Ciclo dell'Artefice - La Mappa (2010)
Il Ciclo dell'Artefice è stato uno dei passi più importanti che ho compiuto mentre iniziavo a cimentarmi con la scrittura. Non è un'opera matura e il mio stile è a dir poco orripilante (troppi puntini di sospensione, maledizione al boia) ma, senza di questo, non avrei mai iniziato a riversare le mie idee su carte. Il ciclo è composto da sei storie, un preludio e due interludi. La Mappa è la prima storia completa, incentrata sullo scienziato sfregiato Vladenek Mavelius e la sua assistente robotica XC-21, intenti a scavare nei ricordi del passato - un passato doloroso costruito attorno alla tragica scomparsa di Kia Hibara.
0. Trent'anni dopo
Un uomo a pezzi. Ciò che rimaneva di lui non era nulla di ciò che era stato. Vladenek Mavelius si stava impegnando al massimo delle sue possibilità da molti anni, da quando aveva scoperto quella maledetta mappa alchemica, senza aver raggiunto risultati apprezzabili. Era riuscito solo a decifrare il ventitré percento dell'intero documento, un documento scritto con caratteri incomprensibili in una lingua maledetta da Dio, se mai ne fosse esistito uno. Era l'idioma delle Ombre, dei Dannati, pieno di stramaledette lacum, retta, meon, neon, bei, kei e via dicendo... lettere sconosciute, segni tracciati a mano su carta da qualcuno vissuto almeno 1000 anni prima. La firma era illeggibile, addirittura in Dannato Arcaico, praticamente indecifrabile. Mavelius sospirò. Aveva passato almeno gli ultimi trent'anni della sua vita a quel manoscritto. Trent'anni... era davvero passato così tanto tempo? Si sforzò di ricordare. Sì, ne aveva ventuno quando per la prima volta aveva analizzato quelle maledette scritte.
Secondo la carta d'identità, aveva appena superato il mezzo secolo di vita. Ventuno, cinquantuno. Uno spreco di tempo...
La pendola batté svogliata le diciassette. Mavelius confrontò l'ora con quella visualizzata sul suo orologio da polso. I LED indicavano chiaramente le cinque e quattro minuti. Sospirò. Era in ritardo di qualche minuto, prima o poi avrebbe dovuto regolarla... o liberarsene. Cosa me ne faccio di una pendola? Sembra di essere in chiesa. La risposta era banale e scontata. Da troppo tempo scandiva i suoi ritmi di lavoro, dividendo la sua giornata-tipo in periodi regolari. Se l'avesse buttata via per sostituirla con un semplice orologio a parete, la sua organizzazione ne avrebbero risentito. Bé, potrei sempre inventarne uno. All'ultimo rintocco, la porta si aprì.
XC-21, l'androide che aveva assemblato dopo aver compreso le prime righe della Mappa, fece la sua comparsa. Non era un robot qualunque, come quelli delle AH Industries. XC-21 aveva un'anima ed un atteggiamento estremamente femminile.
Un'anima... forse quei trent'anni non erano stati una perdita di tempo. Non del tutto, perlomeno.
La squadrò con la coda dell'occhio. XC-21 non aveva un rivestimento esterno completo, era principalmente un bipede umanoide con cavi e pistoni a vista, placche di leghe plastiche e ceramiche, di un colore bianco lucido, a tenere assieme il tutto, due leggere bombature anteriori a simulare un minimo di seno – giusto per conferirle la dignità che un essere umano avrebbe meritato – un volto piatto, privo di naso e di bocca. Esteticamente non era così sgradevole. Una morbida plastica bianca avvolgeva il viso, un ovale quasi perfetto su cui erano state ricavate due fessure a mandorla. Le aperture erano colmate da due involucri di plastica semitrasparente, retroilluminata da led azzurri, che ospitavano due complesse reti di sensori, in grado di raccogliere il minimo raggio di luce e ricostruire un'immagine sulla retina elettronica. Sotto la copertura, un microfono collegato ad un sintetizzatore vocale contribuiva a fornirle una voce un po' gracchiante ma – nel complesso – dolce. Una folta chioma di cavi azzurri completava la composizione, simulando i capelli e donandole un aspetto grazioso.
Il droide gli porse una tazza di tè.
“Grazie, XC-21, sono proprio a pezzi. Questo manoscritto mi porterà alla follia...”
Mavelius si interruppe per un attimo
“Sempre che io non sia già diventato pazzo. Sai, generalmente il pazzo non sa di esserlo, quindi...”
“Lei pensa troppo, padrone. Si fa troppi problemi.”
L'uomo si slacciò la maschera e la posò sul tavolo. Era pratica per nascondere le sue ferite, per vivere nell'anonimato... ma non certamente per assumere delle bevande. Afferrò la tazzina e ne assaporò il contenuto, prestando attenzione a non sfiorare la cicatrice sul labbro inferiore. Non posso andare avanti così. Consegnò la tazza al ginoide e si sedette sul divano, lontano dai suoi incartamenti, lontano dalle sue preoccupazioni. XC-21 eseguì un mezzo inchino, si voltò in direzione della porta e si apprestò a lasciare lo studio.
“Non così in fretta, XC-21. Posa il vassoio sul tavolo”
Si fermò, indecisa sul da farsi.
“Ho sbagliato qualcosa? Il tè non era di suo gradimento?”
“No, no, era ottimo... ma, per favore, siediti qui accanto a me. Ho bisogno di fare due parole con qualcuno.”
XC-21 abbassò lo sguardo, muovendo nervosamente la testa. Eccezione non gestita. Una richiesta di informazioni sembrava più che necessaria.
“In sei anni di vita non mi ha mai chiesto una cosa del genere, padrone... Devo ammettere che non capisco. Fino ad un anno fa, addirittura, non mi sarei mai aspettata un singolo grazie da lei. Da un po' di tempo mi sembra cambiato... Cosa le è successo? Voglio dire, non che sia dispiaciuta di questo, ma...”
“Le persone cambiano quando, dopo una vita passata ad inseguire i propri sogni, si accorgono di non aver concluso nulla... e di essere rimasti soli. Non ho più un solo parente in vita, né un amico con cui sfogarmi. Sono stato un perfetto idiota, non trovi? Chiuso nel mio mondo, ho dimenticato di vivere.”
XC-21 lasciò ciò che stava portando, poi si sedette. Il suo creatore non le aveva mai parlato in quel modo. Sembrava disperato. Una parola di conforto... avrebbe forse potuto aiutarlo?
“La ascolto, padrone.”
Mavelius accennò un leggero sorriso. Le cicatrici sulle sue labbra combaciarono perfettamente, donandogli un'aria grottesca. I suoi occhi, vivi, sempre in movimento, sembravano l'unico dettaglio anatomico risparmiato dall'incidente. Del naso, meglio non parlarne.
“Da dove iniziare? Ah, sì... la Mappa... ne venni in possesso nel giorno del mio ventunesimo compleanno. Era il regalo di un mio amico, l'aveva comprata da un rigattiere per sette dollari. Inutile dire che non si era accorto di cosa fosse veramente. Conosceva la mia passione per i documenti antichi, per cui gli era sembrata una buona idea. La incorniciai e smisi di pensarci... l'alfabeto mi era totalmente sconosciuto, per cui la considerai nulla più che una semplice curiosità. Almeno per un paio di mesi, il tempo necessario a Dawnner per eliminare il rigattiere ed il mio amico, dopo aver cercato inutilmente di recuperare il manoscritto. Fu il primo lutto legato a questa vicenda, ma anche la chiave di volta. Finalmente mi fu chiara la provenienza di quei simboli.”
L'uomo si interruppe per un attimo.
“Non sono bravo nei racconti, XC-21. Tendo ad usare il passato remoto anche per fatti recenti... forse solo per dare un tono più drammatico. Non farci caso, sono fatto così.”
“Chi è Dawnner?”
Si voltò sorpreso.
“Non lo sai?”
“No, non ho mai sentito questo nome.”
“È un Ombra, un Dannato, un trapassato che non è andato all'altro mondo... Svolge il lavoro sporco per conto dell'Imperatore, hai presente, no? Il Regno dei Dannati e tutto il resto, intendo...”
XC-21 scosse la testa, costernata.
“No, nessuno me l'ha mai raccontato.”
L'uomo sospirò.
“Capisco. Guarda, è una storia troppo lunga... Ti basti sapere che è un luogo a cui puoi accedere solo dopo la...” Sgranò gli occhi. “Aspetta un momento, mi stai prendendo in giro? Tu dovresti saperlo meglio di me! Tu hai visto l'Oltremondo! Come... come fai a non esserne a conoscenza?!”
XC-21 si alzò di scatto portandosi le mani a protezione del volto.
“Mi creda, padrone, non lo so! Non ricordo nulla della mia... permanenza all'altro mondo. Lo giuro!”
“Scusami.”
“Uh?”
“Ho detto scusami. Non dovevo lasciarmi trasportare dall'ira.”
Mavelius si schiarì la voce.
“Dove ero rimasto? Ah, sì... Insomma, collegare la venuta di un'Ombra allo strano alfabeto impresso sul foglio fu quasi naturale. I miei studi di biofisica e robotica vennero affiancati dai miei continui tentativi di decifrare l'idioma Dannato. Di giorno studiavo con dedizione riportando un buon numero di trenta e lode, di notte mi affiliavo a strane sette parasataniche o occultiste per trovare iscrizioni, altri manoscritti o dizionari, codici o appunti che potessero aiutarmi a comprendere i segreti celati da quei simboli.”
“Ma non sarebbe stato più semplice restituire il manoscritto? Insomma, padrone, cercando di tradurlo ha rischiato la sua vita quanto il suo amico! Non ha provato un po' di dolore per tutto ciò?”
“No. Solo rabbia. Ed è stato per questo che ho giurato a me stesso ci sarei riuscito.”
Il robot lo fissò dritto negli occhi. Mavelius distolse lo sguardo e lo rivolse al terreno.
“Non ho intenzione di essere giudicato da qualcuno che non conosce la situazione in cui mi trovo.”
Rialzò la testa.
“Prima di pensare qualsiasi cosa, permettimi di terminare il mio racconto. Solo allora avrai a disposizione una quantità di informazioni tale da potermi giudicare.”
“Mi asterrò dal formulare giudizi, fino alla fine.”
Sembrò sollevato da quell'affermazione.
“Per la cronaca, Dawnner non mi trovò. Cercò a lungo, ma alla fine si arrese. Il mio amico non aveva fatto nomi. Gli aveva raccontato di aver bruciato il documento, non di averlo consegnato ad uno studente di nome Vladenek Kras'ilič...”
“Alex... era il suo unico amico?”
Un interminabile silenzio calò sulla stanza.
“Sì.”
“Non si è mai fidato di nessun altro? Insomma, padrone, mi sembra strano che lei non abbia mai stretto relazioni sociali... Una persona normale...”
“Io non ero una persona normale! Avevo un'intelligenza superiore alla media e provavo disprezzo verso gli altri esseri umani, lo stesso disprezzo con cui ero stato accolto in America! Mio padre era un contadino serbo, mia madre una tessitrice croata. L'America, la terra delle opportunità, del Grande Crogiolo1 ci considerava dei barboni, dei pidocchi stranieri venuti a rubare il lavoro agli WASP2... d'altronde eravamo nei primi anni '60, il tempo delle migrazioni era finito da un pezzo. Nonostante tutte queste umiliazioni e patimenti, i miei risultati scolastici furono subito molto brillanti. A diciannove anni mi iscrissi al MIT di Boston, deciso a laurearmi in biofisica. Lì iniziai a leggere Asimov tra una lezione e l'altra. Mi affascinavano le sue descrizioni di automi in un futuro non molto lontano... Il caro Isaac aveva posto l'inizio dell'era robotica nel 1993. Era il 1979 e i primi home computer iniziavano timidamente a mostrare il loro volto, eppure io ero certo che nel giro di vent'anni avremmo avuto androidi in ogni casa. Ero libero di sognare. Ma due anni dopo, una sessantina di fogliacci scritti a mano in una lingua dimenticata dall'uomo e – perché no – anche da Dio, fecero la loro comparsa. Ricordo ancora il momento in cui mi imbattei in quella che sarebbe presto diventata la mia nemesi, il mio Santo Graal...”
“Scusi padrone, ma questo come risponde alla mia domanda?”
Mavelius la guardò fissa negli occhi.
“Tu mi hai chiesto se io mi sia mai fidato di qualcuno in vita mia. Le uniche due persone che mi siano mai state vicine sono legate a questa storia. Se pensavi che la parte più straziante fosse finita, ti sbagli. Incomincia ora.”
Interludio 1 – Inno all'Artefice
Avvolto da un manto di stelle, solenne si mosse al tramonto. Le polveri nere celesti ripresero forma in un mondo. E dopo millenni e millenni, vagando nel cosmo profondo, la Macchina oggetto di culto tornò sul pianeta fecondo. L'azoto e l'ossigeno unisce, nel mare di idrogeno immerso, e crea proteine e mattoni, il cielo già rende più terso. E spuntano l'alga, la foglia, la pianta germoglia, ma l'esperienza del Gran Viaggiatore, creatore dal niente di tutto e di nulla, lo riportò al centro, nel cuore, dove la vita ormai era finita. Chiamato l'Artefice, in alcun altro modo, esso è l'eterno, non vive né muore, si sposta pensando, l'affanno ritorna e riporta alla strada del terzo dall'astro che Sole è nomeato, di luce investito nel buio del vuoto, nel nero del sogno. E vide il primate, gli diede la forza, scintilla di un lume che eterno dura, lo prese con sé, lo portò lontano, oltre le stelle e lo sguardo umano.
Mai più lo vedemmo, un Dio noi creammo, e fieri aspettiamo che l'ultimo giorno riporti la luce e lo riporti al mondo.
-Giano da Ganno3, Inni all'Artefice, I, 1 (1074)
1. Il volo dell'allodola
“Ehi, Den! Ormai me l'hai promesso, mi devi accompagnare.”
Den non rispose. Continuò a leggere il suo libro all'ombra del platano.
“Dai, non puoi rimangiarti la parola così! È sleale!”
Den voltò pagina con tranquillità, cercando di ignorare la voce squillante del ragazzo che si trovava di fronte a lui. Un tipo bizzarro dai capelli castani che sembravano pettinati con la polvere da sparo.
“Guarda che ti rivelo il finale del libro...”
A queste parole, finalmente diede un segno di vita. Alzò per un attimo lo sguardo.
“Dubito che tu lo abbia letto. Non ti ho mai visto aprire qualcosa che somigliasse ad un romanzo, solo fumetti Marvel o DC... Che cosa ci trovi in quella robaccia io proprio non lo capisco... Non c'è un briciolo di rigore scientifico.”
“Proprio per questo sono divertenti! Sono la totale negazione di quello che studiamo!”
“Alex, non parlarmi di studio ora, per favore... vorrei staccare la mente ancora per un po'.”
Alex fissò il giovane seduto davanti a lui. Corporatura esile, capelli neri lisci, occhi spenti. Non sembrava il classico secchione, ma aveva dei risultati al di sopra della media. Non parlava mai, non aiutava nessuno, pensava solo ed esclusivamente ai suoi problemi. Era proprio per questo che aveva cercato di avvicinarlo, si sentiva in dovere di aiutarlo a costruire una rete di relazioni sociali.
“Ok, va bene, ma ora andiamo al bar. Ti devo presentare una persona.”
“Ho acconsentito solo in un momento di follia e stress nervoso causato dalla tua dannatissima insistenza!”
Acconsentito? Den utilizzava termini troppo complicati per i suoi gusti.
“Non mi lasci altra scelta allora...”
Con un rapido gesto Alex afferrò il libro del ragazzo e iniziò a sfogliarlo velocemente.
