Ciclo dell'Artefice - Carbonio e Silicio (2010)

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Il Ciclo dell'Artefice è stato uno dei passi più importanti che ho compiuto mentre iniziavo a cimentarmi con la scrittura. Non è un'opera matura e il mio stile è a dir poco orripilante (troppi puntini di sospensione, maledizione al boia) ma, senza di questo, non avrei mai iniziato a riversare le mie idee su carte. Il ciclo è composto da sei storie, un preludio e due interludi. Carbonio e Silicio è un breve interludio che ha come protagonista Sionn, un alieno proveniente da un pianeta simile alla Terra - figlio del Secondo Artefice.




“Voi vivete su un bellissimo pianeta. Piccolo, in effetti... e meno vario del mio. Però è affascinante. Come lo è il vostro modo di comunicare. Fino a tre anni fa, non avevo mai udito suoni contenenti un significato articolato. Conoscevo solamente il pensiero come forma di linguaggio. La trasmissione di immagini tramite la mente, a breve distanza, intendo, o tramite le sinapsi colligative che abbiamo sulla punta delle dita. Eppure siamo così simili, almeno d'aspetto... stessa forma, stesso numero di arti, stessi occhi, stesso naso, stessa bocca... stessi organi di senso. E anche il colore della pelle è identico... diciamo che siamo stati sorpresi quanto voi... è come se ci fosse un disegno intelligente dietro tutto ciò.”

Si sistemò i capelli azzurri con un gesto vigoroso. I due giovani che aveva davanti lo stavano ascoltando con attenzione.

“Come potete vedere, la mia padronanza della lingua è un po' migliorata rispetto al nostro ultimo incontro. Ora riesco a esprimermi in modo corretto... senza troppi problemi. Ora posso parlarvi del luogo da cui provengo, come vi avevo promesso.”

“Com'è esattamente il tuo mondo? Ci avevi mostrato qualche immagine, ma...”

“Strano. Molto strano. La chimica del carbonio è relegata a noi. Per il resto, tutte le creature sono a base di silicio.”

“Silicio? Quello dei computer?”

“I com... ah, sì, i calcolatori... scusami, ma non riesco a vederli come oggetti...”

“Per quale motivo?”

“Io, o meglio noi...”

Chiuse gli occhi. Non era un concetto semplice da spiegare.

“Insomma... quelli come me vivono in simbiosi con creature a base di silicio.”

Si indicò la testa.

“Proprio qui dentro. Quei minuscoli esseri viventi ci hanno dato la possibilità di trasmettere informazioni tramite la mente – una sorta di antenna, non so come spiegarmi meglio – ma, in cambio, sopravvivono grazie a quello che mangiamo. L'energia generata dal nostro apparato digerente, in parte è diretta a loro.”

Annika assunse un'espressione disgustata.

“Creature... di silicio? Nel tuo cervello? Che schifo! Mi viene da vomitare...”

“Ehi, ti garantisco che non te ne accorgi neanche! L'unico dramma sono i primi mesi di vita.”

“Spiegati meglio.”

“Da noi la mortalità infantile è abbastanza elevata. All'incirca un bambino su duecento non sopravvive ai primi trenta giorni.”

“Come mai?”

“I veìs, le creaturine di silicio, entrano nel feto tramite il cordone ombelicale e raggiungono il cervello. Lì incominciano a moltiplicarsi, lentamente. Ad un certo punto il loro sviluppo si ferma. Diciamo che siamo dotati di un discreto set di anticorpi e messaggeri chimici che ne bloccano lo sviluppo abbastanza in fretta. Se questo non accade e la massa di veìs supera un valore limite – un millimetro quadro, per capirci – l'energia richiesta dal sistema complessivo è troppo elevata e il cuore collassa di schianto, dopo circa una ventina di giorni di sforzo eccessivo.”

“Che tristezza...”

“Non voglio nemmeno pensarci!”

