore. È un altro segreto che sei pregato di tenere per te. Ho studiato per anni i misteri degli scritti di Giano da Ganno. L'anima, così come l'Ombra generata dal Cuore, è come una sorta di fluido, capisci? Diffonde da un essere vivente all'altro, in casi eccezionali, e se si trasmette, si trasmette intera, in modo che entrambi gli individui ne abbiano esattamente una quantità pari a quella iniziale. Io ho sfruttato questo principio, tutto qui. Sarei finito se si sapesse in giro. Il mondo non è pronto per conoscere l'aldilà, Paul. Ma per mia sorella, per lei... infrangerei queste regole altre mille volte.”

Lea era quasi commossa. Paul le prese la mano.

“Vuol dire che... tu puoi avere dei figli? Ma cosa... come...”

“Condivideranno la mia stessa struttura, Paul... e avranno una parte della mia anima.”

“Mi vuoi dire come... ecco il DNA! Come farà ad avere una specie di unicità che in qualche modo sia riconducibile a te e...”

“Den ha installato al mio interno... una sorta di analizzatore. Converte il DNA in una matrice numerica a numeri che variano tra 0 e 3, quattro, come le basi azotate. In questo modo... grazie ad un generatore random può simulare il fenomeno di crossingover con il DNA paterno, e... ”

Lea si interruppe, poi abbracciò Paul.

“Ora sono una persona vera, Paul! Sono tornata ad essere me stessa... me stessa, capisci? Non vivo più fuori dal mondo! Non dovrò più aver paura...”

“Ma... dovresti rivelare la tua natura ad altre persone! Fidarti di loro... pensi di riuscire a farcela? E poi... anche i tuoi figli... incontrerebbero le stessa difficoltà, non trovi? Io non so se è la scelta più saggia...”

Vladenek sorrise in modo da non essere visto.

“Ora capisci il significato della mia frase, Paul Byle?”

La voce del ragazzo assunse un tono ironico.

“È una proposta che non posso rifiutare?”

Vladenek si voltò e lo guardò fisso negli occhi.

“Che non puoi... o che non vuoi? A te la scelta.”

 

 

Track 10 – The End12

 

“A questo punto... proporrei un brindisi. Cosa ne dite?”

Sei calici si alzarono contemporaneamente. Erano le undici di sera, ma nessuno di loro aveva voglia di andare a dormire. Le luci di Shibuya balenavano nel buio fuori dalla finestra.

“Alla mia famiglia riunita... e a qualcuno a cui devo molto, senza la cui intermediazione questo non sarebbe potuto accadere.”

Hiro alzò nuovamente il bicchiere.

“A Paul!”

Tutti gli altri risposero in coro.

“A Paul!”

Il diretto interessato era emozionato. Non si sarebbe mai aspettato di cenare a Tokyo con tutte le persone che gli erano care. Alec gli mise una mano sulla spalla ed iniziò a strattonarlo.

“Ma tu non potevi parlarmene due anni fa, dei tuoi amici giapponesi, pezzo di deficiente? Sai quanti problemi avremmo evitato?”

Era un po' brillo e sorrideva in continuazione. Ritrovare il fratello era stato veramente importante per lui. Fratello... sì, perché Paul era stato messo a conoscenza anche di quel segreto. Si mise una mano sulla fronte. Ma non poteva avere amici normali come chiunque? A parte lui, solo la moglie di Hiro, in quella stanza, poteva dire di esserlo. Ma si può essere normali? Cos'è la normalità? Anche Ann sembrava su di giri, pur avendo bevuto poco o niente. Era ancora in sedia a rotelle, ma ormai una buona parte delle sue ferite si era rimarginata. I segni erano rimasti. Non aveva voluto mancare all'appuntamento, pur conciata in quel modo. Era un'occasione unica.

“Ora mi devi spiegare come è possibile che tu ti sia ridotta così, Kasumi. Io non l'ho ancora capito...”

“Diciamo... che è una storia lunga, Hiro. Avvolta nella nebbia13!”

“Capito... Vuoi tenertelo per te.”

Alec si avvicinò a suo fratello.

“Ho visto i tuoi figli, Hiro. Assomigliano molto alla nonna! Kia ne sarebbe felice...”

“Sì.”

Un velo di tristezza coprì per un attimo i suoi occhi. Hiro rialzò lo sguardo e si rivolse a Paul.

“Comunque... trovo che la scelta di tingersi i capelli di azzurro chiaro non sia una buona idea. Hai provato a spiegare alla tua ragazza che è meglio mostrarsi come si è?”

Lea rise.

“Non sono la sua ragazza... e comunque è il mio colore naturale!”

Alec era piuttosto allegro.

“Posso quasi crederti... solo alla seconda affermazione ovviamente. Vuoi che ti racconti tutto quello che si diceva su voi due al liceo? Poi, da quando di punto in bianco hai smesso di conciarti come un imbecille... bé, ne abbiamo avuto la prova matematica.”

“Sempre a spettegolare tu e l'altro, eh? È diventato lo sport nazionale, a quanto pare! Piuttosto...”

