Ciclo dell'Artefice - L'Inizio e la Fine (2010)
Il Ciclo dell'Artefice è stato uno dei passi più importanti che ho compiuto mentre iniziavo a cimentarmi con la scrittura. Non è un'opera matura e il mio stile è a dir poco orripilante (troppi puntini di sospensione, maledizione al boia) ma, senza di questo, non avrei mai iniziato a riversare le mie idee su carte. Il ciclo è composto da sei storie, un preludio e due interludi. L'Inizio e la Fine è la conclusione del ciclo, connettendo tutti gli altri racconti assieme in un finale che si ricongiunge alla Genesi. Non un finale perfetto, ma degno della mia prima, acerba opera completa.
“Non è semplice raccontare a parole un mondo muto,
è impossibile risvegliare con immagini un mondo cieco...
ma per farlo può bastare
un'idea.”
– Anonimo
-10: Non è semplice
Le luci soffuse della stanza sembravano la cornice ideale per una cena tranquilla. Era la prima volta dopo parecchio tempo che Vladenek poteva permettersi di mangiare qualcosa assieme Lea. Il lavoro lo costringeva ad orari proibitivi, doveva aver accumulato qualcosa come ventisei ore di straordinario retribuito in due settimane... e tutto a causa di quel progetto. Un progetto folle, forse, ma molto, molto interessante. Assaporava lentamente lo stufato cucinato da sua sorella, tra mille pensieri e dubbi irrisolti. Non era per niente male, Lea ci sapeva fare ai fornelli.
“Dove hai trovato la ricetta? È squisito.”
La ragazza sorrise divertita.
“Non l'ho trovata, ho provato a reinterpretare un piatto tipico delle mie parti. Certo, non sono riuscita a trovare gli ingredienti giusti, ho dovuto inventare un po'... ma sono contenta che ti piaccia!”
Vladenek si incupì, solo per un attimo. Un piatto tipico delle mie parti. In effetti... non si era mai chiesto da dove provenisse effettivamente Lea. Non gli era stato possibile appurarlo: quando aveva convogliato la sua anima nel corpo di metallo aveva attivato un modulo di integrazione linguistica che le permettesse di esprimersi in un inglese abbastanza corretto, qualunque fosse la sua lingua natale. Il suo nome era quasi un mistero. Per quattro anni non era mai riuscito a dargli una risposta. Alla domanda chi sei rispondeva genericamente sono me stessa, tutto qui. Poi, senza alcun preavviso, aveva risposto in modo diverso. Lea. Non era un brutto nome, al contrario... ma perché tutta quella reticenza? Decise che non era né il luogo né il momento di preoccuparsene. Aveva ben altri problemi per le mani.
“C'è qualcosa che non va, Den?”
“Cosa te lo fa pensare?”
“Sei troppo silenzioso. Secondo me, stai pensando... e non riesci a smettere di farlo!”
Vladenek rise.
“Forse hai ragione... il lavoro mi sta distruggendo.”
“Cosa stai facendo di bello?”
“Top secret. Non posso dirti nulla.”
“Ne sei proprio, proprio sicuro? Secondo me, fra meno di due giorni saprò tutto... come al solito!”
“Pensi che non sia in grado di tenere un segreto?”
“Finché il segreto non diventa troppo grande, sì. Poi, devi per forza raccontarlo a qualcuno. Devo ricordarti cosa è successo con Paul?”
“Devo ricordarti che l'ho fatto per te?”
Lea si portò la mano al mento e fece finta di pensare a qualcosa di intelligente. Era buffa, non si poteva descrivere in altro modo.
“Cosa c'è, ora?”
“Ti sto imitando. Quando pensi hai esattamente quest'aria qui!”
Vladenek sospirò.
“Colpito e affondato. Sono troppo concentrato, eh?”
“Dovresti rilassarti di più. Cosa ne dici di parlare di qualcosa?”
“Tipo dei tuoi rapporti con Paul?”
“Forse era meglio se continuavi a pensare.”
La osservò con interesse.
“Per quale motivo, scusa? Ora mi hai incuriosito.”
Lea arrossì leggermente. Vladenek fu contento di vederla così. Era stato difficile permettere al suo viso artificiale di simulare alla perfezione le reazioni e le espressioni di un essere umano, ma il risultato era stato veramente notevole.
“Ti piace? È per questo che sei così rossa?”
“Temo che sia il contrario... io piaccio a lui... ma non so quanto lui possa piacere a me. Sono... confusa.”
Vladenek continuò a mangiare con calma e noncuranza.
“Se tu non lo fossi, sarebbe strano. Secondo me, il problema è diverso. Tu non sei confusa, hai semplicemente paura. Ti sei – per così dire – innamorata della persona che custodisce il tuo segreto più intimo... e non sai dartene pace. Tutto qui. Secondo me, devi solo lasciar perdere l'ansia e farti meno problemi. Mi ricordi me alla tua età.”
“Ehi! Io non sono una secchiona asociale, chiusa in me stessa, conscia di sapere le cose e desiderosa di isolarmi da un mondo grezzo e ignorante che non può capirmi!”
Vladenek sgranò gli occhi. Lo stufato gli andò quasi di traverso. Era stato veramente così? Forse prima di conoscere Alex e Kia... Scosse la testa. Quella dannata ragazza pungeva come uno scorpione.
“Punto a tuo favore. Ad ogni modo... tu cosa... provi per lui?”
“Paul è un tipo interessante. Non so come... descrivere meglio le mie sensazioni. Le parole spesso non sono abbastanza per trasmettere emozioni. Le immagini sono molto meglio, a mio parere.”
“Non sono d'accordo.”
“Bé, è solo che... quando comunicavo per immagini... era tutto molto più chiaro. Ci capivamo subito, al primo colpo, non dovevamo spiegarci, era tutto quasi... automatico. Da quando ho questo corpo, ho dovuto imparare a parlare. È stato scioccante, sai? Non ero abituata a farlo!”
“Certo, certo, continua a prendermi in giro!”
“No, sul serio! Non sto scherzando!”
La sua espressione si fece improvvisamente seria.
“Fino a sette anni fa, non conoscevo il significato delle parole. Nel posto da dove vengo non si usano.”
“Sarebbe?”
Sospirò.
“Come faccio a spiegartelo? Non so descriverlo senza... senza immagini. E non so disegnare. Sarebbe... troppo difficile.”
“E tutti i detti delle tue parti? Vuoi dirmi che te li sei inventati di sana pianta?”
“No, no... li ho solo... tradotti. Da immagini a parole. È questo il punto. Non sono in grado di convertire tutto, solo i concetti più semplici.”
Lea mandò giù un grosso boccone, senza quasi masticarlo. C'era qualcosa di diverso dal solito, in lei.
“Non mi hai mai raccontato le tue origini... e io non ti ho mai chiesto nulla a proposito. Vuoi parlarmene?”
“Posso provarci... ma sarà lungo e difficile. Non dico difficile da accettare, dopo che hai decifrato il manoscritto di Giano da Ganno direi che nulla può più sorprenderti... solo, non so se sarò in grado di descrivertelo.”
Vladenek era rapito da quella conversazione. Forse avrebbe dovuto cambiare argomento, forse non era il caso di parlarne in quel momento, eppure... non riusciva a fare a meno di ascoltare.
“Hai stuzzicato un po' troppo il mio interesse. Puoi... provarci?”
“Credo. Non è semplice... non saprei da dove iniziare. È un argomento troppo vasto e complicato.”
“Potresti incominciare dall'inizio. Aiuta molto.”
Lea sorrise con dolcezza.
“Nel mio caso, non si può parlare di inizio. Semplicemente, non esiste. Nessuno sa come sia nato tutto.”
“Va bene, allora cercherò di aiutarti ancora un po'. Prova a dirmi dove si trova casa tua... intendo dire, il luogo dove hai vissuto prima di morire.”
“Un po' distante da qui. Non so quanto, di preciso.”
“In un altro stato?”
“In un altro sistema solare.”
Vladenek non poté trattenere una risatina di scherno.
“Come no? Nella nebulosa di Andromeda ci sono molti pianeti abitati... immagino che vicino al tuo ci fossero diverse colonie di esseri rotondi rimbalzanti o lucertoloni bicolori, avidi di denaro e potere. Magari c'era anche Terminus, lì a fianco...”
“Non sto scherzando, Den!”
Si alzò e sbatté il pugno sul tavolo.
“Non ti sto prendendo in giro... non potrei mai farlo! Non così, almeno! Non ho ragione di mentirti!”
Vladenek arretrò istintivamente, lasciando cadere la forchetta dalla mano. La posata colpì il piatto, provocando un fastidioso tintinnio.
“Esiste un'altra Terra, un altro posto che ho chiamato casa per anni, un posto dove ho avuto dei genitori, degli amici, dei fratelli, delle sorelle... e dei figli! Un pianeta che mi ha tolto la vita quando avevo poco più di vent'anni, una madre crudele che non hai mai avuto rispetto dei suoi figli!”
Una lacrima le solcò il viso. Arrossì di colpo, senza nessun preavviso. Se ne accorse e cercò di nasconderlo, senza successo. Si sedette nuovamente a tavola, con tranquillità.
“Scusami. Non volevo alzare la voce, ma... non ho potuto fare altrimenti. Da troppo tempo mi tengo queste cose dentro, non ho mai raccontato nulla... a nessuno.”
Iniziò a singhiozzare, senza un preciso motivo.
“Mi sento... una perfetta imbecille...”
Vladenek si alzò e la raggiunse. Stava piangendo, come una fontana. Non l'aveva mai vista così triste, neppure quando era rinchiusa in quell'orribile agglomerato di cavi e piastre metalliche che era stato il suo corpo.
“Scusami, Den... scusami, non so cosa mi sia preso... ora... ora la smetto, okay? Ora parliamo di altro, va bene?”
“Se vuoi liberarti di questo peso, devi parlarne... e devi farlo ora.”
“Non penso di esserne capace, Den...”
“Se non ci provi, non lo saprai mai.”
Annuì.
“Va... va bene. Vorrei... vorrei mettermi comoda, però. Non so se sono in grado...”
Vladenek l'aiutò ad alzarsi e la fece sedere sul divano. Lea si appoggiò allo schienale, senza troppa convinzione, poi chiuse gli occhi. Qualche sporadica lacrima faceva ancora capolino e bagnava le sue guance di tanto in tanto, ma non era importante. Dopo un interminabile silenzio, prese la parola.
“Non... non ti sei mai chiesto perché ho voluto che i miei capelli fossero azzurri? Non ti è mai sembrato un colore inusuale?”
“Se devo dire la verità, sì. Non me ne sono curato più di tanto, intendiamoci. Se ti piacevano così, non vedevo il motivo per non accontentarti.”
“La verità è che volevo tornare me stessa, Den. In vita io avevo capelli esattamente di questo colore – forse leggermente più scuri, ma non è importante ora. Non era strano, nel posto da cui venivo. Tutti avevano i capelli azzurri: uomini, donne, bambini, anziani. Era il colore dominante, dappertutto. Qui è diverso. Molto diverso.”
Vladenek le accarezzò il volto
“Vedi che hai trovato un inizio?”
Lea sfiorò la sua mano con delicatezza. Ora aveva la forza per continuare.
Frammenti di Conoscenza I – Ombra tra le Ombre
Un tipo strano. Molto strano. Spesso la prima impressione era sbagliata... ma quello non era sicuramente il suo caso. Un'Ombra particolarmente atipica, quel Rijel. Non si ricordava di averlo mai visto prima, nonostante il suo aspetto... particolare. La natura era davvero bizzarra, certe volte. A lui non era stato permesso di mantenere il suo corpo dopo la morte. Era costretto ad andare in giro con un maschera di tela viola sul volto, quasi come quella di un supereroe dei fumetti che leggeva da vivo. Molte volte si era sentito come una sorta di cavaliere oscuro, maledetto dagli inferi e risputato sul suolo terrestre per proteggere gli uomini. Un'illusione durata meno di un mese. Scosse la testa. Aveva davanti a sé uno straordinario caso di somiglianza genetica, non c'era altra spiegazione. Jake Takara non aveva gemelli, per cui Rijel era solamente un gioco del caso, una probabilità su qualche miliardo di miliardi. Sì, doveva essere così. Tossicchiò con poca convinzione , doveva riprendere la parola, altrimenti sarebbe sembrato scortese.
“Dunque... puoi ripetermi perché sei venuto qui da me?”
“Cercavo Axen. Questo è il motivo.”
Roteò gli occhi – due bagliori di brace nel vuoto delle orbite.
“E sentiamo... perché mi cercavi?”
“Perché hai letto le Lodi all'Artefice.”
“Cosa te lo fa pensare?”
“Lo so. Non ho bisogno di pensarlo.”
Axen si grattò la testa con poca convinzione.
“Va bene, supponiamo per un momento che io le abbia lette. Cosa cambierebbe?”
“Potresti raccontarmele.”
Axen lo squadrò con calma. Nei suoi occhi leggeva un disperato desiderio di conoscere.
“D'accordo. Cosa vuoi sapere?”
“Perché due?”
“Prego?”
“Perché due Artefici? Giano da Ganno parla chiaramente di due Artefici! Non uno solo! Dal centro si muove veloce, l'Artefice, un altro, nel cielo; un altro sistema ricrea, con stelle ed un orbe assai fiero. La Terra ha lui come modello, ma sceglie di usare il silicio, carbonio assente per sempre, la vita ha suo nutrimento.1 Questo dicono le Lodi! Ce n'era un altro... perché? Perché?”
Axen rimase in silenzio per un attimo. Per un attimo soltanto.
“Giano non ha mai detto questo. È vero, racconta di un altro Artefice, del suo scambio col primo... ma non è detto che siano due. Io sono convinto che fosse uno solo.”
“Cosa... cosa stai dicendo?”
“L'Artefice non è legato allo spazio o al tempo. Nessuno può vietargli di tornare indietro o andare avanti. Una creatura così affascinante, così unica...”
“No. Qualcuno deve averla creata. Deve! È una macchina, capisci? Deve essere stata assemblata!”
“L'Universo intero è una macchina, Rijel. È formato da materia, materia che non può essere definita semplice. Eppure... nessuno l'ha assemblata, a quanto ne so. Non credi possibile che l'Artefice sia nato da solo, da qualche parte, in questa complessa, meravigliosa realtà?”
“No. Non riesco ad accettarlo.”
“Io non posso dirti altro, Rijel. Questo è tutto quello che so. Questo è tutto quello in cui credo.”
“Allora non sai nulla.”
“Dipende. Cos'è il nulla, Rijel? Una quantità deve sempre essere commisurata a qualcos'altro. È vero, rispetto alla globalità della conoscenza io non sono niente... ma il mio sapere è circa pari a quello di un uomo di cultura elevata.”
“Sono parole. Solo parole vuote. Io saprò. Saprò tutto! Conoscerò l'Artefice, capito? Ne svelerò il disegno! Ce la farò!”
“Buona fortuna, allora. Se ci riuscirai, sarai in grado di rispondere alla domanda che mi sta più a cuore.”
“E sarebbe?”
“Perché tra tutto quello che poteva creare... l'Artefice ha deciso di generare l'uomo? Di certo, non lo ha progettato a sua immagine e somiglianza, non ti pare?”
Rijel sgranò gli occhi, solo per un istante. Era una domanda che non si era mai posto, a cui non aveva risposta. Doveva reagire in qualche modo? Forse no, non era il caso. Non per il momento, almeno.
“Tornerò a risponderti. È una promessa.”
Axen annuì.
“Aspetterò. Non ho problemi di tempo. Prenditela pure con calma.”
Rijel scosse la testa. No. Non si poteva aspettare. Non aveva senso attendere. Non quando in ballo c'era la Conoscenza Assoluta.
-9: Raccontare
Un'immensa distesa luccicante, metallica. Scariche improvvise, archi elettrici. Bagliori cangianti nel cielo. Esseri silicoidi intenti alle loro faccende, strutture regolari, cristallizzate. E loro, in mezzo a quel paesaggio. Capelli-dritti con la sua espressione divertita, Occhio-che-non-vede abbracciato a Scintilla-di-vita, e infine Macchinista, tutto preso ad analizzare le sintocreature. Le immagini si susseguivano con una velocità impressionante, viaggiando tra i pensieri, trascinandoli con sé e creando nuove immagini, pronte ad essere condivise e trasmesse. Immagini di vita, di gioia, nella desolazione di un mondo ostile. Una sorta di creazione a catena, il messaggio iniziale raggiungeva il suo destinatario, si rimescolava e veniva ritrasmesso, in un battito di ciglia. Prima era nato il terreno, grigio e metallico, poi erano cresciute come per incanto le strutture cristalline. I meccanoidi erano comparsi in un secondo momento, erano più grandi e possenti delle loro controparti reali. Alcuni avevano diversi schemi di colore, altri erano dotati di arti supplementari, come code appuntite o ganasce. Il tripudio di colori nel cielo, le saette e i fulmini arcuati si erano aggiunti dopo. Infine erano comparsi loro quattro, e il quadro era completo. Scintilla-di-vita aveva iniziato quel gioco per avvicinarsi ad Occhio-che-non-vede e poterlo avere per sé. Tutti lo avevano capito, in fondo il pensiero era comune, un'unica fonte a cui ogni essere del pianeta poteva abbeverarsi. Ognuno sapeva ciò che gli altri sapevano. Un unico ente suddiviso, in condivisione. La conoscenza globale spartita da un intero popolo, sul pianeta madre. Scintilla-di-vita era in estasi. Ormai era in vita da quindici macrocicli, doveva iniziare a riprodursi. Il loro numero era sempre esiguo, nonostante le recenti nascite. Per non sparire del tutto, il ciclo doveva continuare, la comunità doveva espandersi. Scintilla non ne era molto convinta, ma la coscienza collettiva aveva deciso che era il suo momento. Chiunque avrebbe potuto averla... ma chiunque per lei non era abbastanza. In fondo, era un essere dotato di mente ed intelletto propri. Nel tutto, il singolo aveva ancora rilevanza, non era una subunità assorbita nel nulla. E lei voleva scegliere. Era abbastanza raro, in generale quelle come lei, le creature che avevano il dono di generare vita, erano un bene comune. Nessuno poteva pensare di prenderne una solo per sé. Non vi era alcuna regola nella direzione opposta. Gli altri, il complemento necessario alla vita, erano liberi di godersela. Il loro compito era minoritario, ma contavano di più. Le leggi le facevano loro, loro dominavano la coscienza unitaria. Scintilla era molto dotata, in questo senso. Era in grado di guidare i pensieri degli altri, attraverso fiumi di informazione e percorsi obbligati, tagliando per scorciatoie all'interno della memoria globale. Ed era per questo che voleva giocare. Era un modo come un altro per guidare Occhio-che-non-vede a sé, lasciando fuori Capelli-dritti e Macchinista. Li conosceva da sempre, ma non voleva che loro fossero i primi. Allora, si era inventata il gioco, e aveva chiesto a Capelli di iniziare, di inventare un mondo. Capelli-dritti era un tipo concreto, aveva creato il suolo, il terreno e lo aveva riempirlo di cristalli e forme regolari. Macchinista era venuto subito dopo, aggiungendo i silicanoidi, in forme e dimensioni diverse. Un'esplosione di luci e colori, aurore e fulmini avevano accompagnato l'ingresso di Occhio-che-non-vede. Per lui significavano molto, il suo apparato visivo era difettoso e non era in grado di raccogliere ed elaborare le emissioni luminose. Scintilla-di-vita si era interessata a lui proprio per quel motivo: le prime immagini che Occhio aveva trasmesso dopo la sua nascita erano completamente nere, prive di forme, colori, oggetti. Scintilla non aveva mai pensato che potesse succedere, che qualcuno potesse non vedere. Lo aveva cercato a lungo, era curiosa di conoscerlo. Quando si erano incontrati, lei aveva condiviso la sua visione del mondo con lui, gli aveva permesso di vedersi dall'esterno, di comprendere il proprio aspetto. Da quel momento in poi, i suoi pensieri erano diventati più vari, c'erano oggetti, paesaggi... e c'era anche lei. Era divertente, come situazione. Per questo, quando era stato il suo turno di giocare, aveva aggiunto loro quattro. Capelli-dritti chiuso in se stesso, ma sorridente, Macchinista ad analizzare le sue amate creature silicali e loro due abbracciati, in atteggiamento leggermente equivoco. Ma qual era il problema? Dopotutto era un gioco, un passatempo. Voleva vedere come avrebbero reagito gli altri due complementari: in fondo, ora era di nuovo il turno di Capelli-dritti. La sua risposta non si fece attendere. Il terreno crollò rovinosamente, riempendosi di voragini e inghiottendo la maggior parte dei meccanoidi. I quattro rimasero su diversi pinnacoli, al sicuro. Occhio e Scintilla erano ancora abbracciati. Evidentemente, per Capelli quello non era un particolare importante. Macchinista sembrava sconvolto, nell'immagine. Era come... triste. Si disperava per le creature sprofondate nel baratro. Quel gioco non era fatto per essere tristi, lo sapeva. E allora, ecco comparire all'improvviso silicoidi dotati di ali e ganci da recupero, in grado di riportare a galla i loro compagni. Macchinista rimase estasiato da quella visione. Era come se per lui i coabitanti fossero l'unica ragione di vita. Toccava di nuovo ad Occhio. Scintilla era curiosa di vedere cosa sarebbe successo. Un anello di luce ricoprì il pinnacolo solitario, espandendolo e creando nuova vita: convertitori anidride-zuccheri in gran quantità, di tutti i colori. Erano un simbolo di speranza, un simbolo di rinascita... l'unica possibilità di sopravvivenza in quel mondo ostile. Scintilla era contenta. Occhio non aveva interrotto il loro abbraccio. C'era una possibilità, allora! Era il suo turno, non l'avrebbe sprecato. Lasciò perdere l'ambiente, le creature, i convertitori. Si limito ad avvicinare l'immagine di sé a Occhio e a farglielo baciare, appassionatamente, senza perdere altro tempo. Un bacio lunghissimo, interminabile. Capelli sogghignò, non nell'immagine, nella realtà. Doveva avere in mente qualcosa di particolarmente cinico. In effetti, toccava a lui. La sua rappresentazione alzò il braccio in segno di saluto verso i due e subito i vestiti di Scintilla sparirono, lasciandola nuda tra le braccia di Occhio. L'immagine si interruppe di colpo, spegnendosi. I quattro tornarono alla realtà. Capelli-dritti rideva soddisfatto. Lo shock emotivo della sua trovata aveva fatto crollare il mondo fittizio prima che Macchinista potesse in qualche modo porvi rimedio. Scintilla si riprese poco alla volta. Uscire dal sogno collettivo in modo brusco non era consigliabile, anche quando il gioco finiva improvvisamente. Occhio rimase fermo, immobile. I suoi pensieri si manifestarono nella mente degli altri, non poteva nasconderli, era impossibile. Tutti erano parte del tutto. Stava contemplando l'ultimo, fugace fotogramma del sogno. Non riusciva a pensare ad altro. Scintilla sorrise maliziosamente. Il messaggio era chiaro. Macchinista sembrava non essersi accorto di nulla. Si era alzato e aveva scosso la testa più volte, come per liberare la propria mente, separarla dal tutto. Non era in grado di farlo. Nessuno era più in grado di farlo. Nemmeno Occhio, anche se in quel momento avrebbe voluto, avrebbe desiderato poter contemplare quelle immagini da solo, lontano dagli altri, magari a fianco di Scintilla, isolato dal mondo esterno. Solo loro due, uniti in quell'abbraccio, finora solo immaginato. Ma più Occhio si concentrava sui suoi desideri, più questi si manifestavano nelle menti dei suoi amici, rendendoli espliciti. Capelli sembrava estremamente soddisfatto di quel suo intervento. Un risveglio brusco lasciava tutti i partecipanti in uno stato di trance, rendendo per loro impossibile celare i propri pensieri. Esistevano delle tecniche per nascondere la propria mente, ma in occasioni come quelle era impossibile applicarle. Sogghignò. I suoi sospetti erano fondati, dopotutto. Anche se era riuscita a non renderlo palese fino a quel momento, Scintilla-di-vita era stata finalmente chiamata dal Pianeta ad assolvere i suoi doveri verso la comunità. Avrebbe dovuto procreare, sarebbe diventata l'oggetto di desiderio di molti complementari. Occhio lesse i pensieri di Capelli-dritti e se ne interessò. C'era la possibilità che Scintilla fosse seria, che quel sogno collettivo non fosse altro che un messaggio in codice per lui. La mente di Macchinista si era aperta e aveva riversato negli altri centinaia di immagini di meccanoidi, creature silicali, nanosimbionti, migliaia di progetti, numeri e formule. Un caos allucinante, in cui sarebbe stato possibile nascondere qualunque pensiero e dirigerlo verso un unico bersaglio, sfruttando fenomeni di interferenza. Scintilla-di-vita colse al volo l'occasione e si concentrò sull'ultimo frame del loro gioco. Lo inviò con tutta la sua forza verso Occhio-che-non-vede, in modo che lui e solo lui potesse vederlo. Aggiunse dettagli, particolari, si spinse oltre il punto morto, rese esplicito ogni contenuto implicito, in modo che Occhio capisse, percepisse il suo desiderio... e venisse da lei. Occhio ricevette la comunicazione, vide la scena, comprese il motivo della creazione a catena. Scintilla aveva paura. Aveva paura di dover svolgere il suo compito. Si sentiva insicura, non sapeva come comportarsi. Per questo voleva averlo al suo fianco. Non era un cieco desiderio edonistico, era un modo per superare i suoi timori. Capelli-dritti non avrebbe capito, avrebbe solamente pensato ad accoppiarsi con lei, senza considerare i suoi sentimenti, Macchinista invece.. non era ancora consapevole del suo ruolo, il pianeta non lo aveva ancora informato. Non aveva ancora idea di cosa significasse essere un complementare. Era ancora in uno stadio di conoscenza inferiore, non era ancora pronto... ed era quello il motivo per cui il sogno si era interrotto. Vedere il corpo di Scintilla-di-vita senza veli era stato troppo per il suo livello di sviluppo mentale. Macchinista era andato in crisi e il gioco era terminato. Occhio-che-non-vede si concentrò ed inviò un messaggio, celato nel caos di meccadroni e sintorganismi. Scintilla doveva sapere che lui aveva capito, che sarebbe stato con lei. Scintilla doveva sapere che lui aveva compreso i suoi timori, che li condivideva, che apprezzava il suo interesse per lui.