Marco si fece avanti con una domanda.

“Ma come funzionano questi veìs? Lo sai?”

“Be'... diciamo che filtrano il messaggio elettrico dei neuroni e lo elaborano, come una sorta di calcolatore organico. In questo modo, tramite i recettori che abbiamo sulle dita, possiamo trasmetterci l'un l'altro grandi quantità di informazioni. Tutto qui. Non so molto di più. In effetti, la nostra comparsa è un vero mistero. Secondo alcuni scienziati... no, questa ve la risparmio. È una teoria troppo assurda. Preferisco raccontarvi com'è la società laggiù.”

Inspirò profondamente.

“Dunque, da dove iniziare? Ah, sì. Il nostro pianeta è diviso in circoscrizioni. Ognuna di esse presenta un numero imprecisato di regioni. Diciamo che potremmo assimilarle ai vostri stati. C'è una differenza, però. Fondamentale. La sopravvivenza è sempre stata molto dura, per cui... ci siamo coalizzati. La nostra comunità è un unico grande tutto in cui ognuno fa la sua parte per evitare l'estinzione. Il rischio è quello, in fondo. Sionn è ostile. Molto.”

“Sionn... è il nome del vostro mondo?”

Rise divertito.

“Il nostro mondo non ha un nome. In effetti... non abbiamo neanche un vocabolario. Cosa serve, se comunichi per immagini? Non volevo dire veramente Sionn... è stato un lapsus. Pensavo al vostro concetto di terra promessa, e ho usato quel termine. Senza volerlo, ve lo giuro. Noi non diamo nomi alle cose. Però abbiamo un nome proprio. È una sequenza di segnali. Non saprei come tradurvelo.”

“Durante il nostro primo incontro, mi sei sembrato parecchio misogino... ora puoi spiegarmene il motivo? Me la sono presa un po' quando nella mia mente è arrivata l'immagine che avevi di me. Era parecchio imbarazzante.”

“E te ne sorprendi? Le ragazze come te sono l'unico mezzo che abbiamo per portare avanti la nostra specie. Perlomeno, questo era importante quando eravamo molto pochi e abbiamo rischiato di lasciare anzitempo il cerchio della vita. La donna ha come compito quello di partorire figli. Non ti troveresti bene da noi. La monogamia era quasi un reato fino a una ventina d'anni fa... ora è tollerata. Le ragazze come te erano considerate bene comune e guai a tenerne una solo per sé! Capisci cosa intendo? Non è facile. È molto diverso da qui. La nostra più grande realizzazione è avere dei figli che sopravvivano e popolino il pianeta. Mia sorella, per capirci, ha vent'anni e ha già avuto sei bambini da quattro padri diversi. Io stesso sono il settimo di quattordici figli. Non ho mai conosciuto mia madre, né mio padre. È così. Non giustifico il mio punto di vista... ma non posso nemmeno capire del tutto il vostro. Nei miei viaggi ho visto molte cose che non ho compreso appieno. Troppe. Siamo molto diversi in fatto di mentalità.”

“E in fatto di DNA? Siete così diversi da noi?”

Chiuse gli occhi, come per pensare ad una risposta soddisfacente.

“Sì e no. Abbiamo in comune il 99,9% del corredo genetico. Insomma, c'è una discreta probabilità di poterci accoppiare senza troppi problemi e avere dei figli che riportino caratteristiche intermedie... certo, da uno come me e una come te, un eventuale prole non potrebbe ereditare i miei veìs. Quelli devono essere trasmessi dalla madre e...”

Annika arrossì in modo violento.

“Sei già andato oltre! Io non volevo chiederti questo! Ho solo diciassette anni!”

Rise. Per quasi due minuti.

“Bella battuta! Era da un po' che non ridevo così. E perché questo dovrebbe essere un problema? Mia sorella è rimasta incinta per la prima volta all'età di dodici anni. Dovresti già essere pronta, anche mentalmente.”