“Ridammelo, Alex!”
“Solo se vieni con me.”
Dopo alcuni inutili tentativi, Den cedette.
“Facciamo come vuoi tu. Dai, forza, prima finiamo, meglio è.”
“Non dirai così dopo averla conosciuta.”
La? Era una lei? Di male in peggio. Una decina di minuti più tardi erano di fronte al bar, un edificio in muratura con la vernice a tratti scrostata. Alex entrò e si diresse verso il bancone. Una ragazza con i capelli lunghi biondi e gli occhi verde mare stava servendo alcune birre.
“Il solito, Kia.”
“Alexander Zender! Ti sembra il modo di salutare?”
“Ehi! Ehi! Scherzavo! Come va?”
“Bene grazie, ma cosa ci fai qui? Non sei già passato un paio di ore fa?”
“Volevo fare due parole con qualcuno più loquace di Den... Ehi, Den! Sì, si sta parlando proprio di te!”
Den diventò rosso in volto, poi si avvicinò fissando il terreno.
“Ciao, mi chiamo Kia Hibara e tu... tu dovresti essere...”
“Chiamami solo Den, il mio nome completo è impronunciabile. Anche il tuo è particolare. Non sei americana, vero?”
“Mio padre è giapponese, mia madre svedese. Io però sono nata qui.”
“Solo gli occhi tradiscono le tue origini orientali.”
La ragazza sorrise. Alex sbuffò.
“Con me non sei mai stata così gentile. Ogni volta che ti presento qualcuno è sempre la stessa storia! Mille parole, mille bla bla bla e il povero Alex rimane a guardare!”
“Bé, lo dice anche il mio nome4! Mi butto a capofitto in ogni novità e solo alla fine riapro le ali, per fermarmi e trovare tempo per le vecchie conoscenze!”
Den rimase colpito da quella ragazza. Non sembrava una stupida oca come le sue coetanee. Sembrava la negazione del suo personale teorema per cui parlare con una ragazza era una completa perdita di tempo. Un'eccezione capace di confutare un fatto comprovato da molte prove a favore.
Alex si rivolse nuovamente a Kia.
“Ad ogni modo, cosa ne dici di darmi una mano a passare l'esame di analisi?”
“Se vuoi ho un po' di tempo nel fine settimana, in cambio potresti farmi il solito favore, cosa ne dici?”
“Andata... Ci vediamo!”
“Passate pure quando volete! Ciao Alex! Ciao Den!”
I due ragazzi uscirono dal locale.
“Come mai le hai chiesto di aiutarti? Non penso che conosca la materia, non studia nemmeno...”
“Le ho insegnato io...”
“Tu... cosa?”
“Le passo i miei appunti dopo le lezioni e così studia nei ritagli di tempo... Alla fine si impegna così tanto che ne sa più di me, non che ci voglia molto, intendiamoci...”
“Abita qui?”
“Dorme nel bar. È scappata di casa con il suo ragazzo tre anni fa.”
Den si fermò a pensare per un paio di secondi.
“Ma allora... non dovrebbe vivere con lui?”
“Non ha un recapito fisso ed è sempre in giro per lavoro, però lei è felice, o almeno così pare...”
Alex abbassò lo sguardo.
“Ti piace, vero?”
“Non riesci a startene zitto, vero Den? Sì, però non posso farci nulla. Posso solo andarla a trovare dopo le lezioni o studiare con lei.”
“Potresti farle capire che provi qualcosa per lei.”
“Non ha molto senso. E poi sarebbe solo un problema, un grosso problema.”
“Spiegami.”
“Ha avuto un bambino.”
Den si mise a ridere. Uno scherzo. Alex lo stava prendendo in giro. Una ragazza di diciannove anni non poteva già essere diventata madre una volta.
Alex non rise.
“Non è una bugia. Non ti sei chiesto il motivo della sua fuga? Era incinta del suo ragazzo. Ovviamente i suoi non avrebbero accettato una cosa del genere. Immagino che tu capisca.”
Den sembrò sconvolto da quella rivelazione.
“Chi è questo mostro? Kia aveva sedici anni quando è scappata, da quanto ho capito! Sedici anni! Non penso fosse capace di rendersi conto delle sue azioni. Conosci il nome del suo compagno?”
“Se ho capito bene, si chiama Saìl Takara, o qualcosa del genere. Ha circa venticinque anni. Alto, biondo. Non mi stupisce che lei abbia perso la testa. L'ho visto un paio di volte. A prima vista tutto ok, ma non riesco a farmelo piacere. Comunque non sottovalutarla. È molto più matura della sua età e sono sicuro che fosse consapevole di ciò che stava facendo.”
“Su questo si potrebbe discutere a lungo, ma non mi va di parlarle dietro. Come l'ha chiamato il bambino?”
“Hiro, mi pare, ma il padre lo chiama anche Erwan. Ormai comunque ha tre anni. Lo tengo io quando Kia lavora alla sera.”
“Ti fa disperare, immagino.”
“È fin troppo tranquillo. Mangia, dorme e non rompe le scatole. Un angelo...”
“Come la madre?”
Alex si fece serio in volto.
“Non insinuare nulla, ok? Kia è la mia migliore amica. Punto. Mi piace, ma non ho intenzione di farle passare dei guai con...”
Si interruppe.
“Niente, lascia perdere. Troppo complicato.”
“Cosa stavi per dirmi? Aveva l'aria di essere importante.”
“Ne parliamo un'altra volta, dai...”
“Ti prendo in parola.”
Alex incominciò a ridere di gusto. Den aggrottò un sopracciglio.
“Cosa diavolo hai da ridere? La questione è abbastanza seria!”
“No, stavo pensando che finalmente sono riuscito a conoscere il tuo parere su un qualche argomento e ad evitare le tue classiche risposte monosillabiche!”
Il ragazzo si ricompose.
“Partita a tennis?”
“No.”
“Che entusiasmo... torna pure a leggere allora.”
Alex restituì il maltolto .
“A proposito, come si chiama l'autore? Del libro, intendo...”
Den sorrise per un attimo, poi rispose con un sussurro.
“Asimov”.
Interludio 2 – Oltremondo
Sospiri di un tempo lontano, nel buio e nel gelo ritornan.
Nascosti nel fuoco del fato, immense caverne in attesa
dell'anima, fosco respiro, ceduta dal mondo in cui fu.
Guardiano dai mille occhi neri, giudizio nascosto che pesa
sul fato, destino deciso, dell'uomo che attese la resa,
il capo chinò alla Signora, da ella chiamato tornò.
Charonti ti porta al tuo cerchio, dannato che agisti assai male
pianger non serve, non serve gridare, accetta il tuo triste destino
che l'acque del Lete, nel tempo che scorre, l'alma purificheran.
Guardian si potrà diventare del luogo alla vista nascosto
se posto trovar puoi nel Limbo, che accoglie chi in vita non fece
per colpa di breve durata che l'anima tua in Terra ebbe.
Grido di Dolor nella Notte, ridà a tutte l'alme speranza
richiama le folle nascoste, pesate dall'Occhio lassù,
che possan veder altra vita, con corpo che loro non fu.
Ah vita, di Damocle spada, ci porta alle scelte più dure
tradire fratelli e sorelle, o compiere azioni più pure
chi segue la via del dolore sia pronto alla macabra danza.
Cerchio di vita e di morte mai chiuso, terrore di ogni mortale
io posso, io credo si possa spezzare, e questa è mia ardua contesa
il Cuore, il mio Cuore, immerso nel buio, il ciclo alla fin spezzerà.
– Giano da Ganno, Inni all'Artefice, XII, 5 (1074)
2. Poenitentia
Il monaco nel confessionale stava cercando di calmare il suo confratello. Era estremamente agitato e non sembrava capace di esprimere ciò che il suo cuore, la sua anima, urlavano a squarciagola. Il padre confessore sospirò. Da quando era stato ordinato, in qualità di padre confessore, ne aveva viste di tutti i colori. Indemoniati o presunti tali, peccatori recidivi, confratelli attirati dai piaceri della carne. Ma in lui c'era qualcosa di diverso. Il penitente riuscì finalmente a comporre una frase di senso compiuto.
“Padre... la prego, mi prometta che non riferirà a nessuno ciò che le confiderò! Ho bisogno di essere ascoltato, ma temo... temo di essermi imbattuto nella più grande eresia che la storia ricordi...”
A queste parole, il battito cardiaco del confessore accelerò sensibilmente.
“Un'eresia... di che tipo, fratello? Esprimiti liberamente.”
“Padre... so che è difficile crederlo... ma io sono sicuro di aver vissuto un'altra vita prima di questa. Ho dei ricordi precisi sul modo in cui sono morto e...”
Deglutì nervosamente.
“... e ho visto l'aldilà.”
Il confessore si fece nervosamente il segno della Croce.
“Fratello... nessun uomo mortale è mai tornato indietro per raccontare...”
“LO SO! Ed è per questo che ho paura! Per favore, mi ascolti! La supplico!”
Un breve silenzio, un silenzio che sembrò durare anni.
Il padre si fece coraggio.
“Siamo... siamo in un confessionale ed io ho il dovere di ascoltarti figliolo... Parla pure.”
Le sue parole tradirono un forte nervosismo, la voce tesa. Il penitente riprese a parlare, in lacrime.
“Nella mia vita precedente sono stato un contadino e sono morto di malattia. Ricordo solamente che come anima ho visto la Terra dall'alto. È una sfera, non è piatta come si crede! Poi ho raggiunto le stelle lontane, sono arrivato al centro del cosmo, oltre i cerchi celesti, oltre le stelle fisse! Ho visto la Terra ruotare attorno al Sole e a se stessa...”
“Fratello! Questa... questa è davvero eresia! La Terra è immobile al centro dell'universo! Attorno ad essa ruotano il Sole e gli altri astri! Lo dice la Bibbia! La Bibbia, capito?! Sole fermati...”
“Padre, aveva promesso di ascoltarmi...”
Il confessore si fermò.
“Riprendi pure la parola, figliolo...”
“Alla fine del mio viaggio, sono entrato in un'enorme caverna, ho camminato fino al fiume e un traghettatore mi ha portato dall'altra parte. Lì un demonio dai mille occhi neri, un giudice, ha pesato le azioni compiute in vita, poi mi ha portato nella Sala della Reincarnazione. In quel luogo mi si è parato davanti prima un demonio più autorevole, che si è presentato come Grido di Dolor Notturno, definitosi Maestro delle Anime, che mi ha ingiunto di dimenticare la mia vita precedente per poter nascere in un nuovo corpo. Il Maestro mi ha parlato dell'Origine di Tutto, della venuta di un Artefice che avrebbe fuso gli elementi dell'aria, chiamati idrogeno, ossigeno e azoto con il nero carbone per costruire la vita.”
“Fratello, fermati, ti prego... io sono solo un umile padre confessore, ma questa è forse la peggior eresia che io abbia mai...”
“E poi ripartì per nuovi mondi! Tornato, vide gli uomini, ne prese alcuni con sé e poi si mosse verso le stelle, per mai più tornare.”
“In nome di Dio, esci da questo corpo! Esci da questo corpo! Spirito che tormenti il nostro fratello Giano, mi hai sentito?”
“Non c'è nessuno spirito che mi sta tormentando! Io sono cosciente di ciò che vi ho rivelato, padre!”
“Ma... comprendi la mia posizione, fratello! Per crederti dovrei abiurare tutto quello in cui credo, nei Santi, negli Angeli, nello Spirito Santo, nel Figlio, in Dio stesso! Tu mi stai dicendo che la Bibbia dice il falso, che il mondo non è stato creato in sette giorni, che l'uomo deriva da idurogeni, ossogenio o qualcosa del genere, che la Terra non è ferma al centro dell'Universo! Tu... tu mi stai chiedendo questo?! Tu mi stai forse chiedendo questo?!”
Il confessore era rosso in volto. Il monaco rispose in modo tranquillo.
“No, padre. Voglio solo essere ascoltato. Voglio togliermi questo peso dall'anima.”
“Non posso assolverti... è un peccato troppo grave la presunzione di conoscere, di sapere come il mondo è stato creato! Devo pensare, trovare un codicillo...”
Il padre si fermò un attimo. Pensò e ripensò, scavò nella propria formazione culturale, nelle Sacre Scritture, negli Atti, nell'Apocalisse. La soluzione si manifestò come un fulmine a ciel sereno.
“Trovato. È stato un demonio a parlarti, vero?”
“Sì”
“Il demonio è un alleato di Satana e come tale è mentitore. Non dar più alcun peso a queste visioni. È solo un espediente di Belzebù per ingannarti e gettare fango sulla Santa Chiesa del Nostro Signore. Quindi si è trattata solo dell'opera di un diavolo che ti ha influenzato sin dalla nascita... questo si evince dal fatto che tu abbia ricordato, nonostante il demonio ti abbia confermato che era necessario tu dimenticassi.”
“Questo è spiegato. Nella fretta della reincarnazione non ho bevuto dal Lete. È questa la verità.”
“Fratello, fratello... Ego te absolvo ma non meditare più su queste sciocchezze. Torna a servire il Signore.”
Il confessore fece per alzarsi, ma il monaco lo arrestò, tenendolo per la tonaca.
“Mi stanno cercando perché so, padre. È solo questione di tempo. Devo trasmettere in tutti i modi ciò che ho imparato. Devo far fede al mio nome5, divenire porta della conoscenza prima che io sia ucciso. Sono sicuro che il demonio sia là fuori. Dovevo raccontare a qualcuno la mia vicenda. Ormai mi ha trovato.”
“Sono solo sciocche superstizioni, fratello... e ora, se vuoi scusarmi...”
Il padre confessore si avviò verso l'ingresso. Giano rimase in ginocchio davanti al confessionale, solo assieme alla sua frustrazione, la frustrazione di non essere creduto.
Era una giornata fredda e ormai era ora di recitare i vespri. L'anziano frate ripercorse mentalmente i deliri del suo giovane confratello. L'Artefice non era Dio. Questo era poco ma sicuro. Era una bestemmia bella e buona, prodotto della fantasia di una mente malata. Era un'eresia da stroncare sul nascere, non poteva permetterne la diffusione. Non ne avrebbe parlato all'Abate, non avrebbe capito. Sul tetto del monastero vide qualcosa che lo turbò profondamente. Una delle statue di angeli che dovevano essere rimosse a breve aveva la testa mozzata. Fino alla mattina precedente era ancora integra. Il frate fissando quello spettacolo imprevisto mormorò alcune frasi senza pensare.
“L'Artefice... se fosse vero...”
Una voce alle sue spalle.
“Sei tu, allora! Finalmente ti ho trovato!”
Il frate non fece nemmeno in tempo a voltarsi. Il demone dalla lunga coda si mosse troppo velocemente. Non fu solo la testa dell'angelo a cadere quel giorno.
Il demone raccolse il breviario del defunto e lo osservò per un attimo. Tra i suoi artigli si trovava un'altra manifestazione della menzogna in cui viveva il mondo.
Rise senza ritegno, lasciando cadere il libretto vicino al cadavere decapitato, poi si rivolse alla sua vittima.
“Bé, puoi stare tranquillo... Tanto sai che in un modo o nell'altro tornerai in questo mondo, no?”
Subito dopo aprì le ali e volò via verso l'orizzonte.