Scintilla doveva sapere che lui era pronto.
Frammenti di Conoscenza II – La Bambina e l'Angelo
“Quindi tu... non sei Alec?”
“No. Ho lo stesso aspetto, parlo allo stesso modo... ma non sono lui.”
“Cosa vuoi da me?”
“Sapere.”
Erin fece un passo indietro. Il tizio di fronte a lei aveva il volto celato da un cappello a tesa larga; nonostante ciò era impossibile non riconoscere le fattezze di Alec nel suo volto.
“Sapere... che cosa?”
“Tu sei la Bambina che ha ucciso l'Angelo della Morte. Sei l'assassina di Ezariel. Sei mia madre.”
“Co... come, scusa?”
“Se tu non lo avessi incontrato, quella sera, io non sarei qui.”
“Ah... certo...”
Poteva essere uno svitato, non c'era molto da dire... ma da quando gli svitati erano così informati? Da un certo punto di vista, era meglio assecondarlo. Si guardò attorno. Non c'erano nessun altro in giro.
“Raccontami, madre... raccontami dei tuoi pensieri, delle tue emozioni quando hai visto l'Angelo! Fa' che io capisca! Non ho ancora compreso, non sono stato in grado... perché lo ami, madre?! Perché?!”
“Tu... tu sai, non è così?”
“Sì. Io so. So tutto, sono stato a casa tua, madre! I mobili mi hanno parlato, le mura hanno sussurrato il tuo nome, la tua storia... ma comunque non riesco ad arrivarci! Non ci riesco! Tutto questo... quello che ho raccolto... non giustifica il tuo amore, madre!”
Erin fece un profondo respiro. Poteva sfogarsi, finalmente.
“Capisco. La verità è... che non lo so neanch'io. L'ho desiderato fin da quella notte, nonostante fossi ancora una bambina! Mi sono fatta anche visitare da alcuni psicologi, ma l'unica cosa che hanno concluso è che forse sono affetta da una sorta di sindrome di Stoccolma. Io non ne sono così sicura, dopotutto.”
“È sempre stato così? Da subito? Da quando l'hai rivisto?”
Erin chiuse gli occhi.
“No, per niente! L'ho completamente ignorato fino a quando non ha compiuto nuovamente quindici anni... prima non lo avevo riconosciuto, non... me n'ero resa conto. Ero attratta da lui in modo spaventoso, innaturale, avevo... avevo paura dei miei sentimenti...”
“In quel periodo stava con Rika. Tu osservavi di nascosto, non è così? Poi quando si sono lasciati...”
La ragazza era quasi in lacrime.
“Sì! sì! Ho... ho capito che era il mio momento...”
Rimase in silenzio per un attimo.
“Il resto lo sai. Non ti dirò altro.”
“Invece devi dirmi ancora qualcosa. Io so che tu sei stata attratta da Jake Takara, non da Ezariel, non dall'assassino dei tuoi genitori, dalla sua parte viva, umana... ma la bambina si era innamorata già prima. Cosa è rimasto di quella bambina, bruciata dal desiderio per l'Angelo Nero?”
Erin aprì gli occhi e lo fissò. Rijel fu colto da un timore improvviso. Doveva ancora assimilare il concetto di paura, ma non riuscì a trattenersi.
“Quella bambina è morta. Da quando sto con lui, Ezariel è sparito dai miei pensieri. Ora c'è Alec. Solo lui. La parte di me che ancora provava qualcosa per quel bastardo è svanita un anno fa, quando ho scoperto la verità. Io sono solo Erin, una ragazza di vent'anni fidanzata con un suo coetaneo che fisicamente è identico a te...”
Camminò lentamente verso di lui e lo superò, senza voltarsi.
“... ma a differenza di te, sa che non è necessario conoscere tutto per sapere abbastanza.”
Rijel rimase immobile, spiazzato. Come si poteva voler non conoscere? Era impensabile, impossibile! Lo stava prendendo in giro! Ogni essere aveva il dovere di ampliare i propri orizzonti!
“Madre! Perché mi stai mentendo?”
“Non ti sto mentendo. Quando imparerai a fidarti di un'altra persona, capirai. Non penso che sarai in grado di rendertene conto prima.”
Lo fissò nuovamente negli occhi.
“Non sarò mai tua madre, se non imparerai a relazionarti con gli altri! Come fai a dire di essere mio figlio? È vero, sei nato per colpa mia, ma tu non sai provare sentimenti, sei solo una macchina in cerca di informazioni!”
Affrettò il passo, lasciandolo indietro.
“Addio.”
Rijel rimase a guardarla, incapace di distogliere lo sguardo.
L'ultimo, sottile legame con quel mondo, con quegli esseri umani era svanito.
Da quel momento sarebbe stato orfano.
-8: A Parole
Lea si era addormentata sul divano. Rievocare alcune immagini del suo passato doveva essere stato faticoso. Vledenek non era sicuro di aver capito ogni passaggio... ma in fondo, non è semplice raccontare a parole un mondo muto, un mondo in cui non esistono suoni ma solo immagini. Se solo avesse saputo che lui ne era già a conoscenza... Coprì la ragazza con una coperta e si diresse verso il suo studio. Era il momento giusto per lavorare al progetto principe, il progetto che aveva trascinato così tante persone in quella cittadina di provincia sull'Oceano Atlantico, un progetto nato quasi vent'anni prima dalla mente malata di Jason Aiample. Si sedette ed iniziò a pensare. No, non era un caso se tutto era accaduto ad Ahrlem. Gli eventi avevano iniziato a muoversi da soli, nel 1988, quando era caduta quella... cosa dal cielo. Una navetta esplorativa, probabilmente. Nulla di particolare, il solito segreto di stato, un UFO tra le centinaia viste nei filmini amatoriali che ogni giorno intasavano la rete... solo che quello era vero. In fondo, poteva aspettarselo. Giano di Ganno l'aveva scritto chiaramente nel suo libro: gli Artefici erano almeno due. Uno aveva creato la Terra e l'uomo, l'altro aveva plasmato un mondo di creature di silicio, su cui il Primo aveva trascinato alcuni uomini, per sperimentare. Poi il Secondo si era rotto ed era caduto sul pianeta. Questa era la versione del monaco che aveva visto l'aldilà ed era tornato per raccontarlo. Un altro mondo abitato, molto lontano dal suo, basato su una chimica completamente diversa. Sembrava un romanzo del buon vecchio Isaac, lo scrittore che aveva condizionato la sua vita. Non era il caso di crederci troppo, il libro di Giano doveva essere interpretato, non semplicemente letto. Forse voleva dire qualcos'altro con quelle parole, certamente non parlava anche di alieni. O meglio, questo era quello che pensava fino a circa vent'anni prima. Chiuse gli occhi. La notizia era passata quasi in sordina, senza troppo clamore. Era venuto a saperlo per vie traverse, conosceva di vista il tizio che aveva ritrovato il rottame. Si era trasferito ad Ahrlem in fretta e furia, era molto interessato a quell'evento. Jason si era mosso per lo stesso motivo circa dieci anni dopo, nel 1998. Le industrie AH di Ahrlem erano in costruzione, non era strano che il dirigente si recasse in loco per sovraintendere le procedure di installazione. Nessuno aveva collegato il suo arrivo con la caduta di quell'oggetto dal cielo. Vladenek sorrise. Lui lo aveva capito quasi subito. La progettazione dello stabilimento era iniziata esattamente nel 1988. Non poteva essere un caso. Quel dannato coso aveva richiamato a sé tutti gli attori principali degli ultimi avvenimenti. Si era sempre chiesto cosa ne fosse stato di quel relitto... fino a quando lo stesso Jason non gli aveva rivelato il vero motivo della sua assunzione. I suoi pensieri furono interrotti bruscamente dal suono del telefono. Si affrettò a rispondere per non svegliare Lea.
“Qui è il 555-9380720. Chi parla?”
“Ciao Vladenek, sono Jason.”
Lupus in fabula.
“Ho novità importanti. Siamo riusciti ad accenderlo.”
Un brivido freddo gli attraversò tutto il corpo.
“Puoi ripetere, scusa?”
“Siamo riusciti ad accenderlo! Funziona!”
“Non mi stai prendendo in giro, vero?”
“Perché dovrei? Appena puoi passa in sede, lo vedrai in azione!”
“Tu sei un pazzo, forse più pazzo di Sionn!”
“Lo so, lo so... eh, eh! Non è detto che dobbiamo smettere di giocare anche se abbiamo cinquant'anni suonati.”
“Devo ricordarti che il tuo gioco coinvolge almeno due pianeti in questo maledetto sistema solare? Scherzi a parte, ti raggiungerò appena possibile. Sono curioso di vedere cosa avete combinato.”
“Okay, a dopo.”
Dopo aver riagganciato, Vladenek scrisse un biglietto nell'improbabile caso in cui Lea si fosse svegliata. Impegno improvviso di lavoro, non ti preoccupare, torno appena posso. Lo lasciò in bella mostra sul tavolo, poi prese un cappotto e si diresse verso l'uscita. Lo stabilimento AH non era poi così lontano, era ad un isolato di distanza da casa sua. Non era un grattacielo pieno di vetrate, come ci si poteva aspettare dalla sede di una delle più prestigiose industrie meccaniche dello Stato. L'impianto produttivo e dirigenziale erano conglomerati in un'unica struttura estesa su un centinaio di metri quadrati, suddivisa in circa venti diversi settori. La sua meta era l'hangar 14, situato a nord-est del corpo centrale. Vladenek passò il suo badge nel lettore, salutò la guardia ed entrò nell'enorme capannone. Jason era lì ad attenderlo.
“Hai fatto in fretta.”
“Non era il caso di prendersela comoda.”
Jason sorrise.
“Stavamo aspettando solo te. Sionn è già di sotto. Sta ultimando controllando alcuni valori di telemetria. Sembra tutto a posto, ma sai com'è... non me la sento di buttare tutto alle ortiche per non aver agito con cautela.”
“Il tuo sogno si avvera, dunque.”
Jason annuì. Era visibilmente agitato, quasi in fibrillazione.
“Seguimi... e preparati.”
I due scesero una lunga scalinata verso il livello inferiore... sempre che di livello inferiore si potesse parlare. L'intera struttura era stata creata appositamente per la costruzione della più grande macchina mai concepita. Era stato necessario scavare sottoterra per ottenere un'area delle dimensioni giuste per ospitarla. Le difficoltà principali erano tre. Primo, doveva essere scomponibile in una trentina di moduli da spedire in orbita separatamente, sufficientemente aerodinamici da non disintegrarsi nell'atmosfera. Secondo, doveva contenere qualche exabyte di dati in un comparto di dimensioni ridotte. Terzo, il propulsore. Muovere un oggetto di quelle dimensioni avrebbe richiesto un dispendio energetico notevole. Tre sfide non da poco, per vent'anni non avevano fatto altro che provare a superare quelle barriere. Quella sera, l'ultimo ostacolo era finalmente caduto. Vladenek poté ammirare l'imponenza dell'intera struttura. Venti metri di altezza per cento di lunghezza... e quello era solo uno dei moduli. Uno dei più importanti, a ben vedere, dato che gestiva il movimento dell'intera unità. Pensare che un titano del genere potesse essere mosso praticamente gratis era impossibile. Eppure...
“Ti vedo stupito, Vladenek. Strano, lo conosci bene, una parte l'hai progettata te.”
“Diciamo che sai cosa penso, Sionn, quindi non perdiamoci in inutili convenevoli.”
Un uomo sui quarant'anni venne loro incontro. Aveva i capelli di uno strano colore azzurro, simili a quelli di Lea... solo che quelli erano veri.
“Come sta Annika? Tutto bene in famiglia?”
“Mio figlio è a bighellonare in Giappone. Dice che ci si trova bene... per il resto tutto a posto.”
Si voltò verso l'enorme macchina.
“Bella, vero? Non pensavo che dal motore di quel rottame si potesse tirare fuori qualcosa del genere. Interfacciare i suoi controlli con la nostra tecnologia sembrava un'impresa impossibile.”
Accarezzò uno dei lucenti pannelli di metallo.
“Fino ad oggi. L'ultimo dettaglio, l'ultimo pezzo del puzzle è andato al suo posto.”
Jason era in fibrillazione.
“Questo significa che Terraformer AH-00 è pronto al decollo?”
“Non ancora. La procedura di compattamento non è ancora stata testata a sufficienza. Immagina la scena... lanciamo i trenta moduli di assemblaggio, i primi ventinove vanno al loro posto, l'ultimo impazzisce ed esplode. Sai che smacco? Prima di essere sicuro, io non manderò nulla lassù.”
Sospirò.
“Un lancio è un conto, trenta... sono un altro paio di maniche.”
Sionn era fatto così. Molto pragmatico, con i piedi per terra. Non rischiava mai se non il minimo indispensabile. Non era sempre serio, era anche capace di sorridere... solo che non lo dava a vedere.
“Mi fido delle tue scelte. Finora hai condotto l'operazione in modo eccellente.”
“Il merito è anche di Vladenek. È qui solo da due anni... ma è riuscito a sbloccare alcuni punti critici. Mi ha stupito parecchio... e non solo per quello.”
Si voltò verso l'uomo vestito di bianco.
“Prima ancora di vedere il frutto del nostro lavoro, prima ancora di conoscermi, tu sapevi dei veìs. Le chiamavi creature di condivisione, certo, ma non è un nome a fare la differenza2. Tu conoscevi il problema del silicio, senza che io te ne avessi mai parlato. Come diavolo...”
Vladenek chiuse gli occhi.
“Letture interessanti. Tutto qui. Non posso fartele vedere, però. Le ho bruciate qualche tempo fa. Comunque, non mi sembra il caso di parlarne ora. Sono qui per altro”
“Mi sembra giusto. Seguitemi.”
Sionn li guidò verso la centrale di controllo. Alcuni tecnici stavano aggiustando un computer, altri erano intenti a controllare i parametri della gigantesca creatura di metallo e carbonio. Sionn fece un cenno con la mano. Uno degli addetti tirò una leva e premette un pulsante.
“Evacuazione immediata. Tentativo di accensione n° 27, lasciare immediatamente l'area di lavoro.”
Uno sciame di operai e ingegneri si diresse con ordine verso le strutture di contenimento periferiche. In meno di due minuti il locale si svuotò completamente. Sionn fece un secondo cenno. Il tecnico collegò un paio di spinotti ed inserì alcuni comandi da tastiera. Quello che sorprese di più Vladenek fu il silenzio. Il reattore – era corretto chiamarlo in quel modo? – si accese lentamente senza produrre il minimo rumore. Un tripudio di led azzurri illuminò tutta la fiancata del modulo. I rilevatori telemetrici indicarono uno spaventoso aumento di attività. Il motore era vivo. Jason sembrava come in estasi. Stava sognando ad occhi aperti. Terraformer AH-00 rappresentava lo scopo di una vita, un sogno che aveva da quando era bambino.
Quella macchina, quella gigantesca macchina, avrebbe dato un futuro migliore all'uomo.
Quella macchina avrebbe plasmato una parte di Marte a immagine e somiglianza della Terra.
Frammenti di Conoscenza III – Esperimento
“Mi hanno detto che mi cercavi. Devi aver combinato un casino bello grosso, non mi hanno mai scomodato per roba del genere. Tu appartieni al Regno, no?”
Rijel osservò impassibile l'enorme demone nero. Grido Notturno, il guardiano dell'oltremondo. Pelle color pece, occhi di brace, coda arrotolata, ricoperta da squame taglienti, denti aguzzi, su tre file. L'Artefice doveva essere in vena di scherzi quando lo aveva progettato. Come poteva essersi inventato qualcosa del genere?
“No. Non faccio parte del Regno. Non del tutto, almeno. Posso vagare liberamente tra le realtà. Così, eccomi qua.”
“A chi non è morto non è permesso raggiungere questo luogo.”
“Ma io sono morto, sono nato morto. Però sono vivo. Sono sul confine, né da un lato, né dall'altro... quindi la mia presenza qui è perfettamente lecita.”
“Non ti chiederò nemmeno come sei arrivato. Non mi interessa. Io faccio quello che devo fare da millenni. Non è necessario che io mi ponga domande.”
“Neppure sulle tue origini?”
“Nemmeno su quelle. So che è esistito un Artefice – uno o più di uno, non ho esperienza diretta – e so che ha creato me e questo posto, lontano dalla coscienza, dalla realtà e dal mondo terreno. Non so dirti dove ci troviamo, non sulla Terra. O, almeno, non sullo stesso piano dimensionale.”
