Ciclo dell'Artefice - Azrael (2010)
Il Ciclo dell'Artefice è stato uno dei passi più importanti che ho compiuto mentre iniziavo a cimentarmi con la scrittura. Non è un'opera matura e il mio stile è a dir poco orripilante (troppi puntini di sospensione, maledizione al boia) ma, senza di questo, non avrei mai iniziato a riversare le mie idee su carte. Il ciclo è composto da sei storie, un preludio e due interludi. Azrael è la seconda completa, incentrata sulla controversa figura di un serial killer e delle conseguenze delle sue azioni sulla vita di Alec ed Erin, due teenagers innamorati.
“Angelo, testimone di purezza, messaggero alato del Signore, proteggimi da tutti i mali del mondo...”
Angel0
“...no, non sono disposto a rilasciare altre dichiarazioni. Confermo quello che sapete già, ho trovato nuovi elementi che permettono una riapertura del caso Azrael1.”
“Pensa di essere in grado di arrivare ad una soluzione del caso? In fondo sono passati più di dieci anni dai fatti in questione...”
“Un tempo sufficientemente lungo per nascondersi, direi.”
“Crede davvero che il serial killer noto come Azrael sia ancora vivo?”
“Non era un serial killer. Aveva uno scopo ben preciso.”
“Cosa significa questo? Per favore, ci dica qualcos'altro in merito!”
“Sappiate solo che finalmente abbiamo una traccia concreta. Non ho altro da aggiungere.”
“No, aspetti, per favore! Il pubblico ha diritto di sapere!”.
Le immagini svanirono lentamente dallo schermo e riapparì il volto incipriato del giornalista.
“Queste sono le ultime dichiarazioni rilasciate dal commissario Hierro della polizia di Barcellona. Sembra che il caso Azrael verrà riaperto in seguito al ritrov...”
Erin spense il televisore. Non pensava che avrebbe mai sentito di nuovo quel nome. Azrael... Un nome proveniente dalla cabala ebraica. Azrael... Era il suo angelo custode, o almeno così l'aveva considerato fino all'età di tredici anni. Poi era venuta a conoscenza della verità. Sospirò. Non era il modo migliore di risvegliarsi. Colazione con notizie fresche di giornata. Non sempre buone. Un televisore scassato che riceveva il segnale in modo saltuario, con molte interferenze. Un piccolo monolocale in affitto con cucina-salotto-camera da letto in un unica stanza al settimo piano di un condominio in periferia. Il college di Ahrlem. Il ristorante dove lavorava al pomeriggio e alla sera come cameriera-tuttofare. Questo era tutto il suo mondo da oltre sei anni. Erin si alzò svogliata dal tavolo con la brioche ancora in mano. Si mise a sgranocchiarla affacciata alla finestra. La vista era l'unica cosa che non mancava a quell'appartamento. L'oceano Atlantico si stagliava immenso davanti ai suoi occhi. Quell'oceano lei lo aveva attraversato una sola volta. Era come un vecchio amico che sembrava chiederle:
“Quando tornerai da me?”
“Spero presto...”
La sua risposta era silenziosa, muta. Non aveva bisogno di parole per comunicare con lui. Finì di bere il latte e si preparò per la solita giornata. Scuola, lavoro, lavoro, studio. Un'ora di pausa con il suo ragazzo. Questo pensiero le dava la carica per continuare. Alec aveva sostituito Azrael nei suoi sogni. Un angelo per un altro. La ragazza rise. Sì, Alec era stato davvero un angelo per lei. Era ricco di famiglia e l'avrebbe aiutata volentieri economicamente, se lei non gliel'avesse impedito. Voleva essere indipendente da chiunque. Prese lo zaino. Ormai l'anno scolastico era agli sgoccioli e si avvicinava sempre più in fretta l'esame di maturità. Doveva decidere a che facoltà iscriversi dopo, ma era tremendamente indecisa. Forse Alec avrebbe potuto darle qualche consiglio. In fondo, lui aveva già le idee chiare: si sarebbe iscritto a Informatica Robotica e dell'Intelligenza Artificiale, un corso di laurea gestito dal miglior progettista delle AH Industries, Vladenek Kras'ilič. I suoi robot erano creature quasi umane; non avrebbe potuto sperare in un insegnante più qualificato. Chiuse la porta e iniziò a scendere le scale. Il palazzo non era dotato di ascensore. Molti la consideravano una vittima della società, in fondo era una ragazza di diciannove anni che viveva da sola pagando regolarmente un affitto. Arrivò al pian terreno. Erano tutte inutili preoccupazioni. Aveva imparato ad arrangiarsi molto presto e si trovava a suo agio in quella vita. Raggiunse la fermata dell'autobus. In fondo, bastava sapersi adattare. Salì sul 23. In dieci minuti sarebbe arrivata al college. Un ragazzo con i capelli castani raccolti in una coda si avvicinò.
“Ehi, Erin! Ehi! Non mi avevi visto?”
“Stevros...”
Erin scosse la testa.
“Quando imparerai che non abbasso mai la guardia? Ti avevo già notato dalla fermata.”
“Attraverso i finestrini del bus? Dannazione, non riuscirò mai a sorprenderti!”
La ragazza sorrise.
“Esatto. A proposito di sorprese...”
Stevros impallidì. Il tono di voce della ragazza si era fatto malizioso.
“...cosa mi dici di Ann?”
“SSSST! Zitta! Ma perché mai te l'ho raccontato?!”
“Forse perché ti fidi di me.”
Il volto del ragazzo divenne paonazzo.
“Perché mai te l'ho raccontato? Perché?”
Stevros si chiuse in un silenzio sconsolato. L'autobus si fermò davanti proprio davanti all'istituto scolastico. Gli occhi di Erin si illuminarono. Alec era già lì davanti ad attenderla.
“Fatto buon viaggio?”
“Come al solito. Il 23 accumula sempre più ritardo.”
Il ragazzo sorrise. Gli piaceva tutto di lei. I suoi capelli rossi a caschetto, i suoi occhi verdi, la sua “s” sibilante. Quel particolare tradiva le sue origini. Forse i suoi nonni erano emigrati in America dalla Spagna o dal Messico e le avevano trasmesso quel curioso difetto di pronuncia. Eppure secondo l'anagrafe era di origini olandesi. Erin Johansson. Tipico cognome di quelle parti. Forse era ispanica da parte di madre. O forse... Alec scacciò quel pensiero dalla sua testa. Non poteva collegare una lettera pronunciata male con le origini della sua ragazza. Era un difetto abbastanza comune, non era di certo imputabile al suo Paese di provenienza. Le lezioni sarebbero iniziate di lì a poco. I due ragazzi si diressero verso l'aula.
“Hai visto il telegiornale stamattina?”
“No. Penso che tu sia l'unica a seguire un notiziario alle sette del mattino.”
“Riaprono il caso Azrael.”
Alec si fermò e la osservò stupito.
“Il... che?”
“Ma sì, dai, non puoi non averne mai sentito parlare!”
“Dovrei sapere di cosa si tratta?”
“Non fare il finto tonto. Era un serial killer che ha ucciso ventidue persone in tutta la Catalogna negli anni novanta.”
“Ah, quell'Azrael... sì, ricordo qualcosa in merito, ma mi sembra inutile riaprire un caso chiuso da oltre vent'anni.”
“UNDICI anni! Azrael è sparito undici anni fa, nel 1998!”
“Ok, ok... non ti scaldare... ma dimmi, come mai ti interessa così tanto?”
“Ha ucciso delle persone che conoscevo. Non mi chiedere altro, per favore.”
“Va bene, cambiamo argomento. Hai da fare oggi pomeriggio?”
“Lavoro, come al solito. Ho un'ora di pausa tra le quattro e le cinque. Possiamo vederci davanti al ristorante per quell'ora.”
“Quando ti deciderai a permettermi di pagarti l'affitto?”
Erin sorrise.
“Mai! Non hai idea di quanto mi piaccia essere indipendente.”
Alec entrò nell'aula. Stevros, il suo compagno di banco lo stava aspettando.
“Finalmente, temevo ti fossi perso, oppure...”
“Oppure cosa?”
Stevros strizzò l'occhio fissando Erin. Alec lo rimproverò.
“Ma cosa vai a pensare?”
“Calmati, scherzavo, giusto per sdrammatizzare! Oggi c'è un esame preparatorio e non penso di essere mai stato così nervoso.”
“Non è troppo difficile. Statisticamente lo passa il novantadue percento degli studenti.”
“Temo che rientrerò nell'otto percento rimanente...”
Erin si sedette accanto ad Ann, la sorella gemella di Alec. Era abbastanza silenziosa quel giorno. Probabilmente era preoccupata per l'esame. Preoccupata di cosa? Ma figuriamoci! Lo avrebbe passato di sicuro, era la studentessa più brillante del corso. Erin guardò fuori dalla finestra. Un corvo si posò sul ramo dell'albero più alto del cortile. Completamente nero. Anche lui era vestito di nero. Era una angelo della morte, troppo bello per essere un umano, troppo crudele per essere un essere divino. Chi era Azrael? Quel suo volto... Sarebbe mai riuscita a dimenticarlo? Il corvo volo fin sul davanzale. Alec lo fissò e sorrise. Lui poteva volare più in alto. Era solo un uccello, dopotutto. Carnefice per le specie di cui si nutre, vittima delle specie di cui è nutrimento. Animale interessante, ma non troppo. L'arrivo del professore lo riportò alla realtà. Aveva sottobraccio i testi dei loro esami. Iniziò a scarabocchiare qualcosa sul banco. Non aveva assolutamente voglia di scrivere un saggio su chissà quale argomento di cronaca. Il corvo volò via.
Per un attimo la sua sagoma in controluce ricordò quella di un angelo.
Un angelo dalle ali nere.
Notes: vittime di Azrael – prima testimonianza
“Sì, è vero, ho notato che da alcune settimane a questa parte i tossicodipendenti hanno smesso di frequentare questa zona. Devo ammettere che in fondo è stato un bene che qualche squilibrato abbia fatto piazza pulita degli spacciatori che infestavano quest'area della città. Barcellona dovrebbe essere famosa per la Sagrada Família di Gaudì, non per le centinaia di operai depressi delle AH Industries che si drogano per evadere dalla realtà. La sede spagnola di quella diavolo di azienda americana è forse la succursale più grande in Europa.”
“Non divaghi, per favore. Non le stiamo chiedendo cosa cambierebbe della nostra città.”
“Va bene, commissario. Dunque, da dove iniziare? Ah, sì. Esattamente diciassette giorni fa ho notato uno strano bagliore nero e freddo proveniente dai vicoli che ho citato prima. Subito dopo ho udito una voce chiedere con un tono particolarmente gelido e tagliente dove fosse un certo... come si chiamava? Riesta, Ariesta, o qualcosa del genere, un nome che avevo già sentito. Inoltre cercava... qualcosa. Ha detto strane parole, forse in latino. Voleva... le Lauds Arfici, mi sembra... Non che abbia capito molto bene, non ero vicinissimo. Le risposte non devono averlo soddisfatto, così... ha ucciso tutti. Dal primo all'ultimo cocainomane che infestava...”
“Lui chi? Lo ha visto?”
“Sì, ma solo di sfuggita. Era vestito di nero e portava una maschera. Ah, aveva con sé una spada. Non ricordo altro del suo aspetto.”
“Può descriverci la maschera?”
“Non la ricordo così bene... mi sembra coprisse solo metà del viso e avesse due fessure per gli occhi...”
“Come se n'è andato? Insomma, lo avrà visto fuggire...”
“No, commissario.”
“No?”
“È sparito. Letteralmente. Davanti ai miei occhi.”
“Non penso sia possibile...”
“Le giuro, è sparito! Svanito in un lampo nero come il precedente!”
“Terremo in debita considerazione la sua testimonianza. Può andare ora. Grazie della preziosa collaborazione. La chiameremo in caso ci siano novità”.
Il commissario Hierro chiuse il fascicolo.
“Si ricorda cosa è successo subito dopo, ispettore?”
“Il teste è stato trovato morto due giorni dopo. Passato a fil di spada. L'ennesima vittima di Azrael.” “Una delle prime se andiamo a visionare il fascicolo...”
“Sì. Se ricordo bene, questa testimonianza non fu presa sul serio fino all'omicidio del testimone.”
“Già, già...”
Il commissario si alzò dalla sedia e si diresse verso lo schedario.
“Passiamo al prossimo.”
Test1mone
Come ogni pomeriggio, Erin stava lavorando al ristorante giapponese situato all'incrocio tra Harald Street e Jackson Avenue. Ormai conservava quel posto da cinque anni. Il gestore del locale era molto soddisfatto della condotta della giovane. Lavorava con molto entusiasmo e non doveva riprenderla quasi mai. Il suo ragazzo era un tipo abbastanza riservato, un pezzo di ghiaccio, avrebbe detto. Non ricordava di averlo mai visto lasciarsi andare, neanche in presenza di Erin. Forse non la meritava... ma probabilmente era solo una sua impressione.
“Erin, puoi venire un momento?”
“Sì, signor Daikendo.”
“Tu vai ancora a scuola, giusto?”
“Sì, al college di Ahrlem.”
“Dove trovi il tempo di studiare? Forse te l'ho già chiesto...”
“Solo una quindicina di volte.”
La ragazza sorrise e tornò a lavare i piatti in cucina. Era appena passata una scolaresca di venti bambini accompagnata da due insegnanti ed era necessario ripulire al più presto posate e stoviglie per evitare di rimanerne sprovvisti.