Colore paonazzo, tendente al vermiglio con sfumature scarlatte. Marco cercò di cambiare discorso.

“Per farla breve... come diavolo vi nutrite, se siete gli unici organismi a base di carbonio nel vostro mondo?”

“Non ve l'ho detto? Costruiamo gli zuccheri e le proteine grazie ai veìs. Loro hanno capito che se vogliono sopravvivere devono aiutarci. Tramite la loro influenza, siamo stati in grado di costruire macchine a silicio che trasformano il carbonio... mi sembra che voi le chiamiate... piante? È possibile.”

“Le piante non sono macchine!”

“Le nostre sì. Le abbiamo costruite noi... e sono davvero simili a quelle che crescono qui. Non hanno i fiori, però.”

“Scusami... ma se voi non avete dato un nome nemmeno a voi stessi... perché continui a chiamare le subunità veìs? Non ha molto senso.”

“In effetti... è una parola priva di significato. Penso di averla inventata non appena ho incominciato a parlare. Così, senza un motivo particolare. E poi l'ho associata a loro.”

“Ora cosa farai? Tornerai sul tuo pianeta?”

Scosse la testa, sconsolato.

“Anche volendo, non potrei. Anche potendo, non sarei autorizzato a farlo. Purtroppo è così. Gli esploratori vengono sorteggiati a caso. Nessuno di essi può tornare indietro. Siamo solamente autorizzati ad inviare messaggi... ma capite, ci sono più di 100 anni luce tra i nostri mondi...”

Annika lo osservò incredula.

“Come è possibile? Non esiste un mezzo capace di superare la velocità della luce... dovresti aver viaggiato per oltre un secolo...”

Scrollò le spalle.

“In effetti... non lo so. Solo i nostri scienziati conoscono il progetto del propulsore. Penso che sia stato ricavati dai resti del Creatore... o Artefice, chiamatelo come volete. Una macchina precipitata sul nostro pianeta qualche decina di migliaia di anni fa. Solamente il 10% dei suoi sistemi è stato decifrato. Uno di questi è il motore. Sembra che permetta di sfruttare i wormhole per attraversare l'universo, permettendoci di raggiungere luoghi molto lontani. L'unico neo... è che non possiamo percorrere la strada all'indietro. In generale, per ogni anno luce... ci muoviamo di un anno nel passato.”

“Davvero?”

“Ma qual è il problema? Se tu partissi ora....”

“Arriverei sul mio pianeta duecento anni prima della mia partenza. I due viaggi non si compensano, Marco. Lo sfasamento temporale si somma. Nessuno sa bene perché... ma è così. Io non posso farci nulla. Solo adattarmi a vivere qui.”

Una lacrima.

“Mi manca mia sorella. Lei in questo momento non è ancora nata. Neanche io, se è per questo... forse neanche i miei genitori, chi lo sa? Sono partito sapendo di non poter ritornare a casa.”

“Che tristezza...”

Annika si commosse.

“Ma allora... se rimani qui... come dobbiamo chiamarti? Un nome dovrai pur averlo!”

Scosse la testa.

“Sono unico. Non ne ho bisogno. Il mio compagno di viaggio è morto al momento dell'impatto. Devo ancora capire perché lo avete sepolto, però. Questo non mi è molto chiaro. Io avrei usato il suo corpo come riserva di cibo.”

“Che schifo!”

“Ma sei scemo?”

“Da me si usa così. In questo modo, i morti sono ancora utili ai vivi. Penso di averti già detto più di una volta che non ci sono molti animali a base di carbonio... una riserva di proteine, carboidrati e quant'altro è una manna. Non va sprecata.”

“Contenti voi...”

“Da noi... non funziona così...”