Interludio 3 – Nuovo Mondo
Dal centro si muove veloce, l'Artefice, un altro, nel cielo; un altro sistema ricrea, con stelle ed un orbe assai fiero. La Terra ha lui come modello, ma sceglie di usare il silicio, carbonio assente per sempre, la vita ha suo nutrimento. Minuscole gocce di vita, creature di condivisione, colonie di microbatteri con nucleo che sembra un motore. La vita si spegne e riaccende in modo per nulla previsto, e spunta dal nulla, mai visto, l'Artefice primo al ritorno, che porta qui l'uomo evoluto sul terzo dal Sole. Lento s'aggrega il silicio, simbiosi mentale e corporea ed ecco che l'uomo non è più se stesso. Nuova creatura umanoide, che legge le menti e il pensiero e cresce su un mondo lontano ignara del tempo che fu. L'Artefice dopo si ruppe, crollò sul pianeta scosceso, trovaron lo i suoi abitanti e svelarono un grande segreto. Le vecchie creature native, estinte, nascoste ormai ai più, or crescono dentro alla mente dell'uomo che uom non è più.
– Giano da Ganno, Inni all'Artefice, V, 3 (1074)
3. Limiti
La notizia era arrivata come un fulmine a ciel sereno, cogliendolo alla sprovvista. Mai avrei pensato che... Ahi! Maledizione! Stava tentando di annodarsi la cravatta davanti allo specchio, senza successo. Era più difficile di quanto pensasse. Scosse la testa, scoraggiato. Non era un capo d'abbigliamento adatto alla sua personalità, ma in quella circostanza era d'obbligo. Pervaso da un moto d'ira, lanciò la cravatta contro lo specchio.
Den fece irruzione in camera sua.
“Ti ci vuole ancora molto?”
Alex raccolse per l'ennesima volta la cravatta dal pavimento.
“Un momento, Den! Non sono abituato a vestire così elegante!”
Den sorrise. Alex era un vero imbranato per quanto riguardava quelle cose.
“Vuoi una mano?”
“Eh? No! No! Faccio da solo!”
Con molta fatica Alex riuscì a stringere un nodo accettabile.
“A che ora è la cerimonia?”
“Rilassati abbiamo ancora circa mezz'ora.”
Den osservò le foto sul mobile vicino allo specchio. Kia era ritratta innumerevoli volte accanto a suo figlio o in compagnia dello stesso Alex. Era chiaro che provava qualcosa per lei – qualcosa di più profondo di una semplice amicizia – ma gli ultimi avvenimenti avevano definitivamente cancellato ogni sua speranza di successo. Undici mesi prima la loro migliore amica si era avvicinata sorridendo, raggiante per la felicità. Aveva pronunciato poche, semplici parole.
“Sono di nuovo incinta!”
Alex era quasi svenuto. Per abituarsi all'idea gli ci erano voluti due mesi. Altri quattro mesi gli erano serviti per accettare di essere il padrino del bambino. Ora si trovava davanti ad uno specchio, intento a fissare la sua immagine riflessa. La sua espressione era una via di mezzo tra l'agitato e il confuso.
“Come hanno deciso di chiamarlo il bambino?”
“Jake.”
“Jake Takara...”
“Sì, esatto...”
Den fu percorso da un brivido.
“Strano. Non so perché, ma questo nome non mi dice nulla di buono...”
“Esagerato! È solo un nome! E il bambino è nato da poco più di due mesi. Per quale motivo dovrebbe essere un problema?”
“Chiamalo presentimento... sai, si nota già una straordinaria somiglianza con il padre.”
“Dai, Saìl non è una cattiva persona, alla fine. Forse lo abbiamo giudicato male.”
“Non lo conosciamo ancora abbastanza per permetterci di esprimere giudizi.”
Alex lo guardò fisso negli occhi.
“Sai bene come la penso. Se Kia si fida di lui, anch'io mi fido di lui.”
“Allora sei cieco. Non puoi pensare che Kia sia perfetta.”
“Per me lo è.”
“Sei senza speranze.”
Den uscì dalla stanza e si avviò verso l'uscita. Alex lo seguì fischiettando allegramente.
“Forse hai ragione, ma non posso farci nulla.”
La chiesa distava meno di un chilometro dall'appartamento che avevano preso in affitto, la raggiunsero in dieci minuti, senza troppa fretta. Erano arrivati in anticipo, ma Kia e Saìl erano già lì. La ragazza sembrò sollevata nel vederli arrivare. Hiro era aggrappato alla sua mano, mentre lei teneva Jake in braccio. Saìl sorrise amichevolmente..
“Ciao, Alex. Vedo che siamo riusciti a farti indossare un completo di sartoria...”
Spostò lo sguardo su Den.
“Ah, hai portato anche quel geniaccio del tuo amico.”
“Ora non esageriamo...”
“Non fare il modesto, Vladenek. È merito tuo se Kia è riuscita a recuperare gli anni scolastici che aveva perso a causa mia e ad iscriversi al MIT...”
“Il merito è interamente suo. Io le ho solo dato una mano.”
Non era passato nemmeno un anno dal suo incontro con quella ragazza, ma Den era profondamente cambiato. Almeno in sua presenza.
La giornata era calda. Il tepore dei primi giorni di maggio stava facendo rapidamente dimenticare il freddo inverno e la delicata primavera.
“Che lavoro fai, Saìl? No, sai com'è, Kia mi ha detto che sei sempre fuori casa...”
L'uomo rise di gusto.
“Bé, diciamo che devo occuparmi di molte persone che dipendono direttamente da me. Devo assicurarmi che non fuggano e che rispettino le leggi; inoltre, mi tocca gestire personalmente almeno la metà dei problemi che si verificano.”
“Un Inferno.”
“Non sai quanto ci sei andato vicino, ragazzo.”
Den fu percorso da un altro brivido. Il tono di voce con cui Saìl aveva pronunciato le ultime parole lo aveva colpito. Sembrava dannatamente troppo serio.
Alex provò a sdrammatizzare.
“Dai, su... il tuo lavoro avrà pure dei lati positivi. Se ho capito bene, gestisci una società di protezione privata, giusto? Insomma, questo è quello che ho capito dalle tue parole... no, perché non mi è chiaro del tutto, non sono sicuro di aver azzeccato...”
“Infatti. Ma non è il caso di parlarne ora. Sai bene a cosa mi riferisco, Alex.”
Kia era intervenuta senza preavviso. Era splendida come sempre. Il bambino si muoveva continuamente tra le sue braccia. Hiro invece si guardava intorno, interessandosi ora di una farfalla, ora di un passerotto che svolazzava sugli alberi lì vicino.
“Ehi! Basta discutere di queste cose! Sai che non mi piace parlare di lavoro o scuola in giorni di festa!”
“Oh, scusa...”
“Sei sicura di non aver bisogno di una mano? Con due bambini...”
“Grazie, Den, ma posso cavarmela da sola. In fondo, se Jake avrà lo stesso carattere di Erwan, non sarà molto difficile badare a loro.”
“Si chiama Erwan o Hiro? Ti ho sentito spesso pronunciare entrambi i nomi.”
“Uno è la traduzione dell'altro nel dialetto della zona da dove arriva Saìl. Uso il primo che mi viene in mente, in effetti.”
“Vogliamo accomodarci? Il prete sarà impaziente...”
“E gli altri? Ci siamo solo noi?”
“Il battesimo doveva iniziare alle tre, Alex. Sono le tre e trentadue. Tutti gli altri invitati sono già dentro.”
Den arrossì.
“È colpa mia. Io... credevo...”
“Tranquillo, per un po' di ritardo non muore nessuno.”
Effettivamente erano gli ultimi. La chiesa era un bell'edificio in stile romanico, probabilmente del dodicesimo secolo. Den provò un vago senso di inquietudine. Era troppo buia per i suoi gusti. Nella penombra aveva intravisto alcune figure ammantate. Monaci, suppose. Almeno una decina, intenti a discutere tra loro. Impossibile inquadrarli con precisione, i loro pesanti cappucci coprivano la maggior parte del loro volto. Uno di loro indossava una mantellina viola con cappuccio, sopra al saio – un colore inusuale per un frate. Forse era un segno distintivo, aveva l'aria di essere più importante degli altri. Den tornò a concentrarsi sulla cerimonia e sul suo amico, visibilmente agitato. Sbagliò per tre volte le risposte alle domande del parroco, ricevendo tremende occhiatacce dal ministero del culto. La madrina era una ragazza che non aveva mai visto. Uno degli invitati lo colpì alla spalla nel goffo tentativo di raccogliere un orologio.
“Mi dispiace, non volevo...”
“Nessun problema, si figuri, signor...”
“Non ci siamo ancora presentati. Io sono Jason Aiample, sono il fidanzato della madrina del bambino...”
“In che rapporti è con Saìl?”
“Nessuno. È la sorella minore di Kia.”
Den rimase in silenzio.
“Non ti torna, vero? Anch'io l'ho trovato un po' strano, però è così. In questa chiesa non c'è un solo parente di Saìl, solo amici o conoscenti di Kia. Sai, sembra che non abbia nessuno eccetto la sua ragazza e i suoi figli.”
Den si guardò intorno smarrito, quasi a cercare conferma. Era vero. Alla cerimonia erano presenti solo volti noti. Nessuno che assomigliasse in minima misura al padre del bimbo.
“Tu invece saresti...”
“Vladenek Kras'ilič. Sono un amico del padrino.”
“Quel Vladenek Kras'ilič? Kia parla quasi più di te che del suo ragazzo.”
Den si mise quasi a ridere.
“Frequenti qualche corso?”
“Il primo anno di ingegneria elettronica. Voglio partecipare attivamente alla costruzione dei primi robot. Nel nostro dipartimento si stanno facendo alcune prove con componenti di dimensioni ridotte, più o meno come quelle dei moderni home computer... Stiamo cercando di superare il livello già notevole del processore Intel 80806.”
“Stiamo? Sai, trovo difficile pensare che uno studente del primo anno possa collaborare ad un progetto così grande...”
“In effetti, questo è un mio obiettivo. Ma sono sicuro che lo raggiungerò.”
Den fu coltò dall'eccitazione. Il futuro di Asimov non era poi così lontano dopotutto...
Dopo la cerimonia religiosa, gli invitati si riversarono sul piazzale antistante la chiesa, a discutere del più e del meno. Ma come sono belli i tuoi bambini! Com'è cresciuto Hiro! Ti assomiglia tanto! Ha i tuoi occhi! Il piccolo è tutto suo papà! Che bella coppia che siete...
Den si allontanò per non essere costretto a sorbirsi quel concerto di banalità e frasi fatte. Ipocrisia. Era uno dei motivi per cui rifiutava di entrare a far parte della società. Falsità, menzogne. Tutta robaccia, con cui non era il caso di avere a che fare. Solo le macchine erano perfette. Una mano sulla sua spalla.
“Toglimi una curiosità, ragazzo... tu credi in Dio?”
Si voltò di scatto. Era Saìl.
“Domanda ben strana se fatta da uno che ha appena fatto battezzare suo figlio. Comunque sì, credo che esista un qualche ente sovrannaturale che governi il mondo e l'universo. Tutto qui.”
“Non mi sembri molto convinto.”
“Io sono dell'idea che sia l'uomo a decidere il suo destino, applicandosi e lottando con tutte le sue forze. Dio è soltanto il creatore. Ha lasciato all'uomo il compito di continuare. Ho smesso di credere alla sua onnipotenza dopo aver studiato l'olocausto e la filosofia di Hans Jonas.”
“Ah, autori contemporanei... La nullapotenza di Dio. Interessante, in effetti. Io preferisco Kant, i limiti della conoscenza umana... Dobbiamo fermarci davanti a ciò che non può essere percepito su base sensibile, poiché si arriva soltanto a contraddizioni ed antinomie.”
Saìl fece per dirigersi nuovamente verso Kia, ma prima si fermò un attimo.
“Prima o poi imparerai quali sono i limiti della tua conoscenza, io l'ho già fatto. Assicurati di scoprirlo il prima possibile.” – aggiunse quasi sussurrando.
Den fu raggelato da quelle ultime parole.
“I tuoi robot, gli automi che sogni di costruire, potranno avere tutto tranne che un'anima. Tienilo bene a mente. Questo è un limite che tu non potrai mai superare... se non con un aiuto che prescinde dalla scienza e dalla tecnica.”
Detto questo, tornò dalla sua ragazza, lasciando Den in uno stato di tremenda frustrazione. Era vero. La robotica non avrebbe mai oltrepassato quella infinitesimale, immensa soglia.
Saìl era soddisfatto. Lo aveva portato a riflettere.
Ora doveva solamente condurlo al Cuore.
Interludio 4 – Cuore di Tenebra
Genera il mondo da fuochi ormai spenti,
vivo lo tiene nell'eterna attesa,
luce di mille carboni ardenti.
Corda da morte ad altra vita tesa,
lenta si insinua la spada del fato,
che porta del buio l'Impero a resa.
Altro destino nell'ombra celato,
per chi pur vivendo non vive né esiste,
fatale respiro da tempo esalato.
Scegliere o meno, compito triste,
unica strada per trovar la luce,
scelta di vita che voi non compiste.
Artefice, o sommo, che l'uomo conduce,
porta con te virtute e canoscenza,
che lo Cuor mio a timore induce.
Cuore che genera buio e coscienza,
destino gramo di chi non decise,
eterno dannato, ridotto a impotenza.
Chi nella vita per ultimo rise,
per il mio Regno dovrà pagar dazio,
dopo che Morte sua vita recise.
– Giano da Ganno, Inni all'Artefice, V, 8 (1074)
4. Specchio
Mavelius si era addormentato nel suo studio come al solito. Da giorni lavorava fino a tardi, precisamente da quando era riuscito a decifrare un passaggio chiave della Mappa Alchemica. Era sempre più vicino alla soluzione. L'illuminazione era arrivata all'improvviso. Dopo trent'anni di studio infruttuoso, la situazione si era sbloccata nell'arco di una notte. Curioso come certe volte il destino giochi strani scherzi. La chiave era nascosta nei caratteri iniziali ed era visibile solo se il foglio veniva riscaldato. Se XC-21 non avesse rovesciato il tè caldo, se il documento non fosse stato lasciato sul tavolino, se il tè non l'avesse bagnato, lui non se ne sarebbe mai accorto. Ironia della sorte... era arrivato ad una svolta proprio mentre stava raccontando la sua storia al suo droide di servizio. XC-21 lo trovò assopito, seduto accanto alla scrivania. Gli appoggiò una coperta sulle spalle, poi tornò in cucina a lavare i piatti. Con estrema attenzione aprì l'acqua. Il suo costruttore non l'aveva dotata di una copertura esterna completa, solo qualche pannello qua e là, per cui assomigliava molto al C3PO del primo episodio di Star Wars... Aveva quasi tutti i cavi allo scoperto. Solo la struttura la rendeva simile ad un essere umano. Il suo profilo era molto femminile, rendeva abbastanza bene l'idea. XC-21 finì le faccende domestiche in fretta, poi diede da mangiare al gatto che aveva adottato di nascosto. Lo aveva chiamato Razaf, come il suo ragazzo... O meglio, come il ragazzo che aveva quando era ancora in vita. Accarezzò la schiena del micio più delicatamente che poté. Queste erano le piccole cose che la facevano sentire umana. Razaf miagolava contento, si produceva in fusa continue, ritmate. Mavelius dormiva così profondamente che non avrebbe potuto sentirlo, e questa era una fortuna. Detestava gli animali domestici. Il robot sospirò.
Mavelius detestava anche lei.
Quando si era accorto di aver convogliato l'anima sbagliata nel corpo meccanico, un'anima che lui non aveva richiesto, era andato su tutte le furie. Il procedimento non poteva essere ripetuto, non sullo stesso androide, almeno. Non si era sentito di distruggerla, ma aveva iniziato ad utilizzarla come una schiava e a riprenderla per qualsiasi sciocchezza. Negli anni si era lentamente ammorbidito ed era arrivato a considerarla come una sorella minore. Nonostante ciò, lei non riusciva, complice l'abitudine, a smettere di chiamarlo padrone. Razaf finì di mangiare ed entrò nella sua cuccetta. XC-21 lo vide addormentarsi, poi si sdraiò sul divano e disattivò il proprio generatore interno. Era il suo modo di riposare. Si sarebbe riattivata alle sei di mattina del giorno dopo, come al solito. Le sue notti erano brevi intervalli di disattivazione tra un giorno e l'altro, prive di sogni. Duravano meno di un attimo, il tempo di spegnere e riavviare il sistema.