“Viene a prenderti il tuo ragazzo alle quattro?”
“Sì, gli ho promesso di dedicargli un po' del mio tempo. Non ci vediamo molto spesso fuori dal liceo.”
Il campanello della porta squillò. Daikendo tornò al bancone per accogliere i potenziali clienti. Era il postino, lo conosceva.
“Benvenuto, Mike. A cosa devo la tua visita?”
“Niente di particolare, sto cercando una persona e mi hanno detto che lavora per te. Si chiama Erin Johansson. Devo consegnarle una raccomandata urgente.”
“Eccomi, sono io.”
La ragazza entrò nel salone.
“Ecco, questa è per lei. Dovrebbe firmare qui.”
“Un attimo... E...rin.. Johann... sson... fatto!”
Erin osservò la busta.
“Ha l'aria di essere importante. Arriva dalla Spagna...”
“Hai parenti là?”
“Qualcuno, molto lontano... comunque questo è un documento ufficiale, signor Daikendo, dubito che mi abbiano scritto loro...”
“Per questo motivo mi hanno incaricato di portarvela al più presto. Ora devo andare. Tienimi da parte un po' di sushi per stasera, Miyamoto!”
“Stai tranquillo, lo terrò in caldo per te...”
Il postino uscì dal locale e salì sulla sua moto. Daikendo si avvicinò alla giovane.
“Cosa c'è? Sei preoccupata? Dai, aprila, è il modo migliore per togliersi il pensiero.”
“Non è necessario aprirla. So già cosa c'è scritto. Aspetto questa lettera da sei anni. Può tenermela lei fino all'orario di chiusura? Ho paura di perderla.”
“Va bene, stai tranquilla.”
Daikendo preferì non indagare oltre. Il tono di voce con cui la ragazza aveva pronunciato l'ultima frase era incerto. Ogni volta che l'aveva sentita parlare in quel modo era scoppiata a piangere nel giro di mezz'ora. Se avesse avuto bisogno di un consiglio, glielo avrebbe chiesto, non c'era bisogno di preoccuparsi per lei. Il campanello della porta suonò nuovamente. Un signore distinto sulla cinquantina con i capelli neri lisci – cosa straordinaria per la sua età, pensò Daikendo – entrò accompagnato da una ragazza con i capelli di uno strano colore azzurrognolo – orribili, di sicuro una nuova moda dei giovani d'oggi – che avrà avuto sì e no vent'anni. Il ristoratore analizzò il volto dell'uomo. Mostrava i segni di un'operazione recente. Lo riconobbe dalle foto che aveva visto sui giornali – il modo migliore per informarsi, la televisione trasmette solo bugie – accanto ad articoli che riguardavano le AH Industries. Era Vladenek Kras'ilič, il progettista capo del reparto robotica avanzata.
“Posso servirla?”
“Un tavolo per due. Ho saltato il pranzo per colpa di una riunione straordinaria.”
“Le mando subito la cameriera. Erin!”
La ragazza uscì dalla cucina e portò i menù al tavolo.
“Preferite piatti di cucina occidentale o giapponese?”
“Vorrei assaggiare qualche piatto tipico.”
Era stata la ragazza a parlare. Aveva una voce insolitamente dolce.
“Va bene, vi lascio il tempo di scegliere...”
“Frequenti il college qui ad Ahrlem?”
“Uh? Sì, esatto... sono all'ultimo anno.”
“Io devo dare l'esame finale... ho studiato all'estero e mi sono trasferita da poco qui. Per essere ammessa all'università devo completare l'anno in un liceo riconosciuto...”
“Capisco... bé, se hai bisogno di una mano... io sono Erin. Tu come ti chiami?”
“Lea, Lea Kras'ilič. Sono la sorella minore di Den.”
Nel dire queste parole sorrise. Sembrava davvero felice. Erin sorrise a sua volta, ricambiamndo con gentilezza, prese le ordinazioni e le portò al suo principale. Lea si guardò attorno. Il locale era veramente piccolo: un'unica sala colmata da sette tavoli per quattro persone, più la cucina. Il cuoco era lo stesso proprietario.
“Su che argomento era la riunione, fratellone?”
Vladenek sospirò.
“Pare che Jason abbia ricevuto una raccomandata dal distretto di polizia di Barcellona.”
“C'entra qualcosa con quel processo di cui ho sentito parlare alla TV stamattina?”
“Sembra di sì. Lo vogliono interrogare sulle condizioni di lavoro della succursale spagnola della sua azienda. Pare che alcuni operai siano stati uccisi da Azrael negli anni novanta.”
“Non capisco il collegamento, Den...”
“Gli operai in questione erano sull'orlo del licenziamento, ma l'impresa non riusciva a scaricarli in alcun modo per colpa dei sindacati. C'è il sospetto che il serial killer fosse in contatto con le AH. Addirittura, alcune fonti lasciano intendere che Azrael potrebbe essere stato un dipendente delle industrie stesse.”
Erin portò i piatti di sushi per i due avventori. Non aveva perso una parola del loro discorso. Lea iniziò a mangiare di gusto.
“Capifco... bé, fe la caverà 'ome fempre...”
“Quante volte dovrò ripeterti che non si parla con la bocca piena?”
“Uhm... ancora una decina, direi...”
Erin sorrise. Lea era tremendamente spontanea. Non ricordava di aver mai conosciuto una ragazza così estroversa e solare.
“Erin! Ho bisogno di te adesso! Non ti pago per restare impalata davanti ad un tavolo!”
“Eh? Oh? Sì, arrivo!”
Anche Miyamoto aveva ascoltato la conversazione tra i due e aveva collegato subito la convocazione di Jason Aiample con la raccomandata spedita ad Erin dalla Spagna. Non ne fece parola, sapeva che non era il momento adatto per discuterne con lei. Il pranzo durò circa mezz'ora. Lea fece i suoi complimenti al cuoco e diede il suo numero di telefono ad Erin, con la promessa di farsi sentire presto. Vladenek ne fu molto soddisfatto. Pagò il conto e lasciò una lauta mancia, poi salutò ed uscì con la sorella.
Alec arrivò alle quattro, puntuale come un orologio svizzero. Erin si gettò tra le sue braccia – non ci sono clienti, se lo può permettere, spero solo che finalmente lui si sciolga un po', pensò Daikendo – e fu ricambiata dal suo ragazzo, anche se non in modo altrettanto entusiasta – non gli piace dare spettacolo o sta semplicemente giocando con i suoi sentimenti? –, come al solito. La ragazza salutò il suo datore di lavoro, poi lasciò il locale. Daikendo ne approfittò per svuotare la cassa e mettere il guadagno del giorno al sicuro. Si accorse di avere ancora la lettera, Erin non l'aveva aperta. Mise in cassaforte anche quella. Era chiaro che conteneva un messaggio importante. Azrael... circa undici anni prima quel nome era capeggiato a caratteri cubitali sui titoli di tutti i quotidiani nazionali e non. Fu il suo canto del cigno. Dopo aver conquistato le prime pagine dei giornali, sparì nel nulla e non se ne sentì più parlare. Curiosamente era diventato famigerato in America per l'ultimo degli oltre venti omicidi in cui era stato coinvolto. Aveva ucciso una giovane coppia a Barcellona, davanti agli occhi della figlia minore, una bambina di soli otto anni di cui non era mai stato reso pubblico il nome. Fu lei a confidare agli psicologi che l'avevano assistita il nome del carnefice. Per fortuna lei non si era resa conto di quello che era successo. Gli inquirenti ebbero a disposizione un identikit abbastanza dettagliato dell'assassino, un identikit reso pubblico poche settimane dopo – invano: l'assassino sembrava svanito nel nulla, così come era apparso. Dopo appena un mese nessuno parlò più di Azrael; della bambina, invece, non si seppe più nulla. Daikendo si era interessato al caso soprattutto per l'arma utilizzata dal sicario: una katana, l'arma degli antichi samurai e ninja giapponesi. Sembrava anacronistico. Una spada nell'era delle armi da fuoco. Eppure... Scosse la testa. Non aveva senso pensarci in quel momento. Chiuse la cassaforte e tornò al bancone. Suonò il campanello della porta. Un altro cliente. Sospirò.
La giornata era ancora lunga.
Notes: vittime di Azrael – seconda testimonianza
“Certo, ve lo posso descrivere, ma non penso potrà esservi molto utile. Sarà uguale alle altre descrizioni che avete raccolto. Dunque, vediamo... era alto, vestito di nero, indossava una maschera viola con due fessure per gli occhi. Ah, dalla maschera spuntava un ciuffo biondo. Tutto qui. Non saprei cos'altro dirvi.”
“Dove l'ha visto?”
“Nei pressi dei vecchi uffici della Electrum, la ditta che è fallita cinque anni fa... ha presente, no? L'azienda di Alejandro Riesta, quell'imprenditore arrestato per frode e spionaggio ai danni delle AH Industries.”
“Riesta, ha detto? Prosegua pure.”
“Sì, sì, Riesta, esatto.”
“Secondo lei cosa stava facendo?”
“Cercava qualcosa, a mio parere. Qualcosa che penso non abbia trovato. Ha imprecato in qualche lingua che non ho riconosciuto, poi ha ucciso un senzatetto che si era lamentato per il rumore.”
“Un senzatetto, dice... come l'ha ucciso, di preciso?”
“Lo ha trafitto con una spada, di quelle che si vedono nei documentari sui samurai, le katane, ha presente, commissario?”
“Sì, ho capito. Come se n'è andato?”
“Non a piedi, questo è poco ma sicuro. È sparito sotto i miei occhi. Probabilmente ha preso una qualche uscita secondaria...”
“Perché si trovava in quella zona? Mi risulta che sia molto lontana da casa sua...”
“Oh... sì in effetti... devo proprio rispondere?”
“Sì.”
“Va bene, stavo andando di nascosto ad un appuntamento con una ragazza.”
“Lei lo può confermare?”
“Ha sospetti su di me?!”
“Risponda coerentemente alla domanda. Lei lo può confermare?”
“Sì, sì... può confermarlo anche l'autista dell'autobus della linea 32 che era in servizio quella sera...”
“Va bene, prosegua pure.”
“Non ho altro da dire, non ho visto altro. Ho chiamato la polizia e il pronto soccorso non appena mi sono reso conto di quanto fosse accaduto.”
“Riesce a ricordare qualche altro particolare del volto dell'assassino?”
“No, ve l'ho detto, era coperto da una maschera. Inoltre ero abbastanza lontano. L'ho visto per una decina di secondi sotto la luce di un lampione, è per questo che vi ho potuto fornire qualche dettaglio aggiuntivo.”
“Conferma il colore dei capelli, quindi?”
“Sì, sì. Erano biondi, su questo non posso sbagliarmi.”
“Grazie mille, può andare ora. Lasci un recapito all'agente dell'ufficio qui a fianco. Sarà richiamato subito in caso di sviluppi.”
L'ispettore chiuse il secondo fascicolo.
“Morto anche questo?”
“Tre giorni dopo la deposizione. Decapitato. Un unico colpo netto.”
“C'è una certa razionalità nei movimenti di Azrael. Non era un assassino seriale. Più rileggo queste testimonianze più me ne convinco.”
“Eppure il commissario Alvarez...”
“Ha archiviato il caso in fretta, questo è stato il suo unico errore... Mi porti il terzo fascicolo, voglio visionarlo nuovamente.”
“Per quanto andremo avanti così?”
“Fino a quando non avremo compreso il motivo di questi omicidi a catena.”
di Pure2za
“... saranno chiamati di nuovo a testimoniare tutti coloro che hanno avuto un ruolo e sono sopravvissuti alla vicenda.”
“Vuol dire che la bambina che ha visto il suo volto undici anni fa uscirà dall'anonimato?”
“No, sulla vicenda sarà tenuto il massimo riserbo.”
“Ma il pubblico ha diritto di...”
“Di sapere? No, non è assolutamente vero. Se Azrael stesse seguendo questo notiziario ed io facessi i nomi dei testimoni, lo sa cosa succederebbe, vero? Ci pensi prima di fare domande o affermazioni di questo genere.”
Il giornalista arrossì.
“Ora non ho altro da dichiarare. I testimoni sono stati già contattati. Sanno quando e dove presentarsi.”
“Alec! Vieni via! Non è educato stare sulla soglia di un bar per ascoltare le notizie!”
“Arrivo, arrivo...”
Alec scollò lo sguardo dal televisore.
“Sei interessato al caso?”
“Uhm... sì, diciamo di sì...”
Erin lo guardò fisso negli occhi.
“Ora, per favore, andiamo a fare un giro? Fra un po' finisce la mia ora di pausa.”
Alec sorrise.
“Perdonami... trovo questa situazione abbastanza divertente...”
“Divertente? Cosa c'è di tanto divertente?”
“Che un caso chiuso da oltre dieci anni sia stato riaperto con così tanto clamore... Secondo me è solo una bolla di sapone gonfiata apposta per nascondere i veri problemi del momento... Distrarre il popolo, capisci? Devi dare risalto ad una notizia particolarmente inutile o priva di senso per attirare meglio l'attenzione delle persone.”
“Pensi che sia una farsa?”
“Dubito che dopo così tanto tempo sia spuntata fuori una prova o un supertestimone in grado di far luce sulla vicenda...”
“Potresti aver ragione, ma ora potremmo parlare di altro?”
“Uh? Bé, sì, ovvio...”