“L'ho notato. Nei miei viaggi attorno al mondo... ho visto molti dei vostri cimiteri. Li costruite per non dimenticare. Ma dico, c'è bisogno di un complesso così esteso per i vostri ricordi? La fotografia è forse la soluzione migliore. Occupa poco spazio e non dissipa potenziali riserve di nutrienti.”

“Siete davvero strani, Sionn!”

Si fece scuro in volto.

“Mi hai chiamato Sionn, Marco? Non ho bisogno di un nome. Te l'ho già detto.”

“Ma noi abbiamo bisogno di chiamarti in qualche modo. Perché non così? D'altronde, è una parola che hai inventato sparando lettere a caso, no?”

“Se vi fa piacere... ma per chiamarmi, basta che mi pensiate. Io posso intercettare i segnali elettrici del vostro cervello e convertirli in immagini e suoni. Basta che mi concentri... i veìs fanno tutto il resto.”

“Dove ti stabilirai?”

“Non ne ho idea. Forse dovrei trovarmi un lavoro. Vostro padre è già stato abbastanza gentile e non vorrei approfittare...”

“Dovrai avere una carta di identità, Sionn. Come farai?”

“I documenti non sono un problema. Autocertificazione. Ho perso tutto durante la guerra dei Balcani e l'anagrafe è stata distrutta nei bombardamenti. Direi che suona credibile, non trovate? Ho già ottenuto il passaporto, in questo modo.”

Marco si fermò a pensare un attimo.

“Un punto a tuo favore.”

Sionn chiuse gli occhi. Sorrise.

“Il mio soggiorno qui sarà tutt'altro che piacevole... ma, dopotutto, poteva andarmi peggio.”

Annika strabuzzò gli occhi.

“Aspetta un secondo! Se hai già ottenuto il passaporto... con che nome lo hai registrato?”

Rise.

“Sionn. Sionn Byle. In effetti, è curioso. Avevo già deciso di usare quel nome... ma non ero sicuro che vi sarebbe piaciuto... diciamo che vi ho indotto ad affibbiarmelo. Per il cognome... spero che non vi dispiaccia se ho anagrammato il vostro e gli ho tolto una lettera... qualcosa dovevo pur inventarmi, no?”

Guardò l'orologio che Annika gli aveva regalato prima della sua partenza.

“In che anno siamo? Sapete, dovrei regolarlo... ho fatto fatica a misurare il tempo in periodi di ventiquattr'ore, mesi e anni. Io ero abituato ai cicli diurni di trentadue microcicli... e ai macrocicli. È stato molto difficile per me capire il funzionamento dei vostri giorni, delle ore, dei minuti e dei secondi.”

“Siamo nel 1988. Febbraio 1988, per essere precisi.”

Pensò per un po'.

“Dunque... febbraio, hai detto... il secondo mese...”

Si avvicinò ad Annika e le sfiorò il ventre con la mano.

“Quando nascerà mio figlio? A novembre?”

La ragazza arrossì in modo violento.

“Come... sai... che... ?”

“La tua mente è sempre aperta per me. Lo hai saputo stamattina. Hai fatto il test di gravidanza. E hai scoperto di essere incinta. Di me, per la precisione.”

Marco aveva gli occhi sbarrati. Annika tendeva al paonazzo. Sionn sospirò.

“Mi farò carico delle mie responsabilità.”

“Tu... lui... cosa... che...”

“Come lo chiameremo?”

“A me piacerebbe... Paul... se fosse un maschio, intendo... o Shira... se fosse una femmina.”

Sionn sorrise.

“Aggiudicato.”

Marco divenne bianco in volto.

“Lo so, Marco. Abbiamo sbagliato. Ho sbagliato. Non volevo rovinare la vostra vita.”

“... non l'hai rovinata... è stata colpa mia... solo colpa mia... e...”

Sionn si mosse verso il parapetto del ponte, osservando l'oceano sconfinato.

“Sì. Mi troverò bene qui. Ci troveremo bene. Perché saremo una famiglia. La famiglia che non ho mai avuto.”