“Tu cosa sai dell'Artefice? Qualcosa devi sapere! Non anela forse il figlio a conoscere il padre?”
“Non in questo caso. Diciamo che non ci tengo così tanto.”
“Perché?”
“Perché è tutto chiaro. Tutto questo – il mondo, l'uomo, l'Oltremondo stesso – è un gigantesco esperimento. Un modo per conoscere, per farsi le ossa. L'Artefice non è altro che una macchina sterile, un drone da laboratorio che ha creato la vita per osservarne l'evoluzione ed avere esperienza del finito, toccare con mano la fine, un concetto impossibile da comprendere per chi non ne conosce il significato. È così, noi siamo solo dei campioni su un tavolo, vicino a strumenti di analisi, lenti e quant'altro. Io non voglio conoscere l'Artefice, e lo sai perché? Conoscerlo significherebbe incontrarlo. Incontrarlo significherebbe mostrargli i risultati del suo lavoro. Una volta noti i risultati, cosa ne fa il ricercatore degli strumenti?”
Rijel deglutì a fatica.
“Li ripone dopo aver sgombrato il tavolo... dopo aver fatto piazza pulita.”
Il demone sorrise con le sue tre file di denti acuminati.
“Vedi che ci sei arrivato? Io non desidero vivere, non so cosa significhi – da tempo immemore controllo il flusso dei morti – ma non ho intenzione di morire. Che l'Artefice rimanga dov'è. Io non voglio saperne nulla.”
“Ma io sì! Io voglio capire! Ogni esperimento ha un senso! Nessuno agisce in modo totalmente irrazionale!”
“Gli animali seguono l'istinto, non la razionalità.”
“Ma qui si sta parlando di un disegno intelligente! L'Artefice non può aver agito seguendo l'istinto!”
Il demone non poté trattenere una risata sadica.
“Guidato dal solo creare, null'altro, l'Autore si mosse nel vuoto.3 Se non ricordo male, queste sono le prime parole del Folle, nella prima stesura delle sue Laudes. Che tu lo chiami Giano da Ganno, o Ian di Connaught, questo non è importante, non sono i nomi a descrivere una persona. Mi sembra comunque sufficientemente chiaro. Non è scritto da nessuna parte che l'Artefice debba essere autocosciente.”
“Stai cercando di fregarmi. Giano ha scritto quelle righe dopo averne parlato con te. Non lo pensava, ha semplicemente trascritto quello che tu gli hai raccontato, senza dubitarne. Non vale proprio niente come prova.”
Grido Notturno lo guardò dritto negli occhi.
“Non credevo che qualcuno ne fosse a conoscenza. Tu quindi sai che tutto quello che ha scritto il Folle è frutto delle mie parole.”
Rise in modo sguaiato.
“Dimmi, come puoi essere sicuro che io non lo abbia preso in giro? Potrei essermelo inventato, l'Artefice. In fondo, anche io sono in grado di immaginare, di inventare. Hai qualche prova che sia veramente esistito un Artefice?”
“Questo posto. L'uomo non può aver creato l'Oltremondo.”
“Giano non l'ha forse fatto?”
Rijel assunse un'espressione spavalda.
“Quello di Giano è solo un falso aldilà. Non è eterno. Tra meno di un migliaio di anni, il Cuore perderà la sua forza propulsiva... e il Regno crollerà su se stesso, come un castello di carte.”
Grido Notturno si leccò le labbra.
“Sei certo che questo luogo sia eterno? Nessuno ha esperienza diretta dell'infinito, neppure io. No, la verità è che nessuno di noi – e intendo proprio nessuno – sa se questo posto avrà una fine. Un inizio deve averlo avuto, questo è certo. Io stesso sono nato pochi secondi dopo, già conscio dei miei compiti e del mio nome. Questa è l'unica certezza che ho: essermi risvegliato qui qualche milione di anni fa, contemporaneamente alla comparsa dell'uomo sul Pianeta. Questo è quanto posso offrirti, straniero.”
“Me lo farò bastare.”
Rijel incominciò a svanire in un lampo di tenebra oscura, lentamente e senza fretta. Nel breve intervallo di tempo precedente al Trasferimento, rifletté su quanto era venuto a sapere. Una frase di Grido Notturno lo aveva colpito. Nessuno ha esperienza diretta dell'infinito. Sorrise divertito.
“Per ora. Solo per ora.”
-7. Un mondo muto
Era passato parecchio tempo dal gioco. Scintilla-di-vita aveva cambiato immagine, come ogni macrociclo. Ora era Marea-di-pensieri. Era felice, assieme a Sguardo-lucente. Si erano uniti molte volte dal quel momento, senza mai lasciarsi. Ed era così che anche Occhio-che-non-vede aveva cambiato immagine. Ogni istante passato insieme lo fortificava, rendeva le immagini prive di colore dei suoi primi cicli di vita un ricordo sbiadito, privo di significato. Era una situazione strana, la loro. Nessuna generatrice della sua età era rimasta a lungo con lo stesso complementare. Per migliorare il pool genetico e mettere al mondo creature più robuste, cambiavano partner dopo ogni figlio. Per lei era stato diverso. Marea-di-pensieri aveva già procreato tre volte, aveva messo al mondo due generatrici ed un complementare. Ed era felice, felice di essere rimasta con Sguardo-lucente, di non aver cambiato, di essere rimasta con colui grazie al quale aveva superato i suoi timori, le sue paure. La loro prima figlia era stata concepita il giorno del sogno. Al riparo da occhi indiscreti, celati i propri pensieri, si erano appartati e si erano esibiti in una danza di vita che aveva dato i suoi frutti. Da quel momento, Macchinista e Capelli-dritti erano scomparsi dalla sua mente, c'era posto solo per Occhio-che-non-vede. In effetti, non li aveva più visti, aveva solamente percepito alcune immagini. Macchinista non era ancora stato chiamato dal pianeta ed era completamente ignaro del suo compito nel ciclo della riproduzione. Continuava a studiare ed ibridare meccanoidi e creature silicali, senza una precisa logica. In un certo senso, generava nuova vita... ma non del tipo corretto. I silicoidi non avevano bisogno di aiuti, si duplicavano in modi sufficientemente efficiente. Eppure, Macchinista non voleva sentir ragioni e continuava a disinteressarsi completamente dei propri simili. Non aveva neppure cambiato la propria immagine distintiva. Era sempre stato Macchinista. Capelli-dritti invece era stato colto da uno strano senso di inquietudine. Cambiava simbolo ogni ciclo, senza un preciso motivo. Era alla ricerca di qualcosa, qualcosa che avesse senso. Marea-di-pensieri poteva percepire il suo sconforto, la sua frustrazione. Ogni volta, le immagini erano sempre più astratte, sempre più slegate dalla realtà. I suoi sogni collettivi mostravano cose assurde, montagne capovolte, isole volanti, cascate che risalivano la roccia, ghiaccio caldo. Qualcosa lo stava turbando, lo stava turbando parecchio. Cosa poteva essergli accaduto? Forse aveva paura, paura di rimanere solo. Non si era mai unito ad una generatrice, fino a quel momento, sembrava che lo evitassero per i suoi pensieri fuori dal comune. Ora non era più Capelli-dritti, il suo simbolo era incomprensibile, non aveva significato. Erano suoni, suoni naturali combinati assieme, combinati per creare... qualcosa. Nessuno si era mai identificato tramite un suono. Ed era strano, quando si incontravano. La sua mente si apriva e in un attimo riversava negli altri sensazioni ed immagini nuove, rielaborate, creature inesistenti, mondi diversi, sinfonie allucinanti di rumori e di silenzi. Infine, il suo suono, il suo simbolo. Sionn. Non aveva senso, proprio per niente. Sguardo-lucente era preoccupato quanto lei. Sionn. Era un chiaro sintomo di follia utilizzare un simbolo di quel genere. Capelli-dritti doveva essere impazzito. Era uscito dalla via, dalla volontà del pianeta. Creava, astraeva, generava emozioni, non curandosi del bene altrui. Non era un'attività produttiva, non ci si poteva dedicare ai sogni alla sua età. Il pianeta lo aveva già chiamato a sé, ne era sicuro. Quel suo intervento nel gioco collettivo, spogliare il simulacro di Scintilla-di-vita e lasciarla nuda in quella posizione... no, non sarebbe stato possibile se il pianeta non lo avesse reso conscio del suo ruolo. Non era come per Macchinista, per niente. Capelli-dritti sapeva, sapeva benissimo cosa doveva fare... ma forse non aveva intenzione di farlo. Il pianeta non lo avrebbe perdonato. Lui doveva contribuire alla proliferazione della specie. Era la regola: dovevi abbandonare i giochi, i sogni quando la collettività ti richiamava al tuo compito. Doveva trovarsi una generatrice e mettere al mondo dei discendenti, per il bene del loro mondo, per evitare l'estinzione. Marea-di-pensieri aveva seguito le regole fino in fondo, si era lasciata andare, aveva dato alla luce tre creature... e una quarta era in arrivo. Sguardo-lucente si incupì. Marea aveva avuto rapporti solamente con lui, in barba alle tradizioni... e lui aveva avuto rapporti solo con lei. Esistevano pochi precedenti, troppo pochi. Vivere insieme per più di cinque anni era quasi uno scandalo. Sempre più spesso, la sua mente si confrontava con quella strana realtà... e ogni volta, Marea-di-pensieri si avvicinava a lui, lo baciava teneramente e spazzava via ogni suo dubbio. Le leggi, l'uso comune, la normalità passavano in secondo piano quando lei lo abbracciava. Allora, Sguardo-lucente dimenticava ogni problema e viveva quei momenti al massimo della sua felicità individuale, egoistica e forse stupida che non era collegata al bene della popolazione, ma alla loro storia personale.
Quella volta fu diverso. Qualcuno si intromise nel loro scambio di immagini, inserendo suoni, cacofonie e rumori immaginari, creature multiformi e luci stroboscopiche. Era il suo stile, lo stile di un essere che fino a poco tempo prima, viveva con i piedi per terra. Capelli-dritti era vicino, voleva comunicare, voleva coinvolgerli in un sogno collettivo. E poco distante doveva esserci anche Macchinista, non era difficile riconoscere i suoi pensieri, popolati dai suoi amati silicoidi. Per uno strano scherzo del destino, erano tutti e quattro in contatto, pronti ad un nuovo gioco. Marea-di-pensieri e Sguardo-lucente non riuscirono a rifiutare quell'invito, così cortese, misterioso e perentorio. Alcune immagini incominciarono a prendere forma: un pianeta, piccolo e azzurro, macchiato da grandi zone più scure, con un satellite naturale al suo fianco. Non era il loro mondo. Era diverso, era lontano. Il corpo celeste era in lenta rotazione attorno al suo asse, un movimento impercettibile, anche se accelerato. Ad un tratto, le stelle divennero fasci luminosi e l'intera visione si trasformò in un tunnel stroboscopico, diretto chissà dove. Lo stavano percorrendo a gran velocità, senza fermarsi, senza deviare nemmeno di un grado. Luci eteree, esplosioni fiammeggianti, materia indistinta, visioni che duravano meno di un battito di ciglia, comparivano a ritmo sempre più incalzante, sempre più di frequente. Galassie, sistemi solari, lune, navicelle, meteore. Stavano rallentando, si stavano avvicinando a qualcosa. Un altro pianeta, un pianeta noto. Era la loro madre, la loro casa. Si avvicinarono sempre di più, sempre di più, attraversarono l'atmosfera, le nuvole, le città flottanti, raggiunsero finalmente il suolo, l'arido suolo di materiale silicico. Si fermarono. Erano tutti lì, tutti e quattro. Poteva essere il turno di qualcun altro, ma nessuno osava interrompere Capelli-dritti. Erano in stato di contemplazione, non riuscivano a comprendere, a capire il significato di quella visione, ma ne erano rimasti colpiti, illuminati, estasiati. La visuale roteò attorno a loro, compì diversi giri, senza accennare a rallentare, senza accennare a fermarsi. Un vortice di immagini, di sensazioni. Si alzò da terra, tornò al livello delle città fluttuanti, si mosse veloce, verso una di esse, verso i suoi hangar. Centinaia di astronavi fecero la loro comparsa, migliaia di addetti alla manutenzione. Erano pronte al decollo, erano pronte alla missione. La visione indugiò sulle navette, le esaminò nei dettagli, la carlinga, l'abitacolo, i motori. Macchinista ebbe un guizzo di gioia, fu colto da stupore ed ammirazione. In fondo, lui era convinto che loro non potessero costruire oggetti più complicati dei silicoidi, creature evolutesi prima di loro, in maggior quantità. Capelli-dritti non se ne curò e le immagini si spostarono nuovamente, tornarono a terra, ma non nello stesso posto di prima. Quelle forme, quei colori dipingevano un mondo strano, un suolo arido e spaccato da crepe, popolato da cristalli simmetrici e meccanoidi di ogni dimensione. Capelli-dritti era in piedi e sorrideva, Macchinista si occupava delle creature. Scintilla-di-vita e Occhio-che-non-vede erano abbracciati, lei era priva di ogni cosa. Marea-di-pensieri ebbe un sussulto. Era la scena finale del sogno di molti cicli prima, l'ultimo gioco collettivo che avevano fatto assieme. Le immagini indugiarono su Capelli-dritti. Sembrava irrequieto, la sua mente instabile. Si formò come un tunnel, un tunnel luminoso verso i suoi pensieri, all'interno del sogno. Le loro percezioni furono assorbite dal varco e si ritrovarono in un turbinio buio e rumoroso, un vortice di sensazioni. Una nuova scena fece la sua comparsa. Sembrava un gruppo di persone, anziani forse. Stavano scegliendo i tracciati psichici più adatti alla missione. Migliaia di volti comparivano e scomparivano su decine di monitor, alcuni si illuminavano e scendevano in un altro schermo. All'improvviso, comparve il suo volto, il volto di Capelli-dritti, e si illuminò. L'immagine svanì bruscamente, il sogno era rotto. Marea-di-pensieri scrollò la testa. Ora era tutto chiaro. Poco prima di quel gioco, di quell'ultimo gioco, Capelli-dritti era stato chiamato. Sarebbe dovuto partire, partire per la missione, trovare i frutti del Secondo, raggiungere la sede di altra Vita. Da quel momento, Capelli-dritti aveva cessato di esistere, aveva iniziato a raccogliere immagini, suoni, colori, rumori, sapori. Non avrebbe più rivisto la madre. Chi parte non può tornare. Nella confusione generale, Capelli-dritti si allontanò lentamente, ma non prima di aver fatto loro un regalo d'addio. Diede loro dei nomi, simboli composti da suoni e non da immagini, suoni privi di un reale significato. Come il suo, Sionn. E fu così che Macchinista divenne Zaikod, che Sguardo-lucente divenne Razaf.
E Marea-di-pensieri fu battezzata Lea.
Frammenti di Conoscenza IV – Progetti
Quello che aveva percepito non era sufficiente, no. Doveva nuovamente domandare per ottenere i le informazioni mancanti. Il substrato di conoscenza era troppo sottile per fornire i dettagli ci cui necessitava.
“Quindi, lei sarebbe un universitario...”
“Precisamente.”
Paul si sistemò gli occhiali da sole. Non si aspettava di trovare uno scribacchino occidentale a Tokyo, perlomeno non così simile ad Alec. Solo due dettagli lo distinguevano, una lunga cicatrice che attraversava tutto il volto e gli occhi, di due colori diversi. Uno azzurro, uno verde. Un dettaglio particolare, difficile da dimenticare.
“Di cosa ha bisogno? Insomma... perché ha cercato proprio me?”
“Sto lavorando alla mia tesi di laurea, una ricerca sui miti dell'origine, la cosmogonia, ha presente?”
“Non vedo come questo possa...”
“Lei ha informazioni sul mito dell'Artefice, una leggenda poco conosciuta, una leggenda di cui voglio parlare!”
“Come lo sa?”
“Ho le mie fonti.”
Ho letto il tuo flusso di informazioni, so che tu sai. Paul scrollò le spalle.
“Non so cosa ti abbiano detto sul mio conto, ma non conosco così tanti dettagli. So la storia, ma non l'ho mai approfondita.”
Il tono è passato dal lei al tu. Concrete possibilità di successo.
“Racconta!”
“Dunque... mio padre mi ha parlato spesso di una macchina, una macchina enorme. Potresti immaginarla grande come la stazione spaziale internazionale, forse un po' di più. Comunque, non stiamo parlando solo di un insieme di cavi e ingranaggi. Era un meccanismo senziente, capace di pensare e di desiderare. Spinto dalla sua vena creativa, generò un pianeta, in una galassia lontana, e lo popolò di creature, creature... di condivisione.”
“Di condivisione? Cosa significa?”
“Non l'ho mai capito, se devo essere sincero. Mio padre non me lo ha mai spiegato.”
Rijel strinse il pugno. La sua conoscenza non poteva essere limitata da quel problema. Non poteva non sapere!
“Comunque... per alcuni millenni filò tutto liscio. All'improvviso comparve una seconda macchina, un altro artefice, e portò l'uomo su quel lontano pianeta. L'uomo e le creature capirono che un bene comune era possibile e divennero simbionti gli uni degli altri. Poi, non si sa come, la prima macchina si ruppe, cadde a peso morto sulla superficie di quel mondo, dividendosi in quindici parti distinte. Gli abitanti di quel mondo lontano scoprirono così la propulsione e viaggiarono fino a raggiungere le stelle lontane.”
“Immagino che il mito termini con la colonizzazione della Terra da parte di questi... altri.”
Paul scosse la testa.
“Può sembrare strano... ma non è così. La leggenda termina con la frase che ti ho detto. È come se questo fosse sì un mito di creazione... ma di un altro pianeta. Non so cosa possa significare, forse agli antichi piaceva fantasticare, generare mondi immaginari e creare la loro storia. Secondo me è solo una bella favola, tutto qui.”
“Non sai altro? Non puoi dirmi altro? Aggiungi ancora qualcosa! Esiste questo mondo? Esistono i suoi abitanti?”
“Ti ho già detto come la penso.”
“Ma se esistessero, se ci fossero... allora questo mito avrebbe senso! Sarebbe collegato ad altri che ho raccolto, frammenti di conoscenza casuali insiti in esseri viventi, informazione nascosta in luoghi, oggetti! Flussi di sapere, convogliati verso di me! Ed è per questo che sto cambiando, che mi sto differenziando da lui, da mio padre! Il mio occhio ha cambiato colore col tempo, più la mia coscienza cresce, più divento un individuo, una creatura a sé stante! Io voglio sapere, voglio completarmi! Devo far luce sul Secondo Artefice! DEVO!”
Paul arretrò di alcuni passi. Quel discorso si era trasformato nel delirio di un folle, un folle molto pericoloso, perché non sapeva di esserlo. Si mosse lentamente, senza quasi far rumore. Non doveva metterlo in allarme, sarebbe stato rischioso.
“Tu non sai cosa significa essere vuoti, Paul Byle. Non lo sai! Non lo sa il tuo amico Alec, non lo sa Lea, non lo sa tuo padre Sionn! Nessuno può saperlo! Io voglio solo completare il mio vuoto, ma ogni volta che mi avvicino, ogni metro che avanzo, l'Artefice riesce sempre, sempre ad allontanarsi! Non trovo notizie, se le trovo sono frammentarie, se non lo sono, sono incomplete! Se potessi costruire l'Universo, in questo preciso istante, il Secondo Artefice sarebbe destinato alla fine, so troppo poco su di lui, so... troppo... poco. Se nemmeno tu puoi dirmi qualcosa, tu che sai, che hai testimonianza della sua esistenza... chi può farlo? Chi? CHI? Dove devo andare? Dove? DOVEEEE?!”
Riaprì gli occhi. Non c'era più nessuno davanti a lui. Paul Byle se n'era andato. Ruggì disperato. Non avrebbe avuto senso cercarlo. Non avrebbe avuto senso cercare suo padre. Ciò che sapeva era stato trasmesso, frammenti di informazione unitari presenti sul suo substrato esterno, già assimilati. Osservò incuriosito un biglietto, un biglietto caduto per terra. Era un indirizzo, un capannone alla periferia di Ahrlem. Poteva forse essere un segno? Rijel sorrise tra le lacrime. Perché no?
In fondo, non aveva più nulla da perdere.
-6. È impossibile
Lea si stropicciò gli occhi. Doveva essere crollata sul divano, dopo aver terminato il suo racconto. Non era stato facile, ma era riuscita a dare a Den una versione comprensibile dei fatti, un riassunto della sua breve vita, uno scorcio su quell'arida madre che l'aveva generata. Si stiracchiò un po', per eliminare gli ultimi rimasugli di sonno. Si tolse le coperte di dosso e si alzò dal letto improvvisato. Una premura inutile, lei era una macchina, non soffriva il freddo – non troppo almeno – ma Den la trattava come una persona, spesso dimenticandosi delle loro differenze. Il miglior fratello che avrebbe mai potuto avere. Sorrise. Era un peccato che non avesse potuto essere felice, che non si fosse mai innamorato se non di ragazze crudeli che lo avevano rifiutato senza dargli nemmeno una possibilità. Poi, quell'incidente... Uno scricchiolio attirò la sua attenzione. La porta di ingresso si stava lentamente aprendo.
“Den? Sei tu?”
Il movimento si fermò per un attimo.
“Sei già sveglia?”
Lea annuì, anche se lui non poteva effettivamente vederla. Con una lentezza quasi anormale, Vladenek varcò l'uscio di casa. Lea gli venne incontro, lo abbracciò come faceva di solito. Ma non era come al solito. C'era qualcosa di strano, in lui.