I due ragazzi si diressero a braccetto verso il lungomare. Si sedettero su una panchina. Alec osservò a lungo Erin. Non c'era un particolare del suo corpo che non gli piacesse. Era capace di consolarlo in un modo tutto suo, che la rendeva unica. Gli era stata vicina dopo che Rika lo aveva mollato per un qualche strano motivo legato allo shock di aver incontrato suo padre per la prima volta dopo quindici anni. Lo aveva piantato in tronco da un giorno all'altro adducendo solo quella giustificazione. Solo allora si era accorto di provare qualcosa per Erin. Ormai stavano insieme da quasi quattro anni, ma per lei era ancora un perfetto sconosciuto. Non poteva sapere alcune cose sul suo passato, sulla sua famiglia, sul Regno dei Dannati2... Non le avrebbe capite o forse, più semplicemente, non ci avrebbe creduto. Sarebbe stato inutile parlargliene. La amava veramente, ma sapeva che quel fardello sarebbe stato troppo pesante per lei. Prima o poi avrebbe chiarito la questione.
“A cosa stai pensando? Ti vedo perso nel vuoto... Guarda che bel mare invece di concentrarti su pensieri complicati!”
L'oceano era in tempesta, onde enormi, spumose si infrangevano sulla costa, sotto lo guardo malevolo di un cielo plumbeo. La concezione di bello di Erin era strana, si avvicinava molto al sublime kantiano. Per lei bello era tutto ciò di fronte al quale si poteva rimanere esterrefatti, stupiti, in uno stato di contemplazione, come la violenza di un uragano, il mare in burrasca, le tempeste di fulmini ed altri spettacoli che solo la natura poteva offrire.
“Non capisco cosa ci trovi. Non c'è un raggio di sole...”
“Proprio per questo è bello.”
“Scusa?”
“Bisogna saper trovare la bellezza anche dove c'è solo oscurità o paura. In ogni cosa, in ogni oggetto, in ogni situazione c'è qualcosa di bello. Basta saperlo cogliere.”
Alec fu stupito da quelle parole. Esprimevano un concetto molto profondo.
“Vuoi dire che per te ogni tragedia, ogni disastro... ha un suo fascino?”
“No, non esattamente.”
“Allora... cosa significa?”
“Prima o poi lo capirai da solo...”
Era il suo modo di fare, lasciava tutto in sospeso. Si abbracciarono forte. Non c'era nessuno in giro. Gli occhi si chiusero. Solo i gabbiani erano testimoni in quel momento. Le loro labbra si avvicinarono fino a sfiorarsi. Lo sciabordio delle onde che si infrangevano sulla battigia era come una dolce melodia di sottofondo. Sembrava quasi che il tempo si fosse fermato. Dopo mille interminabili istanti i loro occhi si riaprirono. Erin si mise a piangere all'improvviso.
“Cosa succede? Erin! Ti ho fatto qualcosa? Per favore, rispondimi...”
“Non sai quanto mi mancheranno questi momenti, Alec, non sai quanto...”
“Cosa c'è? Perché dovrebbero mancarti, scusa? Ci vediamo ogni giorno...”
“Tra dieci giorni devo partire. Non so quando tornerò... se tornerò.”
Alec fu colpito al cuore.
“Cosa significa?”
“Devo... devo confessarti una cosa.”
Alec la strinse ancora più forte tra le sue braccia.
“Dimmi, ti ascolto.”
“Devo deporre la mia testimonianza per il caso Azrael.”
Alec impallidì.
“Probabilmente sarò messa sotto scorta, dovrò cambiare nome e Paese, forse anche nazionalità. Erin Johansson probabilmente morirà in un incidente stradale durante una visita a Barcellona.”
“Non... non può essere...”
“Mi ha contattato il commissario Hierro esattamente un mese fa. È venuto a casa mia e mi ha spiegato la situazione. Sarei dovuta partire esattamente dieci giorni dopo l'arrivo di una raccomandata dalla Spagna. Avrei trovato il biglietto aereo nella busta. Poi Erin Johansson sarebbe dovuta sparire. Per sempre, forse... o almeno fino a quando Azrael non fosse stato catturato.”
“Mi stai prendendo in giro? Per favore, dimmi che è così...”
“È la verità, purtroppo. Le nostre strade si separeranno presto.”
Alec stava trattenendo a stento le lacrime.
“Coraggio, in un modo o nell'altro... rimarremo in contatto... ora... per favore... ascoltami.”
Prese coraggio.
“Devo parlarti. Devo raccontarti molte cose che non sai. Prima che tu te ne vada.”
Le asciugò le lacrime con un fazzoletto.
“Io... insomma, non sono esattamente quello che sembro... vedi...”
Erin gli chiuse la bocca con la mano.
“Ssst! Tieni i tuoi segreti per te. Me li rivelerai poco per volta prima che io parta, ok?”
“Va bene. Ma ti devi impegnare a credermi e a non dubitare delle mie parole, di ciò che ti dirò, per quanto strano ti possa sembrare.”
“Promesso.”
La ragazza si riprese a fatica dopo dieci minuti, giusto in tempo per tornare al lavoro.
“Mi accompagni al Sol Levante? Devo riprendere servizio.”
“Hai da fare stasera?”
“Uhm... no, dopo le nove sono libera... vuoi venire da me? Magari così mi inizi a raccontare qualcosa...”
“Ok, andata... per le nove sono da te.”
“Tuo padre non farà storie?”
“Penso di no, al massimo mi coprirà Ann...”
Alec la accompagnò al ristorante giapponese, salutò il proprietario e se ne andò. Erin aveva ancora gli occhi arrossati.
“Cosa è successo, ti ha fatto qualcosa?”
“No. È solo colpa mia stavolta. Vado in cucina a prepararmi.”
Daikendo la seguì con lo sguardo. Un fiore di ragazza... ma quell'Alec era solo un rampollo di buona famiglia che non aveva mai dovuto faticare in vita sua per ottenere qualcosa. Insomma, uno buono solo a studiare... magari destinato a diventare un ottimo scienziato, ma in quanto a rapporti interpersonali... scosse la testa. Per lui Erin era quasi una figlia. Quasi. Non che l'avesse mai considerata tale – se ti affezioni troppo a qualcosa, soffrirai molto di più quando la perderai, diceva la saggezza popolare – ma comunque provava una sorta di primitivo affetto per lei – poco o nulla, giusto qualcosa di più che il semplice rapporto di lavoro, era solito ripetersi – che lo portava spesso a criticare le sue scelte.
“Dov'è la lettera? Vorrei darle un'occhiata.”
“L'ho messa in cassaforte. Aspetta, te la prendo.”
La ragazza si guardò intorno. Osservò con attenzione ogni particolare, voleva ricordare nei dettagli quel luogo che era stato così importante per lei.
“Eccola, vuoi un coltello per aprirla?”
“Uh? Sì, grazie...”
Erin aprì il plico. Conteneva un documento ufficiale ed un biglietto aereo di sola andata per Barcellona. La ragazza lesse la lettera, poi mise tutto nella borsa ed iniziò a lavorare. Mangiò qualcosa verso le sei e mezza. All'ora di cena, il locale si riempì completamente di clienti. Daikendo cucinò a velocità impressionante per accontentarli tutti. Alla otto e quaranta Erin finì di sistemare i tavoli. Era un giorno infrasettimanale e il ristorante chiudeva alle nove.
“Per oggi puoi andare, ti aspetto domani per le due e mezza, come al solito.”
“Va bene, allora ci vediamo... ora torno a casa, sono molto stanca...”
La osservò indossare la giacca e uscire dalla porta. Non avrebbe potuto trovare una dipendente migliore.
Erin arrivò a casa sua alle nove e dieci minuti. Alec era già lì ad attenderla. Salirono insieme le scale ed entrarono nel monolocale.
“Ora... suppongo di dover iniziare il mio racconto.”
La ragazza gli strinse le braccia al collo e lo baciò sulle labbra, cogliendolo alla sprovvista.
“Magari domani...”
Daikendo osservò le stelle, chiedendosi perché fossero così luminose. Non aveva studiato, era in possesso della sola licenza media. Dovevano essere formate da gas che bruciava in continuazione per un qualche motivo particolare... Prima o poi lo avrebbe capito. Come avrebbe capito l'ostinazione di Erin a frequentare quel ragazzo... Chiuse la porta del locale e si diresse verso casa. Ormai erano le undici passate.
Alec ed Erin si erano addormentati abbracciati, uniti prima di essere divisi. I giorni successivi sarebbero stati tremendi per entrambi.
Notes: vittime di Azrael – terza testimonianza
“Ma perché devo collaborare? Se mi vedessero i miei compari...”
“Ti abbiamo beccato a scassinare un appartamento, abbiamo abbastanza prove per sbatterti in galera per almeno tre anni. Se parlerai... diciamo che potremmo dimenticarci di averti pizzicato.”
“Uno sporco ricatto! Maledetti sbirri... se lo sa mi uccide, lo capite? Ha già ammazzato gli altri che hanno parlato!”
“Hai studiato, ragazzo?”
“Ho solo la licenza elementare.”
“Capisco... ti assicuro che ti metteremo sotto scorta e...”
“Sotto scorta? Voi siete pazzi! No, non ci sto! Ho paura!”
“Rilassati un attimo. Ti ha visto?”
“No, figuratevi se mi faccio vedere da un assassino! Nell'ambiente tutti sanno che bisogna tenersi alla larga da un tizio vestito di nero con una spada!”
“Allora non ti ucciderà. Finora le uniche vittime attribuite a lui erano persone che in qualche modo lo avevano ostacolato o che ha visto direttamente in faccia, quindi puoi stare tranquillo.”
“Va bene, ok, parlo, parlo... ma se morissi mi avrete sulla coscienza!”
“Se morirò...”
“Le ho detto che non ho studiato...”
“Vada avanti.”
“L'ho visto, l'ho visto uccidere un operaio appena tornato a casa dal lavoro, un tale Alejandro Riesta.”
“Come fai a sapere che si chiamava così?”
“Stavo scassinando l'appartamento di fronte. Mi sono informato prima sui vicini, sa in caso vengono e mi mandano il colpo all'aria...”
“Trascuriamo gli errori di grammatica... prosegua ora, per favore...”
“Non mi crederà.”
“Lo farò. Si fidi.”
“Stavo guardando dalla finestra e l'ho visto! L'ho visto comparire dal nulla. Le luci si sono spente di colpo, per un attimo, e dopo è comparso lui. Può immaginare la mia espressione.”
“Non è il primo che me lo dice.”
“La finestra dell'altra casa era aperta e lui ha gridato, così l'ho sentito. Ha detto dammi le laudes artefici, anche se non so cosa siano, io mi occupo solo di oro e contanti...”
“Vada avanti. Sorvoliamo sull'argomento. Come è finita?”
“Al rifiuto dell'uomo lo ha ammazzato con la spada, poi ha messo tutto sottosopra senza trovare nulla, direi, perché se n'è andato con il lampo nero con cui è arrivato a mani vuote. Io sono fuggito subito dopo per la paura e poi sono stato arrestato dal suo sottoposto.”
“Sei sicuro di aver sentito quelle parole esatte?”
“Sì, sì, diavolo! Sono sicurissimo!”
“Bene, direi che può bastare così. Confermi la descrizione dell'aspetto?”
“Vestito di nero, maschera viola con fessure, spada. Questo è quello che posso dirvi.”
“Perfetto. Visto che è incensurato, mi dimenticherò di averla trovata in possesso di attrezzi da scasso in un'abitazione non sua...”
“Devo ringraziarla?”
“No, non è necessario.”
“Tanto lo sa che mi ammazza. Sono finito.”
“Non credo che ti abbia visto, da come mi hai descritto la situazione.”
“Sono così sicuro che mi ammazza che se non lo fa, dato che non sono ancora schedato, studio per il concorso in polizia e vengo a lavorare qui!”
“La prendo in parola. Ora può andare, ma si tenga lontano dai furti con scasso o non saremo così clementi la prossima volta.”
L'ispettore Torres assunse un'espressione perplessa.
“Questo come è finito? Azrael ha ucciso anche lui?”
“No, anche se può sembrarle strano. Dopotutto, penso che non l'abbia visto...”
“Cosa fa ora? L'avete più preso con le mani nel sacco?”
“Ormai è lui a cogliere in flagranza di reato altri criminali. È l'agente che vede seduto là in portineria.”
“Incredibile...”
“Poi le spiegherò, ma ora dobbiamo passare al prossimo.”
M3ssaggero
“Bel tiro mi hai giocato! – Torno presto, non ti preoccupare, coprimi con Jason – poi hai dormito direttamente là!”
“Ann, perdonami, non era previsto... dai, non penso che ti abbia detto qualcosa...”
“Solo perché è stato chiamato per una riunione straordinaria e quando è tornato non ha controllato se effettivamente tu fossi a letto... Abbiamo avuto solo fortuna.”
“Per una volta che la sorte gioca in nostro favore... ad ogni modo, prometto che è l'ultima volta, lo giuro!”
“Guarda che ti prendo in parola.”
Alec sospirò. Sarebbe stato molto difficile farsi perdonare da sua sorella. Il problema che lo tormentava era un altro: doveva decidere come raccontare ad Erin tutta la storia del Regno dei Dannati, del Cuore, di Ian da Connaught... era francamente impossibile trovare un punto di partenza credibile.
“Erin lo sai che io sono un'Ombra, che mio padre era l'Imperatore dei Dannati, che mia madre è sparita in circostanze misteriose, che in realtà ho ventinove anni ma per nascondermi ho abbassato la mia età biologica?”