Al suo risveglio, si ritrovò avvolta in una coperta a quadrettoni. Non poteva sbagliarsi, era la stessa con cui aveva augurato buonanotte al suo creatore. D'istinto, cercò di individuare Razaf. La cuccia era aperta, il gatto sembrava sparito. Si alzò dal divano, augurandosi che il suo padrone non lo avesse trovato. XC-21 trasalì. Razaf stava mangiando tranquillamente i suoi croccantini... mentre Mavelius lo accarezzava.
“È tuo questo gatto, XC-21? È venuto di là nello studio a svegliarmi perché gli dessi da mangiare... Deve aver provato inutilmente a farti alzare da quel divano.”
XC-21 non riusciva a crederci. La sera prima doveva essersi dimenticata di chiudere lo sportello della cuccia.
“Non... non è come pensa, padrone... io... io non volevo disobbedire... ma...”
“Non ti ho mai ordinato di tener lontani i gatti da casa mia. O almeno, non di recente. Se ti aiuta a stare meglio, tienilo pure.”
“Signore... penso di averglielo già chiesto... ma per quale motivo è cambiato in questo modo?”
“La solitudine compie miracoli insperati...”
Razaf sembrò gradire particolarmente le attenzioni dell'uomo accucciato vicino a lui. In fondo era un gatto, trovava in simpatia chiunque lo coccolasse e gli desse da mangiare.
“Inoltre, è merito tuo se ho trovato l'ultima chiave. Il minimo che potevo fare era dimostrare un po' di riconoscenza nei tuoi confronti.”
Vladenek sembrava di ottimo umore, nonostante la levataccia.
“Forse fra un po' di tempo potrò di nuovo mostrarmi senza la stupida maschera che copre il mio volto in pubblico. Forse potrò anche tornare ad utilizzare il mio vero nome. Anche tu vorresti farlo, vero XC-21?”
Gli occhi dell'androide persero intensità. I led centrali si illuminarono, simulando un espressione triste.
“Sì. Ma non me la sento. Ogni volta che mi guardò allo specchio vedo un ammasso di fili e circuiti, di cavi e piastre metalliche e mi chiedo cosa sia rimasto veramente di me...”
Razaf si era nuovamente addormentato.
“Dentro sei sempre la stessa. Se tutte le persone giudicassero dall'esteriorità, dove andremmo a finire? Credimi, ci sono persone perfettamente normali – nel senso canonico del termine – che in realtà sono veri mostri.”
“Come Saìl?”
“Come Saìl.”
Mavelius fissò l'orologio. Erano le sei e venti minuti.
“Umano solo di aspetto...”
Vi fu un lungo silenzio.
“Era l'anima di Kia che voleva convogliare in questo corpo?”
“Sì. Ma non l'ho trovata. È come se fosse sparita.”
“Magari è ancora viva.”
“Sarebbe un sogno, e i sogni difficilmente si avverano.”
“Ma crederci non costa nulla. Il sogno è la porta della speranza.”
“È un detto delle tue parti?”
XC-21 sorrise divertita.
“Sì.”
“Lo terrò presente.”
Cambiò discorso.
“Oggi aspetto visite. Il proprietario delle AH Industries vuole propormi di lavorare per loro. Penso che rifiuterò.”
“Lo conosce?”
“Non credo. Non so nemmeno come si chiami. Comunque, non fare nessun accenno al documento, va bene?”
“Perfetto. Per che ora lo attende?”
“Alle cinque di questo pomeriggio.”
“Devo fare qualcosa di particolare per l'occasione?”
“Non so, magari... datti solo una sistemata ai capelli, sono un po' troppo spettinati.”
“Sono cavi elettrici plastificati!”
“Sono pur sempre i tuoi capelli...”
Mavelius si sedette al tavolo.
“Ah, un'ultima cosa... smettila di chiamarmi padrone. Voglio che tu sia libera di decidere chi servire. Sei l'unica persona cara che mi è rimasta, Lea.”
XC-21 ebbe un sussulto.
“Lea. Non è questo il tuo vero nome?”
Il droide rimase in silenzio.
“Non vuoi che ti chiami così, non è vero?”
“Lea è morta. Ora sono XC-21, signore. Lea è una persona, un essere umano, fatto di carne e sangue, non un ammasso di ferraglia, plastica e materie ceramiche.”
“Comprensibile.”
Mavelius guardò fuori dalla finestra. Era ancora buio.
“È quasi Natale. Eppure... non mi sento per niente una persona migliore. Che ipocrisia. Tu cosa ne pensi?”
“Nulla. Non so cosa dire... per me ogni giorno è uguale ad un altro... Non vedo alcuna differenza.”
“Capisco.”
Il droide si sedette al tavolo. Lo specchio appeso sulla parete rifletteva l'immagine di un uomo dai capelli lisci neri con il volto sfregiato, solcato da decine di cicatrici, sulle guance, sulle labbra, ovunque, e di un robot con lunghi cavi azzurri al posto dei capelli, insiemi di led a simulare gli occhi e un espressione vivace, resa esplicita da un risolino divertito e metallico.
“Cos'hai da sorridere? Eri quasi depressa un minuto fa!”
“Oh, niente... è che per la prima volta, osservando la mia immagine riflessa non me ne vergogno.”
“Per quale motivo, se è lecito chiederlo?”
“Nello specchio vedo di nuovo una ragazza.”
Rimase solo il silenzio e il rumore dei movimenti di Razaf, che si stava agitando nel sonno. Il creatore e la creatura, fratello e sorella.
“Strano, maledettamente strano. Possibile che tu sia cambiato così tanto, Den? Non lo avrei mai detto.”
L'ombra, acquattata su un tetto vicino, svanì dopo aver espresso questi suoi pensieri alla notte e al sole che stava timidamente facendo capolino da dietro i monti.
Interludio 5 – La notte che cammina
Dopo i dodici rintocchi,
la sorella è già vicina.
Puoi vederla coi tuoi occhi:
è la notte che cammina.
D'Artefice figlia, segreta sapienza,
le luci son solo i suoi occhi.
Ignota all'uomo, ignota alla scienza,
torrente che va senza sbocchi.
Lei chiama i suoi morti dal nero
della terra, con anima o senza.
Capace di grande pensiero,
non chiede lei riconoscenza.
Della Morte madre, figlia e sorella,
che tu ci creda o non creda davvero,
nel buio del cuor è sempre più bella,
non credo ci sia nulla di più vero.
Accogli le alme dei poveri umani
che morendo chiamaron te Stella,
e cullale forte tra le tue mani,
portandole al cospetto d'Ella.
– Giano da Ganno, Inni all'Artefice, VII, 4 (1074)
5. Vita
Un'aquila, osservando dall'alto, avrebbe visto un curioso assembramento di gente, piccoli puntini neri all'interno di un grande cortile, radunati attorno ad uno stesso luogo, ed un puntino bianco in centro. Un gabbiano, volando ad una quota più bassa, avrebbe notato le espressioni tristi e sconsolate delle persone riunite e i solenni gesti dell'uomo vestito di bianco. Una mosca avrebbe notato forse le lacrime che sgorgavano dagli occhi del ragazzo dai capelli neri lisci in prima fila. Solo Den poteva sentire il grido di dolore che lo assaliva dall'interno e cercava di uscire in ogni modo, tramutandosi in lacrime e singhiozzi. Se n'era andato.
Alex non era più con lui.
Non era più con loro.
Il prete stava officiando la cerimonia davanti ai suoi genitori e ai suoi amici più cari. Alex era stato ucciso da un incappucciato. Era stato aggredito di notte. Non era riuscito a difendersi. Anche Kia piangeva. Teneva stretta la mano di Erwan. Jake era in braccio a Saìl. La sua espressione era indecifrabile.
Alex...
Den non riusciva a crederci. Alex non c'era più, era diventato un nome, un nome sulla lista interminabile dei defunti... lasciandolo solo. Quel documento portava male, non c'era altra spiegazione, sì, portava una jella pazzesca! Anche chi gliel'aveva venduto... no, non aveva senso, non per una persona dotata di rigore logico. Ma quel cartiglio... Ritornò con la mente ad un paio di mesi prima. Cosa gli è passato in mente? Alex gli aveva regalato, sotto consiglio di Saìl, un antico documento scritto in un linguaggio mai visto, acquistato per quattro soldi da un rigattiere. Un mese dopo, il rigattiere era stato trovato morto in casa sua. I vicini avevano descritto l'apparizione di un incappucciato che era entrato nell'appartamento passando attraverso la porta, poi le urla, le grida e il silenzio. Il caso fu archiviato. Le testimonianze dei vicini non furono ritenute attendibili. Dieci giorni dopo, anche l'uomo che aveva venduto il documento al negoziante era morto. Stesse modalità. Caso archiviato perché il fatto non sussiste. Dopo venti giorni era stato il turno di Alex. Caso archiviato come banale rapina finita male. Quel documento sembrava connesso – direttamente o indirettamente – alla catena di sventure che si erano abbattute sulla vita di quei poveri innocenti. E ora è in mano mia.Quando sarebbe toccato a lui? Non gli rimaneva che una cosa da fare. Doveva decifrare quel manoscritto. Solo in questo modo il sacrificio di Alex non sarebbe stato vano. Ormai aveva deciso. Non gli importava quanto lontano avrebbe dovuto spingersi né quanto tempo avrebbe dovuto utilizzare. Saìl lo avvicinò in silenzio. C'era qualcosa di strano nel suo volto, un'ombra di malvagità mascherata da un'espressione di circostanza.
“Mi dispiace, Den, sono sempre i migliori ad andarsene per primi.”
“Era il mio unico amico.”
“Era quindi la tua unica fonte di distrazione, caro Vladenek...”
“Cosa vuoi dire?”
Den non riuscì a credere di aver appena udito quelle parole.
“Tu sei destinato a fare grandi cose! Le tue idee nel campo della robotica sono rivoluzionarie! Alex era una palla al piede per uno come te! E con quel manoscritto...”
La voce di Saìl divenne quasi un sussurro
“...arriverai ancora più in alto. Potrai creare la vita dal nulla!”
“Saìl... cosa... cosa stai dicendo?”
“Decifra quel documento, Den. In esso troverai la verità. La morte di Alex ti serva da sprone. Solo arrivando fino in fondo potrai ritrovarlo.”
Detto questo si allontanò, inoltrandosi nella folla, lasciando il ragazzo in stato confusionale. Kia gli si avvicinò in lacrime.
“Den, per favore, abbracciami.”
Lui la accolse tra le sue braccia.
“Perché proprio lui? Non aveva nemmeno ventun anni...”
“Il destino è imprevedibile.”
“Non è stato il destino.”
Il ragazzo si perse nei suoi occhi verde mare.
“Che significa? Non parlarmi per enigmi, per favore... almeno tu.”
“Saìl ti ha detto qualcosa, vero?”
“Sì, ma spero di aver frainteso le sue parole.”
Kia scoppiò in lacrime.
“Non... non hai frainteso. Sono sicura... sono sicura che il mandante sia stato lui.”
Gelo assoluto. Per un attimo, il sangue si rifiutò di scorrere nelle sue vene.
“Non dirai sul serio...”
“Ne ho la certezza. Da giorni continuava a ripetermi che se tu non avessi dovuto fargli da balia avresti potuto compiere grandi imprese. Ti osannava come un dio...”
“Allora... la colpa non è sua. È mia. Se veramente Saìl ha fatto una cosa del genere per me, la colpa è solo ed esclusivamente mia!”
“Non dire così, idiota! Tu non hai fatto nulla.”
Den la abbracciò più forte. I loro sguardi si incrociarono per un lungo istante. Le loro labbra quasi si avvicinarono.
“Ehm... quella sarebbe la mia ragazza, Vladenek.”
Saìl si manifestò all'improvviso.
“Non stavo facendo nulla di male.”
“Voglio crederti. Ma solo per questa volta.”
Cambiò espressione.
“Devo parlarti con urgenza. Ho poco tempo. Pochissimo tempo. Fra poco tornerà l'altro.”
Den si allontanò a malincuore, lasciando Kia da sola con i suoi figli.
“Ascoltami bene, amico mio...”
“Io non sono tuo amico. Il mio unico amico è morto ieri.”
“È proprio di questo che dobbiamo parlare! È molto complicato da spiegare in così poco tempo.” “Allora parla, ti ascolto.”
“Io ho due personalità, sono affetto da una specie di disturbo bipola...”
“Senti, se vuoi propinarmi una cazzata del genere – io sono un serial killer di notte, un ragazzo irreprensibile di giorno – questa conversazione può finire anche qui.”
“Maledetto imbecille! Sto parlando sul serio! Prenditi cura di Kia, proteggila da me... dall'altro me, insomma!”
“Senti, se hai voglia di scherzare, non è il momento ada...”
“Io amo veramente Kia, Den! La amo, capisci? Non posso permetterle che qualcuno le faccia del male... ma allo stesso tempo non posso controllare me stesso! Ho trascorso degli anni bellissimi, ma temo... temo che l'equilibrio si sia rotto. Io non emergerò più a lungo, c'è la possibilità che... che io...”
Il viso di Saìl si contrasse in una smorfia di dolore, poi si rilassò in modo quasi innaturale.
“Niente, scusami, sono molto scosso e ho detto cose senza senso. Perdonami.”
L'uomo sparì nuovamente tra la folla dei presenti, lasciando Den da solo, pieno di dubbi.
Rincasando, trovò un pacco sull'uscio del suo appartamento, inviato da un mittente ignoto. Conteneva un libro antico scritto in latino, intitolato Laudes Artefici, Inni all'Artefice, di un certo Ianuus di Ganno, probabilmente un monaco amanuense vissuto qualche secolo prima. Chi aveva potuto inviargli una cosa del genere, ma, soprattutto... perché?
Il libro era accompagnato da una lettera. Den la aprì con impazienza.
“Alla cortese attenzione di Vladenek Kras'ilič.”
Con un attacco del genere, aveva l'aria di essere un documento ufficiale.
“Hai vissuto per anni nella menzogna. Questo libro illuminerà la tua via. Te l'ho inviato in un momento in cui la sorveglianza si è allentata. Sarà la chiave per capire tutto. Non dimenticarti di chi ti ha voluto bene. Axen.”
Axen? Chi è? Non ho mai sentito questo nome prima d'ora. Sarà uno pseudonimo?
La lettera si chiudeva con un post scriptum.
“P.S. Guardati dal lato umano di Saìl, non dalla sua ombra. Non perdere mai di vista la strada giusta e non cedere al fascino del successo. Solo così la tua vita avrà senso.”
Den fu colpito al cuore da quelle parole. Cosa significava guardati dal lato umano? Non aveva senso. Doveva credere ad Axen? Come credergli, se non l'aveva mai visto né sentito? Credere ad un perfetto sconosciuto... Non rientra nei miei canoni. Sospirò ed iniziò a sfogliare il libro. Prima di formulare una decisione, sarebbe stato quantomeno auspicabile dare un'occhiata veloce al contenuto del volume. Un'occhiata che si tramutò in una lettura approfondita, senza pause, nemmeno per respirare.