Paul si voltò verso di lui.

“... quando avevi intenzione di dirmi che provieni da una sorta di regno dei morti dove non splende il Sole e le anime sono condannate a non decidere? Non ti sembra di avermelo tenuto nascosto un po' troppo a lungo, considerando che sono il tuo migliore amico?”

“Non era una cosa che potessimo rendere pubblica senza troppi problemi, Paul! Mi stupisco di te!”

“Scusami, Ann... era una battuta, scherzavo!”

Lea sorrise divertita.

“A quanto pare un sacco di gente tende a nascondere qualcosa dentro di sé... ma perché rivelarlo anche a me se è una questione così importante?”

“Perché sei la ragazza del mio migliore amico, no?”

Lea rispose con una linguaccia.

“Nei tuoi sogni, forse!”

Alec rise.

“Sì, come no, certo... negare, negare sempre! Brava, è la prima regola. Ma non ti servirà...”

“Non badarci, è quasi ciucco. Non dovendo guidare...”

“Ehi, guarda che ti ho sentito!”

Paul osservò Alec e Hiro. Era evidente che fossero fratelli. Come aveva fatto a non collegare le due cose? Stessi occhi, stessi capelli. Dovevano essere particolarmente felici. Alec non aveva mai bevuto così tanto prima d'ora... in effetti, undici anni erano un intervallo di tempo molto lungo. In quel momento gli tornò in mente Vladenek Kras'ilič. Buon vecchio Den... non avrebbe mai creduto che avrebbe permesso a Lea di venire con lui in Giappone. Lo aveva sorpreso. Quell'uomo era un mistero... difficile anche solo cercare di immaginare i suoi pensieri. Ann alzò il calice con il braccio più sano.

“Un brindisi anche a Lea per aver passato l'esame integrativo!”

“No, dai, non era niente di che... mi avete aiutata molto. È merito anche vostro. Soprattutto vostro.”

Hiro la osservò divertito.

“Cosa c'è da guardare? Ho qualcosa che non va?”

“No, no... volevo solo cercare di capire come tu abbia fatto a cambiare Loki così a fondo in così poco tempo. Me lo hai rovinato!”

“Diciamo che per lui non ho segreti. C'è un'incredibile fiducia reciproca. Non avrei mai pensato...”

“... di trovare qualcuno abbastanza cretino da starti ad ascoltare...”

“Paul! Questa me la paghi!”

“Certo che per non stare insieme vi comportate in modo bizzarro.”

“Alec... preferisco non commentare questa tua ennesima caduta di sti...”

Paul non riuscì a terminare la frase. Lea si alzò, lo prese per il braccio ed iniziò a trascinarlo via dal tavolo.

“Ehi, ferma! Cosa vuoi fare?”

Strizzò un occhio.

“Alimentare ancora un po' le dicerie sul nostro conto!”

Si avvicinarono alla finestra. Lei lo guardò negli occhi e disse alcune parole sottovoce, in modo che gli altri non potessero sentire. Paul assunse un'espressione stupita, che divenne felicità nell'arco di un attimo, poi la abbracciò, sotto gli occhi di Alec – o doveva chiamarlo Jake? –, Ann – o Kasumi, che dir si voglia –, Hiro e Kaori. Alec distolse lo sguardo. In fondo, per lui non aveva importanza se fossero vere le voci sul loro rapporto. Alla fine, i due pulcini neri erano stati accettati anche dagli altri. Era questo che importava realmente.

La luna piena di quella notte suggellò il loro ingresso nel mondo.

 


 

Note

1 Titletrack dell'omonimo album, pubblicato nel 1995, della band power metal tedesca “Gamma Ray”.

2 Capitale della Croazia. Come riportato ne “La Mappa”, Vladenek Kras'ilič è figlio di un contadino serbo e di una tessitrice croata emigrati in America.

3 Canzone tratta dall'album “Fatal Design” (2006) della band gothic metal finlandese “Entwine”.

4 Canzone tratta dall'album “Come Clarity” (2006) della band melodic death metal svedese “In Flames”.

5 Edificio realmente presente nel quartiere di Shybuia (Tokyo).

6 Canzone tratta dall'album “Eidoline: The Arrakeen Code” (2008) del gruppo metal russo “Mechanical Poet”.

7 Canzone tratta dall'album “Crush 40” (2008) dell'omonimo gruppo rock.

8 Canzone tratta dall'album “Unia” (2006) del gruppo melodic metal finlandese “Sonata Arctica”.

9 Canzone tratta dall'album “Dark Passion Play” (2007) del gruppo metal finlandese “Nightwish”.

10 Canzone tratta dall'album “Metropolis Part 2 – Scenes From A Memory” (1987) della band progressive metal statunitense “Dream Theater”.

11 Canzone tratta dall'album “Start Something” (2003) del gruppo alternative rock “Lostprophets”.

12 Canzone conclusiva dell'album “The Poison” (2005) del gruppo metal/hardcore “Bullet For My Valentine”.

13 Il nome “Kasumi” può essere anche tradotto come “foschia”. Da qui il gioco di parole.