No, non poteva funzionare. Era la verità, ma come avrebbe potuto credergli? Eppure doveva farcela. In qualche modo doveva pur iniziare...
Stevros lo riportò alla realtà.
“Ehi, Alec... sei pronto? Oggi c'è la conferenza del dottor Kras'ilič! Il massimo esperto di robotica a livello nazionale!”
“Oggi?! Me l'ero completamente scordato!”
“Per fortuna ci sono qua io... la conferenza è tra un'ora in aula magna.”
“Grazie, Stev...”
Il seminario era un evento molto atteso, la sala era gremita di studenti. Su una sedia accanto alla lavagna sedeva Lea. Erin l'aveva riconosciuta subito dai capelli di un colore improbabile, tra l'azzurro e il blu. Il dottor Kras'ilič prese posizione di fronte alla cattedra, poi attivò il microfono.
“Buongiorno a tutti voi. Sono il dottor Vladenek Kras'ilič, progettista capo delle AH Industries. Oggi cercherò di chiarire ogni vostro dubbio sulle potenzialità, lo sviluppo e l'affidabilità dei robot umanoidi.”
Alec ascoltava con attenzione. Conosceva bene il relatore, i suoi modelli erano eccezionali. Sarebbe stato il suo professore di riferimento l'anno successivo, all'università. L'uomo parlò a lungo di particolari tecnici sul funzionamento delle intelligenze artificiali, in modo che anche uno studente digiuno di reti neurali e logiche potesse comprendere la massima parte dei suoi ragionamenti , poi passò alla descrizione dei sistemi di sicurezza per il controllo degli automi, infine si addentrò nel pericolosissimo campo della roboetica.
“Se mai l'uomo riuscirà a costruire un robot in possesso delle sue stesse facoltà mentali, la possibilità di pensare e provare emozioni, con quale diritto potrà spegnerlo? Sarebbe come uccidere un essere vivente. Ogni automa che raggiungerà questo livello dovrà, a mio parere, essere considerato vivo. Non una fredda macchina, ma una creatura dotata di intelligenza. È quindi necessario che non ci si spinga così avanti. Arrivati a quel punto, non potremo più tornare indietro e saremo costretti ad assistere alla nascita di una civiltà parallela alla nostra, forse migliore ma non per questo augurabile.”
“Scusi, dottore, quindi lei sta dicendo che lo sviluppo di macchine pensanti dovrà essere limitato?”
“No, io sono contro ogni genere di limitazione in questo senso. Sto soltanto dicendo che un robot del genere non dovrà mai essere prodotto in serie, tutto qui. Esemplari isolati sarebbero invece perfetti per ogni genere di confronto.”
A quelle parole Lea sorrise divertita. Alec la osservò distrattamente.
“Erin, sai mica chi è quella ragazza con i capelli lunghi vicino alla lavagna?”
“Quella con i capelli azzurri?”
“Sì, esatto.”
“La conosco, è Lea, la sorella minore del relatore.”
“Ah, ho capito... me ne avevano parlato...”
“Farà l'esame di maturità qui. Ha bisogno di qualcuno che l'aiuti a prepararsi...”
“Suppongo che tu stia pensando a me, vero?”
“Diciamo che sarebbe un'idea...”
La conferenza durò un'ora esatta. Il dottor Kras'ilič chiuse l'incontro con parole di ringraziamento.
“Questo incontro è dedicato a molte persone. In primo luogo a mia sorella Lea. Dovete ringraziare lei se sono venuto qui oggi. Mi ha convinto ad esporre le mie idee ad un pubblico più vasto. Ha vinto una scommessa, pensavo che fossero troppo distanti dal senso comune per essere apprezzate. Per fortuna mi sono sbagliato. Vorrei spendere due parole anche su Jason Aiample, che mi ha offerto l'opportunità di tornare a progettare robot su larga scala. Infine vorrei ricordare Kia Hibara, un'amica a cui devo tutto.”
Il pubblico applaudì a lungo. Alec si fece cupo in volto.
“Cos'hai? C'è qualcosa che non va?”
“Erin... anch'io conoscevo la donna ricordata dal dottor Kras'ilič. È scomparsa misteriosamente quasi quindici anni fa.”
“Era tua zia, giusto?”
Una timida lacrima fece capolino dal suo occhio destro.
“Era mia madre.”
Erin sperò di aver capito male. Non ne fece parola per tutto il resto delle lezioni. All'uscita raggiunse il ragazzo di corsa per ricevere chiarimenti.
“Alec, puoi... puoi darmi qualche spiegazione? In che senso era tua madre? Tua madre è Ayumi Hibara, la moglie di Jason Aiample, di cui tu sei figlio!”
Alec sospirò. Aveva finalmente trovato il punto d'inizio della sua storia.
“Non sono figlio loro. Alec Aiample esiste solo sui documenti ufficiali. Non è neanche il mio vero nome.”
Erin impallidì.
“Possiamo parlarne in un luogo più appartato? Sono cose che devi ascoltare solo tu...”
“Va bene. Vieni a casa mia.”
Presero l'autobus. In dieci minuti arrivarono a destinazione. Salirono le scale velocemente ed entrarono. Erin si sedette sul letto.
“Ti ascolto, parla pure.”
“Sei disposta a credere a tutto quello che ti dirò?”
“Sì.”
“Proprio a tutto?”
Erin abbassò lo sguardo
“Sì. Inizia pure...”
“Come ti dicevo, Jason in realtà non è mio padre. È mio zio, il marito della sorella di mia madre...”
“Qual'è il tuo vero nome?”
“Ehi, non mettermi fretta! Pensi che sia così facile per me? Tu puoi continuarmi a chiamarmi Alec.”
“Meglio così...”
“Mio padre, il mio vero padre è Saìl Takara. È morto undici anni fa.”
Erin rabbrividì. Una coincidenza inquietante. Undici anni...
“Non era un essere umano, non del tutto, perlomeno... era figlio di un'Ombra.”
“Una che? Alec... cosa... cosa stai cercando di dirmi?”
“Nel 1074 Ian di Connaught, un anonimo alchimista, riuscì a creare una sorta di oltremondo alternativo a quello effettivo, in cui vagano le anime di coloro che in vita non hanno deciso.”
“Aiuto, mi sono persa...”
“Non è facile da accettare. Le Ombre non sono altro che morti. Possiedono un corpo del tutto affine a quello biologico, ma dipendono dal Cuore, un artificio alchemico creato da Ian di Connaught. Il Regno vive finché il Cuore batte.”
“Quale regno?”
“Il Regno dei Dannati, il non luogo creato dall'alchimista.”
“Alec... ma cosa stai dicendo? Vuoi... vuoi spiegarmi come posso credere a queste cose? Tu mi stai dicendo che tuo padre era figlio di un morto? E che tu quindi... sei a tua volta un'Ombra, almeno in parte? Per favore, smettila di prendermi in giro!”
“Ne vuoi una prova? Bene. Guarda fuori dalla finestra, verso il marciapiede. Sta passando qualcuno?”
“No, nessuno. Questa zona è quasi deserta a quest'ora.”
“Mi vedrai apparire lì tra un paio di secondi.”
La ragazza si sporse dal davanzale. Sperava fosse tutta una sorta di colossale presa in giro... stava tremando. Tutto il suo corpo era scosso da tremiti e brividi di freddo. Improvvisamente sentì una folata d'aria gelida e vide Alec fermo sul marciapiede di fronte alla sua abitazione. Si voltò di scatto. Non era più dietro di lei. Un'altra folata e le si rimaterializzò di fronte. Era visibilmente affaticato. Erin divenne pallida come un fantasma ed ebbe un principio di svenimento. Alec la fece sdraiare.
“Cos'altro... cos'altro sai fare?”
“Niente. Posso solamente utilizzare il Regno per comprimere lo spazio e passare velocemente da un luogo all'altro. Solo distanze molto limitate, al massimo un chilometro. Richiede un dispendio di energia notevole. Spesso, subito dopo un trasferimento, mi sono sentito talmente male da non riuscire a muovere più un dito per alcune ore. È una sorta di dannazione aggiunta. Puoi muoverti velocemente ma rischi di morire se lo fai per troppo tempo. Le Ombre pure non hanno questa limitazione, solo gli ibridi. Inoltre, questa mia situazione ha un altro svantaggio. Alla mia morte, la mia anima non sarà purificata. Sono praticamente condannato a terminare i miei giorni nel Regno.”
La ragazza si riprese lentamente.
“Quindi... mi stai dicendo che sai cosa c'è dopo la morte? No, per favore, non parlarmene... non ti capirei.”
“So che è sconvolgente, ma è la verità, anche se io sto cercando di allontanarmene il più possibile. Non voglio avere più nulla a che fare con tutto questo.”
“Puoi dirmi il tuo vero nome, allora?”
“Non ancora. Te ne parlerò la prossima volta. Sempre che tu mi creda...”
“Aspetta, per favore... Non lasciarmi così...”
“Devo andare adesso. E anche tu, direi. Fra poco meno di mezz'ora inizia il tuo orario di lavoro, no?”
La giovane non riuscì a controbattere. Il ragazzo scese malinconicamente le scale. Aveva fatto il primo passo, ma la strada era ancora lunga. Scese in strada e si apprestò a raggiungere la fermata dell'autobus.
“Alec!”
Si voltò. Erin lo stava chiamando dalla finestra del suo monolocale.
“Ti credo.”
Notes: vittime di Azrael – quarta testimonianza
“...è il messaggero dell'Apocalisse! È giunto per punirci! Tutti!”
“Si calmi, è solo un volgare assassino che utilizza tecniche più raffinate degli altri suoi pari...”
“Non è vero! Può spostarsi alla velocità della luce! Io l'ho visto comparire, uccidere e sparire! È un angelo, un angelo celeste mandato da Dio per eliminare l'uomo!”
“Gli angeli non cercano libri vecchi di mille anni.”
“Cosa vuole dire, commissario?”
“No, nulla... mi dica, mi dica cosa ha visto.”
“Ero dal notaio per un documento, un banale passaggio di proprietà... stavo aspettando il mio turno nella sala d'attesa, ero arrivato un po' in anticipo. La porta dello studio era chiusa. All'improvviso le luci sono state offuscate da qualcosa. La porta presentava un vetro leggermente oscurato, per cui potevo vedere cosa succedeva all'interno...”
“Mi dica.”
“È comparsa una terza persona all'interno dello studio. Non sono riuscito a vederla bene. Ho sentito grida di terrore, una voce gelida che ha chiesto di vedere il testamento di un certo Niesta o qualcosa del genere, poi, al rifiuto del notaio, ha chiesto dove fossero le ludes artefices. Ma il notaio ha rifiutato di nuovo e lui...”
“Ha ucciso entrambi?”
“Sì, sì, esatto!”
“Ma per quale motivo non è fuggito subito?”
“Ero... confuso. Sono rimasto fermo come un idiota. Poi, poi le luci si sono abbassate nuovamente e... e lui è sparito!”
“Proprio quando siamo arrivati noi...”
“Sì, i vostri agenti sono entrati circa due minuti dopo. Non avevo ancora avuto il coraggio di aprire la porta dello studio.”
“Ha visto l'assalitore? Lo ha visto in faccia?”
“No, come avrei potuto? Era nascosto dal vetro. Di sicuro non mi ha visto...”
“Bene, allora non verrà a cercarla. Finora ha ucciso solo persone che lo abbiano visto in faccia.”
“Mi cercherà, vero? Mi ucciderà?”
“Stia tranquillo. Se vuole la mettiamo sotto scorta.”
“No, grazie... Posso andarmene ora?”
“Sì, la chiameremo in caso ci siano novità.”
“Dimmi, questo che fine ha fatto?”
“Si è suicidato due giorni dopo. Ha lasciato una lettera ai famigliari in cui spiegava il motivo del suo gesto. Era sicuro che qualcuno lo stesse seguendo.”
L'ispettore Torres rimise il quarto fascicolo nel raccoglitore.
“Singolare questo caso, commissario Hierro. Quasi tutti i testimoni sono stati uccisi. Non trovo traccia di serialità. Azrael cercava qualcosa di preciso. Qualcosa appartenuto ad Alejandro Riesta.”
“Sì. Su questo riferirò più tardi. Abbiamo una traccia fresca. Ora, per favore, mi passi il quinto fascicolo.”
Al4to
Tensione. Il consiglio di amministrazione era teso. Non c'era un singolo membro rilassato o tranquillo. La riapertura del caso Azrael aveva sconvolto i vertici delle AH Industries. Si temeva che qualche ispettore di polizia o qualche magistrato potesse collegare l'assassino all'azienda.
“Ci siamo tutti?”
“No, manca ancora il dott...”
La porta si aprì. Vladenek Kras'ilič entrò e si sedette in silenzio. A differenza degli altri sembrava non comprendere la gravità della situazione.
“Scusate il ritardo. Iniziamo questa riunione.”
Jason prese la parola.
“Come tutti voi sapete, il commissario Hierro del distretto di Barcellona ha riaperto un caso vecchio di più di dieci anni. Il problema è che le AH potrebbero essere indirettamente travolte da questa situazione.”
“Solo perché Azrael ci ha fatto un favore uccidendo degli operai che non riuscivamo a licenziare?”
“Sì, esatto.”
“Non possiamo fare pressioni sul prefetto in modo che convinca Hierro a chiudere il procedimento?”
Dopo queste parole, Vladenek intervenne con decisione.