L'opera era una raccolta di inni religiosi e lodi, datate 1074. Un brivido lungo la schiena. In alcuni passi si potevano leggere chiaramente le parole macchina, azoto, ossigeno, Sole al centro del sistema, proteine. Rilesse l'anno in cui il volume era stato scritto. Ritornò su quelle parole. Lesse per l'ennesima volta la data. Non voleva crederci. Doveva per forza essere un falso. Cercava di convincersene, ma non ci riusciva. Quel volume lo affascinava. Den aveva studiato un po' di latino alle superiori e se lo ricordava ancora abbastanza bene. Inoltre, quella era più che altro una via di mezzo tra la lingua su cui aveva passato molti pomeriggi e una specie di inglese antico. Non era troppo difficile da leggere. In esso era narrata la storia di un Artefice che avrebbe generato il mondo millenni prima, dell'oltremondo, del ciclo di reincarnazione e... del Regno dei Dannati, ombre incappucciate che potevano transitare da una realtà all'altra, attraversare i muri e... Den chiuse il libro. Aveva messo le mani su qualcosa di grosso. Gli ultimi avvenimenti sembravano essere una conferma di quanto era riportato in quelle pagine.
Riaprì gli Inni e continuò a leggere. Segreti dell'anima, percorsi di redenzione, vita e morte. Il tutto distillato in qualche centinaio di pagine scritte a mano.
Un rumore ritmico, in avvicinamento, come se qualcuno stesse salendo le scale. Era normale, a quell'ora, in fondo, viveva in un piccolo pensionato per studenti. Un brivido freddo lungo la schiena, come una sorta di premonizione. Forse sono troppo sospettoso. I passi non accennavano a fermarsi, erano sempre più vicini, sempre più marcati. E se... Chiuse il libro, lo prese con sé, si alzò dalla sedia, spense la luce, corse in camera da letto. Devo essere proprio pazzo per fare una cosa del genere... Aprì l'armadio, scostò le camicie e le giacche appese, si nascose al suo interno, lo chiuse con il chiavistello. Un armadio ampio, ben più profondo di quanto potesse sembrare. Lo sconosciuto sembrava non aver ancora raggiunto la sua meta. Tonfi sordi, senza un preciso ordine, privi di regolarità. Scarponi pesanti, forse. Silenzio. Silenzio assoluto, solo per un attimo. Den non resistette alla curiosità. Sbirciò dalle fessure, in direzione della porta. Tutto tranquillo, tutto regolare. Dovrei smettere di farmi queste paranoie... Una mano attraverso il legno, grigia, rugosa. Il corpo la seguì a breve distanza. Un incappucciato. Stivali neri, pantaloni neri, saio nero, volto... aveva senso parlare di volto? Un vuoto vertiginoso, colmato da due braci scintillanti. Un'Ombra. Poco ma sicuro. Ianuus era stato molto preciso nel descrivere l'aspetto che avrebbe concesso agli ospiti del suo Regno ideale. La creatura ispezionò a lungo la stanza, senza proferire sillaba. Guardò sotto il letto e sul terrazzo, scostò le tende. Provò ad aprire l'armadio, ma, trovandolo chiuso, rinunciò ad entrarvi. Colto da un terrore istintivo, Den si appiattì sul fondo del mobile, allontanandosi dalle ante. Nell'attimo successivo, una mano spettrale afferrò l'aria di fronte a lui, scandagliando il contenuto dello spazio vuoto, tastando gli abiti appesi. Si ritirò rapidamente. Un grugnito di rabbia repressa.
“Neanche qui, maledizione!” Sospirò amareggiato. “Sono arrivato troppo tardi, ha già mangiato la foglia. Chissà come la prenderanno...”
L'individuo svanì sotto i suoi occhi in un lampo nero, freddo. Den rimase impietrito, appiccicato alla parete posteriore. Il gelo si impadronì delle sue ossa per un istante interminabile. Si accorse solo in quel momento che stava trattenendo il respiro da diversi minuti. Espirò, svuotando completamente i polmoni con un urlo.
Fortuna, solo fortuna. Il caso lo aveva aiutato in modo imprevisto, fornendogli l'unica camera con un difetto di costruzione, una nicchia spessa circa ottanta centimetri lasciata dai muratori. Come coprire quello scempio architettonico se non con un armadio? Una armadio a muro, comprato all'ingrosso per poche decine di dollari, una scelta discutibile ma non troppo. Dall'esterno sembrava spesso una ventina di centimetri. In realtà, era profondo almeno tre volte tanto: solo per questo l'assassino di Alex non lo aveva trovato.
Den sapeva di dover andare avanti. Non poteva più aspettare.
Interludio 6 – Quaesitio
Quanto e importante per noi la vita?
Questa è la domanda sovrana a cui nessuno potrà mai rispondere.
E chi è l'uomo, essere finito, per poterlo fare?
Nessuno. E nessuno resterà.
Il Cuore aprirà la porta di un nuovo modo di esistere.
Chi non decide non potrà che raggiungerlo.
Per uscirne dovrà trovare un senso alla propria non vita
Così finalmente l'eterna domanda avrà risposta.
– Giano da Ganno, Inni all'Artefice, IX, 2 (1074)
6. Vuoto interiore
“Spero per voi che mi abbiate convocato per una buona causa.”
L'Imperatore era furente.
“Sapete bene che non è facile gestire due vite. Solo pochi conoscono la mia posizione.”
“Lord Derakines...”
Varkam prese a fatica la parola. Il suo mantello viola era mosso dalla brezza leggera di quella mattina.
“...non le nascondo che la situazione è grave. Molto grave. Qualcuno sa.”
L'Imperatore strabuzzò gli occhi.
“Co... come è possibile? Chi... chi ha osato rendere pubblica quella notizia?”
“Lo ignoriamo, abbiamo aperto una commissione di inchiesta. Temiamo sia stato qualche suo nemico personale.”
“Male. Ho lavorato a lungo per rendere il trono ereditario e non me lo farò soffiare in questo modo basso e spregevole. È stato difficile trovare un'umana che mi desse dei figli pur sapendo chi sono. Ho percorso una strada irta di ostacoli e non ho alcuna intenzione di arrendermi ora.”
Il vento si era alzato e soffiava con forza.
“Capisco perfettamente il suo punto di vista, ma... se la notizia fosse vera...”
“Lo è, mettiti l'anima in pace.”
“Il Cuore... si sta spegnendo?”
“Sì. Entro duemila anni la sua carica sarà esaurita. Completamente.”
Varkam vacillò.
“Cosa c'è? La cosa ti ha sconvolto così tanto? Eppure avresti dovuto già saperlo...”
L'incappucciato si accasciò lentamente.
“...dato che sei stato tu a mettere in giro questa voce per screditarmi. Che vergogna. E pensare che hai assistito anche al battesimo di mio figlio...”
Varkam era piegato in due e teneva con le mani il braccio dell'Imperatore, un artiglio di tenebra che lo aveva trapassato da parte a parte. Poco per volta, i suoi occhi si spensero. Crollò a terra privo di vita. Derakines riprese il suo aspetto consueto.
“Ormai non ci si può più fidare di nessuno, anche i collaboratori più fidati possono tradirti. Rowan, ti credevo più fedele.”
L'Imperatore volse lo sguardo verso il Sole che stava tramontando.
“Dawnner ha svolto il suo compito egregiamente. Ora Vladenek è solo. Si concentrerà sulla traduzione di quel manoscritto e tutto andrà come previsto, alla faccia dei miei oppositori.”
Un incappucciato si materializzo alle sue spalle.
“Parli del diavolo e ne spuntano le corna... allora, che notizie porti?”
“Qualcuno ha cercato di eliminare Kras'ilič.”
A quelle parole, l'Imperatore si voltò di scatto. I suoi occhi rossi dalla collera.
“Chi? Dimmi il nome di questo spregevole verme!”
“Sto indagando ma non sono ancora venuto a capo di nulla. Però ho scoperto chi ha messo in giro la notizia dell'Infarto...”
Derakines spostò il suo sguardo verso il cadavere ai suoi piedi.
“Ho già provveduto di persona. Probabilmente è stato anche il mandante di quest'ultimo atto deliberatamente eseguito al solo fine di eliminarmi.”
L'espressione sul viso di Dawnner si fece preoccupata.
“Teme una congiura?”
Derakines sospirò.
“Presto o tardi mi faranno fuori. Per fortuna allora l'Impero avrà già un nuovo sovrano.”
Dawnner strinse i pugni.
“Con tutto il rispetto che le devo, o sommo, non si era mai parlato di ereditarietà. Il Regno non è nato come potenza politica. È un luogo di espiazione per le anime che in vita non hanno combinato nulla di buono. Le Ombre, me compreso, devono trovare la loro vera strada sotto la guida dell'Imperatore, che svolge il ruolo di guida. Questo ruolo si è perso da almeno duecento anni.”
“Cioè da quando sono salito al trono io? È questa la stima che nutri nei miei confronti?”
“Sotto il suo predecessore vi sono stati almeno venti redenti ogni anno, venti anime sollevate dal tremendo fardello che la morte ha destinato loro. Sotto di lei, quante? Quante Ombre sono tornate nel ciclo vitale? Neanche una! Neanche una in oltre due secoli! Non le fa venire in mente nulla questo?”
“Sciocco. Fa tutto parte di un'accurata strategia. Non una singola Ombra uscirà più da questo Regno. Prima o poi saranno in numero sufficiente da forzare le porte dell'Oltremondo. Quando avrò tutto, allora potranno raggiungere la salvezza. Non prima. Chiaro? Ogni altra parola di disapprovazione sarà considerata tradimento. E punita come tale.”
Dawnner fece un passo indietro.
“Posso ritenermi libero di andare?”
“Sì, se non devi dirmi altro.”
“In effetti una cosa c'è. Axen ha chiesto udienza.”
Derakines rimase fermo a pensare per un lungo attimo.
“Udienza negata. Ordinagli di sorvegliare la mia ragazza e i miei figli.”
“Deve proteggerli?”
“Non necessariamente. Deve solo evitare che facciano sciocchezze ed agire di conseguenza.”
L'Ombra strabuzzò gli occhi.
“Cosa significa agire di conseguenza?”
L'Imperatore si passò rapidamente una mano in orizzontale davanti alla gola.
“Ovviamente, solo in caso non ci sia altra possibilità.”
“E...eseguo...”
Prima di scomparire, l'incappucciato si rivolse ancora una volta al suo padrone.
“Per quanto riguarda le persone che ho eliminato... mi garantisce che saranno reinserite nel ciclo vitale e che non entreranno a far parte del Regno? Era la condizione...”
“So benissimo quali sono le condizioni, ma non posso prometterti nulla. Come sai non spetta a me giudicare...”
Dawnner svanì in un lampo nero.
“...per ora.”
Derakines udì un rumore di erba calpestata alle sue spalle. Il vento era cessato del tutto. Era una bella ragazza bionda con gli occhi color verde mare.
“Saìl! Dove ti eri cacciato? Non vedendoti arrivare sono venuta a cercarti!”
“Tutto a posto, Kia, stai tranquilla. Problemi nel Regno di cui dovevo occuparmi personalmente.”
Kia lo abbracciò, strinse Saìl con tutte le sue forze.
“Ho paura, Saìl. Non ti riconosco più... o meglio, sei effettivamente lo stesso sia nei modi di fare sia nelle parole, sei sempre il ragazzo per cui ho perso la testa... ma ogni volta che ti sento parlare di morte, Ombre e altro sento un brivido freddo lungo la schiena.”
Saìl sospirò.
“Va bene, sarò onesto. Qualcuno sta manovrando le Ombre come burattini per eliminarmi. Vi affiderò alle cure di Axen, un mio sottoposto con cui sono sicuro che andrai d'accordo.”
La ragazza si allontanò da lui.
“No! Non voglio avere niente a che fare con tutto questo!”
Saìl si avvicinò, ma Kia si portò ancora più lontana.
“Per favore! È solo una precauzione!”
“Come pretendi che io possa andare d'accordo con un mostro incappucciato?”
Sul viso di Saìl si formò un sorriso quasi malefico.
“Fidati di me. Non è un mostro... è la persona più adatta a questo scopo.”
“L'ultima volta che mi sono fidata di te mi sono ritrovata incinta, senza un soldo, lontana da casa mia.”
“Mi sembra che ora questo problema sia risolto, non trovi? Adesso abitiamo in una casa in centro e abbiamo abbastanza denaro per vivere dignitosamente.”
Kia abbassò lo sguardo.
“Saìl... ho paura. Paura di te. Paura per i miei figli. Ogni giorno che passa Jake ti assomiglia sempre di più. Non voglio che diventi come te. Promettimi che non diventerà Imperatore, ti prego!”
Lo sguardo dell'uomo si fece tagliente.
“Non posso promettertelo. Torna a casa, ora. I bambini avranno fame, non trovi?”
Kia fuggì in lacrime. Saìl comprendeva lo stato d'animo della ragazza, ma la precarietà della situazione non gli permetteva di aiutarla come avrebbe voluto. Axen la stava di sicuro già aspettando davanti a casa sua, Dawnner era molto veloce a portare gli ordini. Il cielo si era completamente oscurato. Ormai erano le otto ed ogni bagliore residuo di luce era svanito. L'Imperatore rimase sulla collina ad osservare le stelle, ponendo loro mille domande.
Kia correva, correva a più non posso, correva verso casa, piangendo. Non ce la faceva più. La situazione stava diventando insostenibile. Si fermò per riprendere fiato. I suoi occhi continuavano a lacrimare. Abbassò lo sguardo per farlo notare il meno possibile.
“Serve un fazzoletto?”
Era una voce sconosciuta. La ragazza fu sorpresa piacevolmente dal tono caldo ed avvolgente con cui le era stata posta la domanda.
“Sì, grazie, ne avrei proprio bisogno...”
Il suo sguardo si poso sulla mano del suo misterioso benefattore. Era avvolta in un guanto viola strappato all'altezza del gomito. Kia ebbe un sussulto. Guardò in faccia lo sconosciuto. Era un'Ombra. Portava una maschera di tela viola che copriva tutto il volto tranne gli occhi e terminava in un lungo mantello. Gli stivali riprendevano lo stesso stile dei guanti. La ragazza indietreggiò impaurita.
“Chi... chi sei?! Per favore, lasciami in pace, non... non ho fatto nulla!”
“Lo so. Sono qui per questo.”
L'individuo le porse la mano.
“Axen.”
“Come, scusa?”
“Axen. È il mio nome. Tu devi essere Kia.”
“No, non lo sono, stai... stai sbagliando persona!”
I suoi occhi luccicarono nel buio della sera.
“Dai, non scherzare... sei tu, non c'è dubbio.”
“Saìl mi ha descritto così bene da dartene la certezza?”
“Non ne ha avuto bisogno.”
Kia fu sorpresa dalla risposta. Axen tagliò corto.
“È mio preciso compito evitare che accada qualcosa a te e ai tuoi figli. Non disturberò, stai tranquilla, i morti non hanno bisogno di mangiare...”
C'era qualcosa di strano in lui, qualcosa di rassicurante.
“Va bene, vieni su con me.”
“Ti seguo.”
Le stelle non risposero a Saìl, ma ormai era sicuro di aver raggiunto il suo scopo.
Qualcosa stava per cambiare.
Interludio 7 – Rinascita
Condotto dal fato diritto alla fonte,
Lete che triste cancella i ricordi,
dal nulla chiamato, sporgendo dai bordi
della barca di Chairon fin sull'irto monte,
Grido Notturno “Alma” m'appella,
“Tuo turno è di vita reclamare!”
Io sento lo corpo mio tutto vibrare
e luce spandersi come di stella.
Ma per tristo destino, che mise lì mano,
a fonte di oblio non bevvi – sciagura –
mia nuova vita sarà assai dura,
sempr'io dovrò fuggire lontano.