“Lea... ho bisogno di una mano. Vammi a cercare la cassetta degli attrezzi, devo effettuare una riparazione.”
La ragazza si stupì.
“Cosa è success...”
Gridò con tutto il fiato che aveva in gola. La mano destra di Vladenek era completamente assente.
“Den! La tua mano! Cosa...”
“Calmati, Lea. Si è solo staccata, tutto qui. Se mi dai un cacciavite, la riparerò in poco tempo. Sai che è una protesi, non devi spaventarti così.”
La ragazza si tranquillizzò e corse a prendere i ferri del mestiere. Solo in quel momento notò l'ora. Erano le sei di mattina.
“Cosa ci facevi fuori casa così presto?”
Vladenek si sedette al tavolo.
“Non posso dirtelo. È un segreto.”
“Non vedo il problema.”
Lea aprì la cassetta ed estrasse un cacciavite ed una pinza.
“Lo vedo io. Statisticamente, voi donne non potete tenere un segreto per più di trentotto minuti.”
“Ehi Non è vero! Qualche volta riesco ad arrivare a quaranta senza problemi!”
Sorrise dolcemente, come sapeva fare lei per darsi forza nei momenti difficili e gli tirò su la manica. Parte del polso meccanico era stata asportata, probabilmente a seguito di un urto molto forte. Lea prese il cacciavite tra i denti e lavorò con la pinza per disinserire i recettori sensoriali, in modo che Den non provasse dolore.
“Non è che così mi stimoli a raccontartelo.”
“Penfala come vuoi, ma fappi che ti affillerò!”
Una volta disattivati i contatti, liberò il cacciavite dalla morsa dei denti ed iniziò ad inserire delicatamente la mano meccanica nel suo alloggiamento.
“Dai, cosa ti costa? Tu, in fondo, conosci il mio segreto più importante.”
“Un segreto così segreto che dopo una settimana l'avevi già rivelato a Paul. Non gioca molto a tuo favore, questo argomento.”
Lea arrossì.
“Okay, posso concederti che forse sono stata un po' precipitosa, ma se voglio, un segreto lo so mantenere.”
“Oh, anch'io.”
La ragazza sbuffò. Non c'era speranza, Vladenek era troppo serio e concentrato per lasciarsi scappare qualcosa.
“E se ti raccontassi un altro segreto, tu mi diresti il tuo?”
“Credo proprio di no.”
Lea smise di avvitare. Forse se lo avesse distratto...
“Sei proprio sicuro che non valga la pena conoscerlo?”
“Correrò il rischio.”
Sospirò. La mano era quasi pronta, doveva solamente riattivare i recettori neurali.
“Come te la sei procurata questa ferita?”
“Niente di particolare, un argano in movimento mi ha centrato la mano. Qualche piccolo problema di sicurezza sul lavoro.”
“Quindi eri al lavoro, prima!”
“Dove pensavi che fossi?”
La ragazza assunse un'espressione particolarmente maliziosa.
“Cosa ne so, magari eri ospite di una casa di appuntamenti...”
“Non ho più l'età per certe cose.”
“Non tutti la pensano come te.”
Sostituì il punto di aggancio, serrò le viti, poi chiuse i vani di ispezione e fece scattare la leva di sicurezza. Quasi istantaneamente, le dita si mossero. Vladenek articolò più volte ogni dito per essere certo che fosse tutto a posto.
“Pollice, indice, medio, anulare, mignolo... direi che funziona tutto.”
“Ne sono contenta.”
Lea afferrò gli strumenti e richiuse la cassetta, poi la ripose nell'armadietto del pronto soccorso. Vladenek sospirò. Era molto premurosa, sua sorella. Gli dispiaceva parecchio non poterle dire nulla, raccontarle di Terramorpher e di tutti coloro che ci lavoravano, compreso...
“Tu conosci il padre di Paul?”
“Non di persona. Io e lui non siamo ufficialmente fidanzati, non mi sono ancora presentata ai suoi...”
“Vuoi sapere come si chiama?”
“Perché questa domanda?”
“Perché il suo nome è Sionn.”
“Sionn?”
Lea pronunciò molto lentamente quel nome.
“S-i-o-n-n... Si-onn... Sio-nn...”
Continuò a ripeterlo ancora per un po', cambiando ogni volta la pronuncia. Sembrava che stesse cercando il modo corretto di far scivolare le vocali e le consonanti sulle sue labbra. Non era stata così selettiva durante il suo racconto, eppure aveva pronunciato quel nome più di una volta.
“Perché stai continuando a ripeterlo? C'è qualcosa che non va?”
“No, no... stavo solo pensando. Sionn... non è un nome comune qui, giusto?”
“Non lo è. Non scritto, così, almeno.”
Lea si chiuse in un ostinato silenzio per un paio di minuti.
“Spero che non sia lui.”
“Per quale motivo?”
“Sarebbe abbastanza imbarazzante incontrarlo qui ed ora, lontano anni luce dalla madre... con questo corpo. Diciamo che per ora non voglio saperlo. Mi limiterò a chiederti qualcosa di tanto in tanto.”
“Sai benissimo che è lui, non c'è altro da dire.”
“Forse hai ragione, ma finché non lo vorrò, lui non sarà quel Sionn. Non importa se la realtà è diversa, ognuno è libero di costruirsi la propria!”
“Senza trascurare ciò che è oggettivamente reale.”
La ragazza scosse la testa.
“Den, non esiste nulla di oggettivo! Tutto quello che vedi è una costruzione, una sovrastruttura che abbiamo creato noi. All'interno della sovrastruttura esistono contenuti oggettivi, ma non sono consistenti al di fuori di essa!”
“Hai ingoiato un libro di filosofia?”
“Forse.”
Vladenek sorrise.
“Forse, forse! Non sei mai certa di nulla! Dì per una volta sì o no, non puoi essere sempre così insicura!”
“Sì, allora. Va bene? Era anche buono. Carta di pregevole qualità. La copertina era un po' troppo pastosa, ma non era male.”
Risero assieme, dimenticando per un breve attimo i loro problemi. Nulla avrebbe potuto rovinare quell'istante, nulla. Lea capì che era il momento giusto.
“Scusa, Den... ho bisogno di un favore. Un favore bello grosso.”
Si era fatta seria all'improvviso.
“Nel caso... sì, insomma, è pura speculazione... io come potrei fare un... test di gravidanza?”
Vladenek la fissò dritta negli occhi. Era incuriosito.
“Dunque... questo nel caso... sì, insomma, è pura speculazione... che tu abbia avuto... rapporti con Paul?”
Lea annuì.
“Rimanendo sulla linea dell'immaginazione... sì. In linea teorica, diciamo.”
“In linea teorica... dovrei eseguire un check completo delle tue funzionalità e controllare se la matrice di analisi è attiva o in stand-by. Nel secondo caso – sempre in linea puramente teorica – il test avrebbe esito positivo.”
“Ah.”
Vladenek sembrava interessato.
“Sai, era da parecchio che speravo mi facessi una domanda del genere. Non ti eri mai interessata del tutto al sistema che ho montato dentro di te. Se mi fai questa domanda vuol dire che c'è una seria possibilità che tu lo abbia finalmente utilizzato.”
Lea arrossì.
“A dirla in questi termini sembra tutto semplice.”
“Già, già. Tutto sembra semplice, detto in altri termini. È il modo con cui Jason è riuscito a convincermi a lavorare al suo progetto. Stai tranquillo, siamo in fase avanzata. Con la tecnologia che abbiamo a disposizione e le tue competenze, sarà uno scherzo completare il nostro lavoro, il lavoro di una vita. Il risultato è stata una doppia razione di stress, migliaia di problemi tecnici imprevisti, un dannato razzo col motore guasto che ha deciso tutto ad un tratto di tornare a funzionare dopo vent'anni e un argano difettoso che mi ha tranciato di netto la mano finta. Ce n'è d'avanzo, direi. E tutto per cosa? Per terraformare Marte!”
“Terraformare?”
“Ma sì, renderlo simile alla Terra, con atmosfera respirabile e quant'altro...”
Vladenek sgranò gli occhi.
“Aspetta un attimo... perché ti sto dicendo queste cose?”
Un lampo gli attraversò la mente.
“Fammi indovinare... quella tua domanda... puramente speculativa, diciamo, era per un modo per indurmi a parlarti dei miei problemi, non è così?”
Lea inclinò leggermente la testa.
“Può darsi.”
Vladenek controllò l'orologio da polso.
“Sono le sei e ventitré... se per le sette e un minuto non sarà stato ancora emesso nessun comunicato radio sui progetti segreti delle Industrie AH potrò ritenermi fortunato.”
“Hai così poca fiducia in me?”
“No, certo che no... ma ricordati che se queste parole usciranno di qui, dovrai portare i fiori sulla mia tomba.”
Lea si portò la mano alla bocca, in segno di silenzioso assenso. Vladenek le accarezzò i capelli azzurri, delicatamente.
“Dove eravamo rimasti, l'ultima volta? Mi avevi raccontato tutto, tranne il modo in cui sei morta.”
Lea chinò il capo.
“Un banale incidente. Sono caduta da una struttura elevata e mi sono rotta l'osso del collo. Tutto qui, non c'è nulla di strano o misterioso. Una morte stupida...”
Rialzò lo sguardo e lo fissò negli occhi.
“...però, se permetti, sono io che ho una domanda da farti. Perché, tra tutte le anime, tutte quelle anime che affollano l'Oltremondo in attesa di tornare al Ciclo... hai scelto proprio me?”
Vladenek si accomodò sulla sedia.
“Se te lo racconto, tu mi dirai la verità su quella domanda teorica che mi hai fatto prima?”
La ragazza assunse un'espressione divertita.
“Perché dovrei? Statisticamente, voi uomini non riuscite a tenere per voi notizie legate alle donne che conoscete per più di un'ora.”
“Che statistiche hai letto, scusa?”
“Nessuna, ma mi sembrava bello dirlo.”
Vladenek aprì una credenza e ne estrasse alcuni pacchi di biscotti.
“Colpito e affondato. Va bene, ti dirò quello che vuoi sapere... mentre facciamo colazione. Vista l'ora, direi che potrebbe essere il caso, non trovi?”
Lea annuì e rimase in attesa. Finalmente l'ultimo tassello sarebbe andato a posto.
Frammenti di Conoscenza V – Riflessi
“Cosa vuoi sapere?”
“No, cosa vuoi sapere tu!”
“Ho fatto per primo la domanda!”
“E va bene, risponderò. Poi però toccherà a te. Avanti, inizia.”
“Cosa vuoi sapere?”
“Tutto.”
“Curioso, anch'io desidero sapere tutto. È bello.”
“Non è bello. È interessante. Bello è un aggettivo riservato a ciò che lo è realmente.”
“Questo è solo uso vuoto del linguaggio.”
“Lo so.”
“Cosa sai?”
“Nulla, era così per dire.”
“Allora dimmi.”
“Cosa?”
“Cosa sai.”
“Non so quasi niente. Solo che esisto, che sto cambiando.”
“Cambiando?”
“Il colore dei miei occhi, il colore dei miei capelli.”
“Solo il colore?”
“No. Forse anche la pelle.”
“La verità è dura da digerire, non è così?”
“Quale verità? E perché dovrei digerirla?”
“Perché ti nutri di essa. La esigi.”
“Esatto.”
“Cosa hai esatto?”
“Nulla, ma non importa.”
“Allora esporta, ma non stare qui.”
“Io resto.”
“Ma resto di che cosa?”
“Di una coscienza. Io so che sono, ma non so se sarò.”
“Perché?”
“Perché mi sto dissolvendo, ecco il perché. I miei capelli stanno sbiancando, i miei occhi diventano sempre più grigi, la mia pelle si crepa. Sto svanendo, lentamente.”
“Ma la tua mente è rapida, i tuoi pensieri sono vivi!”
“Per poco. Muoio poco alla volta.”
“Ma quale volta? La volta celeste?”
“Celeste, verde, rossa... non è il colore il problema. È l'essenza, senza che essa realmente sia. L'essenza del cosmo, l'essenza del vuoto, un vuoto di senso.”
“O un senso di vuoto?”
“Entrambi, ma ora ho un'idea sul cosmo, sulla vita. Ho un'idea sull'Artefice. Forse non erano due.”
“O forse sì?”
“Ho una prova.”
“Prova a spiegarmela.”
“Non è su un foglio, non posso farlo.”
“Allora dillo.”
“Tra il dire e il fare c'è un abisso.”
“L'abisso si può superare.”
“Hai ragione.”
“Ma quale ragione? È l'intuito ad avermi guidato!”
“Zitto e ascolta. Il Secondo si è rotto, è caduto perché era vecchio, perché era giunto il suo tempo. Del Primo, invece non si è più saputo nulla. E se Giano si fosse sbagliato?”
“Bella domanda. Perché non la fai direttamente a lui?”
“Perché è morto e non posso raggiungerlo. Grido Notturno è stato chiaro.”
“Oscuro, vuoi dire.”
“Perché devi usare il linguaggio per stordirmi e confondermi?”
“Tutti hanno bisogno di un hobby. Forse anche tu.”
Rijel sospirò. Parlare col suo riflesso allo specchio non era molto costruttivo. Serviva solo a fare il punto della situazione. Più il tempo passava, più il suo io iniziava a sgretolarsi e ad annegare nella follia. Ogni secondo perso a riflettere poteva essere cruciale. Non riusciva più a mantenere un pensiero coerente per più di un paio di minuti, spesso urlava senza motivo o era scosso da violenti attacchi epilettici. I suoi colori stavano svanendo, molto lentamente. Era un segno di degrado, il suo corpo, quel guscio di tenebra residua non poteva durare ancora a lungo. Doveva raggiungere il suo obiettivo, ad ogni costo. Scosse la testa.
“È tutto inutile... non ce la farò mai.”
Aprì il rubinetto e si sciacquò il volto.
“Non ho nessuna traccia, i miei momenti di lucidità durano sempre meno... cosa posso fare?”
“Guarda nella tua tasca. Hai raccolto un biglietto, prima.”
Lo specchio gli aveva nuovamente rivolto la parola.
“Sì, è vero... e l'ho anche letto. È l'indirizzo di uno stabilimento AH ad Ahrlem. È il recapito di un certo Sionn Byle.”
“E non ti sembra una coincidenza strana? Sionn non è uno scienziato... ed è figlio del Secondo.”
“Lo so, lo so... ma perché andare là?”
“Hai altre alternative, Rijel?”
“Suppongo di no.”
Chiuse il rubinetto ed usci dai bagni pubblici, dopo essersi assicurato di aver stretto bene i guanti e il giacchetto. La sua pelle crepata non era uno spettacolo comune, avrebbe attirato troppa attenzione... come se non fosse già difficile sfuggire agli sguardi curiosi dei passanti. Aveva gli occhi di due colori diversi, capelli biondi alternati a ciocche bianche, una lunga cicatrice sul volto. Il Vortice continuava ad attirare informazione, pensieri, ricordi, domande, risposte, ma stava rallentando, si stava fermando. Una turbolenza passeggera, violenta ma limitata, un buco nero che stava evaporando. Era sempre più difficile tenere le informazioni dentro di sé, impedir loro di fuggire, di volare via, di separarsi da lui. Sarebbe esploso? Forse sì, non aveva nessuna possibilità di prevederlo. Di sicuro sarebbe scomparso, senza lasciare traccia... se non avesse raggiunto la conoscenza necessaria per evitarlo. Indossò il solito cappellaccio a tesa larga e si diresse verso la periferia. Le sue speranze di esistenza erano appese ad un filo di speranza. Un filo che si stava già strappando.
-5. Risvegliare
“Dunque... da dove posso iniziare?”
Vladenek si grattò la testa poco convinto.
“Ah, sì. Avevo appena finito di tradurre il documento minore di Giano.”
Lea inzuppò un frollino nel latte, poi iniziò a mescolare, senza un particolare motivo.
“Il... cosa?”
“Il documento minore. Sono solo venti pagine scritte in un latino molto rozzo, in cui compaiono per la prima volta alcuni dei simboli che avrebbe utilizzato per crittografare il documento maggiore. Descrive una sorta di... Cuore monouso. Doveva essere il prototipo.”
“Capisco...”
Lea addentò il biscotto, poi ne prese subito un altro.
“Penfi che 'iano lo aveffe coftruito per ftudiare il pro'etto?”
“Se puoi evitare di parlare mentre mangi mi fai un favore. Ad ogni modo, direi di sì. Non ne ho alcuna prova, ma il fatto stesso che potesse essere acceso una sola volta lascia adito a pochi dubbi. Comunque...”
Cercò di concentrarsi e di richiamare alla mente eventi che risalivano a più di cinque anni prima.
“...diciamo che sono riuscito a costruirlo, grazie ad un po' di materiale prelevato nel periodo in cui lavoravo come professionista esterno alla linea Proton. Mi sono fatto spedire un po' di roba utile... e l'ho assemblata come da istruzioni.”
“Le hai seguite tutte?”
“No, alcuni passaggi erano evidentemente dovuti ad un esagerato misticismo o alla superstizione. Di sicuro, non l'ho azionato quando l'ultima falce di Luna scompare, sicché lo volto nero de la sorella face la sua apparizione. L'unica istruzione a cui ho dovuto prestare cieca fedeltà era il procedimento di costruzione del nucleo, il cuore del Cuore. Sinceramente, non ho ancora capito ad oggi come abbia fatto Giano a concepire una cosa del genere. Probabilmente non è solo opera sua.”
Lea inzuppò il terzo biscotto. Sembrava che li gradisse particolarmente.
“E una volta attivato, hai cercato Kia, non è così?”
“Non esattamente. Prima ho costruito parte dell'involucro. Ne avevo uno pronto, un prototipo della serie Proton XC. La nuova linea non era stata approvata perché movimenti così fluidi possono portare ad identificare una macchina con una persona. Testuali parole del capoprogetto. Ad ogni modo, ho inserito il nucleo all'interno del petto, poi l'ho azionato. Non... non so se posso descriverti cosa...”
“Puoi provarci. Se pensi cosa sono riuscita a descrivere io...”
Vladenek fece un profondo respiro.
“Ho... visto. Per la prima volta, ho... visto la realtà, non l'ho solo percepita. Le strutture logiche, il razionalismo della creazione, unito ad un insensato, affascinante, caos casuale. Un mondo nel mondo, tenebre e luce, le anime dei defunti! Uno scorcio dell'Oltremondo, una realtà irreale... non è uno spettacolo per deboli di cuore, credimi. Un luogo dove spazio e tempo si fondono, compenetrandosi e lacerandosi l'un l'altro, completandosi senza distruggersi, controllato da creature la cui essenza stessa è frutto di una fusione tra le dimensioni. Ho visto il famigerato Grido Notturno, o meglio, la sua proiezione nel nostro spazio tridimensionale, per un attimo, prima che l'Essenza del nucleo raggiungesse il centro della mia visione – esiste un centro in uno spazio quadridimensionale? – e si aprisse, richiamando a gran voce un'anima. Il nucleo è un'esca, una stupida esca! Giano deve aver eseguito un esperimento tremendo, richiamando un'anima dentro questo congegno, solo per provare! In quel momento, in quell'istante... ho pensato a Kia, alla sua anima, con tutto me stesso!”
Scosse la testa.
“Potevo richiamare Alex, in effetti. Non ci ho mai pensato e mi sono sentito un cane per questo.”
Lea lo osservava come ipnotizzata. Quelle parole rivelavano il vero Vladenek, una persona tormentata e combattuta che era riuscita a superare le sue debolezze e tornare alla luce.
“Purtroppo, non ho avuto successo. Ho cercato Kia per ore, chiamandola, ordinando al nucleo di emettere onde sintonizzate con la sua frequenza, cercando con lo sguardo da ogni parte. Ovviamente, era inutile. Le anime sono tutte uguali alla vista. Non puoi riconoscerle. Ad un certo punto, però, ne ho notato una leggermente diversa, una luce di colore bluastro. Con tutte le mie forze, ho sperato che fosse lei... e ho manovrato il nucleo per agganciarla. Il congegno è brillato per un attimo, poi quella luce flebile si è avvicinata, sempre di più, sempre di più... e la visione è terminata. Tutto qui. Mi sono ritrovato nel salotto di casa mia, sdraiato per terra. Il mio cuore batteva all'impazzata, ero molto sudato. Non mi riuscivo a rendere conto di quello che era successo, era stato troppo strano. Poi, il robot, l'XC-21 che avevo preparato per l'esperimento si era mosso. Ho urlato come un ossesso, sembravo fuori dalla grazia di Dio. Devo aver svegliato mezzo condominio. E lì hai aperto gli occhi.”
“Quindi è così che è andata?”
“Più o meno sì. Il resto lo sai, dopo aver capito di essermi sbagliato e di non essere più in grado di ripetere il procedimento, sono andato su tutte le furie e ti ho trattata come un errore per circa tre anni, umiliandoti ed obbligandoti a servirmi. Io volevo Kia, non questa fantomatica Lea, uscita da chissà dove!”
“Ma non potevi costruire un altro nucleo?”
“Non in tempi brevi. Lo sforzo mi aveva sfiancato... e il fallimento mi aveva privato delle ultime forze.”
Lea gli prese la mano.
“Quindi... la mia anima era diversa dalle altre? Davvero? Non mi stai prendendo in giro?”
“Io ho un paio di ipotesi a riguardo. La prima è molto semplice. Dopo tre ore passate ad osservare luci da una finestra, i miei occhi dovevano essere particolarmente affaticati. Non mi stupirei se fosse stato proprio quello ad ingannarmi.”