“Se vuoi rovinarci, accomodati. I giornalisti ed i nostri concorrenti non aspettano altro.”
“Cosa proponi, allora, genio?”
“Aiutiamolo nelle indagini.”
“Cosa?”
“Forniamogli tutto il materiale che abbiamo a disposizione. Diamogli libero accesso ai file criptati. Non abbiamo nulla da nascondere, no?”
“Ma sei pazzo?”
“Assolutamente no. In questo modo avremo l'opinione pubblica dalla nostra parte e tu sai quanto sia importante questo fattore...”
“Follia allo stato puro!”
Jason interruppe la lite.
“Sono d'accordo con Vladenek. In fondo noi non abbiamo mai avuto alcun collegamento con Azrael. È solo un'illazione che screditeremo con questa azione perentoria.”
“Contenti voi... ma se scoppiano grane, dovremo trovare un capro espiatorio che ne faccia le spese per tutti noi. Non voglio essere associato ad un assassino.”
“Lo farò io.”
Tutti si voltarono verso Vladenek.
“Non ho paura. So benissimo che nessuno troverà qualcosa a nostro carico.”
“Non posso accettare, dottor Kras'ilič. Vede, lei non era ancora nelle AH all'epoca dei fatti. Sono convinto che il suo proponimento fosse sincero, ma dobbiamo trovare un'altra soluzione...”
Questa volta era il turno di Alec di ospitare Erin a casa sua. Suo padre era in riunione e sua sorella era in pizzeria con alcune sue amiche. L'abitazione era vuota. Ormai mancavano solo otto giorni alla partenza. La ragazza si sedette sul divano, accanto a lui.
“Dove eravamo rimasti?”
“Al tuo nome.”
“Ok, va bene... io mi chiamo Jake Takara, in realtà.”
Erin ci rimase male.
“Speravo in un nome più esotico... Non pensavo che le Ombre mantenessero nomi così banali...”
“Infatti il nome viene tradotto nella lingua del Regno, ma in certi casi è impronunciabile...”
“Va bene, non indagherò oltre. Per quale motivo sei venuto a vivere con tuo zio?”
“Mio padre è stato eliminato da una congiura. Pare che non riuscisse a svolgere bene il ruolo di Imperatore.”
“Imperatore?”
“È la figura centrale del Regno, una sorta di traghettatore che porta lentamente le anime alla redenzione e fa in modo che vengano reimmesse nel ciclo vitale...”
“Scusami, comunque non riesco a cogliere il problema...”
“Io dovevo succedergli. Ma qualcosa è andato storto.”
Alec si fermò per un istante.
“Da allora sono costretto a nascondermi. C'è una taglia sulla mia testa. L'Imperatore attuale ha promesso la redenzione a chi mi porterà da lui.”
“Sei braccato, quindi...”
Esattamente come lei, pensò. Il filo sottile che li accomunava finalmente era uscito allo scoperto. Erano entrambi in fuga da qualcosa o qualcuno.
“Sei sicura dei riuscire a credermi?”
“La prova dell'altro giorno è stata sufficiente. Ho rischiato l'infarto.”
“Perdonami. Non era mia intenzione...”
Alec era costernato.
“... ma in qualche modo dovevo pur convincerti della veridicità del mio racconto.”
“Ti capisco. Continua, per favore...”
“Prima toglimi una curiosità. Tu di olandese non hai assolutamente nulla, vero?”
Erin si sentì in imbarazzo.
“Colpita e affondata.”
Rise di gusto.
“Che tu ci creda o no, anch'io ho dovuto cambiare identità. Vengo dalla Spagna. I miei genitori erano originari di Madrid. Entrambi. In Olanda non ci sono mai stata, ho solo visto alcune migliaia di foto e descrizioni delle città per non cadere su qualche domanda. Hai presente, no?”
Alec era esterrefatto. La sua era solo una battuta, non pensava di aver azzeccato. Pur conoscendosi da così tanto tempo, erano perfetti estranei.
“Confesso che mi hai stupito.”
“Non sei l'unico ad avere dei segreti.”
“Perché ti sei dovuta allontanare dalla tua città?”
“Guarda, è una storia molto più lunga e complicata di quanto possa sembrare.”
“Ho tempo.”
“Perfetto! Allora te la racconterò... dopo che avrai finito la tua.”
Alec annuì a continuò il suo racconto.
“Non ho molto altro da aggiungere... su mia madre non ho avuto più notizie. È come se fosse sparita nel nulla. L'ultimo suo avvistamento certo risale al 1995, dopo un incidente stradale, poi più nulla.”
“Avevi cinque anni... come hai fatto a rendertene conto? Insomma...”
“Non avevo cinque anni.”
“Cosa significa?”
“Qui entra in gioco la seconda caratteristica degli ibridi. Posso cambiare la mia età biologica esteriore. Con grande fatica, devo ammettere, ma posso farlo. È tremendo, per cui non chiedermi di dimostrartelo.”
“Mi avevi detto che potevi solo trasferirti molto velocemente, che non avevi nessun'altra facoltà particolare...”
“Me ne ero scordato. L'ho utilizzata una sola volta.”
“E, di grazia, quanti anni ci sarebbero tra me e il mio ragazzo?”
“...”
“Coraggio, su... quanti? Cento? Cinquanta?”
“Dieci.”
Erin sorrise.
“Solo dieci? Pensavo di più... Adesso avresti ventinove anni, allora!”
“Sì, più o meno sì... sai com'è, giusto per rendere la vita più difficile ai miei inseguitori...”
“Ann è veramente tua sorella?”
“Sì, ma non gemella. Ha dieci anni meno di me.”
“Ok, tutti i nodi stanno venendo al pettine, finalmente...”
Alec era sollevato. Erin l'aveva presa bene, molto meglio di quanto ci si potesse aspettare. Probabilmente stava soffrendo per tutte le menzogne che le aveva raccontato, ma non lo dava a vedere... Si sentiva molto male, le aveva distrutto ogni certezza su di sé. Alec non era mai esistito, era solo un fantoccio, una sagoma di legno, un simulacro dentro cui si nascondeva Jake Takara, figlio secondogenito di Saìl. Stava rischiando troppo? Insomma, stava rivelando il suo segreto più grande! Ma per lei... ne valeva la pena.
“Mi hai detto tutto o ti sei ricordato di esserti dimenticato qualcos'altro?”
“In effetti... ci sarebbe ancora una cosa, ma non posso parlartene ora. Devo... devo schiarirmi un attimo le idee.”
“Ok, ti do un paio di giorni di tempo, allora.”
Erin assunse un'espressione divertita.
“Nel frattempo, preferisci che ti chiami Jake o Alec?”
“Alec. Jake è un nome che francamente preferisco dimenticare.”
“Continueremo i nostri discorsi domani, cosa ne dici? Inizierò a raccontare io. Ci vediamo a casa mia per le nove.”
“Andata.”
Alec osservò svogliatamente l'orologio. Erano le dieci e venti.
“Diavolo! È tardissimo! Non pensavo avessimo fatto quest'ora...”
“D'altronde, possiamo vederci con calma solo dopo le nove, sai, con il lavoro...”
“Se vuoi puoi rimanere a dormire qui. Abbiamo molte stanze libere e Jason non dovrebbe fare storie...”
“È stato un padre severo per te?”
“Diciamo che è stato mio padre più di quanto lo sia stato Saìl.”
“Questo invece non riesco a capirlo... spiegami, che rapporti avevi con lui?”
“Eseguivo i suoi ordini come un burattino. Non potevo oppormi. Io sono un'Ombra, seppur solo in parte, e le Ombre devono obbedire all'Imperatore, qualunque sia la sua volontà. Non avevo possibilità di scelta, facevo ciò che voleva lui.”
Erin lo abbracciò.
“Deve essere stato tremendo per te...”
Alec la abbracciò a sua volta.
“Non immagini quanto. Ho dovuto fare cose di cui ora mi pento amaramente. Solo alla fine sono riuscito a liberarmi dall'influenza di mio padre. È successo qualcosa che mi ha scosso profondamente.”
“Vuoi raccontarmelo?”
Alec sussurrò le ultime parole dolcemente.
“Non ora, Erin... non adesso... voglio farti aspettare ancora un po'... assaporare questi pochi giorni che ci restano...”
Il telefono di Jason squillò. Per fortuna la riunione era stata interrotta per un quarto d'ora. Chi diavolo poteva cercarlo alle undici? Guardò il display. Sospirò.
“Pronto?”
“Ciao, papà, sono Alec, posso chiederti un favore?”
“Alec, ti rendi conto dell'ora e della situazione in cui mi trovo? Se non te ne sei accorto, dalla riunione di stasera dipende il futuro delle AH e quindi il tuo futuro!”
“Sì, me ne rendo conto, ma stai tranquillo, non è nulla di particolare... volevo solo chiederti se Erin può dormire da noi stanotte.”
Jason sorrise.
“Ah, la tua ragazza! Sì, certo, non c'è nessun problema... abbiamo un sacco di stanze libere.”
“Grazie, papà! te la passo, vuole parlarti.”
“Grazie mille signor Aiample... tornare a casa a quest'ora da sola non mi avrebbe fatto molto piacere... sa, abito dall'altra parte della città...”
“Toglimi una curiosità, Erin... ma è vero che non vuoi che Alec ti paghi l'affitto?”
“Sì, esatto... finché posso cavarmela da sola...”
“Ammiro la tua scelta. Prima o poi riuscirò a parlarti di persona, finora ti ho visto solo in foto. Alec non poteva fare una scelta migliore.”
“Grazie ancora! A presto!”
Jason riattaccò.
“Eccoti finalmente! Gli altri sono già pronti a riprendere.”
“Scusa, Vladenek. Stavo rispondendo a mio figlio.”
“Sentivo... è vero che vuole iscriversi al mio corso all'università?”
“Sì, ha maturato questa decisione non appena ha saputo che ti è stata assegnata la cattedra.”
“Ne sono contento. Dai, torniamo dentro. Abbiamo ancora molto da discutere.”
“Ma se abbiamo già concordato tutto...”
“Allora non hai sentito le ultime notizie.”
“Cosa è successo?”
“Se proprio vuoi saperlo, seguimi in sala riunioni. È accaduto qualcosa di grosso.”
Notes: vittime di Azrael – quinta testimonianza
“Ok, lo psicologo può assistere all'interrogatorio. Potremmo averne bisogno.”
“Grazie per l'autorizzazione, commissario. La bambina ha subito uno shock fortissimo. È necessaria assistenza continua, almeno nei primi giorni dopo l'avvenimento. Può iniziare con le domande. Se lei non risponderà, potrò esporvi quanto è emerso dalle sedute.”
“Perfetto. Come ti chiami?”
“Irèn.”
“Irèn... ho bisogno del tuo nome completo.”
“Irèn... Isabella... Juanez... Castillo.”
“Hai otto anni, giusto?”
“Sì.”
“Bene. Posso chiederti cosa hai visto?”
“Un angelo.”
“Come scusa?”
“Era un angelo. Era bellissimo.”
“L'hai visto in faccia? Aveva una maschera?”
“Sì, ma l'ha tolta. Era bellissimo.”
“Chiamate il disegnatore di identikit, presto! Puoi descrivermelo? Insomma, dirmi come era fatto...”
“Era biondo. Bei capelli biondi.”
“Corti?”
“Sì.”
“E gli occhi?”
“Prima neri, poi azzurri.”
“Cosa significa prima neri?”
“Che hanno cambiato colore.”
“Capisco. Riesci a dirmi altro su di lui?”
“Era alto, vestito di nero. Aveva una maschera viola.”
“Era armato?”
“Aveva una spada. Luccicava. Era pulita.”
“Pulita? Ma non ha senso... aveva appena...”
“Commissario, non dica nulla a proposito. La bambina non si è accorta di nulla.”
“Cosa? Ok, va bene... Dunque... la lama era pulita o era colorata di rosso?”
“Era bianca, non rossa. Non c'era rosso.”
“Cosa è successo dopo?”
“L'angelo mi ha guardato. I suoi occhi sono diventati blu e si è tolto la maschera. Gli ho chiesto Come ti chiami? e lui mi ha detto Azrael..”
“Azrael? Sei sicura? Proprio questo nome?”
“Sì, sì Azrael. Si è piegato sulle ginocchia e mia ha guardato negli occhi. Ha detto E tu? Io gli ho detto: Irèn. Lui mi ha detto Scusami. Poi l'angelo se n'è andato.”
“Come? È sparito sotto i tuoi occhi?”
“No. È sceso dalle scale.”
“E i tuoi genitori?”
“Li ho trovati per terra. Dormivano. Si erano macchiati col pomodoro. Sono andata dai vicini a chiedere se conoscevano l'angelo. Poi sono arrivati due signori vestiti di blu con le pistole e altre persone vestite di bianco. Io sono rimasta dai vicini. Mi hanno detto che mamma e papà sono partiti per lavoro.”
“Sì... è vero. dottor Hernan?”
“Sì, commissario?”
“Assista questa bambina meglio che può. Siamo in debito con lei.”
“L'ultimo delitto di Azrael. Forse il più feroce. Ma perché rivelarsi ad una bambina di otto anni?”
“Se ho capito bene, non pensava che la coppia avesse figli. Deve essersi trovato spiazzato alla vista della piccola.”
“Non penso fosse così umano. Era solo un vile assassino.”
“Può darsi, ma è anche vero che non possiamo considerarlo un banale serial killer. Lo sa il motivo dell'ultimo omicidio?”
“No, commissario.”