Mynox furibondo mi venne a cercare,
con coda di lama feroce provvista,
per mia fortuna o forse per svista,
un'altra persona riuscì a eliminare.
Mirabile prova d'Artefice ingegno,
lasciato il saio, la fede, il breviario,
amata alchimia richiuse il divario
che portò me a fondare il Regno.
– Giano da Ganno, Inni all'Artefice, X, 47 (1074)
7. Umano, troppo umano
Un sottile strato di neve copriva la strada. Mavelius osservava i passanti dalla finestra del suo studio: una sfilata interminabile di mamme, bambini, papà, adulti, coppiette. Riprese il suo lavoro. Gli mancava meno del trentacinque percento del documento. Il procedimento alchemico utilizzato per costruire il Cuore era stato quasi svelato. Mancavano ancora i dettagli fondamentali, ma entro Natale, era sicuro, lo avrebbe decifrato. Sentì bussare alla porta.
“Entra pure XC-21.”
Il droide eseguì l'ordine.
“A cosa devo la tua visita? Non mi sembra sia ancora l'ora del tè...”
“Ho bisogno di parlarle, padrone.”
Mavelius si girò verso di lei.
“Ti ascolto.”
“Secondo lei, potrò mai ritornare un essere umano?”
L'uomo si fece scuro in volto.
“Dipende da cosa intendi per umano. Da un certo punto di vista è fattibile.”
“Voglio dire... potrò mai sentirmi viva di nuovo?”
“Cosa significa per te essere viva?”
XC-21 si portò le mani alla nuca
“Basta con queste risposte filosofiche! Per favore, risponda alle mie domande chiaramente!”
Mavelius le mise una mano sotto il mento, lo sollevò leggermente, con molta delicatezza, per poterla guardare negli occhi. Trovò uno sguardo spaventato.
“Cosa ti turba? La visita che devo ricevere oggi?”
“Sì.”
“Per quale motivo?”
“Ha letto l'ultimo comunicato stampa dei vertici delle AH? Hanno dichiarato che sono favorevoli all'approvazione di una legge che impedisce il libero sviluppo dei robot. Gli automi non potranno in alcun modo essere equiparati o resi simili ad esseri umani oltre un certo livello. Io questo limite l'ho già superato. Provo emozioni! Allora sono umana... oppure è solo una mia convinzione?”
Mavelius continuò a contemplare il timore nei suoi occhi.
“La gente comune ha paura, Lea. Ha paura del diverso. Ha paura di essere distrutta da un'intelligenza superiore.”
“Le ho già detto di non...”
“Sì, lo so, ma per me tu sei umana. E come tale meriti di essere chiamata con il tuo nome.”
“Per questo mi distruggeranno! Sono troppo simile a loro e allo stesso tempo troppo diversa!”
Mavelius scosse la testa.
“Smettila di aver paura. Nessuno ti toccherà.”
“Come fa ad esserne così sicuro?”
“Nessuno sa che tu hai superato il confine tra artificiale e vivo.”
Si fermò per un istante.
“Hai fiducia in me?”
“Penso... penso di sì.”
“Bene. Ti prometto che presto risolverò la tua situazione.”
“Dice davvero?”
L'uomo rise. L'espressione di angoscia negli occhi del droide si tramutò in riconoscenza. Lo scienziato tolse delicatamente la mano dal suo mento e tornò a scrivere.
“Secondo te, qual è il vero motivo dell'incontro di oggi pomeriggio?”
XC-21 rispose con una voce molto dolce, come mai non era stata.
“Grazie...”
Pioveva forte fuori. Il giornalaio cercava di limitare i danni portando dentro al suo chiosco i quotidiani nel minor tempo possibile. Le mamme con i bambini correvano velocemente verso casa, solo gli operai non potevano fare altro che continuare a lavorare. Erano pagati per quello.
“Lo spettacolo della vita ci viene mostrato ogni giorno, eppure noi non ce ne accorgiamo. Vita è tutto questo e molto di più... ma la gente di oggi è troppo indaffarata per accorgersene. La vita è anche una ginestra gialla che spunta dopo un'eruzione vulcanica, tra la cenere. È un bruco che dopo molte settimane diventa farfalla e – perché no – un robot che si rende conto di essere ancora una ragazza. Non dobbiamo confondere ciò che è vivo con ciò che è biologicamente vivo. Sono due concetti diversi. Anche le luci dei lampioni sono vita. Il fumo che esce dai comignoli è vita.”
Nel bar di fronte al palazzo si stava radunando una discreta folla. Erano membri del comitato contro lo sviluppo delle macchine pensanti.
“Osserva. Questo è un periodo di crisi. Stipendi bassi, tassi di disoccupazione alle stelle, espropri... Di cosa ha bisogno la gente in una situazione come questa?”
“Di un nemico?”
“Esatto. È una strategia politica perfetta. Solo in questo modo puoi tenere sotto controllo la popolazione, convogliando le loro tensioni interne verso un nemico esterno. Ovviamente, gli ignoranti e le menti semplici sono i primi ad esserne influenzati. Poi vengono gli operai che hanno paura di perdere il posto di lavoro a favore delle macchine, i genitori che temono per i loro figli, i dirigenti che temono di essere sostituiti...”
La folla sbraitava come un animale ferito. Il rumore delle discussioni arrivava fino alla sua finestra.
“... ed ecco che una goccia d'acqua diventa un fiume in piena.”
L'uomo si allontanò dalla finestra. Il droide lo seguì in silenzio.
“Vedi, Lea... un fiume in piena può sempre essere fermato: basta costruire argini della misura giusta. Può essere faticoso, certo, ma non impossibile.”
Il campanello dell'ingresso principale suonò ripetutamente, annunciando visite. XC-21 aprì la porta di casa. Un uomo con i capelli neri leggermente brizzolati entrò accompagnato da un ragazzo di circa vent'anni. Era biondo e aveva gli occhi azzurri. Era suo figlio? La somiglianza non era poi così evidente. L'uomo si guardò attorno in cerca del suo ospite, invano. Non riuscì a scorgere nient'altro che il robot di servizio. Mi avevano detto che era un tipo strambo. Si fece coraggio e provò a chiamarlo.
“Dottor Mavelius? Piacere. Mi permetta di presentarmi, mi chiamo Jason Aiample. Sono il proprietario e cofondatore delle AH Industries. Questo è mio figlio Alec.”
“Accomodatevi. Sarò da voi tra un attimo.”
Lo scienziato entrò nella sala, il viso coperto da una maschera bianca, probabilmente di lega ceramica, priva di lineamenti. Due strette fessure per gli occhi sembravano l'unica cosa in grado di rompere la sua uniformità. Alec la trovò inquietante.
“Desolato di dovervi nascondere il mio volto ma è decisamente uno spettacolo che preferirei evitare.”
“Incidente?”
“Se così possiamo chiamarlo...”
Mavelius si sedette al tavolo. Jason ed il figlio lo imitarono.
“Dunque alla fine sei riuscito a coronare il tuo sogno...”
L'uomo fu sorpreso.
“Mi conosce? Strano, non mi sembra di averla mai vista prima d'oggi...”
“Ne parleremo dopo, adesso dobbiamo discutere dell'accordo.”
“Mi sembra giusto.”
XC-21 portò tre tè caldi per il suo padrone ed i suoi ospiti. Alec ringraziò l'elegante creatura di metallo, poi prese la parola.
“Il suo nome è molto noto nell'ambiente. Molti parlano di lei come del più geniale progettista di robot del secolo. Le sue creazioni sembrano vive. Anche il suo droide di servizio...”
“Con una sottile differenza. Lei è viva. Ed è questo il problema.”
“Si spieghi meglio.”
“Voi avete appoggiato pubblicamente la proclamazione di una legge contro lo sviluppo dei robot. Perché?”
Jason intervenne con furore.
“Vede quegli scalmanati là fuori, vero? Hanno già tentato quattro volte di sfondare i cancelli del nostro stabilimento. La magistratura ha aperto un fascicolo un'inchiesta per verificare la fondatezza delle loro accuse. Cos'altro potevamo fare? Avrebbero distrutto tutto, altrimenti!”
“Il fuoco dell'ira non ha bisogno di altro carburante, a quanto pare...”
“Bella frase... non l'avevo mai sentita. È sua?”
Mavelius rise divertito.
“No, è di mia sorella Lea. In questo momento non c'è... abita abbastanza lontano.”
Il vassoio con la teiera cadde di mano ad XC-21. Imbarazzatissima, lo raccolse subito scusandosi con i presenti, poi si rifugiò in cucina.
“Veniamo al dunque, signor Aiample. Sono stato sollevato dall'incarico dopo aver progettato la linea Proton 24. Per quale motivo volete che ritorni a lavorare per voi?”
“In quel periodo lei era considerato collaboratore esterno. Deve aver preso contatti con il mio socio. Adesso le stiamo offrendo un posto fisso.”
“La ringrazio della proposta... ma prima voglio delle garanzie.”
Jason si fece scuro in volto.
“Di che genere?”
“Lo sviluppo dei robot non deve essere limitato per legge. Se vogliono, inseriscano pure le famose leggi di Asimov7, ma non vadano oltre. Queste sono le condizioni.”
“Mi spiega come diavolo...”
“Basterà dimostrare che un robot si può spegnere in qualsiasi momento. Questo lo renderà uno strumento o poco di più. La gente si tranquillizzerà e da un giorno all'altro si sarà dimenticata delle tensioni. Tutto qui.”
Alec sorrise.
“Un bel piano, dottor Mavelius. Dovrebbe dedicarsi alla politica.”
Jason si alzò dal tavolo.
“Devo parlarne con i miei soci. Quando possiamo vederci di nuovo?”
“Ogni giorno per me va bene.”
“Avrete presto mie notizie, dottore.”
L'uomo si fermò un attimo sull'uscio di casa.
“A proposito, non le ho chiesto qual è il suo nome completo...”
“Vladenek. Vladenek Mavelius.”
Jason ebbe come un sussulto. Salutò educatamente, prese suo figlio e uscì. Mavelius osservò divertito la situazione. Gli aveva fornito un indizio importante per ricollegarlo al suo passato.
XC-21 si era rannicchiata in cucina. Avrebbe voluto piangere.
Piangere dalla gioia.
Interludio 8 – Sviluppo
“Le AH Industries si dichiarano disponibili a trovare un accordo con i manifestanti sul tema da essi contestato. È nota l'avversione per le macchine ed il loro sviluppo, ma esse sono solamente strumenti, non potranno mai rimpiazzare l'uomo. Per quanto lo sviluppo delle stesse sia la principale preoccupazione dell'industria in oggetto, sarebbe contrario alla nostra etica e controproducente costruire droidi simili ad esseri umani, droidi capaci di pensare come noi. Non è assolutamente comprensibile un atteggiamento di questo tipo. Deve esistere una sorta di controllo sull'attività meccanica. Non possiamo pensare di poter progredire senza alcun limite. Su questo punto siamo d'accordo con i manifestanti. Il limite supremo sono le emozioni: se un robot potesse provare emozioni, allora esso non sarebbe più un semplice automa, ma un essere assimilabile ad una creatura biologica. A quel punto, che diritto avremmo noi di spegnerla? Nessuno. Ed e proprio per questo che ci impegneremo affinché nessun progettista abbia la malsana idea di umanizzare gli androidi. Qualsiasi robot che sarà trovato positivo ai test elaborati dall'azienda, sarà deassemblato prima di essere attivato. È un impegno che la AH Industries promettono di mantenere. Noi lavoriamo per dare all'uomo un futuro, non per fare in modo che in futuro non ci sia più un uomo. Ci impegniamo fin d'ora a mantenere la parola data. Il mondo è dell'uomo, non delle sue creature e mai lo sarà. Tornate a casa tranquilli. Non c'è più alcun motivo per protestare. Vedrete che troveremo un accordo che soddisferà entrambe le parti in causa.”
– comunicato stampa delle AH Industries – 20/12/2010
8. Kauniita unia8
Axen si era integrato bene nell'ambiente famigliare. Hiro e Jake lo consideravano come uno zio acquisito. Kia era contenta di averlo conosciuto. C'erano voluti un paio di anni, ma alla fine era riuscito a conquistare anche la sua fiducia. Era diventato più di un amico. Con lui riusciva a sfogarsi liberamente, ogni sera la ascoltava fino a tardi, raccoglieva le sue lacrime, la rincuorava con la sua voce calda e amichevole. Era un angelo, un angelo sceso dal cielo. Un angelo di cui non sapeva nulla se non il nome. Ogni volta che cercava di raccontare qualcosa della sua vita passata, veniva come bloccato da una mano invisibile, una mano che impediva alle parole di uscire, stringendogli la gola. Forse era egli stesso a non volerne parlare. Temeva di ferire la sensibilità della ragazza? Passava gran parte del suo tempo a leggere. Leggeva di tutto, come se avesse voluto mantenere i contatti con il mondo dei vivi. Un mondo che non gli apparteneva più. Non mangiava. Non beveva. Non dormiva, non ne aveva bisogno: era sempre vigile e in attesa. La curiosità della ragazza cresceva ogni giorno, era sempre maggiore. Avrebbe voluto saperne di più, su quell'angelo caduto, quel suo tenebroso custode tornato dagli inferi.
Una sera non riuscì più a trattenersi.
“Come sei morto?”
“Scusami?”
“È una domanda. Come sei morto, Axen?”
“Perché devi ricordarmi che non sono più un essere umano?”
“Pura curiosità. Tu hai cambiato la nostra vita, ma non so assolutamente nulla di te.”
“Mi dispiace, non posso rivelarti nulla. Ordine di Saìl. Non posso rifiutarmi di obbedire.”
Kia non si arrese.
“Puoi dirmi qual è esattamente l'ordine?”
Axen sospirò.
“Non puoi di tua spontanea volontà raccontare fatti che riguardino la tua persona com'era prima della morte. Ti è solo concesso di parlare in modo generico di avvenimenti secondari che in nessun modo possano rivelare la tua identità precedente.”
Kia sorrise.
“Quindi sei libero di confermare o smentire quello che dico!”
“Scusa?”
“Nessuno ti vieta di rispondere a delle domande che richiedano un semplice sì.”
Axen la guardò sorpreso.
“In... in effetti...”
“Dai, cosa ti costa? In fondo non racconti nulla!”
Aveva ragione. Per come l'ordine era stato strutturato, nessuno gli impediva di agire in quel modo. “Va bene. Allora, inizia pure con le domande, forza...”
“Eri americano?”
“Sì.”
“Sei morto giovane?”
“Sì.”
“Ragazzo o ragazza?”
“Ehi! Ti sembra che io abbia una voce da donna?”
Kia rise di gusto.
“Volevo provocarti! Continuiamo... Avevi molti amici?”
“Sì.”
“Perfetto! Ora passiamo a domande più precise...”
Axen deglutì a fatica.
“Mi conoscevi quando eri in vita?”
Doveva aspettarsi quella domanda infame.
“Devo proprio rispondere?”
“Guarda che lo prendo come un sì...”
“Ok, va bene! Sì, ti conoscevo!”
Axen aveva quasi gridato l'ultima risposta.
“Per... per favore... basta per ora, ok? Mi stai facendo soffrire parecchio...”
La sua voce era quasi un sussurro. Kia gli mise una mano sulla spalla.
“Scusami. Non volevo arrivare a questo punto...”
La ragazza osservò i libri che aveva davanti.
“Cosa stai studiando?”
“Lingue straniere. Saìl ha intenzione di utilizzarmi come jolly, per cui devo documentarmi...”
“Su cosa sei fermo adesso?”
“Finlandese. Una lingua tremenda! Non assomiglia per nulla all'inglese... il vocabolario è pieno di termini orrendi!”