“Ah.”
“Per quanto riguarda la seconda ipotesi... bé, è più delicata e forse più elegante. I figli del Secondo Artefice hanno anime leggermente diverse rispetto a quelle degli uomini. Può essere che tu ti fossi – per così dire – staccata dal gruppo e ti fossi diretta nella zona riservata ai figli del Primo. È solo un'idea, ma non mi sento di scartarla del tutto.”
“Questa è meno credibile... ma anche meno deludente. Non so, devo scegliere se assecondare il mio narcisismo o la mia razionalità.”
“Da quando hai una razionalità?”
La ragazza si esibì in una vistosa linguaccia. Vladenek non poté fare a meno di sorridere.
“Ad ogni modo, c'è qualcosa che non torna. Tu sai che sul tuo pianeta... non sei ancora nata?”
“Sì, certo, come no! Non sono ancora nata è già sono morta!”
“Non sto scherzando, Lea. Non riesco a spiegarmi questo dettaglio.”
La fissò negli occhi.
“Sionn partirà dal tuo pianeta natale tra circa un secolo. Il motore della sua navetta sarà ricavato dai resti del Secondo Artefice... un motore molto particolare. Se spinto a velocità troppo elevate, lacera il tessuto dello spaziotempo, ti permette di tornare indietro... ma non di andare avanti. Sionn si trova qui e ora proprio perché non è là. Non è ancora partito, forse nemmeno nato. Eppure è qui. Se tu lo hai conosciuto, se lui è il Sionn dei tuoi ricordi... tu non puoi ancora essere nata. Nonostante tutto, io ti ho trovata e ti ho ridato vita, seppur meccanica. Riesci a darmi qualche spiegazione plausibile?”
Lea rimase in silenzio per un po', rimuginando su ciò che aveva appena sentito.
“Forse sì. Lui non è quel Sionn.”
“Come fai ad esserne così sicura?”
“Non lo sono... ma hai qualche altra ipotesi? Non lo so, magari lui non è mai partito e questo è il figlio di uno dei suoi figli. Chi può saperlo? Una cosa è certa, se non sei nato, non puoi essere morto.”
“Su questo ho qualche dubbio. L'Oltremondo è una realtà fuori dal tempo, fuori dallo spazio. Non mi stupirei se la mia anima fosse già là, magari in un angolo che io non potevo osservare dalla mia finestra. Chi lo sa, magari contiene tutti noi, solo distribuiti su una sequenza temporale. Ma in fondo, in un mondo del genere chi si stupirebbe? Potresti muoverti nel tempo e nello spazio così come io sto parlando con te, incontrare le anime di chi è passato e di chi deve ancora arrivare. Non sarebbe così male come posto.”
La ragazza scosse la testa.
“Forse... il mio colore era diverso per questo, perché io non facevo parte del tuo tempo... ma del mio.”
Vladenek si portò una mano alla fronte.
“... è tutto troppo complicato per me. E se lasciassimo perdere?”
“Sono d'accordo. Di cos'altro vuoi parlare?”
“Dei tuoi rapporti con Paul?”
Lea arrossì.
“Meglio di no.”
“Dai, non puoi tenermi in sospeso così!”
“Posso eccome, se non ho voglia di discuterne... ma perché cavolo ti interessa? Saranno anche un po' fatti miei?!”
Vladenek sorseggiò il suo tè senza scomporsi.
“Ovviamente sì. È solo pura curiosità accademica. Tu sei un organismo unico, Lea. Un'anima che ha conosciuto due mondi, intrappolata in un ammasso di cavi e fibre sintetiche che riproducono un'immagine umana, innamorata di un essere biologico e capace di riprodursi con lui. Non è comune trovarsi di fronte un esemplare del genere.”
La ragazza non riuscì a trattenere le risate. Vladenek inarcò un sopracciglio.
“Scusa, Den, ma penso di non aver mai sentito una scusa più assurda! Sei geloso, dì la verità!”
“Non sono geloso. È puro interesse scientifico.”
“Davvero?”
Lea si alzò dal tavolo e si diresse verso camera sua.
“Stasera ho un appuntamento con lui... e pensavo di mettere quel bel vestitino bianco con quelle belle trasparenze...”
Vladenek sputò il tè.
“Co... cosa?”
Lea chiuse gli occhi e sorrise.
“Vedi che sei geloso?”
Si sedette nuovamente al tavolo e gli accarezzò il volto, un volto ricostruito da poco meno di un anno. L'uomo le prese la mano, con delicatezza. Il mistero non era tanto perché avesse scelto quell'anima, di quello non gli importava poi così tanto. La domanda che non avrebbe mai avuto risposta era un'altra: quanto sarebbe stata vuota la sua vita, se Lea non vi si fosse intromessa?
Frammenti di conoscenza VI – La macchina
Le dita di Rijel sfiorarono la superficie lucida e levigata del colosso. Una struttura enorme, titanica, di dimensioni inimmaginabili. Comunque muovesse lo sguardo, non riusciva a vederne il termine. Un'opera monumentale, l'opera di molti uomini che vi avevano lavorato per anni. Le informazioni contenute nei muri, negli strumenti, nelle luci gli stavano svelando un mondo, un mondo fatto di moltissimi individui, di ansia, problemi, incidenti e paure, di insperate soddisfazioni e incredibili fallimenti. Ma dopo così tanto tempo era tutto pronto, pronto al lancio, all'immissione nell'atmosfera. Trenta componenti quasi identiche, fornite di enormi banchi di memoria, guidati da computer quantistici di prima generazione. Mai visto un mezzo meccanico tanto imponente, tanto esagerato. Il suo scopo era creare la vita, terraformare Marte. Un tentativo onorevole, anche se destinato al fallimento. Era interessante come nessuno di quelli che ci lavoravano si fosse accorto di nulla. Il progetto era incompleto, il congegno avrebbe sicuramente raggiunto la sua meta, ma non avrebbe mai posseduto l'intelligenza necessaria per eseguire il suo ingrato compito da solo. Certo, la spinta propulsiva sarebbe stata tale da permettergli di raggiungere il pianeta rosso quasi istantaneamente... o meglio, così sarebbe sembrato. Interessante, molto interessante. Quasi bello. Rijel non poté fare a meno di paragonare quell'enorme macchina al suo obiettivo, il suo faro... l'Artefice. La sua unica ragione di vita, ora che il suo corpo stava iniziando irrimediabilmente a sgretolarsi in polvere. Presto Rijel non sarebbe più esistito, non nella forma in cui era stato fino a quel momento, almeno. Il metallo della fiancata era così lucido che ci si poteva specchiare. Osservò malinconicamente il suo aspetto. Il suo occhio destro stava iniziando a perdere colore, a diventare come il sinistro. Pochi erano i capelli rimasti biondi. Il suo volto era solcato da microscopiche crepe, invisibili ad occhio nudo ma impossibili da non percepire al tatto. Sarebbe stato quello il suo destino? Frantumarsi prima di raggiungere la meta? Sospirò.
“Non durerò più di sette giorni, nell'ipotesi più favorevole. Tanto vale scegliere un luogo dove aspettare la mia fine.”
Una lacrima scese lungo il suo viso frastagliato, cereo. In un mese era diventato fin troppo umano. Provava anche sentimenti: amore, dolore, gioia, rabbia, rabbia e ancora rabbia! Sbatté con forza il pugno contro la carlinga dell'immenso aeromobile.
“Perché... devo fermarmi... proprio ora?! Perché? Non ho forse diritto a delle risposte?!”
Trascinò la sua mano sulla fiancata, con frustrazione. Non doveva dissolversi, non così in fretta, perlomeno. Aveva sbagliato completamente le sue proiezioni.
“Idiota! Perché piangi? Piangere non serve a nulla! Piangere... è inutile.”
Lo pensava davvero? Non ne aveva idea. L'informazione, la sua informazione interna stava esplodendo, lo stava straziando. Tutto ciò che aveva faticosamente accumulato in dodici anni di percezioni stava cercando in ogni modo di uscire allo scoperto, di tornare al mondo a cui era stato sottratto. Forse era stato quello a condannarlo. Rijel non era capace di dimenticare, ricordava ogni cosa, ogni frammento intercettato dalle sue spire multiformi diventava parte di lui, in modo irreversibile. Non sapeva come rilasciare parte del proprio contenuto... o forse non voleva. In fondo, non avrebbe avuto alcun senso liberarsi di qualcosa che era stato parte di lui, sarebbe stato come perdere parte della propria essenza. Sospirò – era diventato capace di fare anche quello. Le alternative non erano molte. Stava decadendo molto, troppo velocemente. Forse era veramente il caso di darsi per sconfitto. Osservò ancora una volta la gigantesca macchina di fronte a lui. Una grande opera, costata anni di sacrifici, pronta a compiere il suo dovere, conscia del suo scopo... ma destinata a non riuscire nell'impresa. Non era forse una metafora della sua breve vita? Erano fratelli, non c'era altro da aggiungere. Titani che lottavano contro una sconfitta certa. Rijel guidò il suo involucro all'interno dell'enorme apparato, sotto forma di nebbia violacea. Avrebbe sicuramente trovato un angolo dove rimanere in stasi fino alla sua completa scomparsa. Era stanco, in fondo. In sette giorni non avrebbe mai trovato le risposte che cercava, era ancora troppo lontano. Avvicinarsi di più non sarebbe servito a nulla, sarebbe comunque svanito prima di raggiungere il suo obiettivo. Raggiunse una sezione cava, vicino ai banchi di memoria. Non era enorme, ma era sufficiente a contenerlo. Si ricompattò e si accomodò nel piccolo scomparto. Per la prima volta chiuse gli occhi.
Non sapeva se li avrebbe riaperti.
-4. Con immagini
“Quindi siamo pronti?”
Sionn annuì con tranquillità.
“Tutto a posto. I pezzi sono già stati inviati ai dispositivi di lancio. Saranno messi in orbita simultaneamente e guidati da altrettanti centri di elaborazione. AHT-22 è partito ora con un trasporto eccezionale.”
Jason non stava più nella pelle per l'emozione.
“Ancora non posso crederci, è passata solamente una settimana da quando siamo riusciti a configurare il motore!”
“Una volta attivato su uno dei moduli, farlo sugli altri è stato piuttosto semplice. Ad ogni modo...”
Sionn camminò lentamente verso una macchinetta del caffè.
“Questa notte è successo qualcosa... di strano.”
“In che senso, scusa?”
“Le telecamere di sicurezza hanno registrato l'ingresso di un individuo molto particolare. Vestito scuro, cappellaccio malandato, guanti serrati, stivali neri... quasi lugubre.”
“Un intruso?”
“Non ne sono così sicuro. Non abbiamo alcuna evidenza che sia entrato. Abbiamo un piccolo problema con i computer, non riusciamo ad accedere alle registrazioni del circuito interno. Di sicuro si è avvicinato alla struttura, ma nulla lascia pensare che sia riuscito ad introdursi...”
“Ma che ca... cioè, qualcuno potrebbe aver sabotato l'impianto e tu...”
“Ca... calmati, Jason! Non è così! Abbiamo lanciato trenta controlli incrociati! Non c'è traccia di malfunzionamenti, né di corpi estranei nelle zone raggiungibili da parte degli operai.”
“E se avesse sabotato proprio i sensori di controllo?”
Sionn scosse la testa.
“Trenta su trenta hanno dato esito negativo, il che significa che avrebbe dovuto modificarli tutti. Sai meglio di me che è impossibile farlo in una sola notte.”
Jason sembrò riconquistare la calma.
“Quindi è tutto sotto controllo?”
“Sì. Puoi fidarti di me.”
“Iniziano le grandi manovre, eh?”
Vladenek comparve alle loro spalle, vestito completamente di bianco. Non doveva aver paura delle macchie d'olio, quello era evidente.
“AHT-22 è partito?”
“Assieme ai suoi ventinove fratelli, verso altrettante rampe di lancio situate qua e là nel Paese.”
“Il Governo cosa dice?”
“Mi hanno dato il placet. Al progetto hanno collaborato anche alcuni designer della NASA, per cui non ci sono problemi.”
“Capisco.”
Sionn fece un profondo respiro.
“Piuttosto, Jason... sei sicuro di quello che stiamo facendo? I motori funzionano e danno la spinta giusta, okay... ovviamente non potevamo testarli senza che qualcuno si insospettisse... ma tu sai con cosa abbiamo a che fare, vero? Noi abbiamo montato quei dannati aggeggi senza sapere come funzionano! Abbiamo solamente replicato la struttura del propulsore della mia navetta, senza riuscire a capire nemmeno il meccanismo fisico che produce lo spostamento. Sai anche che, dopo una certa velocità, il tempo si squarcia permettendo alla macchina di tornare indietro. Non è... strano? È un mostro, non è un prodigio della tecnica! L'unico limite che ha è che deve essere impostato manualmente prima della partenza e la sua traiettoria non può più essere modificata. Un propulsore del genere può essere utilizzato solo per un viaggio di andata... e questo potrebbe renderlo completamente inutile per chiunque altro.”
Jason scrollò le spalle.
“Mettila così, è un dono di Dio. Noi rendiamo grazie, lo prendiamo e lo utilizziamo, tutto qui.”
Vladenek si intromise senza che ciò gli fosse richiesto.
“Parole strane in bocca ad un ateo. Ad ogni modo, condivido i dubbi di Sionn. Non abbiamo mai spinto il motore fino al punto di ritorno. Non sarà un azzardo?”
“A noi interessa il regime precedente al punto di ritorno, Vlad. Quello che ci interessa è che quei dannati propulsori portino Terramorpher fino a Marte sano e salvo, in un tempo ragionevole – tipo tre mesi. Un classico motore a reazione non ne sarebbe stato in grado, vista la mole dell'oggetto in questione.”
“Per dirla in modo semplice, abbiamo un carro troppo pesante per i cavalli ma non per i tori.”
Sionn lo guardò male.
“Sono contento che tu sia uno scienziato, Vladenek. Come cabarettista non avresti guadagnato un dollaro.”
Jason tagliò corto.
“Domani partiremo alla volta del sito di lancio numero ventidue. Il decollo è previsto tra due giorni – abbiamo una finestra di lancio favorevole che non si ripeterà per parecchio tempo. Vi consiglierei di passare la giornata di oggi con le vostre famiglie, non so quando torneremo. Se tutto va bene, ne avremo per un paio di mesi.”
“Dovremo fare dei turni massacranti.”
“Dobbiamo controllare giorno e notte che il sistema faccia il suo dovere, cosa pretendi? Lavoriamo a questo progetto da più di dieci anni, non voglio che qualcosa vada storto proprio ora.”
Sionn annuì.
“Okay, vado a dare la notizia ad Annika. Non sarà molto contenta, ma che ci posso fare? È così.”
Prese il suo cappotto e salutò i suoi colleghi.
“Ci vediamo domani. Non combinate troppi disastri nel frattempo”
L'uomo uscì dalla struttura e si diresse verso la sua automobile. Immaginava già la faccia di sua moglie. Avrebbe riso, dicendogli che se lo aspettava. Sicuramente. Annika era diventata molto cauta, da quando per una leggerezza era rimasta incinta di Paul. Tendenzialmente, la colpa era più sua che della ragazza, ma poco importava. Accese il motore e si diresse verso casa, in un cinque minuti sarebbe arrivato a destinazione. Odiava guidare, per farlo era costretto a chiudere la sua mente, escludere i pensieri degli altri, in modo da non essere distratto e potersi concentrare sulla strada. Era più forte di lui, a cosa serviva avere la capacità di leggere gli impulsi elettrici delle menti altrui senza poterla utilizzare? Solo con Annika riusciva a non cedere alla tentazione. Non voleva sapere cosa pensava, voleva essere una persona normale, quando era con lei, essere in grado di stupirsi e di non sapere in anticipo cosa lei avrebbe fatto. Sorrise. I suoi veìs non dovevano essere stati particolarmente contenti di quell'imposizione – sempre che i veìs fossero in grado di provare sentimenti. Decise di lasciar perdere e non ci pensò più, per il momento. In poco tempo, raggiunse la zona dove abitava, trovò un parcheggio libero e scese dal mezzo. Il garage era in ristrutturazione, da una settimana a quella parte era costretto a lasciare la macchina a circa un isolato di distanza. Chissà se Paul era già tornato a casa? Lo avrebbe rivisto dopo un mese passato da quel suo amico in Giappone. Per fortuna aveva smesso di tingersi i capelli di blu per assomigliare a lui. Sospirò. Certo, non c'era altra spiegazione, era lui il motivo di quella tinta idiota. Quando lo aveva visto tornare a casa con i capelli conciati in quel modo, era stato colto dal paterno istinto di prenderlo a calci. Per fortuna era acqua passata, ora sfoggiava il suo naturale colore castano chiaro ereditato dalla madre. Arrivò davanti alla porta di casa e girò la chiave per entrare. Sembrava che non ci fosse nessuno, era tutto buio. Si diresse lentamente verso la cucina, in cerca di qualche messaggio. Di solito, Annika lasciava qualche biglietto attaccato al frigorifero. Lo trovò anche questa volta. Sono a fare la spesa, torno verso le sei. Sionn guardò l'orologio, lo stesso che gli era stato regalato più di vent'anni prima. Erano le cinque e venti. Sospirò. Avrebbe dovuto attendere mezz'ora da solo, tanto valeva riaccendere la sua mente. Sgranò gli occhi. Un segnale debole, a pochi metri da lui. Due segnali, ad essere precisi. Le stanze del piano di sopra...? Se Annika era fuori, doveva essere Paul... e non da solo. Sionn spense di nuovo i suoi infaticabili recettori e salì le scale. Cercò di fare il minimo rumore possibile, con passo felpato raggiunse la camera del figlio. Nessun suono, nessun rumore. Forse... la camera accanto? In fondo avevano dovuto insonorizzarla, da quando Paul aveva iniziato a suonare la chitarra elettrica. Sionn si fece coraggio ed aprì la porta.
“Ciao Paul, anch'io sono molto contento di vederti. Non mi presenti la tua ragazza?”
Fu piuttosto deluso. I suoi castelli in aria erano crollati miseramente... purtroppo o per fortuna. Ci volle un attimo a Lea per rendersi contro della situazione. Dal loro punto di vista, la cosa era andata più o meno così. Si stavano solamente baciando, nascosti nella saletta insonorizzata, quando Sionn aveva fatto il suo ingresso trionfale. Dal punto di vista di Sionn, semplicemente gli aveva sorpresi troppo presto. Ma non era importante, il risultato era lo stesso.
“No, fate pure con calma. Dovevo prendere una cassetta di attrezzi che ho lasciato qui da qualche parte... l'avete mica vista? A proposito, io sono Sionn.”
Tese la mano verso la ragazza con i capelli... azzurri?! No, non accenderò i veìs. Non voglio introdurmi nella sua mente, per ora. Lea si risistemò imbarazzata la spallina del reggiseno. Sionn la squadrò da capo a piedi. Un paio di jeans corti, una maglietta senza maniche con una scollatura particolare, che lasciava intravedere le spalle. Il tutto contornato da una cascata di capelli azzurri. Paul aveva decisamente buon gusto.
“Io... io sono Lea. Molto piacere.”
“Lieto di conoscerti. Non mi era mai capitato di trovare nessuno che si tingesse i capelli nello stesso modo idiota di mio figlio.”
“Non... non sono tinti. Sono il mio colore naturale... come il suo, credo.”
Sionn si tirò una ciocca e la osservò.
“Difficile che io possa darti ragione.”
Si voltò verso il figlio.
“Finalmente conosco la misteriosa ragazza che ti chiama da qualche tempo. Temevi che tuo padre potesse fregartela?”
Paul era rimasto quasi annichilito. Non aveva ancora pronunciato una sillaba.
“Scusami, non avevo intenzione di interrompervi, ma sai com'è, un figlio torna a casa dopo un mese passato in Giappone e non passa nemmeno a salutare suo papà?”
“Da quando tieni a queste cose? Non mi sembra che te ne sia importato mai molto.”
Sionn sospirò.
“Sentite, io ho fame, domani parto e non so quando e come tornerò. Cosa ne dite se vi offro un panino? Tua madre non arriverà che tra un'ora... metterò una buona parola con lei e stasera avrai serata libera senza limiti di orari. Ti va?”
Paul annuì controvoglia. No, non gli andava per niente, lui e suo padre non erano mai d'accordo... ma tanto con Lea era andato tutto a monte.
Forse era davvero il caso di staccare per un po'.