“Allora prenda il fascicolo rubricato come Laudes Artefici.”
“Non sapevo avessimo un fascicolo simile...”
“Lo prenda, ispettore Torres. Dentro c'è tutto quello che ho raccolto in questi anni sul caso. Le assicuro che rimarrà sorpreso.”
del 5ignore
“Come sarebbe a dire sciopero generale?”
“I dipendenti della sede spagnola sono in rivolta. Temono la chiusura della fabbrica per colpa del caso Azrael.”
“Maledizione! Maledette televisioni! Sono sicuro che abbiano manipolato l'informazione diffondendo voci incontrollate sul coinvolgimento della AH Indutries!”
“Cosa facciamo ora? È mezzanotte passata!”
“Ti ricordo che in Spagna sono le cinque del mattino per via del fuso orario. È stata una decisione lampo presa dai sindacati.”
“Cos'è, temono l'arresto del signor Aiample?”
“Credo sia solo preoccupazione. Il sospetto è che Azrael fosse uno di loro negli anni novanta. Se il commissario Hierro darà credito a queste illazioni, la succursale potrebbe essere commissariata dal governo e sapete tutti come finirebbe... crollo delle azioni in borsa, fuga degli azionisti, boicottaggio dei nostri prodotti... sarebbe la nostra fine economica.”
“Già che ti piace parlare, Vladenek, perché non trovi un modo per sistemare la situazione? Oppure è chiedere troppo?”
“Calmi, calmi! Non è litigando che ne verremo a capo! Abbiamo documenti per provare la nostra totale estraneità.”
“Loro cercheranno di trovare altri documenti! Quelli che provano i nostri contatti con quell'assassino!”
“Non possono trovarli. Non esistono.”
“Penseranno che li abbiamo nascosti!”
“Non so cosa fare...”
“Io getto la spugna e do le dimissioni...”
“Dimissioni che sarebbero un'affermazione della tua colpevolezza, lo sai. Comunque sono dell'idea che basti un intervento diretto.”
“Ovvero? Aiutare Hierro, come hai proposto all'inizio?”
“Sì, e dare il massimo risalto all'operazione. Questo dovrebbe calmarli per un po'. Servirà ad allentare la tensione.”
“Sono d'accordo, mettiamola ai voti.”
“Va bene. Tra quanto tempo la votazione?”
“Entro venti minuti.”
“Non riesci a dormire, Erin?”
“No.”
“A cosa stai pensando?”
“A tutto. Tutto quello che è accaduto in questi giorni.”
Alec sospirò.
“In effetti...”
“Tu mi hai raccontato quasi tutto di te. Io non ho ancora ricambiato come si deve.”
“Hai tempo per farlo...”
“No, non è vero. Devo dirti tutto adesso, altrimenti non riuscirò a dormire proprio per niente.”
Alec controllò l'orologio.
“Ma è mezzanotte passata...”
“Di che ti lamenti? Domani è domenica.”
“Ok, tanto neanch'io riesco a prendere sonno... a differenza di mia sorella.”
Erin sorrise.
“Già. È arrivata a casa, ci ha salutato, si è cambiata ed è crollata sul letto addormentata.”
“Il tutto in meno di cinque minuti.”
Alec rise sottovoce.
“Dunque, dove eravamo rimasti?”
Erin fece un lungo respiro.
“Ah, sì, alle mie origini. Io sono nata a Madrid, ma mi sono trasferita a Barcellona all'età di due anni. Mio padre lavorava come architetto ed era stato incaricato di seguire i lavori di costruzione della Sagrada Familia, hai presente? Quella cattedrale colossale che è ancora in fase di completamento?”
“L'ho vista di persona. Penso possa essere considerato il capolavoro di Gaudì.”
“Lo pensava anche mio padre. Era stato un onore per lui. Ci trasferimmo in una palazzina con vista sull'imponente costruzione. Mia madre, invece, era una linguista. I documenti antichi erano la sua passione. Traduceva dal latino, dal greco, persino dall'ebraico e dall'arabo. Alla sera mi raccontava le storie più interessanti della mitologia romana, mi spiegava la struttura del Paradiso secondo il Vecchio Testamento, i miti arabi che aveva tradotto per lavoro... era bello. La parte che mi piaceva di più era quella sugli arcangeli. Desideravo moltissimo incontrarne uno.”
“Davvero? Non sapevo di questo tuo desiderio...”
“Avevo imparato a memoria i nomi di quelli più importanti. Certe volte mi divertivo ad immaginare il giorno in cui sarebbero scesi dal cielo armati di spada per punire i malvagi.”
“Eri figlia unica?”
“Avevo un fratello, Davìd, ma è scomparso quando avevo poco più di tre anni. Ufficialmente disperso durante un'azione militare. Non ne ho più saputo nulla. Ho solo sentito qualche voce poco affidabile sul fatto che sia stato arrestato di recente dalla polizia algerina... parlavano di un mercenario spagnolo che rispondeva a quel nome, ma non so quanto ci sia di vero. Comunque, la mia vita trascorreva normalmente, tra alti e bassi, senza nessuna preoccupazione particolare. Fino al 1997. Un imprenditore caduto in disgrazia, Alejandro Riesta, aveva conservato un volume antico e aveva chiesto a mia madre di tradurlo. Il titolo era in latino. Si poteva tradurre come... le lodi all'artefice, mi sembra. Sembrava una sorta di testo eretico dell'undicesimo secolo o giù di lì...”
Alec divenne bianco in volto.
“Le... lodi all'Artefice?”
Erin assunse un'espressione perplessa.
“Sì, le conosci?”
“È l'opera prima di Ian di Connaught, il creatore del Regno. Non sapevo ce ne fossero ancora delle copie in giro...”
“Doveva essere una delle ultime. Riesta si era indebitato fino al collo per ottenerla. Poi fu ucciso, ma questo l'ho scoperto solo sei anni fa.”
“Cosa è successo dopo? Voglio dire... i tuoi genitori...”
“Sono morti, Alec.”
Un silenzio di tomba calò sulla conversazione. Dopo alcuni interminabili secondi, il ragazzo riuscì a riprendere la parola.
“Morte naturale?”
“No. Assassinati. Passati a fil di spada.”
“A... Azrael?”
“Lui. Esatto. Ma io l'ho saputo solo cinque anni dopo. Per cinque anni ho creduto che i miei genitori fossero morti in un incidente d'auto. Questa era la versione ufficiale. Non ho mai perdonato il commissario Alvarez per avermi nascosto la verità. Per oltre cinque anni ho considerato quel mostro bellissimo come il mio angelo custode, ho chiesto protezione all'assassino dei miei genitori! Mi ero innamorata del sicario che mi ha rovinato la vita! Sì, ero follemente innamorata di lui! Avrei voluto abbracciarlo, stringerlo forte e - perché no? - anche baciarlo! È stata la mia ossessione per cinque anni. Ogni giorno speravo di incontrarlo e dimostrargli il mio amore. Ti lascio immaginare lo shock alla scoperta della verità! Per tutti quegli anni ho pregato per un bastardo che mi ha lasciata senza famiglia...”
Gli occhi di Erin si erano inumiditi.
“Lo hai visto?”
“Come, scusa?”
“Sei tu la bambina che ha visto in faccia Azrael? Rispondimi, ti prego...”
Erin si mise a piangere.
“Sì. Sono io.”
Alec sprofondò nelle tenebre del suo io peggiore. Era lei... l'unica sopravvissuta ad Azrael...
“Che cos'hai? Sembri... sembri morto! Sei bianco come un cencio!”
“Tu... tu sei Irèn... Isabella... Juanez... Castillo... figlia di... Manuel Juanez Rivera e... Isabella Castillo Morientes...”
Erin strabuzzò gli occhi
“Chi te lo ha detto? I nomi delle vittime non sono mai stati resi noti! Inoltre, per questioni di sicurezza, nessuno ha mai detto nulla di me! Come diavolo fai a saperlo? Parla! Ti prego, non... non lasciare la questione così, in sospeso!”
“Domani sera ti racconterò una storia. È giusto che tu ne sia a conoscenza. Ma voglio che aspetti la fine per giudicare o esprimere un qualunque tipo di commento. Riesci a promettermelo?”
“Non so se...”
“Per favore!”
“Va bene, te lo prometto... ma perché mi hai chiesto questo? Finora ho ascoltato e ho creduto a tutto quello che mi hai raccontato.”
“Ma a questo potresti non credere.”
Erin ebbe un terribile presentimento. Cercò di scacciare quelle idee dalla sua testa. Non ci riuscì.
“Alec, rispondi sinceramente alla mia domanda.”
Prese fiato, poi fece un lungo respiro.
“Qual è la traduzione del tuo nome nella lingua delle Ombre?”
“Te lo dirò domani. Ora cerca di dormire.”
“Ma come pensi che io possa rilassarmi in questo momento? Tu sai a cosa sto pensando, vero?”
“Se tu lo incontrassi di nuovo, cosa faresti?”
“...”
“Allora?”
Erin abbassò lo sguardo.
“Temo... temo che sarei presa dallo stesso sentimento che ho coltivato per così tanto tempo. Non riesco ad ammetterlo neppure a me stessa, ma penso che gli correrei incontro per abbracciarlo. È una sorta di sindrome di Stoccolma. Provo dei sentimenti fortissimi per chi mi ha rovinato l'esistenza...”
“Te lo ricordi il suo volto?”
“Non quando sono con te. È come se si offuscasse nei miei ricordi. Una sorta di autodifesa psicologica.”
“Erin... piccola mia... spero... spero di essere riuscito ad alleviare i tuoi dolori... almeno un po' in questi anni... spero di essere riuscito a farti sentire meno sola... sei tutto per me... non so come farò a vivere lontano da te... se avessi conosciuto prima... il tuo dramma...”
Alec si interruppe un attimo. Alcune lacrime rigarono il suo viso.
“Perché non mi hai mai detto nulla di questa tua ossessione? Avrei potuto starti ancora più vicino...”
“Non volevo lasciarti questo pesante fardello.”
“Sarebbe stato più leggero, se a portarlo fossimo stati in due.”
Le loro labbra si unirono nuovamente per un tempo infinitamente breve e immenso allo stesso tempo.
“Ora dormi... ne hai bisogno...”
“Domani... chiariremo tutto, vero?”
“Sì. Domani...”
Notes: Laudes Artefici
“Ecco qui. L'intero fascicolo sulle lodi all'artefice...”
“Racconti, commissario, cosa aspetta?”
“Dunque... Alejandro Riesta era un famoso imprenditore di queste parti. Era il proprietario della Electrum, un'azienda che fabbricava componenti elettroniche per macchine industriali. Il suo patrimonio era stimato diversi milioni di dollari. Nel 1996 acquistò ad un asta di oggetti rari appartenuti alla regina Elisabetta – quella delle caravelle, hai presente? – un volume medievale noto con il nome di Laudes Artefici, gli Inni all'Artefice. Per ottenerlo sborsò una cifra folle, qualcosa come un milione e mezzo di dollari, battendo la concorrenza di alcuni loschi figuri presenti in sala. Dopo una settimana, ne inviò un frammento ad un laboratorio di analisi a Madrid per una datazione precisa. Gli strumenti confermarono il periodo di scrittura come fine dell'undicesimo secolo. Riesta non era un uomo colto. Non sapeva leggere il latino, ma era stato colpito da alcune parole, idrogeno, ossigeno, azoto... termini che non esistevano ancora all'epoca...”
“Come è possibile?”
“Non lo so. O meglio, non riesco a trovare una spiegazione razionale a tutto questo...”
“Continui pure, commissario.”
“Dicevamo? Ah, sì... Riesta affidò quindi il manoscritto a Isabella Castillo Morientes, una studiosa di lingue abbastanza famosa, senza rivelarle che il libro era autentico. In un anno, la donna riuscì a tradurne la prima parte e la inviò all'imprenditore. Due settimane dopo, l'Electrum crollò in borsa e fallì miseramente. Riesta era diventato pazzo. Quello che aveva letto lo aveva letteralmente sconvolto. Su quel documento era riportata una visione alternativa della Creazione, completamente diversa da quella cristiana, capisci dove voglio arrivare? Riesta divenne folle per colpa di questo. Si ristabilì dopo sei mesi e trovò lavoro come operaio alle AH Industries. Nel 1997, Azrael incominciò a cercare Riesta. Iniziò nei bassifondi, tra gli operai drogati dell'industria dove lavorava, poi risalì ai suoi vecchi uffici. Lo trovò e lo uccise nel dicembre dello stesso anno, ma evidentemente non trovò il libro. Infatti tentò di visionarne il testamento, ma il notaio preferì morire. Con fatica risalì, molto probabilmente, al nome della traduttrice e si presentò a casa sua, nell'aprile del 1998, uccidendo lei e il marito. Il volume era appoggiato sul tavolo del salotto, lo ritrovammo lì. Azrael non lo prese per un qualche strano motivo. Ancora oggi non capisco cosa gli sia saltato in mente.”
“Cosa intende dire, commissario Hierro? Come fa ad essersi calato così bene nella sua psicologia, a ricostruire così bene la situazione? Dove accidenti ha preso tutti questi dati? Cosa significa?”
“Troppa curiosità nuoce alla salute, ispettore Torres. Saprà tutto a tempo debito.”
“Mi sta spaventando, commissario.”
“Si rilassi e stia tranquillo. Ho la situazione sotto controllo. Una volta che la ragazza, la figlia di Isabella Castillo, avrà testimoniato, allora saremo a cavallo. Torni pure a casa.”