“Questo perché non la conosci abbastanza.”
“Se lo dici tu...”
Kia tornò in cucina. Evidentemente aveva messo il suo custode in imbarazzo. Non lo aveva fatto apposta, voleva solo cercare di fare un po' di conversazione. Il telefono squillò.
“Pronto? Qui 555-38228.”
“Sono Saìl.”
La sua voce non preannunciava niente di buono.
“La situazione è disastrosa, qui. Dawnner ha appena sventato una congiura ai miei danni.”
Per poco la cornetta del telefono non le cadde dalla mano.
“Ti sto chiamando da una cabina telefonica. Se succedesse qualcosa, metti al sicuro Jake, chiaro? Non gli deve succedere nulla.”
“E Hiro?”
“Se hai tempo, porta in salvo anche lui.”
“Saìl! Cosa significa?”
“Ho paura, tutto qui. Evita di metterti nei guai...”
Il tono di voce cambiò all'improvviso, da calmo e impassibile a timoroso.
“Hai già fatto il test di gravidanza? Sai com'è, solo per sapere se diventerò padre per la terza volta...”
“Non ancora, le farmacie erano chiuse. Lo faccio domani, va bene?”
Il tono di voce tornò freddo.
“Ok, ci vediamo. Non aspettarmi stasera, starò via fino a quando non avrò risolto tutto quanto. A dopo.”
Kia riattaccò. Sperava vivamente di non essere di nuovo incinta. Aveva già abbastanza problemi. Diede da mangiare ai suoi figli, poi tornò da Axen. Era il momento di sfogarsi.
“Aiutami, ti prego...”
L'Ombra sollevò la testa dai libri.
“Dimmi, cosa posso fare per te?”
“Non ce la faccio più! Saìl... Saìl tiene solamente a Jake. Per lui, Hiro è solamente un incidente di percorso... dice che sarà Jake a sostituirlo quando verrà il momento adatto. Non voglio che succeda! Ti prego, Axen... aiutami!”
“Non posso farci niente.”
“Non conosci nessuno che possa darmi una mano?”
Axen si fermò un attimo a pensare. Lui conosceva la persona adatta, ma come avrebbe potuto farlo capire a Kia senza rivelare nulla del suo passato? All'improvviso fu folgorato da un'idea luminosa.
“Sì, lo conosco. Non posso dirti il suo nome, posso solo fartici arrivare!”
“In che senso?”
“Ricomincia a farmi domande! È l'unico modo!”
Kia deglutì.
“Lo conosco?”
“Sì!”
“Abita qui in città?”
“Sì, esatto!”
Kia si fermò.
“Come faccio? Come faccio a farti domande su una persona se non ho nemmeno idea di chi sia?”
La ragazza iniziò a piangere in modo sommesso.
“Chiedimi qual è il suo autore preferito!”
“Cosa?”
“Chiedimi qual è lo scrittore di cui ha letto tutti i libri! Forza!”
“Non capisco...”
“Chiedimelo, ti prego!”
Kia si fece coraggio.
“Qu...qual è il suo scrittore preferito?”
Axen sorrise sotto la maschera.
“Asimov.”
“Vladenek?”
“Sì.”
“Ma come...”
“È l'unica persona abbastanza intelligente da poterti aiutare.”
“Domani... lo andrò a cercare. Grazie...”
La ragazza trovò il coraggio per porgli un'ultima domanda. Era solo un presentimento, una sciocchezza forse, ma se non glielo avesse chiesto si sarebbe sentita in colpa per il resto dei suoi giorni.
“Sei... sei Alex, vero? Tu... tu sei Alexander Zender, non è così?”
Axen rispose con voce bassa.
“Sì.”
Kia lo guardò negli occhi e lo prese per mano.
“Ti sono sempre... piaciuta, vero?”
“Non... non posso negarlo.”
“È stato difficile non potermi raccontare nulla?”
“Non immagini quanto...”
Kia si avvicinò e lo abbracciò.
“Mi ami ancora?”
Axen strinse la sue braccia attorno a lei.
“Sì.”
Di sicuro era sbagliato. Tremendamente sbagliato. Ciò nonostante, nessuno dei due riuscì a farsene una colpa. L'Ombra accarezzò la fronte della ragazza addormentata.
“Kauniita unia, Kia... Dormi bene... Dormi anche per me.”
Nove mesi dopo nacque Kasumi, terzo frutto dell'amore tra Kia e Saìl.
E prima figlia di Alex.
Interludio 9 – Ombre
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Le Ombre sono sottoposte al totale controllo dell'Imperatore. Nessuno può discutere le decisioni dell'Imperatore, eccetto il Primo Consigliere. Il rango di Imperatore non è e non sarà mai ereditario.
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Le Ombre possiedono un corpo materiale che è assimilabile in struttura al corpo umano e di esso imita le funzioni fisiologiche. Tale corpo non abbisogna di alcun tipo di sostentamento, eccetto l'oscurità prodotta dal Cuore. Per tale motivo, nessun dannato del Regno può sopravvivere al di fuori di esso per più di trenta giorni.
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Le Ombre non possono uscire dal Regno senza l'autorizzazione diretta dell'Imperatore o di un suo delegato.
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Le Ombre possono avere figli da relazioni con esseri umani. Ciò nonostante, essendo tali creature composte in parte da ombra, sono dalla nascita assoggettate al controllo dell'Imperatore, anche contro la volontà del genitore umano. Tali individui possono modificare la propria età apparente ma alla loro morte saranno destinati al Regno a meno che la loro condotta, a discrezione del Giudice dell'Oltremondo, non sia ritenuta sufficiente per essere reinseriti nel ciclo vitale.
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L'articolo 2. non si applica agli individui nati in questo modo, in quanto essi possiedono corpo umano. Per essi è necessario un sostentamento proprio della specie di appartenenza.
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Un'Ombra può essere dichiarata Redenta e reinserita nel ciclo vitale se raggiunge, tramite l'aiuto dell'Imperatore o dei suoi delegati, i requisiti necessari. Tali requisiti sono fissati al momento della morte fisica e variano da soggetto a soggetto.
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Condizione necessaria e sufficiente perché un'anima sia deviata nel Regno è la sua totale incapacità decisionale in vita o una sua esplicita richiesta al Giudice dell'Oltremondo.
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Il Regno rappresenta un'alternativa alla detenzione nel Limbo. In tal caso, i requisiti di Redenzione saranno fissati dal Giudice in carica nell'Oltremondo al momento del trapasso dell'anima.
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L'Imperatore può annullare in qualsiasi momento la qualifica di Redento prima che l'anima sia reinserita nel ciclo vitale. In tal caso, Egli deve presentare valide motivazioni in supporto alla sua decisione.
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Il Regno si fonda sul Cuore. Se il Cuore cessa di funzionare, il Regno svanisce con tutti i suoi occupanti.
– Principali punti del Regolamento interno del Regno dei Dannati
9. Il cerchio
Suonò il campanello della porta. Jason era estremamente puntuale. Non aveva ritardato di un minuto.
“XC-21, falli entrare...”
L'uomo si fece strada all'interno dell'appartamento, seguito dal figlio. Dietro di loro comparve anche una ragazzina bionda che avrà avuto sì e no la stessa età di Alec.
“Buonasera, dottor Mavelius.”
“Non penso di avere l'onore di conoscere questa ragazza... è sua figlia?”
“Sì, si chiama Ann. È la gemella di Alec. Ho pensato che potesse essere interessante anche per lei ascoltare questa trattativa.”
“Ormai siete di casa qui... Accomodatevi pure.”
Mavelius schioccò le dita. XC-21 portò una sedia in più per la nuova arrivata.
“Vuoi qualcosa da bere?”
“No, grazie...”
“Non essere così timida.”
Il padre la rimproverò con un tono abbastanza autorevole.
“Lasci stare, signor Aiample. Chiunque veda la mia maschera di persona per la prima volta rimane in soggezione. Dedichiamoci al vero motivo di questo incontro. È riuscito ad ottenere quello che le ho chiesto?”
“Le AH Industries promuoveranno una manifestazione pubblica in cui il nuovo modello della linea Proton verrà attivato e disattivato a più riprese. In questo modo la gente si convincerà del fatto che i robot sono innocui...”
“Eccellente. Ad ogni modo, gradirei assistere a tale dimostrazione. Qualcuno potrebbe cercare di sabotare l'automa in modo che non risponda ai comandi.”
“Ci abbiamo già pensato. Il luogo sarà reso pubblico solo il giorno stesso. Ogni singolo pezzo del robot sarà controllato da me personalmente dieci minuti prima del collaudo.”
“Direi che posso ritenermi soddisfatto.”
“Accetta quindi di lavorare per noi?”
“In effetti vorrei chiedere ancora una cosa...”
Alec perse la pazienza.
“Insomma! Abbiamo già messo in piedi questo stupido teatrino per venirle incontro, mettendo in gioco l'immagine dell'azienda! Cos'altro può volere da noi?”
“Che manteniate un segreto.”
Jason ebbe come un sussulto.
“Ovviamente saprete che Mavelius è un nome d'arte. Al momento dell'assunzione, per compilare i documenti, dovrete giustamente utilizzare il mio vero nome. Vi chiedo di tenervelo per voi.”
“Criptare l'accesso al file?”
“Esatto.”
“Va bene, garantisco che sarà fatto.”
“La ringrazio. Mi fido della sua parola.”
“E... quale sarebbe questo nome?”
“Vladenek Kras'ilič.”
Jason tornò con la mente a trent'anni prima, al battesimo del secondo figlio di Saìl, a sua moglie, Ayumi Hibara, all'amico del padrino del bambino. Era la stessa persona?
“Non è possibile. Lei... lei è veramente QUEL Vladenek Kras'ilič?”
“Ufficialmente morto in un incidente d'auto, lo stesso in cui è morta Kia. I documenti ufficiali mentono. Sono sopravvissuto.”
“Difficile da parte mia crederlo...”
“Mi faccia una domanda a cui solo Kras'ilič sarebbe in grado di rispondere ed io le risponderò.”
“Cosa mi ero chinato a raccogliere il giorno del battesimo di Jake Takara?”
“Un orologio.”
Jason sorrise.
“Allora è vero...”
Anche Mavelius sorrise.
“Un cerchio si è chiuso. Quel giorno, entrambi progettavamo di costruire i primi automi avanzati. Dopo trent'anni, ci incontriamo nuovamente per discutere dello stesso argomento...”
“I tuoi figli assomigliano molto di più a tua moglie che a te... Mi ricordano molto Kia.”
“È vero, non posso assolutamente negarlo.”
Alec tagliò corto e porse la mano.
“Allora, benvenuto nelle AH Industries, dottor Kras'ilič.”
Mavelius si alzò dal tavolo e la strinse. Ann osservò i movimenti quasi meccanici del braccio destro dell'uomo. Evidentemente l'incidente a cui aveva accennato aveva lasciato segni indelebili. Al pensiero che il suo corpo avesse alcune giunzioni meccaniche, divenne bianca in volto. Mavelius lo notò immediatamente e ritrasse la mano.
“XC-21! Porta dello zucchero, la ragazza sta svenendo! Aiutala ad accomodarsi in camera da letto, presto!”
Il droide sostenne la ragazza e la sdraiò sul letto. Jason ed Alec volevano raggiungerla, ma lui li fermò.
“Non serve che andiamo tutti di là. Il mio droide sa come comportarsi in questa situazione. Fidatevi di me.”
“Va... va bene.” Alec era riluttante all'idea di lasciare la sorella con un robot, ma non era lui il padrone di casa.
Ann si riprese lentamente.
“Grazie... stavo proprio per collassare.”
“Cosa ti ha impaurita così tanto?”
“L'incidente che ha coinvolto il tuo costruttore. Deve essere stato tremendo.”
“Io so come è andata, me l'ha raccontato lui in persona e ti assicuro che è un miracolo che sia sopravvissuto.”
“Ha delle parti meccaniche nel suo corpo?”
“Sì. Il braccio destro e parte del tronco.”
Ann ebbe un secondo principio di svenimento. XC-21 la fece sdraiare di nuovo, scocciata.
“Scusami, perché mi fai queste domande se poi non riesci a sostenere il peso delle risposte?”
“Sono troppo curiosa, eh?”
“Sì. Dovresti pensare prima di aprire bocca.”
“Come è successo?”
“Prego?”
“Volevo chiederti... per quale motivo... è morta Kia? Era mia... zia. Vorrei sapere cosa le è successo. Mio... padre non ha mai voluto dirmi nulla a proposito.”
XC-21 sospirò.
“Kia era andata a trovare il mio padrone nella sua casa fuori città per discutere di alcuni problemi legati a Saìl. Sai chi è Saìl, vero?”
“Sì, sì... l'ho conosciuto.”
“Sembra che al ritorno, mentre il mio creatore la stava riportando indietro in macchina, un masso si sia staccato da un costone di roccia e abbia centrato in pieno la vettura. L'auto terminò la sua corsa contro un guardrail, impattando a forte velocità. Tutto qui.”
“Mi basta sapere questo, grazie. Non voglio venire a conoscenza di altri dettagli.”
Lo sguardo della ragazza era cupo.
“Non volevo sconvolgerti...”
“Scusami... Kia è stata come una madre per me. Ogni volta che ci penso...”
“Ti capisco.”
Ann la osservò stupita.
“Certo che sei ben strana per essere un robot! È come parlare ad una persona vera. Non pensavo che Mavelius fosse riuscito a spingersi così avanti!”
“Ne sono lusingata, ma sono un esemplare unico... Sarebbe antieconomico produrre in serie la mia struttura.”
“Capisco...”
Un'ora dopo, Jason salutò il dottor Mavelius ed uscì con i suoi figli.
“Alla fine ha siglato l'accordo con le AH?”
“Sì. Mi hanno fatto una buona proposta.”
“E per quanto riguarda la mia condizione?”
“La dimostrazione progettata da Jason non mi convince. Provvederò in un altro modo dopo aver finito di tradurre il manoscritto, te lo prometto. Ho una mezza idea...”
L'uomo sembrava preoccupato.
“Cosa succede, padrone, qualcosa la turba?”
“No, nulla... solo una sciocchezza... Alec assomiglia terribilmente a qualcuno che ho conosciuto...”
“Si riferisce forse a...”
“Sì. Esattamente a lui.”
Alec si sentiva spiato. Qualcuno stava osservando i loro spostamenti.
“Abbiamo qualcuno alle spalle.”
Jason rise di gusto.
“Lo so.”
Poi si rivolse verso il cielo
“Dai, vieni giù, ci siamo accorti della tua presenza!”
Un'Ombra scese nel vicolo.
“Ho fatto troppo rumore, eh?”
Axen squadrò rapidamente i tre componenti della famiglia.
“Non ti ringrazierò mai abbastanza per quello che hai fatto per me dopo la scomparsa di entrambi i loro genitori...”
“Tu cosa avresti fatto al posto mio?”
“Forse avrei agito allo stesso modo.”
Axen si rivolse ai ragazzi.
“Kasumi... Jake...”
La sua voce era tremante.
“Dovrete restare nascosti ancora un po'. La caccia è ancora aperta. D'altronde... siete i figli di Kia e...”
Si interruppe per un lungo attimo.
“Saìl.”
“Stai tranquillo, nessuno li verrà mai a cercare a casa mia.”
“Sei l'unica persona a cui potevo rivolgermi, dal momento che credevo ciecamente nella morte di Den.”
Alec lo fissò negli occhi.
“Tu sai tutta la verità su quello che è successo, non è così?”
“La verità fa male, Jake, è un mostro maledettamente difficile da gestire. Spunta fuori quando meno te lo aspetti e non sempre corrisponde alla nostra visione della vita. Certe volte è meglio che la verità rimanga sepolta e non torni a galla. Provoca sofferenze oltre ogni immaginazione venire a conoscenza di certe cose. Parlo per esperienza diretta.”