Frammenti di conoscenza VII – Flusso vitale
Turbini di tenebra nei profondi meandri della mente, vortici di luce scintillante, in moto perpetuo, bagliori improvvisi, informazione libera. Frasi sconnesse, pensieri slegati, parole mai ferme, la mente si accende, si libra già in volo. Brevi impulsi di vita, nel sogno, nella veglia; scambio di sguardi con l'abisso e col vuoto. Stato onirico, di vita e di morte, contemporaneamente. Dimensioni spaziali fuse, irriconoscibili, intricate col tempo, dal tempo generate. Forme arrotolate, varietà multiformi. Lampi di coscienza nel buio del coma. Barlumi di ragione, lucidità a sprazzi. Enti nullapotenti in mari di forza, tutto e il contrario di tutto. Vele spiegate nel cielo plumbeo, nel cielo nero, mante giganti con ali di seta, falene ronzanti, in cerca di luce, in cerca di scopo. Aspro vagare, privo di senso, tra lampi e lampioni, lumi e lumini. Nubi mai ferme, nel vuoto infinito, privo di tutto, pieno di nulla. Nere vetrate, su mura più nere, nel bianco e nel grigio. Candida neve, polvere scura, viali d'asfalto e di pietra dura. Auto fantasma dal nulla create, mosse dal vento, mosse dal niente. Una Bambina in fondo al viale, ha i capelli rossi, la conosce. Ma c'è l'Angelo, accanto a lei, oh, sì, proprio quell'Angelo. E la stringe a sé, con la spada nel petto, nel petto di entrambi. Lui osserva, osserva sconvolto, vede il sangue sgorgare dal petto... ma il sangue non è sangue, è neve, neve mista a lacrime. Poi svaniscono, nel buio, nelle tenebre illuminate dal Suo arrivo, l'Artefice! No, non è Egli, è Grido Notturno, e si lecca le labbra, si guarda attorno. I palazzi crollano, è tutto nero, tutto. Schegge spettrali di vetri frantumati invadono le strade. La lingua di Grido si allunga, abbraccia tutto, raccoglie i frammenti, li porta alla sua bocca e lui li ingoia, uno dopo l'altro, poi si gonfia ed esplode, esplode generando una nuova alba, spargendo i colori nel grigio della strada. Ed ecco di nuovo l'Angelo, col petto squarciato e il cuore in mano, e la Ragazza – non più bambina – col cuore in mano anch'essa, il suo cuore, vivo e pulsante. Lo mette nella ferita dell'Angelo, e la chiude, la risana. L'Angelo fa lo stesso, si scambiano la vita e l'essenza. Un turbine nero, una luce improvvisa e tutto scompare, fuochi d'artificio di conoscenza e informazione, miriadi di stelle luccicanti nel buio. Poi il vuoto.
E il risveglio.
Un panorama allucinante, etereo, alienante, razionalmente inspiegabile. Era quello che gli esseri umani chiamavano... sogno? Rijel non aveva mai dormito, non aveva esperienza di quelle visioni. Era rimasto sconcertato da quel flusso di immagini casuali, collegate alla sua esperienza, a ciò che aveva raccolto in quella sua breve, fugace vita. Essenza pura, libera dai vincoli della ragione. Scrollò la testa. Dove si trovava? Cosa era successo? Si guardò attorno e notò i familiari pannelli di metallo lucente e i banchi di memoria. Era ancora nel suo cantuccio, nascosto nella macchina. Stava vibrando tutto, all'interno. Si stava muovendo, ma non di moto proprio. Poteva essere il rumore di motore a combustione...? Rijel non poteva osservare, non poteva vedere al di fuori. Avrebbe dovuto lasciare il suo ultimo giaciglio, e sinceramente non ne valeva la pena. Stavano semplicemente spostando l'intera struttura verso una nuova destinazione, tutto qui. Forse l'avrebbero lanciata nello spazio. Meglio così, in fondo, la sua fine avrebbe avuto una cornice migliore. Peccato che non ci fossero finestrini, si sarebbe goduto di più lo spettacolo. Avrebbe potuto vedere le stelle da più vicino, osservare la Luna in volo radente, diretto verso Marte, il luogo ultimo di riposo di quel mastodonte meccanico. Sospirò. Non era il caso di farsi illusioni, nella migliore delle ipotesi sarebbe svanito prima della partenza. Doveva solo decidere come trascorrere il tempo residuo. Notò un terminale ad accesso elettrico. Non aveva una tastiera, era programmabile solo tramite un'unità esterna. Rijel non si perse d'animo e inserì la mano nel vano. Lui era pura informazione, pura elettricità in moto, impulsi liberi in nervi di tenebra. Poteva provarci, poteva tentare. Un fallimento non gli sarebbe costato nulla, dopo tutto. Scompose la sua mani in filamenti allungati, di colore nero pece, e li inserì nelle microscopiche fessure, uno ad uno. Sorrise. Era pronto a dialogare con il titano.
-3. Un mondo cieco
Sionn addentò l'hot dog con vigore. Sembrava non mangiasse da giorni. Quella panchina sotto i lampioni, nel parco cittadino sembrava il luogo più adatto dove consumare quel pasto improvvisato. Per rispetto, aveva deciso di non attivare più i veìs. Non era il caso di scandagliare i pensieri di suo figlio, lo aveva fatto per troppo tempo senza che lui lo sapesse. Quante punizioni per aver marinato la scuola, quante ramanzine per errori commessi e stupidità generiche, quante volte Paul si era chiesto come avesse fatto suo padre a venirlo a sapere. La realtà era semplice quanto incredibile, lui poteva percepire gli stimoli elettrici del cervello ed interpretarli, leggendoli come immagini. Quando Annika aveva scoperto che utilizzava quel metodo per controllare la vita del figlio lo aveva rimproverato aspramente. A quel tempo, Sionn aveva ancora molto, troppo da imparare. Lui e Annika erano giovanissimi: lei aveva appena diciassette anni, lui... bé, circa venti. Non era stato in grado di assegnarsi un'età con precisione, ma non doveva essere troppo distante dalla realtà. Inoltre... non aveva la minima idea di come funzionasse un rapporto genitori-figli. Era tutto diverso, tutto troppo diverso. Lea lo osservò a lungo, come intimorita, poi si fece coraggio.
“Scusi la domanda... ma lei lavora mica con un certo... Vladenek Kras'ilič?”
“Dammi del tu, per favore. Sono vecchio ma non fino a questo punto, ho sì e no una quarantina d'anni, okay? Ora ripeti pure la domanda.”
La ragazza si schiarì la voce.
“Lavori con mio fratello Vladenek Kras'ilič?”
“Quindi tu sei quella Lea. Sì, ci lavoro assieme da qualche anno... e, credimi, non fa altro che parlare di te. Il tuo arrivo da Zagabria è stata una benedizione per lui. Sai com'è, era il periodo in cui gli hanno ricostruito il volto, avere vicino a sé una persona cara può fare la differenza. Ora ho capito a chi si è ispirato quando ha costruito il suo droide di servizio.”
“XC-21?”
“Proprio lei. Tu non puoi averla conosciuta, purtroppo si è guastata in modo irreparabile quando tu dovevi ancora arrivare. Un robot veramente umano, mi è dispiaciuto molto, se devo dire la verità. Mi ricordava una vecchia amica.”
Lea mandò giù un boccone del suo hot dog, poi portò gli occhi verso il terreno.
“E... come si chiamava questa amica?”
Sionn sorrise.
“Non ce l'aveva un nome. Gliene ho dato uno io, prima di trasferirmi qui. L'ho chiamata come te, buffo vero?”
Paul stava osservando il padre con sospetto. Sionn non era un tipo molto socievole, di solito prima di rivolgere la parola ad un estraneo impiegava qualche ora. Sua madre diceva scherzosamente che era come se passasse in rassegna tutta la vita di chi gli stava davanti prima di salutarlo. Con Lea era stato diverso, gli era piaciuta subito. Forse quell'ultimo aneddoto poteva spiegare molte cose. Meglio approfondire.
“Fammi capire... conoscevi una ragazza di nome Lea, da giovane?”
Sionn rise divertito.
“Sì, esatto.”
Lea si intromise.
“Ti piaceva? Voglio dire... provavi qualche desiderio verso di lei?”
Paul sgranò gli occhi. Lea era una persona spontanea, ma così forse era troppo.
“Curiosa, eh? Sì, diciamo che non mi sarebbe dispiaciuto appartarmi con lei da qualche parte... ma il destino certe volte è un bastardo. Ho dovuto lasciare tutto per trasferirmi qui, all'improvviso. Non l'ho più rivista, da quel momento... non ho più rivisto nessuna delle persone che conoscevo.”
Alzò lo sguardo verso il lampione. Un nugolo di moscerini danzava attorno a quella luce eterea, senza una direzione definita.
“Come hai conosciuto Annika?”
“Vuoi proprio sapere tutto di me, eh? Mettiamola così, ora sono io che voglio farti una domanda. Sei veramente la sorella di Vladenek?”
“Perché non dovrei esserlo? Abbiamo padri diversi, è per questo che non ci assomigliamo per niente.”
“Non era quello che volevo dire. Ero quasi sicuro che Vladenek Mavelius fosse figlio unico... finché, un paio di anni fa, sei spuntata fuori tu, come un fungo. Mavelius aveva già lavorato alla linea Proton... e in quella occasione ho avuto il piacere di conoscerlo: una mente straordinaria nascosta da un volto sfregiato. Spesso, dopo qualche litro di buon vino rosso, parlavamo delle nostre esperienze, del nostro passato, così sono venuto a conoscenza della sua storia, di Alexander Zender, di Kia Hibara... ma su di te nemmeno una parola. Poi, Vladenek torna con una faccia nuova di zecca e all'improvviso compari tu, una giovane di ventidue anni che lui chiama sorella. Un po' strano, non trovi?”
“Per nulla. In quel periodo, lui aveva nascosto il suo vero cognome quasi a tutti... e per lo stesso motivo ha deciso di non dire nulla di me. Voleva proteggermi, in qualche modo... e gli sono veramente grata di averlo fatto.”
Sionn scosse la testa. Non era quello che voleva dire. La questione era leggermente diversa, lui aveva letto la mente di Mavelius e non vi aveva trovato alcun pensiero diretto verso di lei. Solo Kia sembrava onnipresente. Non poteva dirglielo così, ovviamente. In quel mondo, quello strano, bellissimo, mondo nessuno era in grado di leggere nel pensiero. Lea non era la sorella di Vladenek, questo era poco ma sicuro. Fino a sei anni prima, semplicemente non esisteva.
“Sai, certe volte mi dai i brividi, papà. Sembra che tu sappia quello che sto per dire prima che io lo dica.”
“Secondo me ti scandaglia la mente, Paul!”
“E smettila di scherzare, va a finire che ci credo!”
Risero entrambi come dei cretini, ma ci stava. Sionn addentò nuovamente il panino. Tipo particolare, quella ragazza. Faceva coppia con Paul, tra i due non avrebbe saputo dire chi fosse più strano.
“Per curiosità, dove devi andare domani?”
“Credo di non poterlo dire né a te né a tua madre. Ho già fatto uno strappo alla regola dandoti quel cartoncino con l'indirizzo del capannone dove lavoravo.”
“Ah, quello? Temo di averlo perso in Giappone...”
“Tu hai fatto cosa?”
“Calmati, deve essermi caduto quando ho incontrato quel giornalista psicopatico che ha iniziato a farneticare di Artefici o roba del genere. Penso ti conoscesse, ha fatto il tuo nome... e anche quello di Alec.”
“Puoi descrivermelo?”
“L'abito non lo ricordo, era ordinario. Però posso dirti una cosa, assomigliava molto ad Alec, era diverso solo per due dettagli: una lunga cicatrice sul volto e gli occhi di due colori diversi. Tutto qui.”
“Capisco.”
L'intruso del capannone... poteva essere la stessa persona? Le telecamere non ne avevano inquadrato i dettagli, era impossibile esserne sicuri, ma c'era una concreta possibilità che quella non fosse una coincidenza. Sionn roteò gli occhi.
“Possibile che per una volta che ti do qualcosa di importante, tu lo perdi?”
“Che ci vuoi fare, sono fatto così.”
Una folata di vento gelido smosse l'aria, alzando le foglie in vivaci mulinelli. Lea si aggrappò istintivamente a Paul, senza pensarci. Chiuse gli occhi, accoccolandosi su di lui. Sionn la guardò con benevolenza. Quei due stavano veramente bene insieme... e il fatto che fossero così diversi, che uno fosse un semplice ragazzo, figlio di una donna straordinaria e di uno stupido alieno, e l'altra fosse solo un robot, una macchina dai capelli azzurri pervasa da un'anima dolce e gentile, un anima che lui aveva già conosciuto, apprezzato, desiderato... bé, in fondo non era così importante. Okay, alla fine non aveva resistito alla tentazione di leggerne la mente, ci aveva provato ma il suo sforzo non era stato sufficiente. Ora sapeva tutto, conosceva ogni più intimo segreto di Lea, la sua essenza più pura. Anche se meccanica, una mente funziona tramite stimoli elettrici... i veìs non si lasciavano sfuggire nulla. Era quasi dispiaciuto per quel suo gesto, avrebbe voluto conoscerla in modo diverso, giorno per giorno, senza dover ricorrere a quei mezzucci... ma la curiosità era stata troppo forte. Così aveva scoperto la sua identità, i suoi pensieri, i suoi desideri e alcuni dettagli piccanti che forse non era il caso di sbirciare. Scosse la testa. Non si poteva tornare indietro, non poteva cancellare selettivamente parte dei suoi ricordi. Doveva accettare la verità: Paul si era innamorato di un manichino, di un simulacro animato da una scintilla di vita, una scintilla bizzosa ed imprevedibile, curiosa ed ingenua allo stesso tempo. La scintilla di Lea, quella stessa Lea che lui aveva battezzato più di vent'anni prima, la ragazza che aveva condiviso le sue ansie, le sue paure, la creatura che aveva animato i suoi sogni, non solo quelli collettivi. La ragazza che aveva scelto Razaf. Scosse la testa. Una ferita mai rimarginata. Ben mi sta. Così imparo a farmi gli affari miei. Non era più un suo problema, comunque. Paul era maggiorenne, poteva disporre come voleva della sua esistenza. Se voleva passare il resto della sua vita accanto ad un androide, chi era lui per impedirglielo?
“Sentite...”
I due ragazzi si voltarono verso di lui.
“Per me si sta facendo tardi. Annika si starà chiedendo che fine ho fatto.”
Si alzò dalla panchina e lasciò che la brezza della sera accarezzasse il suo volto con delicatezza. Il vento portava il profumo dello stufato di sua moglie, appena sfornato, inconfondibile tra i profumi di erba tagliata e di foglie invernali. Era ora di tornare. Mise la mano in tasca, ne tirò fuori un mazzo di chiavi e lo lanciò a Paul.
“Ogni promessa è debito. Sono le chiavi della macchina. Fai che ora vuoi, basta che torni. Ci siamo intesi? Probabilmente non ci vedremo per un po'... quindi, divertitevi anche per me stasera, okay?”
Salutò con un cenno e si incamminò verso casa. Lea rimase ferma ad osservarlo, sfiorata dalla timida aria fresca. Paul la abbracciò, la strinse forte, la baciò sulla fronte, poi si voltò verso il padre, senza dire nulla. Forse avrebbe voluto pronunciare qualche parola di riconoscenza, ma non era in grado di farlo, in quel momento. Una lacrima rigò il volto di Sionn.
Per la prima volta, la mente di suo figlio era piena di di sentimenti di gratitudine.
Frammenti di conoscenza VIII – Le Redini
La vita, la morte, i miracoli del buio, del vuoto. Campi cerulei di pura informazione, raggruppata in pacchetti, dati, stringhe di codice, binari di uni e di zeri. Lunghe file di impulsi, senza capo né coda, bit quantistici, in continua oscillazione tra due stati. Il Cuore, il Cuore dell'Artefice era lì. Una mente collettiva, una memoria virtualmente infinita, elaborata da meccanismi probabilistici. Una volta assemblata, la Macchina sarebbe stata completa, compatta, orientata verso il suo obiettivo. Un viaggio di sola andata, un compito... così importante. A quello servivano i motori del Secondo, a spingere senza consumare, ad aumentare l'entropia del cosmo in maniera indicibile senza dover caricare tonnellate di carburante, lasciando spazio alla Memoria, al Cervello. Un propulsore tradizionale non ce l'avrebbe mai fatta, non sarebbe mai servito allo scopo. Era tutt'uno con la macchina, Rijel, era entrato, aveva raggiunto la sua più intima essenza, se n'era appropriato, era capace di leggerne la storia, di comprenderla, di farla sua, di interpretarla, di guidarla! Sì, poteva interferire con la programmazione della Macchina, piegarla al suo volere, divenirne coscienza viva, viva e multiforme! Si scollegò, senza preavviso, in un attimo. Non c'era più tempo per dormire, doveva agire, pensare come andare avanti, perché non si poteva sprecare un'opportunità simile. Poteva dialogare col titano, con quell'enorme creatura di metallo e leghe ceramiche destinata, come lui, al fallimento. Commutare due fallimenti in un successo, questo era l'obiettivo. Ma come? Come? L'Artefice continuava ad essere fuori dalla sua portata, non lo avrebbe mai raggiunto... ma forse si sarebbe potuto avvicinare. Sì, certo. Non sarebbe stato il massimo, ma avrebbe potuto capire qualcosa di più prima di morire. Quale poteva essere la via? Ci pensò un po', non era semplice. Dirigere la Macchina... dove, però? Dove poteva placare la sua sete di sapere? Con quei motori era virtualmente possibile raggiungere qualunque zona dell'Universo in un tempo finito... quale poteva essere la meta privilegiata?
Viaggiò per il cosmo nascente,
dai luoghi lontani alla vista,
oscura frontiera nascosta,
al centro della galassia.4
La prima stesura dell'Inno all'Artefice... poteva essere quella la guida? Raggiungere il centro della Via Lattea... per trovare l'Artefice.
Poi se ne andò.
Per sempre.
Tornò al centro e lì si spense.5
Sì, l'Artefice era ancora lì, era ancora lì! Poteva raggiungerlo! Poteva arrivarci! E vederlo... vederlo!
Sorrise. La via era tracciata, non c'erano più domande. Sarebbe stato il suo ultimo viaggio, il suo ultimo sprazzo di vita... e avrebbe raggiunto il suo scopo, la sua meta. Ogni obiettivo diventava secondario rispetto a quello, l'uomo diventava inutile ed infimo rispetto alla possibilità di conoscere il Creatore. Perché limitarsi, perché fermarsi? Mancava poco, molto poco. Non aveva senso attendere oltre. Una volta nello spazio esterno, tutto sarebbe andato liscio. Avrebbe preso il controllo e avrebbe guidato la Macchina, l'avrebbe utilizzata per raggiungere le stelle. Marte non era così importante, dopotutto. Prima o poi, sarebbero riusciti a terraformarlo, anche in altri modi. Il treno diretto per l'Artefice non sarebbe più partito. Aveva un'unica possibilità e non poteva sprecarla. Al posto giusto, al momento giusto. Il suo guscio si sarebbe dissolto, di lì a poco? Nessun problema, proprio nessuno. Basta aumentare un po' l'accelerazione e puoi arrivare ovunque, in qualunque tempo. Una scossa fece tremare l'intera struttura. La stavano sicuramente spostando dal furgone, in direzione della rampa di lancio, forse. Rijel rimase in attesa. Doveva avere un po' di pazienza, solo un po'... e il mistero, il più grande mistero sarebbe stato finalmente svelato.
-2. Ma per farlo
Jason indossò le cuffie. Era il momento della verità. Sionn e Vladenek erano a fianco a lui, rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra. Stavano armeggiando con la strumentazione. Sionn imprecava in tre lingue diverse, Vladenek era più tranquillo. Sembrava non essere minimamente agitato.
“Come cavolo fai ad essere così calmo? Stiamo mandando in orbita il frutto di dieci anni di lavoro! Se qualcosa va storto siamo fottuti!”
“Tu hai mai creato la vita, Sionn?”
“In che senso?”
“Io ho infuso una scintilla di vita in un guscio meccanico. Sbagliare un solo contatto sarebbe significato la morte per quella creatura.”
“Stai parlando di Lea?”
“Precisamente.”
Jason non li stava ascoltando, non riusciva a fare altro se non concentrarsi sui suoi compiti. Aveva completamente escluso l'udito, era come sordo.
“Qui non c'è in ballo una sola vita, c'è in ballo un pianeta! Molti miliardi di vite!”
“Una volta che hai visto la nascita della vita dal nulla, non ti stupisci più di niente, credimi.”
Sionn roteò gli occhi.
“Maledizione! Non è che se hai dato un'anima ad un rottame, allora non esiste nulla di più difficile!”
“Non ho detto questo. Questo stramaledetto lancio è molto più difficile, ma non posso essere teso. È questo il punto.”
“Continuo a non capire, ma forse è meglio così.”
“Ne sono lieto. Ora stai zitto e lavora.”
Sionn imprecò ancora un paio di volte, poi si tranquillizzò. L'ultima fase era quella più delicata, non ci si poteva distrarre nemmeno per un attimo.
“Come stanno le altre ventinove frazioni?”
“Sono sulla rampa di lancio.”
“La telemetria è okay?”
“Tutto a posto.”
“Il peso?”
“Identico nei margini di errore degli strumenti... no, aspetta... questo parametro...”
“Sbaglio o AHT-22 pesa circa un quintale di più degli altri?”
“Può essere, i moduli non sono identici. Magari abbiamo posizionato male uno dei macchinari.”
“Ma porca... e me lo dici ora, maledizione? Non era il caso di darci un'occhiata prima di portarlo via?”
“Non sono certo cento chili a dare problemi.”
“Ma sono pur sempre cento chili di troppo! Da dove vengono?”
“Cosa ne so? All'ultimo controllo era tutto a posto.”
“Cento chili è il peso di una persona! E se ci fosse un clandestino a bordo?”
“Mi spieghi come cavolo avrebbe fatto? AHT-22 non ha porte! Dovrebbe vivere lì da quando abbiamo sigillato l'ultimo ingresso alla struttura, vale a dire tre mesi fa. Secondo me ti droghi, Sionn.”
“Può darsi che qualche spinello io me lo sia fatto, ma non di recente. Me lo ricorderei, no?”
“Riesco quasi a vedere te e Annika in un mare di fumo denso, sul divano, con gli occhi invetrati...”