L'ispettore Torres salì sulla sua macchina. Il suo turno era finito. Sospirò. Mancavano solo sette giorni all'udienza preliminare. Girò la chiave. Non successe nulla. Ripeté il procedimento. Ancora nulla.
“Maledizione!”.
Scese dall'auto. Aprì il cofano. Qualcuno aveva tagliato alcuni cavi. Un vandalo, di sicuro. Sentì un rumore. Non fece in tempo a voltarsi. Cadde trafitto da una spada. Morto. Sul marciapiede. Un uomo sorrise. Mancavano solo sette giorni.
Prote6gimi
La situazione era stata risolta. Il comunicato preparato da Jason e Vladenek aveva prodotto i risultati sperati. Gli operai si erano tranquillizzati ed erano tornati al lavoro. Non sarebbe stato prudente presentarsi in Spagna per almeno un mese, sarebbero stati bersaglio di critiche a attacchi da parte dei sindacalisti. Jason sospirò. Lui aveva il preciso dovere di essere a Barcellona esattamente sette giorni dopo, proprio per il processo Azrael. Ultimamente passava le sue domeniche al lavoro. Aveva visto Alec e Ann sì e no una decina di volte nell'ultimo mese. Tutto per colpa dei problemi legati alla succursale di Barcellona. Sperava solo che i suoi figli non si cacciassero in qualche guaio.
Quel pomeriggio Alec si presentò davanti alla casa di Erin.
“Non dovevamo vederci per le nove?”
“Ho preferito venire il prima possibile. Devo togliermi un peso, Erin.”
“Entra pure.”
Alec salì le scale. Trovò la sua ragazza intenta ad osservare l'oceano. Si sedette sul letto.
“Siediti anche tu, per favore. Non voglio averti sulla coscienza.”
La giovane prese una sedia.
“Bene. Ora puoi iniziare.”
Alec pronunciò le prime parole a fatica.
“Nel 1996 l'Imperatore dei Dannati si rese conto che mancavano due copie delle Laudes Artefici dalla biblioteca. Dovevano essere tredici. Davanti a sé ne vide solamente undici. Uno dei manoscritti era finito in mano a Vladenek Kras'ilič per colpa di qualcuno che non fu mai identificato. La seconda era appartenuta alla regina Elisabetta di Spagna e data per perduta. Almeno fino a quando non fu indetta un'asta di oggetti appartenuti alla suddetta regina. Mandò alcuni emissari per scoprire l'identità dell'acquirente e, una volta identificatolo come Alejandro Riesta, inviò Ezariel. L'Ombra scoprì che l'imprenditore era fallito nel frattempo... allora iniziò a cercarlo tra i senzatetto e i drogati, uccidendone almeno una decina. Nessuno di loro riuscì a dargli informazioni. Ezariel tentò quindi di accedere ai vecchi archivi della sua fabbrica, la Electrum. Non ottenne alcun risultato. Con accurate e minuziose indagini, riuscì a trovare Riesta. Lo uccise e mise a soqquadro il suo appartamento. Non trovò nulla. Il libro era sparito. Rinvenne solo un appunto, un indirizzo: l'indirizzo della donna che aveva tradotto una parte del volume. Abitava vicino alla Sagrada Familia. Si chiamava Isabella Castillo, era tua madre. Cercò di visionare il testamento di Riesta per esserne sicuro al cento percento, ma non riuscì ad entrarne in possesso. Non essendo in possesso di ulteriori indizi, Ezariel decise di cercare la linguista. Si informò, studiò i suoi spostamenti, prese nota dei nomi e degli orari dei vicini. Dopo un paio di settimane, decise di agire. Prima di fare irruzione, si fermò ad ammirare l'opera incompiuta di Gaudì. Osservò l'imponente cattedrale e rise della stupidità dell'uomo, che dedicava monumenti del genere ad una falsa divinità, poi si trasferì direttamente all'interno dell'abitazione e uccise la donna e suo marito. Fu allora che si accorse di non essere solo. Il trambusto aveva svegliato la piccola Irèn. “Chi sei?” chiese con ingenuità. Ezariel crollò mentalmente. Aveva ucciso molte persone, ma non aveva mai dovuto assassinare una bambina. Non ci riuscì. Si tolse la maschera e la gettò a terra. Si mise in ginocchio e rispose. Ezariel. Non sapeva che la coppia avesse una figlia, quel particolare gli era sfuggito. Non aveva mai visto suo padre... o sua madre accompagnarla a scuola, non se n'era accorto. Eppure era lì, di fronte a lui, in barba a tutte le sue certezze, una bambina che avrà avuto sì e no otto anni. Ma Ezariel le aveva mentito: Ezariel era morto esattamente in quel luogo e in quel momento. Era diventato vittima di se stesso. Dai suoi occhi sparì l'ombra del controllo dell'Imperatore. La spada gli cadde di mano. “Come ti chiami, piccola?” “Irèn. Tu sei un angelo?” “Come?” “Il tuo nome è Azrael. È il nome di un angelo. Sei venuto per proteggermi?” Il suo volto divenne bianco. Solo in quel momento si era reso conto di aver condannato una creatura innocente. Per la prima volta nella sua vita, aveva messo in discussione degli ordini. Non era più un burattino. Il peso delle sue azioni lo schiacciò come un masso. Avrebbe voluto suicidarsi, finalmente si era reso conto di essere solo una pedina mossa dalla volontà del padre. Quella bambina lo liberò da se stesso. Entrambi erano vittime. Vittima era la bambina che aveva perso i genitori. Vittima era l'assassino che si era reso conto di essere tale. “Prometto di proteggerti. Fidati di me.” “Grazie, signor angelo.” “Ora... ora devo andare. Prima o poi tornerò.” Ezariel prese la maschera e la spada e uscì dalla porta. Lasciò il libro per cui era venuto. Non si trasferì. Era troppo scosso. Il controllo di Saìl ormai era svanito. Della bambina non seppe più niente, fino a ieri.”
Erin era rimasta in silenzio tutto il tempo, ma in quel momento non riuscì più a trattenersi.
“Cosa significa? Come fai a sapere tutto questo? Come fai? Solo io potevo saperlo! Solo io e... e...”
Si fermò come paralizzata dal terrore.
“Non... non sei tu, vero? Per favore... dimmi che non sei tu...”
“Il mio nome... si traduce come...”
“Non voglio saperlo! Stai zitto! Stai zitto!”
“Ezariel... Ariek... Zanicuud.”
Erin crollò a terra priva di forze. Alec era rosso per la vergogna. Aveva pronunciato le ultime parole a voce bassissima. Il coraggio di rivelarle quel nome... dove lo aveva trovato? Dall'affetto che provava per lei?
“Ezariel è morto. Inutile cercarlo. Non esiste più.”
Erin stava piangendo come una fontana.
“Mi hai preso in giro! Mi hai preso in giro! Da quanto... da quanto tempo conoscevi la mia identità?”
“Da ieri. Non ho mai sospettato nulla. Volevo solo rifarmi una vita.”
“Ora dovresti essere contento. Hai distrutto la mia! Per la seconda volta!”
“Non ti chiederò di perdonarmi. È inutile.”
“Vattene. Subito. Non ti voglio più vedere! Per fortuna tra sette giorni... tra sette giorni sarà tutto finito! Non ci vedremo mai più.”
“Allora addio. E... grazie.”
“Grazie di cosa, bastardo? Di cosa?”
“Di avermi salvato. Di aver ucciso Ezariel. Di avermi concesso quattro anni in cui mi sono finalmente sentito vivo. Grazie di tutto questo.”
Alec se ne andò lentamente. Erin lo osservò scendere le scale. Si raggomitolò sul letto. Non lo avrebbe più visto. Quel mostro sarebbe sparito dal suo passato. Lo avrebbe fatto arrestare. L'incubo sarebbe terminato... o forse ne sarebbe iniziato uno nuovo. In fondo, Alec ed Ezariel erano ancora la stessa persona? Erin si alzò di scatto.
“Alec!”
Il ragazzo si voltò indietro.
“Perché mi hai raccontato tutto questo? Perché? Potevi benissimo farne a meno!”
“Te lo dovevo. Non mi sarei mai sentito in pace con te se non l'avessi fatto. Ora sai tutto.”
“Non avrai creduto anche solo per un attimo che ti avrei perdonato, vero?”
“No. Mi ero già rassegnato in partenza. Ora scusami, devo andare. Ti lascio la possibilità di vendicarti. Testimonia contro di me e tutto sarà risolto. Coraggio, bastano solo alcune parole... e giustizia sarà fatta.”
“Non verrò a scuola domani. Neanche al lavoro. Mi darò per malata. Nessuno saprà più nulla di me. Addio.”
Chiuse la porta. Alec sospirò. Era comprensibile. Trattenne le lacrime a stento. L'aveva persa per sempre.
Sarebbero bastati solo sette giorni per dimenticarla? No. Era da undici anni che provava a liberarsi dei fantasmi del suo passato senza successo. Si sarebbe dovuto suicidare? No, non aveva senso... sarebbe passata anche questa... il tempo avrebbe rimarginato la ferita. Con calma, lentamente, ma sarebbe sopravvissuto. Così come si era abituato lentamente all'assenza del Cuore e della sua influenza su di sé.
Erin non sapeva più cosa fare. Aveva mentito a se stessa per sei anni. Lo aveva riconosciuto subito. Il suo volto... era identico a quello di Azrael. Non ci voleva molto per comprenderlo. Eppure, o proprio per quello, se ne era innamorata follemente. Per due anni era rimasta in disparte, lui era già fidanzato... poi la svolta. Lei sapeva che lui nascondeva un segreto. Lo sapeva da quattro lunghi anni. Aveva già riconosciuto il suo viso, ma si era convinta di essersi sbagliata. Lo aveva sentito esporre fatti che un quindicenne non poteva sapere, aveva notato la sua straordinaria e precoce maturità. C'era qualcosa che non andava. E lei lo sapeva. È Azrael, stagli alla larga, è lui! Il suo cuore glielo ripeteva ogni giorno. Ma lei... no, non lo aveva ascoltato, anche se era sicura che fosse la verità. Col tempo aveva separato le due figure. Quando ricordava il volto di Alec, quello di Azrael svaniva dai suoi ricordi e viceversa. Era riuscita a distinguerli. Fino a quel giorno. Ma se era riuscita a farlo per così tanto tempo, perché non provarci ancora? Guardò il suo biglietto aereo. Sette giorni e la sua vita sarebbe cambiata per sempre.
Sentì bussare alla porta.
“Chi è?”
“Sono Ann. Posso entrare?”
Era l'ultima persona che si sarebbe aspettata di incontrare.
“Cosa vuoi?”
“Parlare un po' con te.”
“Entra... entra pure.”
“Non te ne pentirai.”
da Tut7i i Mali
Ormai i sette giorni erano trascorsi. Alec si era rassegnato a non vederla più. Avrebbe pagato qualsiasi cifra per poterla accompagnare all'aeroporto, ma sapeva che la sua presenza non era gradita. Ann sorrideva. Cercava di consolarlo.
“Vedrai che tutto si sistemerà. Dalle un po' di tempo.”
“Non la rivedrò più. Oggi parte per la Spagna. Biglietto di sola andata, capisci?”
“I biglietti bisogna usarli...”
“Cosa vuoi dire?”
Ann rise e andò in camera sua. Non riusciva a capirla, certe volte... Sua sorella era completamente diversa da lui come carattere. Imprevedibile. Non si poteva descrivere in altro modo. Alec osservò nuovamente l'orologio. Erin sarebbe partita entro un paio d'ore. Sarebbe riuscita a lasciarsi alle spalle il suo passato, questa volta? Sette giorni senza vederla non avevano migliorato la situazione. Aveva scoperto da poco che anche Jason sarebbe dovuto partire per testimoniare, ma a causa delle tensioni interne alle AH probabilmente non si sarebbe presentato, inviando a sua discolpa un documento ufficiale che certificasse lo stato delle cose. Probabilmente l'udienza sarebbe stata rinviata di un solo giorno. Una strana notizia lo aveva scosso. L'ispettore Torres, braccio destro di Hierro, era stato ucciso con le stesse modalità con cui operava Azrael. Ma ciò non era possibile. Azrael era lui, e non si era mosso da Ahrlem durante tutto l'ultimo mese. C'era puzza di trappola. Che qualcuno volesse attirarlo in Spagna per eliminarlo? In fondo, c'era una grossa taglia sulla sua testa. La redenzione faceva gola ad un numero inimmaginabile di Ombre. Non sapeva più cosa pensare. Allora, anche lei era in pericolo? No, probabilmente era solo una sciocca fantasia... lei non c'entrava nulla... Cercò di dimenticare gli ultimi avvenimenti. Lei non sarebbe esistita più entro un paio di giorni, che senso aveva preoccuparsene? Passò un'ora. Ne mancava solo ancora una alla partenza. Suo padre era riuscito ad inviare il documento che certificava la sua impossibilità a comparire davanti ai giudici in tempo. Sarebbe partito con il volo del giorno successivo.
“Smettila di fissare quell'orologio... tanto non serve a nulla!”
“Grazie tante per l'aiuto, Ann!”
“Di nulla!”
Ann rise nuovamente.
“Cosa ci trovi di tanto divertente? Sai qualcosa che non so?”
“Forse...”
Imprevedibile. Quella era la parola giusta. Non riusciva mai a capire cosa stesse pensando.
“Forse? Non puoi essere più chiara?”