“Ne terrò conto.”
“Ora vi devo lasciare. Devo obbedire agli ordini del nuovo Imperatore.”
“Interpretandoli, come di tuo solito?”
“Nessuno me lo impedisce.”
“Ci vediamo, allora!”
“Ciao, Axen!”
L'Ombra svanì in un lampo nero. Si rimaterializzò sul tetto del palazzo, osservando dall'alto i due ragazzi, in particolar modo Kasumi.
“Ogni giorno che passa sei sempre più simile a tua madre... sarebbe contenta di vederti così cresciuta, oggi.”
Una stella cadente, quasi una lacrima del cielo, accompagnò il suo sguardo verso il buio dell'universo.
Interludio 10 – Incidente
13/04/1994
Alla cortese attenzione del prefetto,
Alle 22.35 di questa notte una Ford Fiesta targata DEN16249 è stata trovata quasi completamente distrutta contro un guardrail della strada litoranea. Il guidatore, identificato come Vladenek Kras'ilič, è in condizioni disperate. È stato trasferito d'urgenza all'ospedale più vicino tramite elicottero. La dinamica dell'incidente non è chiara per il momento. Sembra che all'origine di tutto vi sia il distacco di un masso dalla rupe sovrastante. Il guidatore non sembra aver bevuto nulla, il tasso alcolemico è praticamente 0, secondo le prime analisi. Rischia di perdere un braccio. I testimoni affermano di aver visto un incappucciato fermo in mezzo alla strada che avrebbe costretto l'auto a virare bruscamente e ad essere colpita dalla roccia in caduta. Gli stessi testimoni raccontano di aver visto l'individuo sparire in un lampo nero ad incidente avvenuto. Restano dubbi sull'effettiva presenza di tale persona sul luogo del disastro, così come sulla presenza di una seconda vittima sull'auto distrutta. Secondo le prime ricostruzioni, sul sedile del passeggero era seduta una ragazza bionda che sarebbe in un secondo momento scomparsa insieme all'incappucciato. Non vi è nessuna prova per confermare questa versione, nonostante il guidatore continui a chiedere notizie su una donna di nome Kia Hibara che, a suo dire, era con lui al momento dell'incidente. Non è stato trovato alcun cadavere e non è nemmeno possibile che si stata sbalzata fuori dall'abitacolo dall'impatto. I danni riportati ai finestrini escludono quest'ultima possibilità. Il caso sarà probabilmente archiviato come un fenomeno di allucinazione collettiva, per cui non è a mio pare il caso di mobilitare una squadra di ricerca.
Con rispetto,
(documento firmato)
10. Luce nelle tenebre
Mavelius svegliò il suo droide in anticipo. Erano solo le cinque del mattino.
“Lea, mi dispiace riattivarti così presto, ma ti devo parlare. Ho finito di decifrare il manoscritto!”
Era visibilmente eccitato, ma allo stesso tempo preoccupato.
“La ascolto padrone, mi dica...”
“Vieni nel mio studio, per favore. Lì ti racconterò tutto.”
XC-21 era impaziente. Se grazie al solo venti percento del documento era riuscito a convogliare la sua anima in un corpo meccanico, chissà cosa sarebbe stato in grado di fare con una traduzione completa. Razaf si era svegliato in quel momento e la stava seguendo. Mavelius sorrise vedendo anche il gatto. Non portava la solita maschera, mostrava il suo volto sfregiato con un po' di timore. Iniziò a parlare con un tono sommesso, come se avesse incontrato un amico che non vedeva da anni.
“Finalmente il segreto è svelato. Questa è la mappa alchemica che dà le istruzioni per costruire il Cuore, quello che tiene in vita il Regno dei Dannati. Riesci ad immaginarlo? Un congegno capace di attirare a sé le anime e produrre oscurità, se così possiamo chiamarla... in pratica converte la luce in tenebre. Il primo prototipo poteva funzionare una sola volta, ed è quello che ho utilizzato per costruire te. Nel resto del documento è spiegato passo passo il procedimento di creazione, con tanto di informazioni tecniche, componenti e composti necessari. Un uomo capace di creare una cosa del genere doveva essere un pazzo... o un genio. Forse non riesci a rendertene conto, ma grazie al Cuore io potrei costruire un'alternativa all'aldilà, governata da altre regole! Diventerei un dio!”
Mavelius fece una lunga pausa.
“...ma non è questo quello che voglio. Il mio scopo era rendere le macchine più umane possibili, non trasformare i morti in burattini. Credo che questi trent'anni siano stati sprecati nel modo peggiore possibile. Non mi è servito a nulla decifrare questo documento.”
“Ha aperto le porte della sua conoscenza, padrone... lei ora ha una visione incredibilmente aperta e completa del mondo. Riesce a notare cose che nessun altro riesce a capire.”
“Vero, ma sono comunque al punto di partenza. Se anche costruissi il Cuore, esso non farebbe altro che attirare indiscriminatamente anime perdute. Certo, darei loro la possibilità di tornare in vita, ma a che prezzo? Essere considerati dei mostri o essere smontati da idioti contrari al progresso come i membri del comitato contro lo sviluppo indiscriminato delle macchine. Questi appunti sono pericolosi. Se cadessero in mani sbagliate...”
XC-21 fu presa dal terrore.
“Cosa vuole fare?”
Mavelius aveva uno sguardo spento e triste.
“Distruggere il documento e la mia traduzione. Non posso fare altrimenti. Nessuno deve venirne a conoscenza.”
“Perché Saìl ha fatto in modo di farle avere questo manoscritto?”
“Il Cuore non dura per sempre. È una macchina straordinaria, certo, però è pur sempre una macchina. Saìl lo sapeva e sapeva anche che io sarei stato la persona adatta a costruirne uno nuovo. Lui conosceva la lingua in cui era scritto.”
“Non credo di capire... perché non darle subito la traduzione?”
“Per tenermi impegnato. Finché avessi lavorato per comprendere il significato di quelle parole, non mi sarei occupato di Kia e di lui, di tutte le sue macchinazioni, del Regno in generale... tanto poteva permettersi di aspettare. Le Ombre possono variare a piacimento la loro età apparente, la loro esistenza è vincolata solo al Cuore. Se esso muore, svaniscono tutti coloro che da esso traggono nutrimento.”
“Vuole... proprio eliminare ogni documento? Tutte le testimonianze del suo lavoro? Ne è proprio convinto?”
“Non mi rimane altra scelta.”
XC-21 sembrava triste.
“Ha speso tutta la sua vita dietro a questo progetto... non le sembra esagerato? Voglio dire... a cosa si dedicherà adesso? Dovrà ripartire da zero...”
“Non ne ho paura. Sono caduto molte volte ma mi sono sempre rialzato.”
“Almeno, renderà pubblico quello che ha scoperto sull'Oltremondo?”
“No.”
“Per quale motivo?”
“Lea... la gente ha bisogno di qualcosa in cui credere, è intrinseco nella natura dell'uomo. La morte fa meno paura se la puoi affrontare con la convinzione che dopo vi sia una vita eterna. Credere in un dio buono che vuole il tuo bene e ti aiuta nei momenti di bisogno è un incredibile sostegno morale. Se io rivelassi la vera natura dell'aldilà, per prima cosa sarei bollato come eretico e probabilmente non sarei creduto. Nell'ipotesi che la mia visione fosse accettata, distruggerei le speranze e le idee di metà della popolazione mondiale. Immagina, miliardi di individui consci del fatto che la loro vita è solo un anello di una catena infinita di morti e rinascite. Nessuna pace per le anime.”
“Inizio a comprendere...”
“Non posso distruggere le speranze degli uomini solo perché conosco la verità. È un'idiozia. Ianuus di Ganno ci provò nel 1074 ma riuscì solo a raggruppare un manipolo di seguaci che costruirono il Regno assieme a lui. Nessuno diede loro retta, alcuni furono uccisi dalla folla in rivolta. Ha migliorato il mondo il suo tentativo di ristabilire la verità? Assolutamente no. Farei la sua stessa fine, diventerei la misera ombra di me stesso e probabilmente governerei su altre ombre di quelle che un tempo furono persone. Non ha senso. Ho deciso ormai. Proseguirò per un'altra strada, mi dedicherò alla costruzione di robot industriali che ricalchino quelli di Asimov. Non andrò oltre. L'uomo deve saper accettare i propri limiti. Aiutami a portare tutti questi fogli in giardino.”
Mavelius radunò delle sterpaglie e diede loro fuoco con accendino. Una dopo l'altra, le pagine che avevamo segnato la sua vita iniziarono a bruciare. Le Laudi di Ianuus, i dizionari, i documenti, le sue traduzioni, i suoi progetti, i suoi appunti... ridotti in fumo e cenere. Nelle vampe vermiglie rivedeva i volti di Alex, di Kia, di Jake, di Hiro, di Kasumi, di Saìl... Strano il destino. Saìl era stato ucciso da una congiura promossa da colui che per anni era stato il suo braccio destro. Evidentemente si era accorto della mostruosità di quell'uomo. Osservò i resti di ciò che aveva occupato le sue giornate per così tanto tempo. Rimaneva solo il manoscritto. Mavelius ne tenne una pagina per sé. Lo fissò a lungo, lo rilesse completamente. Nelle sue mani si trovavano gli ultimi trent'anni della sua vita. Lanciò nelle fiamme anche quegli ultimi ricordi e si fermò ad osservare in silenzio i bagliori scarlatti che distruggevano la possibilità di rendere eterno il Regno. Saìl aveva perso anche quella sfida. Si avvicinò al rogo e vi gettò dentro anche la maschera che aveva coperto il suo volto per dodici anni.
Tornò dal suo droide. XC-21 era visibilmente in apprensione.
“Cosa ne sarà di me, adesso? Le servo ancora?”
Den sorrise.
“Ho in mente qualcosa di speciale per te. Ho tenuto solo una parte dello scritto...”
“Cosa... cosa c'entra? Non parlava solo del Cuore?”
“Te ne accorgerai presto... non ti preoccupare.”
“Io non mi preoccupo, Vladenek... mi fido di te.”
L'uomo la fissò negli occhi.
“Alla fine sei riuscita a non chiamarmi padrone, eh? Meglio tardi che mai.”
I due si abbracciarono mentre il fumo della pira raggiungeva lentamente il cielo.
0. Rinascita
“...ed è con estremo piacere che vi presento il nuovo direttore della sede locale delle AH Industries... Vladenek Kras'ilič!”
Le parole di Jason furono seguite dall'applauso di tutto il consiglio di amministrazione. Grazie ai suoi progetti, la linea Proton 28 era decollata sopra ogni aspettativa. Den strinse la mano di Jason.
“Grazie dell'accoglienza, ma non ho fatto nulla di particolare...”
“Non fare il modesto! Le tue creazioni hanno sbaragliato la concorrenza.”
“A questo proposito sono io che devo ringraziare te. Il tuo medico di fiducia mi ha ridato un volto accettabile... è grazie a lui se sono qui con voi adesso.”
Den diede un pacchetto in mano al suo amico.
“Scartalo, è per te. Un piccolo segno di riconoscenza da parte mia.”
Jason lo aprì con calma e compostezza, ma una volta riconosciuto il contenuto della scatola, non riuscì a trattenere un'esclamazione di sorpresa.
“Un orologio identico a quello che... Come diavolo...?”
“Pensi davvero che io te lo dica?”
“Conoscendoti, sicuramente no...”
Risate, risate in libertà, per alcuni secondi di follia.
Jason tornò serio.
“Ho saputo che XC-21 è andato distrutto... mi dispiace davvero. So quanto ci tenevi.”
“Cose... cose che capitano. Preferisco non parlarne.”
“Perché non l'hai riattivata?”
Vladenek alzò lo sguardo verso il cielo.
“Le macchine si possono riattivare. Le macchine.”
Quelle parole furono sufficienti. Jason gli posò una mano sulla spalla e chinò il capo.
Un'ora dopo, Den lasciò la sala congressi. Ad attenderlo fuori c'era una graziosa ragazza dai capelli azzurri, intenta ad accarezzare un gatto.
“Buono, Razaf! A saperlo, non ti avrei portato con me!”
Den osservò divertito l'animale che cercava di divincolarsi.
“Lascialo fare, Lea. I gatti non sono abituati ad essere portati in braccio.”
La ragazza cercava in ogni modo di bloccare i movimenti del felino.
“Gli ci sono voluti quattro giorni per riconoscermi dopo che hai costruito questo rivestimento! All'inizio fuggiva spaventatissimo!”
“Prova a capirlo! È passato dal riconoscere un ammasso di cavi come padrona ad un essere umano!”
“Perché hai voluto darmi l'aspetto di una ragazza di ventidue anni? Non è molto credibile che io sia tua sorella, Den!”
“Lo pensi davvero? Non ci sono coppie che hanno figli anche a cinquant'anni al giorno d'oggi? Inoltre, volevo darti la possibilità di scegliere a che università iscriverti... La tua età attuale è adatta a questa circostanza, non trovi?”
Lea rise.
“Hai ragione! Ma come hai fatto per i documenti e tutto il resto?”
“Non è stato difficile, diciamo che sono stato aiutato... Ti va un gelato, ora?”
“Direi proprio di sì, fratellone!” I due si incamminarono verso il centro città.
“Ah... ancora una cosa, Den... Grazie.”
“Di cosa?”
“Di avermi dato la possibilità di crescere e modificarmi con gli anni. Sarò un perfetto essere umano!”
“Lo sei sempre stata.”
Den e Lea camminavano a braccetto. Axen era contento. Dall'alto del suo punto di osservazione aveva seguito la scena con attenzione. Si sedette sul tetto ed iniziò a leggere un libro. Dawnner comparse alle sue spalle.
“Tutto ok, Axen?”
“Tutto sotto controllo. Posso permettermi di svagarmi un po'.”
“Cosa leggi?”
Axen sorrise sotto la maschera.
“Asimov.”
Note
1 Il famoso Melting Pot, il Grande Crogiolo in cui tutte le culture straniere dovevano fondersi e lasciare spazio allo stile di vita americano. Questa fu la linea di pensiero dominante durante le grandi ondate migratorie del '900.
2 White Anglo-Saxon Puritan. Questo acronimo indica gli americani di origine inglese e religione protestante.
3 Ganno è una latinizzazione abbastanza rozza del toponimo Connaught ( ˈkɒnɔːt), che indica una delle quattro province dell'Eire.
4雲雀 (hibari) si traduce come “allodola”. La battuta è riferita al fatto che questo uccello ama portarsi in volo a qualche centinaio di metri di altezza per poi ritornare verso terra ad ali chiuse, riaprendole solo a poca distanza dal suolo.
5Ianuus (Giano) era il dio romano delle porte (ianuae), con cui condivide la radice latina del nome.
6 L'Intel 8080 fu uno dei primi microprocessori progettati e prodotti da Intel. CPU a 8 bit, fu messo sul mercato nell'Aprile del 1974 con un modello a 2 MHz, ed è considerato da quasi tutti come la prima CPU a microprocessore utilizzabile realmente.
7 Le tre leggi della robotica secondo Asimov sono le seguenti:
1. un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che, a causa della propria negligenza, un essere umano patisca danno.
2. un robot deve sempre obbedire agli ordini degli esseri umani, a meno che contrastino con la Prima legge.
3. un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la Prima o Seconda legge.
Nell'universo immaginato dallo scrittore, ogni automa è vincolato ad obbedire a queste regole senza eccezioni.
8 Espressione finlandese che può essere tradotta in italiano con “sogni d'oro”.
9 In America le targhe possono essere personalizzate a piacimento.