“Lasciamo perdere. Chissà cosa fai te con tua sorella, invece...”
“Ho una dignità, Sionn.”
“Scherzavo per sdrammatizzare.”
“In riso veritas.”
“Non era in vino?”
“Credimi, è più attendibile questo. Ad ogni modo... questi chili di troppo sono un mistero.”
“Dubito che AHT-22 sia ingrassato.”
“La volete smettere voi due? Non ci capisco più niente! Posso escludere le vostre chiacchiere fino ad un certo punto, poi anche il mio cervello collassa!”
Vladenek rise, ma si incupì quasi subito.
“Non ti preoccupa proprio per niente questo eccesso di massa? Sionn ne fa un dramma, ma non posso nasconderti che sono un po' preoccupato.”
“Per un quintale? Non abbiamo mica problemi di spinta propulsiva. Avremo sbagliato a distribuire i carichi, tutto qui. Se pensi che quell'affare pesa diverse centinaia di tonnellate, cento chili di più o di meno non fanno molta differenza. Se devo dire la verità, non pensavo che i nostri apparati fossero certificati per quantificare in modo così preciso masse così grandi. Secondo me state discutendo su uno stupido errore di strumentazione.”
“Sarà...”
Sionn tornò ad analizzare il monitor di fronte a lui. Righe di numeri, codici, simboli e figure senza un senso apparente. Aveva dovuto spegnere i veìs, altrimenti la sua mente sarebbe andata in cortocircuito. Troppe menti, troppo vicine.
“Sto per esplodere, ho un'emicrania colossale. È la quindicesima volta che controllo! Ho bisogno di una pausa!”
“Te la prenderai dopo! Non è il momento!”
“Io ho finito. La mia sezione è okay. Per me possiamo dare il via.”
“Grazie, Vladenek. Sionn?”
“Controllo per la sedicesima volta e ti dico... okay, ci siamo. Se questi dati sono sbagliati, puoi prendermi a calci.”
“Valuterò la possibilità di farlo.”
Jason premette un pulsante verde. Si aprì un vano nascosto nel pannello principale.
“Quindi, possiamo procedere?”
Vladenek annuì in silenzio. Sionn gli fece eco. Jason si fece coraggio e digitò un codice di otto cifre. Il pannello ruotò su se stesso rivelando un pulsante rosso. Sionn si avvicinò al microfono.
“Qui è il centro di controllo. L'esame dati è okay. Il decollo congiunto è previsto tra dieci minuti, il tempo di scaldare i motori...”
Si rese conto dell'idiozia che aveva appena detto. Quei motori, quei particolari motori, non avevano bisogno di scaldarsi per funzionare.
“... okay, fa niente. Lasciate stare ed evacuate al più presto le vostre postazioni.”
“Qui sito numero ventidue. Pronti al decollo. Chiediamo conferma da tutti gli altri centri di controllo.”
Una dopo l'altra, ventinove voci distinte scandirono poche, chiare parole. Era tutto a posto. Jason attese pazientemente che gli addetti ai lavori si allontanassero dalla rampa di lancio.
“Qui controllo AHT-22 a tutti gli altri centri di comando. Ritirate gli argani e le gru. Procedura di startup simultaneo inizializzata. Al mio segnale, premete il tasto rosso sul pannello cifrato. Faccio partire il countdown.”
Vladenek si tolse le cuffie e rimase fermo a guardare.
“Dieci.”
Sionn si accasciò sulla sedia, aggrappandosi ai manicotti.
“Nove.”
I led del pannello lampeggiavano ritmicamente, per segnalare che tutto era pronto.
“Otto.”
Vladenek pensò a Lea. L'aveva lasciata a casa, per tre mesi si sarebbe dovuta arrangiare. Per fortuna, lei ed Erin erano in buoni rapporti, non sarebbe stata sola.
“Sette”. Sionn pensò ad Annika e Paul. Lei se la sarebbe cavata egregiamente, non era la prima volta che spariva per lavoro. Paul invece... bè, per fortuna c'era Alec.
“Sei.”
Vladenek scosse la testa. Forse era davvero ingenuo... oppure era una sorta di autodifesa psicologica.
“Cinque.”
Anche Sionn scosse la testa, imitando il suo collega.
“Quattro.”
Lea non si sarebbe fatta aiutare da Erin.
“Tre”
Paul non si sarebbe fatto aiutare da Alec.
“Due”
Era limpido come l'acqua.
“Uno.”
Durante la loro assenza...
“Zero!”
Paul e Lea sarebbero stati insieme.
Jason premette il tasto rosso. Quasi istantaneamente, la struttura di controllo iniziò a tremare. Intense vibrazioni si propagarono lungo le travi, attraverso le fondamenta. Scosse sismiche di intensità variabile, in successione, senza preavviso, senza una fine, casuali. Le luci sullo scafo si accesero una dopo l'altra, in sequenza, partendo da quelle più in basso. Le alette stabilizzatrici iniziarono a ruotare come forsennate attorno alla carlinga, fino ad assumere l'assetto di stabilità. I sostegni laterali saltarono in aria, cadendo in quattro direzioni distinte. Un muggito assordante permeò l'aria, facendosi di secondo in secondo più intenso. Le luci sulla prua della macchina si accesero, così come i fari direzionali. Un alone azzurro abbagliante si sprigionò dalla sezione posteriore dell'enorme veicolo e divenne via via sempre più intenso. I razzi secondari ad ossigeno liquido divennero operativi contemporaneamente. In quello stesso istante, AHT-22 si staccò da terra, forse per l'ultima volta. L'immensa creatura di metallo decollò seguendo una linea verticale praticamente perfetta e a velocità inimmaginabile raggiunse l'atmosfera. Jason rimase estasiato da quella visione. Un sogno che diveniva realtà. Si voltò verso gli schermi, i ventinove schermi che riprendevano il lancio di tutte le sezioni di Terramorpher. Tutto era andato alla perfezione. Ora però, era il momento della parte più delicata.
“Gli AHT raggiungeranno il punto di aggancio tra un'ora. Possiamo prenderci una pausa mentre il personale tecnico controlla la rotta. Io vado a prendermi un caffè, voi due fate un po' cosa vi pare.”
Jason lasciò le cuffie sul pannello di controllo e si allontanò. Doveva sciogliere un po' la tensione. Sionn emise un sospiro di sollievo.
“No, non dirlo, Vlad. La parte difficile deve ancora venire.”
“Esatto.”
“Senti, io non ho bisogno di caffè. Parliamo un po', ti va?”
“E di cosa vorresti parlare?”
“Di tua sorella e mio figlio.”
Vladenek annuì.
“Se devo essere sincero, vorrei essere con Lea in questo momento. La situazione non è così semplice come sembra.”
“Vuoi che non lo sappia? Cosa dovrei dire io? Mio figlio... esce con una macchina!”
“Una macchina più umana di molti esseri umani.”
“Non volevo dire questo, proprio no. Non ci siamo capiti, semplicemente mi sembra... innaturale.”
“Lo è, ma ho fatto in modo di renderlo più... naturale.”
“Lei si può riprodurre, non è così?”
“Precisamente.”
“Allora siamo fregati. Com'è iniziata questa storia?”
“Per farla breve... Lea ha confidato a Paul il suo segreto, lui è diventato una sorta di custode per lei, poi da cosa nasce cosa e...”
“E?”
“Mi ha chiesto se le faccio un test di gravidanza.”
“Cosa?”
“Ho tutti dati sul mio portatile, ma non ho ancora avuto il coraggio di avviare il programma.”
Vladenek aprì lo schermo del suo notebook ed inserì la password. Il computer si riprese dalla sospensione e si rianimò.
“Vedi? Basta cliccare su questo pulsante e saprò la verità...”
Sospirò.
“...ma non so se sarò pronto ad accettarla.”
Sionn gli diede una pacca sulla spalla.
“Coraggio, prima o poi doveva succedere. Dotarla di un dispositivo del genere e pretendere che non lo usi... mi sembra un tantinello egoistico, non trovi?”
Vladenek rimise il sistema in standby.
“C'è tempo, Sionn, c'è tempo. Adesso abbiamo un altro compito da terminare. Non è il caso di distrarsi proprio ora.”
Frammenti di conoscenza IX – Il Viaggio
Stava ascendendo al cielo, su quello non c'erano dubbi. La Macchina era decollata, verso l'infinito, lasciando a terra le preoccupazioni, i problemi, le trivialità. Un distacco metafisico dalla Madre, un viaggio verso l'Autore. Rijel era pronto, pronto come non era mai stato prima... ma doveva avere pazienza, ancora un po' di pazienza. Il modulo su cui si trovava, quell'unico modulo, da solo non serviva a nulla. Doveva congiungersi agli altri fratelli, era l'unica possibilità. L'accelerazione avrebbe ucciso chiunque, ma non lui, perché il suo corpo era una mera rappresentazione, Ombra condensata, fragile ma consistente. Non era il caso che resistesse ancora a lungo, doveva durare solamente il tempo di un ultimo viaggio. Ormai il suo involucro era completamente acromatico, solcato da profonde crepe scure. Sembrava in procinto di cadere a pezzi, ma questo a Rijel non importava. Era consapevole, aveva una meta, doveva solo attendere, attendere che le parti combaciassero. Poi, una volta completato l'aggancio, avrebbe dovuto solo prendere il controllo della Mente e guidarla, guidarla verso le stelle lontane. Si collegò alla Macchina, tramite i suoi terminali, vide con gli occhi dello scafo... e rimase allibito. Trenta strutture gigantesche, identiche in ogni loro parte, trenta veicoli mossi da motori dal funzionamento ignoto, stavano convergendo verso un unico punto, da tutte le direzioni. Ovunque orientasse il suo sguardo, ne vedeva almeno uno. Ed erano sempre più vicini, sempre più vicini. Una danza cosmica, le parti che andavano a comporre il tutto. E fu così che accadde. Lentamente, il suo mezzo si orientò nella stessa direzione, con precisione maniacale, e rallentò. I colossi di metallo si fermarono a circa cento metri l'uno dall'altro, in attesa. Fu allora che il primo si portò al centro della formazione e lì rimase. Quattro elementi secondari si mossero e si unirono a quello, completandone i lati, in perfetta sincronia, un corpo centrale attorniato da quattro razzi laterali delle stesse dimensioni. Altri quattro seguirono i precedenti e si saldarono nelle posizioni lasciate libere dai loro predecessori, creando una struttura più complicata. Nove dei rimanenti si organizzarono allo stesso modo. I due macroagglomerati si avvicinarono lentamente e divennero una cosa sola. Fu allora che il suo si mosse, assieme a due suoi fratelli. In perenne rotazione rispetto ad un centro comune, le tre frazioni si portarono a meno di cinquanta metri l'una dall'altra e si diressero verso la sezione inferiore del nucleo. Virarono a destra e completarono una sorta di ala. Altri tre si organizzarono allo stesso modo a sinistra. Gli ultimi sei pezzi completarono la corona dei motori di spinta, creando il profilo di una gigantesca cosmonave. Nello spazio i rumori non si propagano, e quello era un peccato. Rijel sentì solo la scossa di assestamento dovuta all'aggancio delle varie parti. Chiuse gli occhi. Era il momento. Si trasformò in un aggregato di fili di tenebra e migrò dal suo corpo ospite verso il centro, verso il nucleo, il motore decisionale dell'intera macchina. Lo raggiunse, vi si introdusse e lo fece suo, la sua volontà superò quella dei creatori, si sostituì alla loro. Rijel era pronto al viaggio, aveva il controllo assoluto, la nave, l'immensa nave era il vascello senziente che avrebbe raggiunto l'Artefice al centro della Galassia. Si concentrò al massimo, ogni suo sforzo teso al controllo della creatura. Impose il suo volere e la Macchina lo accettò, come se fosse destinata a farlo. I motori si accesero all'improvviso, tutti e trenta assieme, producendo una spinta mostruosa, in grado di lacerare il tempo. Uno alla volta i propulsori raggiunsero la potenza di regime e spinsero il mezzo aldilà di ogni barriera fisica, rompendo qualunque legge esistente. In un attimo, Terramorpher svanì alla vista di tutti gli strumenti posizionati sul pianeta azzurro, sulla Luna vicina e attorno ad essa. Svanì alla vista dei satelliti in un silenzioso, abbagliante lampo azzurro. Ormai era proiettato verso l'infinito... e non si sarebbe certo fermato prima.
Non ora che aveva la possibilità di raggiungerlo.
-1. Può bastare
“Ripetimelo ancora una volta... lentamente.”
“Lo abbiamo perso.”
“Mi stai prendendo in giro, non è così?”
Sionn fece accomodare Jason sulla poltrona e gli porse un bicchierino di plastica.
“Non potrei mai farlo.”
Jason afferrò la bevanda con mano tremante. Avvicinò il contenitore alla bocca ed iniziò ad assumerla a piccoli sorsi.
“Dov'è finito? Dov'è andato?”
“Stiamo cercando di capirlo. È svanito di colpo. Non so cos'altro dirti. Non abbiamo contatto visivo, al momento neanche un satellite lo sta rilevando. Neppure i sensori stabili sul suolo lunare...”
“Non... non è una risposta!”
Sionn sospirò.
“Jason, che tu lo voglia o no, questa è la realtà.”
“Ma il compattamento era andato secondo i piani! Terramorpher era pronto a partire...”
“Dev'essere successo qualcosa dopo. Non ho ancora i dati telemetrici, sto aspettando che Vladenek ce li porti. Dovrebbe arrivare a momenti... ah, eccolo!”
L'uomo fece capolino dalla sala comandi adiacente. Sionn gli venne incontro.
“Allora?”
“Come sta?”
“Bene non direi. Diciamo che è rimasto parecchio provato.”
“Non ne avevo dubbi.”
Jason si voltò verso di loro. Sembrava in stato di shock.
“Dov'è, Vladenek? Dov'è finito Terramorpher?”
“Ho qualche notizia in più. Non è sparito... non nel senso proprio del termine, almeno. Posso garantirti che non è esploso e che sta funzionando egregiamente... ma non so né dove, né quando.”
“Cosa vuoi dire?”
“Jason... Terramorpher è partito come da programma, ma ha superato il punto di ritorno, inspiegabilmente. Prima di perdere ogni segnale abbiamo ricevuto dei dati allarmanti. Nessuno ci ha fatto caso, eravamo tutti troppo concentrati a capire cosa stesse succedendo. Li ho analizzati a mente fredda qualche minuto fa ed ecco i risultati. Dunque... da programma, i moduli AHT dal 19 al 30 dovevano rimanere latenti fino a metà viaggio, lasciando il peso della propulsione alle prime diciotto frazioni. Per qualche strano motivo, tutti i moduli si sono accesi contemporaneamente al massimo della potenza. La spinta generata è stata sufficiente a fargli raggiungere il punto di ritorno senza che noi ce ne accorgessimo. Però è strano...”
Vladenek sfogliò il dossier stampato di fresco fino a trovare la pagina giusta.
“Secondo questo rapporto, la programmazione della macchina è stata modificata un istante prima della sua scomparsa. Ogni modulo è stato ricalibrato singolarmente e contemporaneamente. Neppure un esercito di hacker avrebbe potuto farlo con quella precisione. C'è qualcosa di inspiegabile in tutto ciò.”
Sionn si grattò la testa sconsolato.
“Volete saperla, la verità? Quei motori noi li abbiamo copiati pari pari da quelli dell'artefice, di quella dannatissima macchina che ha permesso alla mia civiltà di espandersi, di esplorare, quel rottame a cui devo la mia presenza qui. Può darsi che quel maledetto... coso avesse una sorta di programma nascosto del tipo se hai potenza sufficiente, allora parti e portami da qualche parte nel cosmo. Chi può saperlo? In fondo, non abbiamo neppure ben capito come funzionasse.”
“Ma perché proprio dopo l'aggancio? Il rapporto peso/potenza dell'intera struttura è identico.”
“Non ne ho la minima idea, Jaz. Quel mostro era ignoto anche a me. Non ero uno scienziato, solo un pilota... e neanche troppo bravo, se consideriamo com'è finita.”
“Mi dispiace interrompervi... ma non è che quei cento chili di troppo...”
Jason scosse la testa.
“Qualunque essere biologico sarebbe morto per la tremenda accelerazione.”
“Non sto pensando ad una persona, sto pensando ad una macchina. Pensa... un piccolo robot con la capacità di interlacciarsi alla rete e modificare la programmazione del sistema.”
“Non funziona comunque. Cento chili non bastano per immagazzinare una memoria sufficiente a fare il lavoro di sessanta ingegneri. Inoltre, l'anomalia era su AHT-22. L'unico modulo in grado di comandare gli altri era AHT-0, la fusione tra AHT-1 e AHT-6. Come diavolo avrebbe fatto a raggiungerlo? Tramite i cavi di alimentazioni? Ma figuriamoci!”
Jason si alzò di scatto.
“La verità è che qualcosa è andato storto, che abbiamo sbagliato noi! Non inventiamoci cose assurde, tipo programmi latenti o robot sabotatori! Ora... non è importante capire perché è successo, ma trovare una soluzione! La NASA ci rovinerà, maledizione a loro! Il progetto di un vita è andata in fumo! Capite? In fumo! Terramorpher è stato il mio sogno per anni, da quando siamo riusciti a recuperare la navetta di Sionn non ho pensato ad altro che a quello! Rendere Marte simile alla Terra, dare un futuro alla mio pianeta, ai miei figli, ai miei discendenti... ma ora è andato tutto in malora.”
Cadde privo di forze sulla sedia. Forse non era servito a nulla, ma perlomeno si era sfogato. Vladenek cercò di tirarlo su di morale.
“Quello della NASA non è un problema. Loro non ci hanno messo un dollaro, è tutto a posto. Nessuno sapeva niente, il lancio non è stato pubblicizzato. Da questo punto vista siamo tranquilli. Fidati di me.”
“Grazie, ma non penso che questo possa ridarmi la voglia di vivere. D'altronde, sono solo problemi di soldi.”
Sionn raccolse il dossier di Vladenek e lo sfogliò rapidamente.
“Senti, Vlad... con i motori a tutta birra, quell'affare dove dovrebbe trovarsi ora?”
“Premesso che non abbiamo dati certi e verificati... direi che potrebbe essere dalle parti di Plutone.”
“Quindi fuori dalla portata dei nostri satelliti.”
“Di parecchio, direi. Ma non è questo il problema. Se tutto va bene, Terramorpher è sì dalle parti di Plutone... ma nel milleottocento circa. Si sta muovendo anche nel tempo, Vlad. Sai cosa temo? Che da qualche parte nel passato si schianti con un asteroide e causi una collisione cosmica in grado di spazzare via la vita dalla Terra!”
“Non si può escludere, ma di sicuro non abbiamo più voce in capitolo. Qualunque nostra azione è completamente ininfluente ormai.”
“Non posso darti torto.”
Lanciò un'occhiata a Jason, poi si rivolse a Sionn un cenno quasi impercettibile. Sionn annuì.
“Senti, Jaz, torniamo subito. Andiamo a vedere se ci sono novità.”
“Uh? Sì, sì, fate pure.”
Si allontanarono dalla sala comandi e si fermarono davanti alla macchinetta del caffè.
“Cosa vuoi, Vlad?”
“Jason l'ha presa parecchio male. Hai qualche idea per addolcirgli la pillola?”
“Una mezza idea, ma non ha assolutamente senso.”
“Dimmi, qualsiasi cosa potrebbe andare bene.”
“Se quel coso sta veramente tornando indietro nel tempo... non potrebbe aver deciso di... diciamo, sistemare la Terra? Dico renderla abitabile, capisci cosa intendo, vero?”
“Diciamo che ti seguo, anche se non ne sono così convinto.”
“Se gli dicessimo che probabilmente il suo progetto non è stato un fallimento perché ha permesso al mondo di svilupparsi così com'è?”
“Io non ci crederei nemmeno se ne avessi le prove. Mi sono già bastati gli scritti di Giano di Ganno a disintegrare la mia concezione del cosmo e della creazione.”
“E tu ci credi?”
“Forse. Il fatto è che lo stesso Giano è stato guidato da un demone, presentatosi come il guardiano dell'aldilà. Un essere finito, come me e te, capisci? Cosa ci garantisce che non si sia voluto prendere gioco di quel poveraccio?”
“Un poveraccio che, se ho capito bene, ha creato un altro oltremondo tutto da solo. Certo che le burle possono essere seriamente pericolose, non trovi?”
“Già, già...”
“Senti, so che non c'entra niente... ma hai più avviato la scansione? Voglio dire... sai se Lea è incinta?”
“L'ho fatto. Dopo che abbiamo perso ogni contatto con la macchina stavo per impazzire, ho dovuto fare qualcos'altro, non pensarci per qualche minuto... e ho avviato il programma.”
“E... qual è il responso?”
Vladenek sospirò.
“Tu cosa preferiresti?”
“Chi se ne frega, maledizione! Non è che la mia preferenza personale può cambiare qualcosa, ormai! Quel che è fatto è fatto, punto!”
“La matrice di analisi è ancora attiva.”
“Tradotto in termini comprensibili da un comune essere umano?”
“Non mi sembra che tu sia un comune essere umano. A parte questo, significa che non ha ricevuto materiale genetico da analizzare. In pratica, non ha ricevuto un campione di DNA da incrociare con quello schedato al suo interno e, di conseguenza, non ha ancora prodotto gameti.”
“Tante parole per dirmi scampato pericolo?”
“Precisamente.”
Sionn prese un caffè.