“A tempo debito saprai tutto...”
Alec rimase in attesa. L'orologio batté l'ora fatidica.
“Ci siamo. È partita.”
Contemporaneamente suonò il campanello.
“Alec, vai tu per favore. Ho da fare adesso...”
“Complimenti per la sensibilità. Non ti affaticare, eh?”
Alec raggiunse la porta.
“Chi è?”
Rispose una voce nota. Alec strabuzzò gli occhi. Per la foga, quasi scardinò il chiavistello.
“Tu?!”
“Sì. Io.”
“Ma... ma dovresti... dovresti essere in volo, adesso...”
Erin lo fissò negli occhi.
“Esatto. Dovrei. Ma per uno spiacevole disguido... ho perso il biglietto aereo.”
La ragazza lo tirò fuori dalla tasca dei pantaloni e lo strappò davanti a lui.
“Perché? Cosa... cosa ti ha fatto cambiare idea?”
“Non cosa, ma chi.”
Alec si voltò di scatto. Ann era scappata in cucina.
“Esatto. Proprio lei. Mi è venuta a trovare subito dopo che te ne sei andato.”
“Cosa ti ha detto?”
“Che Ezariel è morto davvero. Certo, non è stato facile pensare di darti una seconda possibilità. Ma ho avuto sette giorni per riflettere.”
“Allora... dimmi... insomma... com'è che...”
“Alec... è difficile da spiegare. Ezariel ha fatto un'ultima vittima prima di sparire. Mi ha ucciso. Il tuo racconto mi ha ucciso, psicologicamente. Mi è crollato il mondo addosso. Però... mi sono resa conto di una cosa. Anzi, di due, se vogliamo essere precisi. La prima... è che tu avresti potuto benissimo non dirmi nulla e vivere senza essere punito o arrestato per quegli omicidi. Ti sei fidato di me, mi hai detto la verità. In sette giorni mi sono accorta di quanto debba essere stato difficile per te. Ho capito molte cose.”
“E... la seconda?”
“Ci stavo arrivando. Sono arrivata ad una conclusione... io mi sono innamorata non di Ezariel, ma di quello che Ezariel era diventato dopo avermi visto. Ezariel era già morto, allora... quindi, in buona sostanza, è come se mi fossi innamorata di te fin dal primo momento.”
“Ed è bastato questo per convincerti a tornare da me?”
“Diciamo che Ann ci ha messo lo zampino. Mi ha raccontato la sua versione della storia, di come l'hai salvata dal Regno, di come tu abbia iniziato a disobbedire agli ordini dopo quell'episodio. Solo così sono riuscita a convincermene realmente.”
“Ma come diavolo ha fatto ad ascoltare i nostri discorsi.”
“Ti ricordi quella sera che ho dormito con te qui? Lei non stava realmente dormendo... inoltre le pareti sono abbastanza sottili, e...”
“Chiaro...”
Imprevedibile. Ogni altro aggettivo sarebbe stato superfluo. I due ragazzi si abbracciarono istintivamente e si baciarono con passione. Era la fine di un incubo.
“Alec! Aleeeec! Vieni subito qui! Presto!”
Il ragazzo separò a malincuore le sue labbra da quelle di Erin.
“Cosa c'è ora?”
“Il telegiornale... ha dato una notizia tremenda!”
I due raggiunsero la ragazza in cucina.
“Ascolta!”
Ann alzò il volume del televisore.
“...diretto a Barcellona è esploso in volo. Non ci sono stati superstiti. Dai primi accertamenti, sembra che la causa di questo disastro sia stata un rudimentale ordigno artigianale. È stata aperta una commissione di inchiesta per capire come sia stato possibile eludere i controlli di sicurezza. Sul velivolo erano presenti otto persone più tre membri di equipaggio...”
Erin divenne pallida in volto.
“Dovevo... dovevo esserci io...”
“Doveva esserci anche Jason. E tutti i testimoni al processo Azrael.”
“Alec, cosa vuoi...”
“Volevano eliminarti. Volevano eliminare anche me. Speravano che mi recassi in Spagna per distruggere le prove a mio carico. Era una trappola. Il caso non è mai stato riaperto.”
Erin svenne. Alec la prese al volo e la sdraiò per terra.
“Rilassati, piccola... per noi è finita. Nessuno verrà a cercarci qui... per ora siamo salvi...”
Alec alzò gli occhi e osservò il sole in alto nel cielo, fuori dalla finestra.
“Finché staremo insieme...”
La ragazza si riprese lentamente.
“E... tutte quelle vittime? Sono morte per colpa nostra?”
“Per colpa mia. Azrael ha compiuto il suo ultimo omicidio, senza aver fatto nulla.”
“Per favore, Alec...”
Erin lo trascinò a terra.
“Perdonami per quanto ti ho fatto soffrire.”
Le loro labbra si unirono di nuovo. Ann scivolò via furtivamente.
“Anche questa è andata...”
Notes: verità scomode
“Interessante. Non pensavo che sarebbe finita in questo modo.”
Axen si grattò il mento senza troppa convinzione, seduto sulla scrivania. Di fronte a lui, un uomo terrorizzato.
“Hierro, giusto? Sai, non sono molto bravo con i nomi.”
“Cosa vuoi da me?”
“Le informazioni sul caso Azrael.”
“Io non...”
“Tu non puoi averle raccolte da solo, Hierro. Solo l'assassino, o qualcuno a lui collegato, avrebbe potuto conoscere tutti quei dettagli. Le Lodi, Riesta, la piccola Irèn. Un bel teatrino, lo ammetto.”
“Chi diavolo sei?”
“Rilassati, solo un umile servo dell'Imperatore.”
“L'Impera...”
Hierro mosse la testa più volte in segno di negazione.
“Tu sei completamente pazzo... ma forse avrei dovuto capirlo subito. Un tizio che va in giro vestito come un supereroe degli anni ottanta...”
“Fai un favore a te stesso, Hierro: stai zitto. Hai creduto di agire in totale autonomia, riaprendo quel caso, hai pensato... di essere nel giusto, di muoverti per il bene di Irèn. Tutte balle. La realtà è che sei stato manovrato. L'Imperatore ha usato te, un commissario di polizia, un uomo avverso allo spregevole serial killer che ha massacrato ventidue innocenti negli anni novanta, per tentare di raggiungerlo. Dimmi la verità... non ti è sembrato strano ricevere tutte queste... rivelazioni, una dopo l'altra? Non avrai pensato alla favola buona di Madre Natura che ogni tanto dispensa suggerimenti e consigli alle sue creature più degne!”
Axen notò una pallina di gomma un antistress sulla scrivania del poliziotto, la afferrò ed iniziò a giochicchiarci distrattamente.
“La verità, la pura e semplice verità... è che sei stato uno strumento – un cacciavite, hai presente? Ma il tuo sottoposto... bé, c'era il rischio che riportasse a galla il problema, facendoti riflettere sulla questione. È questo il motivo per cui Torres è stato ucciso – non da me, intendiamoci.”
“Stai farneticando. Sei solo un folle che cerca di...”
“Lo hai visto il telegiornale, Hierro? Lo sai cos'è successo? Il preziosissimo volo su cui viaggiavano i tuoi testimoni è appena esploso. Interessante, non è così?”
“Lo so. La notizia mi ha scioccato. Sono solo sollevato dal fatto che Irèn sia viva e in buona salute.”
“Ti sfugge il motivo, la ragione dell'attentato, vero? Lascia che ti spieghi come stanno le cose: chiunque ti abbia indotto a riaprire il caso, era convinto che Azrael fosse uno dei testimoni rimasti in vita, o comunque una persona legata ad uno di loro. Se fosse stato un testimone, sarebbe morto nell'esplosione del velivolo. Se non lo fosse stato, avrebbe potuto farti interrogare i parenti delle vittime e ricavare informazioni su di lui. Semplice, no?”
“Allora, oscuro vate che dispensi consigli non richiesti, cosa dovrei fare? Dovrei lasciare tutto solo perché non sono stato veramente io ad indagare? Non ha senso!”
“L'Imperatore vuole Azrael morto. Non si fermerà davanti a nulla, Hierro, men che meno davanti alla tua legge. Se vuoi avere una minima possibilità di salvarti la pelle, simula sconforto, chiudi il caso, lascia la polizia, così non sarà più tentato di usarti. Tutto qui. Tu sai molto – anzi, a dir la verità forse troppo. Alla tua morte, potrebbe reclamare la tua anima, potrebbe volerla per sé, per analizzarla, assimilare la tua conoscenza... e grazie ad essa arrivare ad Azrael, prima della polizia. Tu hai a cuore Irèn, ne condividi il dolore, almeno in parte... e questo per lui è sufficiente. Non mi stupirei se ci avesse già pensato. Lascia tutto, Hierro, per Irèn, per chi è morto in quell'incidente aereo... per te stesso.”
“Non credo che seguirò il tuo consiglio.”
“Non dirmi che non ti avevo avvertito.”
L'essere si smaterializzò davanti ai suoi occhi, in un lampo nero, gelido, privo di luce. Quando Hierro riaprì le palpebre, si accorse della scomparsa del libro.
Le Lodi all'Artefice erano svanite assieme allo strano individuo. Strinse il pugno, crucciato. Grazie a quel trucco da prestigiatore, lo sconosciuto aveva sottratto una prova fondamentale per incastrare l'assassino. Urlando a squarciagola, si lanciò al suo inseguimento, imboccò la porta dell'ufficio e si ritrovò in strada. Dove sei? Dove sei, maledetto? Un altro lampo, in lontananza, dall'altro lato della carreggiata. Hierro corse in direzione dello strano fenomeno, corse a più non posso, tentando di mantenere un contatto visivo. Ma quella che era ricomparsa non era la stessa persona di prima, proprio no. Era un incappucciato, un saio nero su pantaloni neri, stivali neri, barlumi d'alba al posto degli occhi. Si fermò per un attimo in mezzo alla strada, abbagliato da quella visione, cercando di capire cosa stesse succedendo. Un attimo di troppo.
Un furgone lo investì in pieno, facendolo carambolare verso l'argine sinistro della strada. Frenate, rumori di clacson, urla, grida.
Hierro non riuscì a riprendere conoscenza, non del tutto almeno. Doveva essersi rotto la spina dorsale... solo che non era in grado di rendersene conto. Questione di minuti, insomma. Un tempo sufficiente. Per un istante vide il volto dell'Imperatore, un ghigno malefico sotto la maschera di tela viola. Quattro braci che lo fissavano, deridendolo. E una mano. Un cenno di invito verso la morte. Mi sarai prezioso. Tutto quello che sai su Azrael... Un respiro gelido, alito d'oltretomba. Brividi che si stavano arrampicando lungo le sue membra, aggrappandosi e incespicando, risalendo ciò che restava delle sue vertebre, fino a raggiungere la mente. ...Mi sarà molto utile. E una voce. Una voce allo stesso tempo implorante e autoritaria, decisa e tremante, carica di sdegno e compassione, della forza e del suo esatto contrario. Avrò quello che cerco! Una voce che annunciava ciò che non avrebbe mai voluto sentirsi dire.
“Ti stavo aspettando.”
L'artiglio si chiuse sulla sua anima, trascinandola nelle tenebre, sottraendola all'oltremondo e rendendola parte dell'Ombra.
del M0ndo
“Cosa stai facendo, Erin?”
“Sto ammirando il tramonto.”
“Con gli occhi chiusi?”
La ragazza sospirò.
“Non è necessario utilizzare gli occhi per guardare. Può bastare il cuore.”
“Dai, dimmi, cosa stavi facendo?”
“Pregavo.”
Alec restò sbigottito.
“Pregavi? Come sarebbe a dire?”
“Oh, lascia stare, è una vecchia abitudine che non riesco a perdere.”
“E sentiamo... chi stavi pregando?”
“Il mio angelo custode... Azrael.”
Alec rise.
“Ancora con questa storia? Non avevi detto che non ne volevi più sentir parlare?”
“Mentivo. Non ho mai smesso di dedicargli un pensiero giorno e notte, nonostante tutto.”
Calò un silenzio imbarazzato. Solo lo sciabordio delle onde cullava i loro pensieri. I gabbiani volavano alti nel cielo, scendendo fulminei solo per sorprendere qualche pesciolino avventuratosi troppo in superficie. La luce del tramonto aveva tinto l'orizzonte di un rosa pastello, vivo.
“Che preghiera gli stai rivolgendo?”
“Sempre la solita. Vuoi veramente conoscerla?”
Alec le prese la mano con delicatezza.
“Sì”
Erin pronunciò con voce commossa e dolcissima una frase che ripeteva da anni, ogni giorno, prima di addormentarsi, dopo ogni avvenimento importante.
“Angelo, testimone di purezza, messaggero alato del Signore, proteggimi da tutti i mali del mondo...”
La ragazza aprì gli occhi e si voltò verso di lui.
“... e portami via con te.”
Il Sole si tuffò nell'oceano, lasciando al crepuscolo il compito di vegliare sui due innamorati.
1ʿAzrāʾīl (forma inglese dell'arabo: عزرائیل, 'Ezra'il o 'Ezra'eil, letteralmente: "colui che Dio aiuta") è il nome tradizionalmente attribuito nell'Islam all'angelo della morte, anche se esso non compare mai nel Corano in cui invece è, di solito, indicato come Malak al-mawt, che è la traduzione diretta di "Angelo della morte". Si può trovare scritto anche come Izrail, Izrael,Azrail e Azrael.
2Vedi il racconto precedente – “La Mappa”