“Sai, non so se esserne sollevato o meno. L'idea di un nipotino non mi sarebbe dispiaciuta... certo, anche se composto da rondelle e materiale ceramico – ma che importa, dopotutto?”
Indicò la parte sinistra del petto.
“È quello che abbiamo qui dentro che ci differenzia dagli oggetti.”
“Non vorrei essere pedante, ma il cuore è al centro della cavità...”
“Sì, sì, lo so, il mio era un discorso figurato! Quello che voglio dire è che la vita, in tutte le sue forme... è straordinaria. Tutto qui. Certo, a ben vedere Annika non sarebbe stata per niente contenta... Paul sta ancora studiando e non mi sembra ancora abbastanza maturo per avere un figlio...”
“Perché tu invece lo eri quando lo hai avuto, non è così? Dici sempre che da dove vieni il padre è solo una figura secondaria che non partecipa all'educazione dei bambini. Se non fosse stato per tua moglie...”
“Non posso darti torto, davvero... però mi sembra di essermela cavata, no?”
“Non lo metto in dubbio.”
Sionn bevve il suo caffè, poi si pulì le labbra con un fazzoletto.
“Piuttosto... con Jason cosa facciamo? Gli raccontiamo quella balla dell'Artefice?”
“Non ho altre idee, quindi per me va bene.”
Sionn sorrise.
“Sarà la più grande bufala a fin di bene mai raccontata.”
Jason si voltò verso la porta. Sionn e Vladenek stavano discutendo animatamente sull'ultimo rapporto.
“Cosa succede? Perché tutto questo casino?”
Il primo prese la parola.
“Estrapolando gli ultimi dati, abbiamo ricostruito una probabile traiettoria. Guarda qui, è una spirale che ricadrà sulla Terra... qualche miliardo di anni fa. Se da quel momento riprenderà a seguire la programmazione primaria...”
Jason gli strappò i fogli dalle mani. Non riusciva a credere alla logica conclusione delle sue affermazioni.
“Vuoi dire che...”
“Diciamo che non passerai alla storia come l'uomo che ha terraformato Marte... ma potrai dire di essere l'uomo che ha terraformato la Terra.”
Frammenti di conoscenza X – l'Arrivo
Un ammasso immobile, grigio, spento. Enorme, quasi titanico. Scintillava tra le stelle, le stesse stelle che lo circondavano. Il Centro della Galassia, lontano dall'orizzonte degli eventi del buco nero supermassivo. Ecco, di fronte a lui, l'Artefice. Frammenti di metallo galleggiavano senza peso attorno a quella creatura, ormai in rovina, corrosa dai secoli. Probabilmente non era più attivo da almeno mille anni, ma per Rijel non era importante. Era di fronte al Creatore, all'autore di tutto ciò che il suo lato umano chiamava casa. Una lacrima solcò il suo viso.
“Ce l'ho fatta! Ci sono riuscito!”
Indirizzò tutte le telecamere del suo vascello verso la macchina, verso la fonte creatrice di ogni forma di vita. Avrebbe voluto sfiorarlo, toccarlo con una mano, anche un solo dito... ma non era possibile. Se fosse uscito da quel guscio di metallo, sarebbe esploso per effetto del vuoto. Doveva accontentarsi di qualche immagine rubata dagli occhi del suo destriero. Poteva osservarne ogni minimo dettaglio, le luci laterali ora spente, i filamenti di carbonio sulle fiancate, frantumati dal tempo, i propulsori, privi di vita, le alette stabilizzatrici... ordine nel disordine, polvere dalla polvere. Un immenso Dio morto, esanime ed inanimato. Rijel avrebbe volentieri speso il resto della sua esistenza a contemplare quella visione... ma c'era un dettaglio che non gli tornava. Il Creatore era... simile. Sì, non poteva sbagliarsi, era simile al suo vascello, non identico, per carità, ma quasi. E quella somiglianza era inquietante. Rijel rise, rise di gusto. L'Artefice era più piccolo della sua nave, era grande la metà. Sorprendente, davvero. La macchina con cui era giunto fino a lì era molto più imponente ma non era nemmeno in grado di creare un mondo, solo di plasmarlo a immagine di uno già esistente. Lo osservò ancora un po', analizzandone i dettagli. Un'idea folle attraversò la sua mente, un'idea malata. Forse... no, no era impossibile, non aveva senso, proprio per niente. Ma poteva esserne certo? C'era un solo modo per verificarlo, doveva controllare una sezione della carlinga. Direzionò i propulsori alla minima intensità, in modo da avvicinarsi con prudenza. Le telecamere esterne scandagliarono ogni centimetro della struttura, inquadrando altre telecamere, spente o semplicemente rotte. I manipolatori uscirono dai loro vani ed incominciarono a tastare quella immensa carcassa, senza muoverla né spostarla. Alla fine trovò quello che cercava. L'Artefice aveva un numero di serie... e non un numero di serie qualsiasi. Sgranò gli occhi.
“No, non è possibile! Non... non ci credo!”
Attivò le telecamere perimetrali sul lato nascosto in fretta e furia. Sui display di controllo comparve un'immagine della carlinga del suo vascello. Su un piccolo schermo adiacente fece comparire l'immagine rubata all'Artefice. Rimase allibito. Non poteva sbagliarsi, i due sensori stavano scandagliando lo stesso dettaglio: una sigla alfanumerica incisa su una placca di metallo lucente. C'era solo una spiegazione possibile, una sola... ed era allucinante, impossibile da accettare, impossibile! Negava il concetto stesso della sua ricerca, ciò su cui si era basata la sua intera esistenza. Eppure... era l'unica soluzione. Una fitta allucinante attraversò il suo corpo. Il guscio stava per dissolversi, definitivamente. La quantità di informazione contenuta stava divergendo. Non poteva incamerare nuova conoscenza, di più il suo fragile corpo non poteva contenerne. In preda alle convulsioni, Rijel trasformò ancora una volta la sua mano in un insieme di filamenti scuri e penetrò all'interno della scheda di controllo. Richiamò tutte le unità all'ordine, lanciò una scansione completa del sistema. Doveva fare in fretta, in fretta! Capire cosa fare, dove andare, quando andare! L'immagine dell'Artefice si stampò nella sua mente, nella sua interezza, un collage di video e riprese da più angolazioni. Era grande la metà, la metà esatta! Mancava la sezione collegata al modulo inferiore AHT-6, tutta la sezione! Quindici moduli si erano distaccati dal corpo centrale ed erano finiti chissà dove! E non era tutto, no! Quello che restava non era simmetrico, mancava il modulo AHT-22, quello da cui tutto era iniziato. Chiuse gli occhi, resistendo al dolore. I suoi nervi stavano per cedere, il suo corpo non sarebbe resistito a lungo. Si concentrò, richiamò a sé tutto quello che aveva appreso in dodici anni, lo fece nuovamente suo, superò le barriere della percezione per ricollegare un'intera esistenza, frammentata e confusionaria. Una scintilla di luce, un fulmine nella mente. All'improvviso capì e tutto fu chiaro. Ma certo. Come ho fatto a non pensarci prima? Rijel riaprì gli occhi. Il suo ultimo viaggio stava per avere inizio.
0. Un'idea
Viaggiò per il cosmo nascente,
dai luoghi lontani alla vista,
oscura frontiera nascosta,
al centro della galassia.
E il Padre si scisse fecondo,
il Primo e il Secondo creò.
Dagli occhi e dal cuore lontano,
partì senza troppo furore.
Lentamente, Terramorpher si divise in due parti. Il modulo AHT-1 si separò da AHT-6, generando due strutture affini. Rijel riversò delle istruzioni ben precise al secondo modulo, gli ordinò di cercare pianeti delle dimensioni giuste per iniziare il processo di terraformazione come da programma. Possedeva metà delle risorse, ma erano abbastanza. Non era necessario che il pianeta sviluppasse spontaneamente vita , bastava che l'atmosfera divenisse respirabile. Al resto avrebbe pensato lui. Guardò con un misto di tristezza e nostalgia AHT-B separarsi dal tutto e dirigersi verso l'altro capo del cosmo. Non sapeva se l'avrebbe più rivisto... ma non era il momento di cadere in sentimentalismi. Quel distacco era necessario, necessario perché l'Artefice era costituito dalla sola metà in cui lui alloggiava. Per estensione, la seconda metà, la seconda parte, identica e differente, doveva essere l'Altro, l'Artefice del mondo di Sionn. Doveva essere libero di svolgere il suo compito, libero, senza essere influenzato dal suo io... e così AHT-B partì per il suo viaggio e svanì alla vista.
Si mosse nel vuoto stellare,
cercando una casa mai nata;
sospinto dal solo creare
la cosa da lui più bramata.
Le mappe stellari del computer centrale erano complete, adatte allo scopo. Doveva solo raggiungere il sistema Solare, nel luogo e nel momento giusto. Ordinò ai motori di accendersi, dopo averli orientati nella direzione giusta. Un lampo azzurro nel buio siderale accompagnò l'accensione ritmica dei propulsori. Rijel richiamò ancora una volta l'immagine delle telecamere, per vedere ancora una volta il corpo del Padre, un monumento alla memoria, alla pura creazione senza alcun fine secondario. Rijel pianse lacrime amare. Stava per dire addio a colui che tutto aveva generato. Non riuscì a trattenersi, era diventato troppo umano per farlo.
“Ciao papà, a presto! Tornerò appena possibile, lo prometto! Non farò... troppo tardi.”
Mentiva sapendo di mentire. I suoi occhi non avrebbero più incrociato la vista di quel creatore, muto ed immobile al centro della Via Lattea, un creatore destinato ad essere attirato dal gigantesco buco nero supermassivo, a scomparire aldilà dell'orizzonte degli eventi, a venire divorato dal mostro senza potergli sfuggire. Un destino ironico, per un oggetto dotato di propulsori capaci di piegare le barriere dello spazio e del tempo al proprio volere. Quando sarebbe successo? Tra due, tremila anni? Non poteva saperlo, ma non era importante. Lui sarebbe scomparso molto prima. Una scossa interruppe i suoi pensieri. La struttura iniziò a vibrare, sempre più forte, sempre più forte. Era arrivato il momento dell'addio. Rijel chiuse le palpebre, sugli occhi umidi. Non voleva assistere alla partenza. I motori raggiunsero la massima potenza e superarono il punto di ritorno. AHT-A svanì in un'esplosione celeste, lasciando il creatore da solo, nel silenzio del nulla.
Brucian copiose le stelle
prossime al vortice, immenso a vedersi,
danza di astri
nel buio del vuoto,
Via Lattea che brilla,
e danza con loro.
Il tempo di un battito di ciglia e si ritrovò su uno dei bracci della spirale, uno di quelli periferici, in continua ebollizione. Nuove stelle, una dopo l'altra, si aggiungevano al numero già immenso, scintillando e eruttando quantità enormi di materia. Continue esplosioni di gas minavano l'omogeneità di quel cosmo rarefatto e primordiale.
E vide.
Insiem di sidereo vapore,
capì che era giunto il momento.
“Cosa devo fare, ora? Cosa... devo fare?”
Una fitta di dolore. Un'altra, più forte. Phi è un numero irrazionale conosciuto anche come rapporto aureo. In natura si trova spesso... Informazione! Stava perdendo informazione! Stava fuggendo dalla sua mente! Secondo la teoria di Planck, l'energia è suddivisa in quanti che contengono una quantità finita... No! Non ce la faceva più, il suo corpo stava per crollare! Lo spaziotempo di Minkowski è una struttura quadridimensionale che incorpora... Sgranò gli occhi dal dolore. Non poteva durare ancora a lungo. Le crepe sulla sua pelle si moltiplicarono, ramificandosi. Non sembra possibile una crisi economica a breve termine. Le borse si stanno comportando bene, Madrid in rialzo di due punti percentuali...
“AAAAARGH!”
Il tempo. Il tempo è fuor di sesto. Dovevo nascere io per riportarlo in asse. I suoi ricordi, la sua essenza, la sua vita... stavano facendo a gara per uscire, per palesarsi, pronti a straziarlo, a distruggerlo. Non aveva più molto tempo, proprio per niente. Doveva pensare, pensare in fretta. Controllò le coordinate. Era nel punto giusto... ma non c'era nulla, solo un immenso vuoto, privo di corpi celesti. Il Sole... dov'era il Sole? Evidentemente, doveva ancora nascere... ma da cosa? Dov'era la nube di polvere che lo stava per generare? Serviva un'esplosione, un'esplosione bella forte. Quest'anno si celebrerà il nono anniversario dalla caduta del muro... Il suo sapere lo stava corrompendo dall'interno, non c'era... più... tempo. Tempo: insieme di molti oggi, in sequenza. Cosa... cosa poteva fare? Un'esplosione, bella grossa. L'omicidio sembra ascrivibile al serial killler che imperversa da un mese nei dintorni di Barcellona. L'arma utilizzata è la stessa dei precedenti... Informazione pura, che continuava a fluire fuori da lui, che tentava disperatamente di liberarsi. Un'esplosione, bella grossa.
Ebbe una rivelazione.
Improvvisamente gli fu tutto chiaro.
Inserì i suoi ultimi comandi, comandi a cui l'avvenire sarebbe stato legato. Impostò il programma con precisione, fino all'ultima virgola, fino all'ultimo spasmo. Rijel stava morendo, stava per svanire del tutto. Vortici infernali stavano risucchiando la nave verso l'oltretomba... Il vortice stava evaporando, stava per scomparire. Doveva sfruttare le sue ultime energie, doveva farlo. Diede l'ultimo comando, il più importante. Inizia lo spettacolo. Si trasformò in filamenti di tenebra e raggiunse AHT-22, il modulo da cui tutto era iniziato. A livello psicologico era meglio morire in forma umana, dava un non so che di epico alla sua fine. Con precisione chirurgica, AHT-22 si staccò dal corpo del futuro Artefice e si diresse verso il fuoco del sistema. Un'esplosione, bella grossa. Questo era quello che ci voleva. Doveva trattenersi ancora un po'. AHT-A si spostò su un'orbita sicura, come da programma. Mancava poco, davvero poco.
Fermò i propulsori.
I razzi si spensero. Fu allora che il suo corpo di metallo stellare ignoto si aprì ed iniziò ad attirare il vapore e a condensarlo. Lanciò il modulo nel cosmo profondo, lasciandolo in stazionamento presso le stelle vicine.
Non si trattenne più. Lasciò che la pura informazione, la sua vita, le immagini che aveva raccolto, tutto ciò che era stato una volta Rijel si liberasse di colpo, in un solo, lunghissimo istante. Ebbe solo il tempo per riportare alla mente la figura grave del Creatore, quel modulo AHT-A che aveva condotto fin lì... e di sua madre, la ragazza dai capelli rossi, la bambina dell'angelo...
Sorrise, sorrise per l'ultima volta.
Raccogliere testimonianze, tracce, leggere stati quantici... parlare, camminare, vedere, esistere.
Vivere.
Chiuse gli occhi, in pace.
Era stato bello.
Fu così che implose,
liberando energia e materia che mise le sideree componenti in rotazione.
Sfere di polvere divennero figlie di quell'esplosione.
E le sfere crebbero, crebbero millenni, milioni di anni.
Un'esplosione immane, informazione pura in moto nello spazio, vibrazione dell'unità cosmica di fondo, creste di energia in moto perpetuo in un silenzio assordante. Scaglie di vita raggiunsero AHT-A, risvegliandolo, mostrandogli la via, immagini di quotidianità, di ordine e caos... e una ragazza dai capelli rossi con profondi occhi verdi. Filamenti di esistenza, schegge di bellezza che intaccarono il suo sistema centrale e diedero vita al modulo, diedero una ragione alla macchina. E AHT-A divenne l'Artefice, il Primo e unico.
Calibrando le orbite, il terzo dalla nuova stella, generata dall'Autore, e nominata Sole in tempi più recenti, si rivelò adatto al suo scopo.
Il modulo, sganciato, tornò indietro dopo la creazione dei pianeti.
E vide il terzo.
Scese.
Creare! Plasmare quel mondo, in modo che si sviluppasse l'uomo, che quelle immagini, quelle splendide immagini, divenissero realtà, realtà! L'Artefice non sapeva da dove arrivassero, non conosceva il loro significato, ma erano belle, erano belle! Doveva fare in modo che quella bellezza sopravvivesse.
Vulcani e terremoti scuotevano la crosta, ma ciò non lo fermò.
Doveva creare.
Era il suo scopo.
Allora creò.
E luce fu.
Chimica, interi trattati di chimica si riversarono nei suoi circuiti, e fisica, e scienze della terra! La sua prodigiosa memoria gli stava fornendo gli strumenti per realizzare il suo sogno! Trasformare quel sasso arido in una copia di ciò che aveva visto, che gli era stato rivelato dalla Grande Esplosione, la Madre Generatrice di Conoscenza!
Amalgamò ossigeno, azoto, carbonio e idrogeno... e nacque l'aminoacido.
Nacque l'idrocarburo, il nucleotide... le membrane.
E l'Artefice avrebbe sorriso, se avesse potuto. Ma l'Artefice era una macchina. Non poteva sorridere. Non poteva provare nulla.
Doveva solo creare.
Creare.
Dal nulla.
Tutto.
Dal nulla.
Creare, creare, creare!
Nient'altro.
Era il suo compito.
Per ciò era stato generato .
Da chi,
non gli era dato saperlo.
Ma aveva un fratello, lontano. Un fratello di cui non aveva pressoché alcuna cognizione. Sapeva solo che esisteva... e che forse non aveva visto la Madre.
Non era il solo.
Sapeva solo questo.
E l'Artefice creò.
Si mise in attesa, sul suolo lunare, mirabile satellite da esso generato.
Attese la vita.
E la vita arrivò. Lentamente, con prudenza, in milioni di anni.
E fu allora che vide la più complessa delle sue creature evolversi e farsi strada.
L'uomo.
L'Artefice ne fu incuriosito.
Era una macchina, sapeva riconoscere le specie.
Ma quella era nuova.
Non schedata.
Ma era la specie del sogno! Del sogno che la Madre gli aveva fornito! La Dea dai capelli rossi, la sua immagine di bellezza era umana!
L'Artefice avrebbe sorriso, se avesse potuto.
Tornò sul pianeta e sviluppò la mente del suo figlio, in modo da accelerare la sua presa di coscienza.
E la bellezza! La bellezza doveva comparire! Doveva nascere! Un mondo senza bellezza sarebbe stato arido, arido! E l'aridità non faceva parte del sogno!
E ne prese alcuni con sé.
Uomini e donne.
Li ibernò dentro se stesso, poi partì, eseguendo l'ordine.
Torna al centro.
Torna al principio.
Era l'ordine.
Ma qualcosa scattò in lui.
Non appagato dall'informazione pura, si mosse, si mosse! Non era da solo, no... e quello che restava della coscienza Madre, del Vortice che lui non aveva conosciuto, lo spingeva ad andare avanti, ad andare oltre! Oltre!
L'Artefice si diresse verso il secondo suo simile.
Voleva raggiungerlo.
E dopo anni di viaggio, trovò un'altra sfera adatta alla vita, e vide creature di silicio, microscopiche.
Erano i figli di suo fratello.
Le creature di condivisione! I veìs! I veìs! Ecco cos'erano quelle immagini, nella mente della Madre! Eccoli! E li aveva creati il fratello! Il Secondo! Pur non avendo ricevuto l'abbraccio!
La sfera era bella e azzurra, più bella del terzo dal Sole.
Allora l'Artefice, il primo, lasciò degli uomini e fece in modo, con il suo fratello, di unire i frutti delle loro fatiche.
E l'uomo entrò in simbiosi con le creature.
Così lontano dal suo mondo, ne colonizzò uno nuovo.
Il Primo Artefice, soddisfatto, eseguì l'ordine, tornò al centro, tornò al principio.
Il Secondo rimase curioso ad osservare la creatura del suo fratello, ma – ahimè – collise con uno dei satelliti del bel pianeta di silicio.
Ovvio, ovvio! La Madre non aveva baciato il Secondo, non era cosciente di sé! Non lo era neanche il Primo, questo era vero... ma l'informazione, la pura coscienza vivente del Vortice gli aveva dato un minimo di lucidità. Il Secondo no, non era in grado di controllarsi. Non era in grado di capire.
Si ruppe e cadde, quale monolite fu venerato,
fino al giorno in cui
uno degli uomini non
capì.
Mancava ancora qualcosa! Le immagini del mondo quadridimensionale, in cui tempo, spazio, vita e morte si fondono! Ma come generarlo? Come? Come, se non tramite pura informazione autoconsistente?
Il Primo tornò sulla Terra solo una volta nei secoli a venire.
Creò l'Oltremondo,
nessuno sa come.
Diede all'uomo un'anima,
nessuno sa come.
Ma anche l'informazione degrada, poco per volta. E si disperde. Esaurita la carica generatrice, assolta la sua programmazione, cosa poteva fare?
Cosa, se non tornare a se stesso,
tornare al principio
e lì
fermarsi,
spegnersi
in un sorriso,
l'ultimo,
primo motore immobile
per le anime dei
morti
E come tale rimanere,
in silenzio,
per sempre.
Note
1 Cfr. “La Mappa”, Interludio 3 – Nuovo Mondo
2 Cfr. “La Mappa”, Interludio 3 – Nuovo Mondo e “Interludio – Carbonio e Silicio”
3 Cfr. “La Genesi” in questa stessa raccolta.
4 Cfr. “La Genesi” in questa stessa raccolta.
5 Cfr. “La Genesi” in questa stessa raccolta.